Il turismo con stile di un gentleman inglese: “La via per l’Oxiana” di Robert Byron

Di Andrea Carria

Il mio interesse per l’Asia Centrale lo paragonerei al moto delle maree: come loro, anch’esso ritorna però lo fa in modo meno regolare e prevedibile. La sua più recente manifestazione è stata la lettura che ho fatto di La via per l’Oxiana (Adelphi, 2005), il diario che Robert Byron (1905-1941) redasse durante il suo viaggio in Oriente fra il 1933 e il 1934.

Per gli appassionati di letteratura di viaggio i nomi di Byron e di quello che è il suo libro più famoso rappresentano delle pietre miliari. Oltre a essere un capolavoro letterario in senso proprio, La via per l’Oxiana è infatti considerato un modello, uno di quei libri che, da soli, sono in grado di ridefinire i canoni del genere cui appartengono. Lo stesso Robert Byron era un personaggio sui generis. Figlio di un diplomatico inglese di alto livello e quindi membro del milieu forse più agiato al mondo, Byron impersonava al meglio il prototipo del britannico snob geneticamente allergico alla modestia che la letteratura vittoriana del secolo precedente aveva provveduto a canonizzare. Il suo snobismo però era già sceso a compromessi con le trasformazioni storiche e sociali in atto. Nato nel 1905, Robert Byron aveva fatto in tempo sia a ereditare il passato sia ad assorbire l’anticonformismo e lo spirito di protesta più tipici del XX secolo, facendosi espellere perfino da Oxford, dove studiava, per i suoi atteggiamenti ribelli.
Come scrittore e critico d’arte, Byron ebbe un ruolo tutt’altro che secondario; il suo apporto allo studio dell’arte orientale e bizantina viene tutt’ora riconosciuto, mentre il suo valore come scrittore di viaggio, più lento ad affermarsi, nella seconda metà del secolo ha trovato un promotore infallibile ed entusiasta in Bruce Chatwin, del quale l’edizione Adelphi di La via per l’Oxiana riporta in apertura un saggio davvero molto bello.

Robert Byron iniziò a scrivere il suo diario a Venezia il 20 agosto 1933, da dove sarebbe salpato il suo piroscafo per l’Oriente. Dopo una sosta a Cipro, Byron raggiunse la sponda est del Mediterraneo passando in Palestina, Siria e Libano, per poi raggiungere l’Iraq, la Persia e l’Afghanistan (Oxiana è il nome storico della contrada più settentrionale di questo paese), rientrando infine in Inghilterra via India.

«Da queste parti il turista è ancora un’anomalia. Se uno viene in Siria da Londra per affari, dev’essere ricco. Se uno poi ci viene senza motivi d’affari, dev’essere ricchissimo. Nessuno si cura se la località vi piace, o se non la potete soffrire e perché. Siete semplicemente un turista, come un farabutto è un farabutto, una variante parassitica della specie umana, che esiste per essere munta, come una mucca da latte o un albero della gomma.»

La via per l’Oxiana è un libro con un carattere ben definito, plasmato e rifinito dalla personalità sfaccettata ed esuberante del suo autore. Il suo stile, che non si lascia incasellare, riproduce quello che era lo stile di vita stesso di Byron, un uomo – lo hanno descritto i suoi contemporanei – animato da forti contrasti nel quale era possibile trovare erudizione accademica, snobismo aristocratico e humor britannico in proporzioni capricciosamente volubili. Ogni pagina di La via per l’Oxiana è un caleidoscopio di informazioni. Arte, storia, antropologia, attualità politica, geografia, costumi; la penna di Byron è meno schifiltosa di quanto non voglia dare a sembrare, ma comunque rimane sempre un passo o due indietro rispetto al suo sguardo. Il quale riesce a cogliere l’essenza di un luogo oppure di un personaggio anche quando la sua mente esita poi a metterla per iscritto, forse per una sorta di rispetto verso la cultura orientale che tanto lo affascinava. Il ritratto, si sa, è una pratica bandita dalle religioni e dalle culture semitiche, e Byron, con la sua scrittura marcatamente visiva, aveva sulla punta della propria penna tutta la tavolozza di un pittore.

Di ritratti Byron, comunque, ne confeziona uno quasi a ogni pagina. Delle centinaia, forse migliaia, di personaggi che incontra, l’autore produce una serie di bozzetti folgoranti e spassosi. I migliori sono quelli in cui riporta anche i dialoghi, tutti infarciti di sagacia e disincanto. Sono proprio divertenti e belli da leggere, e l’impressione è che lo stesso Byron si sia divertito molto a scriverli. Se invece che come autore di scritti teorici ed estetici si fosse dedicato al romanzo, questa sua capacità di impressionare i particolari più salienti gli sarebbe tornata molto utile per costruire dei personaggi indimenticabili.

A Byron, invece, interessavano l’arte e in particolare l’architettura. Le sue descrizioni dei monumenti delle città che visita durante il viaggio sono impareggiabili. A lui non interessa nulla dell’oggettività o del parere degli altri; ciò che asserisce è la visione di come le cose gli si sono mostrate nella luce dell’Oriente, e il solo altro fatto che può influenzare ciò che scrive sono i suoi stati d’animo. Le pagine del diario abbondano quindi di espressionismo e romanticismo, ma anche di quella decadenza europea masticata da tutti gli intellettuali della sua generazione.

«È un magro conforto ricordare che la Mesopotamia fu anticamente un paese di straordinaria ricchezza, fecondo di arti e di invenzioni, patria ospitale ai sumeri, ai seleucidi e ai sasanidi […]; da quell’epoca fino ai giorni nostri la Mesopotamia è rimasta un paese di fango, ma senza l’unico vantaggio possibile del fango, la fertilità. È una pianura di fango, talmente piatta che un solo airone che si riposa su una zampa, vicino a uno dei rari fili d’acqua in un fossato, dà l’impressione di essere alto come un’antenna della radio. Da questa pianura sorgono villaggi e città di fango. I fiumi sono fango liquido. L’aria è costituita di fango rarefatto in gas. Le persone hanno il colorito del fango, portano vestiti color fango, e il loro copricapo nazionale non è altro che un tortino di fango standardizzato. Baghdad è la degna capitale di questo paese favorito dagli dèi. Si nasconde in una nebbia fangosa; quando la temperatura scende sotto i 43° gli abitanti si lamentano del freddo e tirano fuori le pellicce. Ai nostri giorni è giustamente famosa per una sola particolarità: un tipo di foruncolo che impiega nove mesi a guarire e lascia la cicatrice.»

Quando passa a descrivere le persone, alla bellezza della sua prosa si aggiungono i pregiudizi che ci si può aspettare da un giovane uomo bianco e altolocato degli anni Trenta. Byron, però, lo fa da esteta, ovvero con intelligenza e buon gusto, ma soprattutto è abile a stemperare la supposta superiorità occidentale che esibisce (nonché la propria, naturale arroganza) con l’ironia, l’allusione, la dissimulazione e un certo grado di libertinismo intellettuale di cui molto doveva compiacersi. A volte è difficile perfino stabilire chi siano i veri bersagli dei suoi strali: colui che in apparenza è il criticato può infatti essere solo lo specchio che Byron usa per rifrangere le sue frecciate contro i veri destinatari – l’Occidente, la Gran Bretagna, la scelleratezza di certe politiche imperialistiche e, forse, anche sé stesso.

La via dell’Oxiana è il libro d’oro di una stagione giunta ormai ben oltre il suo tramonto. Cinque anni dopo la conclusione del viaggio, sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale (lo stesso Byron sarebbe morto nel 1941 per il siluramento del piroscafo su cui stava viaggiando da parte di un U-Boot tedesco), e anche il Medio Oriente e l’Asia Centrale ne sarebbero stati investiti. Il Levante – un nome abusato ma sfuggente di cui Amin Maalouf in Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo, 2020) ha saputo dare una definizione fra le più belle che abbia letto – al tempo di Byron era comunque già finito. Gli odiati protettorati inglesi e francesi che si sostituirono al crollo dell’Impero ottomano, e che permisero a Byron e a molti altri europei del tempo di raggiungere le loro Oxiana per turismo, furono l’anticamera dei disordini che si consumano ininterrottamente in quella funestata parte di modo da ormai più di cento anni.

Autore: Lo Specchio di Ego

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