Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

“L’uomo senza ombra” di Colin Wilson: virtuosismi e filosofia della camera da letto

Di Andrea Carria

A chi mi ha seguito qui sul blog non sarà sfuggito che in questo inizio di 2021 ho passato molto del mio tempo da lettore in compagnia di Colin Wilson, di cui vi ho già parlato in due articoli dedicati a L’Outsider e a Riti notturni. Quest’ultimo libro, ricorderete, è il primo romanzo di una trilogia che la casa editrice Carbonio sta ripubblicando in italiano e che ha per protagonista Gerard Sorme, un giovane scrittore alter ego di Wilson. Il secondo volume della trilogia è uscito lo scorso dicembre, si intitola L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (Carbonio Editore, 2020, collana “Cielo Stellato”, traduzione di Nicola Manuppelli) ed è il libro di cui vi parlo oggi.

L’uomo senza ombra venne pubblicato in Inghilterra nel 1963, tre anni dopo l’uscita del primo volume. Vi ritroviamo molti dei personaggi conosciuti in Riti notturni, ma stavolta è lo stesso Gerard a parlarcene; il libro che il lettore ha tra le mani è infatti il suo diario privato giunto per vie traverse alla pubblicazione. Il fatto che si tratti di un diario lo rende molto diverso dal libro precedente sotto quasi tutti gli aspetti. La narrazione, che in Riti notturni costituiva la ragion d’essere dell’opera, riprende da dove si era interrotta ma, oltre a spostare il punto di osservazione, assume un andamento più incostante a vantaggio delle riflessioni di Gerard.

L’argomento al centro del diario è il sesso. Gerard è succube di una sorta di dipendenza sessuale che lo costringe a interessarsi di quasi ogni ragazza che vede. Reali o fantasiose che siano, scrivere delle sue avventure sessuali nel diario lo aiuta a guardare meglio dentro di sé e a riconoscere il significato nascosto dietro alle sue pulsioni. Oltre il godimento fisico, per lui molto importante, Gerard vede il sesso come una via privilegiata alla comprensione dei suoi istinti e, quindi, alla conoscenza di sé. Gerard è sempre molto acuto nelle sue riflessioni e il suo punto di vista sulle cose è sempre alternativo. La bellezza di leggere Wilson consiste proprio in questo: ciò che ha da dire non è una ripetizione né un riadattamento di idee di altri, quello che scrive è espressione di una mente abituata a pensare da sola e che non accetta compromessi riguardo alla libertà.

«Me ne sto seduto qui, in questa stanza, e il problema sembra allo stesso tempo immenso e inesistente. La vita è un deserto di libertà, ma poiché è un deserto, siamo troppo liberi. È come essere sospeso in un vuoto totale, senza gravità; puoi fare tutto ciò che vuoi, ed è proprio per questo che non fai niente, e ogni sforzo per cambiare posizione costa un’energia immensa perché non c’è nulla su cui fare leva. Provi a muovere il braccio all’indietro e tutto il corpo gira, riportando il braccio nella stessa posizione. A volte mi sono chiesto come certi scrittori potessero passare tutta la vita in uno stato immutabile di disperazione o debolezza. Adesso lo so: immaginano che la posizione fortuita in cui la libertà li ha gettati sia una legge dell’universo.»

Wilson, attraverso Sorme, dice la propria su alcuni temi classici del pensiero occidentale, confrontandosi con quelli che, fin dai tempi di L’Outsider, considera i suoi “santi letterari”. Molti di essi erano grandi amatori ed è a loro che Sorme si associa volentieri. Maschio bianco etero, il titolo di un romanzo di John Niven di qualche anno fa, è la scritta che anche Sorme avrebbe appeso fuori dal suo club qualora avesse pensato di fondarne uno.

Ciò che delle vicende di Riti notturni non aveva trovato spazio, data la diversa conformazione del libro, nel suo diario acquisisce una fisionomia intellettuale piena, e anche il personaggio di Gerard ne risulta irrobustito. Finalmente, vediamo quali pensieri e ragionamenti ispirano la sua empiria e il suo sensismo, e quello che si scopre è l’incessante lotta interiore di un giovane uomo che cerca di coniugare le aspirazioni della mente con i bisogni del corpo. L’acume di Sorme rende interessante questo antico dissidio con argomentazioni intelligenti e spiazzanti che non si sa mai dove condurranno.

In tutto questo non bisogna dimenticarci della parte narrativa dell’Uomo senza ombra, dove si alternano progressioni di trama e aneddoti. In questo libro, Wilson si è sentito più libero di azzardare e il suo stile, molto più maturo, ha dato prova di saper imprimere quelle variazioni di tono che invece gli erano sfuggite in Riti notturni. In questo la prima persona aiuta molto, permette una confidenzialità e una naturalezza che invece la terza, nella sua ricerca dell’obiettività, non può in nessun modo eguagliare.

I limiti di quest’opera sono, da un certo punto di vista, anche i suoi punti di forza. Il suo doppio profilo, intellettuale ed erotico, la rende una lettura consigliata per momenti scelti della giornata, mentre alcune considerazioni morali e punti di vista “sessisti” sono quelli che rivelano di più l’età anagrafica del libro. Concordo in pieno con la recensione di Francesco Pacifico su “la Repubblica”, secondo cui nessun editor, oggi, lascerebbe passare il machismo di certe pagine. C’è da augurarsi, adesso che Wilson non gode ancora del passaporto diplomatico dato dall’essere un classico, che le altre qualità dell’Uomo senza ombra siano sufficienti a mettere garofani nelle bocche da fuoco delle femministe più agguerrite, per arrivare integro e incolume al pubblico di oggi a cui naturalmente appartiene. Per il quale è comunque da vedere se a costituire il principale incentivo alla sua lettura saranno le turbolenze sessuali di Gerard o il fascino senza tempo di un uomo insaziabilmente affamato di libertà.

Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

La pittura del Novecento, parte X: la mimesis impossibile del surrealismo

Di Andrea Carria

La decima puntata della serie “La pittura del Novecento” (che oggi sono contento di poter finalmente riprendere) ci farà compiere un importante balzo in avanti nel nostro percorso in quanto, con l’articolo odierno, compiremo un autentico giro di boa salutando la prima, densissima, metà del secolo. Per fare un balzo in avanti di questa portata è bene essere preparati; se ve le foste perse, vi rimando quindi agli articoli precedenti (ecco qui i link: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7, #8 e #9), ma soprattutto vi invito a mettervi comodi, a procurarvi una poltrona o un lettino (il perché vi sarà chiaro fra un momento) mentre cominciamo la nostra esplorazione del surrealismo.

Il surrealismo è generalmente considerato la più tarda delle avanguardie storiche: stando infatti alla cronologia, vediamo che il suo primo manifesto venne scritto dal poeta André Breton (1896-1966) solo nel 1924 (per poi redigerne una seconda versione nel 1929), ossia a diversi anni di distanza da quelli delle altre avanguardie, tutte sorte e completamente formatesi entro la fine del decennio precedente. Le ragioni di questo “ritardo”, se così possiamo considerarlo, sono molteplici e di natura diversa, ma analizzarle ci porterebbe davvero troppo lontano e quindi ne vedremo solo qualcuna en passant.
C’è però da dire che il surrealismo così come lo conosciamo è l’espressione, rielaborata, delle esperienze artistiche che lo hanno preceduto (espressionismo, dadaismo, cubismo, metafisica, astrattismo…), oltreché il frutto dell’impegno, da parte della cerchia artistico-intellettuale che orbitava intorno a Breton, volto a tradurre in linguaggio artistico le teorie psicanalitiche di Sigmund Freud.

S. Dalí, “Sogno causato dal volo di un’ape”, 1944, Lugano, Collezione Thyssen-Bornemizsa.

Non era la prima volta che la psicanalisi proiettava la propria influenza direttamente sull’arte; era già accaduto a inizio secolo, in Austria, con Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, per poi irradiarsi verso il resto dell’area germanica e attecchire in particolare negli ambienti espressionisti di Berlino e delle altre città tedesche interessate dal clima avanguardista. Ma fino ad allora si era trattato di reinterpretazioni libere e molto soggettive le quali, proprio in virtù di questo loro carattere, mettevano in luce delle teorie freudiane solo gli aspetti che interessavano i singoli pittori, ovvero quelli più affini alla loro arte o che potevano rivelarsi loro utili per esprimere certi significati. Con il surrealismo, il cono d’ombra della psicanalisi sull’arte si allargò ai Paesi non germanofoni, dimostrando – dopo decenni di studi, dibattiti, convegni e traduzioni in giro per il mondo – come nel frattempo gli artisti avessero raggiunto un livello di consapevolezza sull’argomento fino ad allora inedito, e che faceva da pendant a un radicamento irreversibile, ormai davvero molto profondo, in seno alla cultura e alla società occidentali (europea in primis, ma anche americana).
Il passo successivo riguardava le modalità dell’espressione artistica nel suo senso più ampio, ed è proprio quello che Breton e il suo manifesto intendevano preparare. Dopo aver contemplato e poi “archiviato” le opere del primo entusiasmo (Klimt, ma anche Schnitzler, Groddeck), dopo aver studiato e approfondito, dopo aver digerito e completamente assimilato concetti psicologici e medici spinosi per gli stessi addetti ai lavori (di cui gli stessi artisti e autori di inizio secolo avevano soltanto potuto iniziare a prendere coscienza), gli esponenti dell’arte postbellica al gran completo – pittori, attori, scrittori, poeti e drammaturghi, ora dotatisi anche di un nuovo manifesto – erano finalmente pronti a tradurre in immagini e in versi meno aleatori, più consapevoli, tutta la portata della rivoluzione psicanalitica.

In pittura, le opere surrealiste mettevano in immagini i contenuti irrazionali e latenti dell’inconscio. Scenari e personaggi raffigurati partivano da una base “realistica” per poi combinare, come avviene nei sogni, gli elementi della composizione in modo innaturale, assurdo, visionario. Una delle più “grafiche” fra le avanguardie (nel senso che molti suoi interpreti, come Dalí o Magritte, seppero resistere all’astrazione delle forme), il surrealismo esprimeva per mezzo di paradossi e tecniche quali l’automatismo psichico importanti significati simbolici che spesso traevano origine dalla sfera sessuale umana. Appropriandosi del linguaggio del sogno, le loro opere si popolarono di contenuti rimossi, di riferimenti sessuali che la censura operata dalla coscienza poteva ammettere solo sotto mentite spoglie. Da questo punto di vista, osservando certe opere, verrebbe da dire che il surrealismo avesse rimesso le “braghe” ai nudi discinti ritratti da Klimt, ma in realtà il suo erotismo divenne ancora più acceso e smaliziato. A suggerire questa impressione errata è la necessità di interpretare l’opera, proprio come, interpretando un sogno, è possibile scoprire un coito nell’immagine di qualcuno che addenta una mela. Un dipinto molto famoso che mi viene in mente da prendere come esempio è La vestizione della sposa di Max Ernst (1939-40), un’opera davvero densa di significati sessuali (e non solo) nascosti dietro a un’accurata simbologia e a pose classicheggianti.

M. Ernst, “La vestizione della sposa”, 1939-40, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim.

Mi spingo inoltre a dire che, da una certa prospettiva, il surrealismo è stato l’ultima, grande corrente mimetica dell’arte del Novecento. Se infatti consideriamo il sogno come un oggetto sensibile al pari di una natura morta, un paesaggio o addirittura una battaglia, ovvero come un qualsiasi altro fenomeno in grado di essere esperito (cosa che del resto facciamo quasi ogni notte), allora possiamo anche affermare che quella surrealista, nel suo sforzo di rappresentare i contenuti onirici sulla tela, è stata un’arte mimetica di interesse e valore indubbi, che aveva la particolarità (la difficoltà, se si vuole) di raggiungere il proprio modello naturale solo facendo una passeggiata nei sogni anziché all’aria aperta.

Tutto questo non ha però interessato l’arte surrealista come se fosse stata un blocco unitario. Come la maggior parte delle avanguardie, anche il surrealismo è stato un movimento artistico variegato al suo interno e dalla geografia ampia, distesa su buona parte dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Spagna, Belgio) fino agli Stati Uniti e all’America Latina. Per esempio, nelle opere di Salvador Dalí l’aspetto onirico (il quale passa anche attraverso l’intermediazione della metafisica dechiricana), fortemente calcato, si abbina al figurativismo; stessa cosa, ma con peculiarità diverse da artista ad artista, la si riscontra anche nel tedesco Max Ernst (1891-1976), pittore con un profondo sguardo teoretico, e nel belga René Magritte (artista molto prolifico, amante dei giochi di parole e dei paradossi grafici), ma non è stato così per tutti gli artisti; molti altri, come ad esempio Joan Miró (1893-1983) o Yves Tanguy (1900-1955), virarono decisamente verso uno stile più astratto o, ancora meglio, non figurativo.

Juan Miró, “Arcobaleno e Poetessa”, 1940, New York, Museum of Modern Art.

Benché nato relativamente tardi, il surrealismo fu una delle avanguardie più longeve. Sopravvisse alla Seconda guerra mondiale e continuò a imporsi sulla scena artistica e culturale dell’immediato Dopoguerra finché non venne spodestato da correnti e scuole di pensiero più giovani. Lasciò un’impronta profonda in vari campi: da ricordare sono quella sulla scultura (da Alberto Giacometti fino alla rivisitazione dei ready-made duchampiani quali Telefono aragosta di Dalí o gli inquietanti manichini scomposti di Hans Bellmer), sul teatro, sul cinema e sulla letteratura.
Per quanto riguarda quest’ultima, il surrealismo fu una corrente vera e propria con i suoi dogmi e le sue tecniche (fra quest’ultime, ricordo la scrittura automatica, già in voga nei circoli spiritici, e i cadavre exquis, utilizzati tanto nella scrittura che nel disegno), una scuola che forgiò la generazione poetica francese tra le due guerre (Breton, Artaud, Jarry, Éluard, Crevel, Cocteau, Bataille) e che contribuì a formare quella che, tornata la pace, avrebbe risollevato lo spirito del Paese.

Il consiglio bibliografico sull’argomento di oggi dà la parola direttamente ai protagonisti, anzi all’iniziatore: Il surrealismo e la pittura di André Breton (Abscondita, 2018) raccoglie alcuni scritti teorici del fondatore del surrealismo; un’esperienza di lettura che porta con sé il sapore di un’altra epoca, un’epoca in cui le cose possedevano ancora un lato insondabile e l’arte era quel ponte che, negli animi più sensibili, serviva ancora a mettere in dialogo scienza e superstizione.

*Immagine in copertina: R. Magritte, L’uso della parola I, 1928-29, New York, collezione privata.