Essere o apparire? Intervista a Pauline Klein, autrice di “La Figurante”

Intervista a cura di Andrea Carria

Di Pauline Klein e del suo romanzo La Figurante (Carbonio Editore, 2021, traduzione di Lisa Ginzburg) vi ho già parlato in una recensione di qualche settimana fa (eccola qui), ma in tutta onestà non vedevo l’ora di porre qualche domanda direttamente alla sua autrice.

Pauline Klein ha esordito nel 2010 in Francia con il romanzo Alice Kahn, vincitore del Prix Fénéon di quell’anno, e nel 2011 vincitore anche del Premio Murat, assegnato dal Group de Recherche sur l’Estrême Contemporain (GREC) dell’Università di Bari. Con La Figurante, il suo ultimo romanzo, Klein scava all’interno della nostra epoca valutando le sue problematicità e le sue discrepanze da una prospettiva orgogliosamente femminile. Approfondendone alcuni temi, l’intervista che segue è sia il racconto del libro sia un’esplorazione a tutto campo in cui le più grandi contraddizioni della modernità si riveleranno essere causa di smarrimento e fonte di ispirazione allo stesso tempo.

ANDREA CARRIA. Da Parigi a New York. Due grandi città, ma molto differenti l’una dall’altra. Qual è il vero significato del periodo newyorkese nella vita di Camille, la protagonista del tuo romanzo? È corretto dire che per lei rappresenti un punto di svolta?

PAULINE KLEIN. Volevo presentare queste due grandi città come se fossero lo stesso posto, come se fra loro non esistesse alcuna differenza geografica. E ciò voleva anche dire descrivere come alcune persone (in particolare Camille) credano di essere in grado di viaggiare senza muoversi veramente, senza attraversare veramente dei confini. Stare nello stesso posto con la sensazione interiore di sperimentare cose nuove… Ma per Camille è diverso; per lei New York rappresenta solo un modo per tornare a Parigi, per poter dire che ha imparato l’inglese e che ha aggiunto una nuova esperienza professionale al suo curriculum.

Come New York, anche Parigi è una grande città con un carattere molto forte che è difficile tenere fuori da un libro. Ad ogni modo, a me sembra che tu ci sia riuscita. Queste due città rimangono sullo sfondo del romanzo e Camille sta sempre davanti a loro. In La Figurante non c’è spazio per nessun altro che non sia lei, e le ambientazioni non fanno eccezione. Sei d’accordo con questa interpretazione?

Sì, totalmente d’accordo. Queste due città sono trattate come fossero dettagli, forse è stato un modo per vendicarmi di personaggi e personalità che ho conosciuto e che non erano (o non sono) abbastanza forti da sopportare il duro stile di vita imposto da queste due metropoli. Vedi, io ho vissuto a New York e l’ho adorata, ma quando mi sono resa conto di quanto fosse difficile sopravvivere con le proprie finanze – e far parte così del suo grande gioco –, mi sono sentita soffocare. Sono rimasta stupita del divario che esiste tra l’apparente disinvoltura che dimostra e le esigenze economiche che in realtà sono necessarie a sostenerla… Ho così deciso di far sparire il carattere della città perché il personaggio di Camille potesse trarne profitto; è grazie al suo approccio critico se lei può permettersi di non curarsi del grande circo che le ruota tutt’intorno!

Nonostante sua madre sia una donna di vedute abbastanza larghe, Camille è bloccata. Lei è repressa come se fosse cresciuta in una famiglia chiusa e bigotta di una città di provincia, eppure ciò non corrisponde al vero; Camille è nata a Parigi, una città grande e moderna, e sua madre non le ha impedito di fare le proprie esperienze: ad esempio, poteva portare a casa i suoi fidanzati e dormire con loro, cosa che non succede in proprio tutte le famiglie. A cosa è dovuto il blocco di Camille, allora?

Penso che Camille sia bloccata proprio dall’apertura di sua madre, un’apertura che è solo apparente. Sua madre non è una donna veramente aperta; finge di esserlo, ma non lo è nella realtà. Le piace presentarsi come una donna di ampie vedute e mitizza questo lato fantomatico della sua personalità, costringendo anche Camille ad adeguarsi a esso. Ma Camille, da parte sua, vive tutto ciò solo come un’ingiunzione, e a bloccarla è proprio il fatto di dover essere fedele a questa montatura. È sua madre stessa a chiederle di reggere il gioco, di parlare della sua tolleranza come una delle sue principali qualità. Camille è al servizio completo della madre e delle sue fantasie (e in un certo senso ha anche bisogno di esserlo), e tutto ciò le impedisce di essere veramente libera.

Camille lavora in alcune gallerie d’arte ma, sebbene il suo possa essere considerato un lavoro gratificante, lei sembra non accorgersene. Al contrario, il suo comportamento la fa apparire come una giovane donna disinteressata e impaziente. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove avere un lavoro è l’obiettivo, la preoccupazione, il miraggio, il sogno (o l’incubo) di milioni di persone, Camille sembra scuotere la testa e dire: “Anche il lavoro è niente se prima non ti appartieni”. Pensi che questo pensiero possa valere anche per le altre persone?

Alcune persone probabilmente sono contente di quello che chiamiamo “lavoro”, e il problema forse è che l’abbiamo chiamato in questo modo. Il linguaggio è pieno di espressioni che usiamo in automatico per averle ormai integrate acriticamente, espressioni con le quali non facciamo altro che dire di “essere noi stessi” – la quale è un’altra di queste espressioni curiose. Avere figli, trovare l’amore, avere un ottimo lavoro, essere impegnate/i ecc., tutte queste sono solo parole che decidiamo di usare per dare a noi stessi la sensazione di far parte del lato giusto dell’esistenza… Nel libro io ho provato a descrivere il divario che esiste tra lingua e vita mettendo parole come queste sulla bocca di Camille. Perché, sì, ci sono le parole, ma c’è anche tutto ciò che sta dietro alle parole; e io quello volevo raccontare.

Il tuo libro ha un tono molto intimo e la protagonista non è il tipo che grida le proprie ragioni al resto del mondo. Il suo percorso verso la libertà e l’autodeterminazione è molto silenzioso; prende spesso sentieri tortuosi e nascosti, ma non per questo Camille è meno risoluta di chi fa fuoco e fiamme pur di farsi sentire. Nel mondo di oggi, dove ogni aspetto della vita privata delle persone viene condiviso per essere esibito, come valuti la strategia usata invece da Camille? Secondo te, è una questione di temperamento oppure di mancanza di altre opportunità?

Penso che sia proprio questo il punto. Camille non ha nessuna vera strategia, ma cerca comunque di seguire un proprio percorso – per quanto sia il percorso e non lei il più forte dei due. Insegue segni, coincidenze, piccoli dettagli e momenti di vita che contribuiscono a foggiare l’immaginario di cui si nutre – e al quale non richiede chissà quali dimostrazioni. Sai cosa, se solo uno rinunciasse a postare la propria vita dappertutto, si accorgerebbe di averne una molto più reale e interessante (interessante almeno per sé stesso, intendo). Nel mondo di oggi tutto è potenzialmente marketing, e l’identità non fa eccezione. A Camille invece non interessa che la sua identità abbia una dimensione pubblica, e questo le permette di muoversi in una maniera completamente opposta cercando di essere lei stessa l’unico pubblico per il quale la sua vita va in scena, senza preoccuparsi di condividerla con gli estranei.

Foto © Pascal Ito Flammarion

Tradizionalmente, il sesso è considerato un argomento maschile, e infatti la letteratura mondiale è piena di libri scritti da uomini che ne parlano, mentre, a confronto, sono pochissimi quelli scritti da donne. Di recente ho letto un altro romanzo pubblicato da Carbonio e intitolato Il libro della creazione, dove l’autrice, Sarah Blau, affronta l’argomento del sesso con la stessa urgenza, facendo sì che la sua eroina usi la passione e l’erotismo per trovare il suo posto nel mondo. Pensi che la stessa cosa possa essere ripetuta anche a proposito della tua Camille?

Non ho letto il libro di Sarah Blau, ma sono d’accordo con l’idea di urgenza. Ho letto spesso testi sul femminismo, trovandoli di volta in volta ragionevoli, teorici oppure brutali, ma quello che continuavo a non trovare in essi era l’autenticità del sesso, ovvero una descrizione della sessualità femminile che corrispondesse alla realtà. Il fatto è che, per molto tempo, la sessualità delle donne è stata vittima delle stereotipo romantico, oppure è stata paragonata all’isteria o, ancora, c’è stato chi ne ha negato addirittura l’esistenza. Il mio obiettivo era dimostrare come invece la sessualità femminile sia in atto sempre e ovunque: al lavoro, con gli amici, nella vita mondana, ovunque. E non penso nemmeno di essermi spinta così lontano; avrei potuto spingermi ben oltre. Penso che la sessualità sia una fonte inesauribile di ispirazione di cui le donne non hanno avuto la possibilità di parlare. Anche se oggi c’è una maggiore libertà intorno a questo tema, ancora adesso c’è chi considera la sessualità femminile come un mero oggetto oppure come un’idea carina – romantica, appunto – quando in realtà fra questi due estremi c’è una grande quantità di argomenti importanti da affrontare.

Se tu fossi in una biblioteca e dovessi scegliere dove collocare il tuo romanzo, vicino a quali libri vorresti vederlo?

Sarei molto felice di vederlo su uno scaffale in compagnia di altri libri femministi!

*La copertina del romanzo si deve al progetto grafico dello studio Marco Pennisi e raffigura l’opera di Ralph Pucci The Art of Mannequin (2015, MAD – Museum of Arts and Design of New York City).

Autore: Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura. Recensioni e segnalazioni di libri.

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