Tensione metafisica e promiscuità letteraria: intervista a Franco Perrelli su “Solo” di August Strindberg

Intervista a cura di Andrea Carria

La solitudine è una condizione che si fa strada nella coscienza anche quando si è in mezzo agli altri. Il protagonista di Solo, romanzo di August Strindberg del 1903, se ne rende conto all’inizio del libro durante una rimpatriata fra vecchi amici:

«Quando finalmente ci separammo sulla porta, sentimmo la necessità di farlo in fretta e non, come in passato, di prolungare la riunione in un caffè. Evidentemente, i ricordi di gioventù non avevano avuto quell’effetto eccitante che ci si era aspettati. Tutto ciò ch’era passato non era che lo strame sul quale il presente cresceva ed era uno strame già riarso, sfruttato, che cominciava a imputridire.
E si notava pure che nessuno parlava più dell’avvenire, ma solo del tempo andato, per la semplice ragione che ci si trovava già in quel futuro che si era sognato e intanto non si poteva più immaginarne un altro.»

La seconda cosa che il protagonista del romanzo scopre è che la solitudine, spesso, ha a che fare con l’invecchiamento, ovvero con la perdita della capacità – o della motivazione necessaria per farlo – di immaginarsi ancora un futuro. Questo libro, asciutto nella forma ma non nei contenuti, è un libro ricco che richiede un’ottima qualità del tempo per essere apprezzato in tutte le sue sottigliezze, e oggi io avrò il piacere e l’onore di chiedere a Franco Perrelli (professore ordinario di Discipline dello Spettacolo ed Estetica presso l’Università degli Studi di Bari, tra i massimi esperti di August Strindberg nonché traduttore del libro per conto di Carbonio Editore – collana “Origine“) di aiutarmi in questo percorso intrigante e sfaccettato.

ANDREA CARRIA. Per quanto si sia confrontato con generi letterari diversi, la carriera di Strindberg, così come la sua fama, sembra essere legata soprattutto alla drammaturgia. Dove si colloca un testo come Solo all’interno della sua produzione in prosa e in quale rapporto sta con il resto delle sue opere?

FRANCO PERRELLI. Indubbiamente, testi come Il padre e La signorina Giulia sono entrati nei repertori teatrali, ma Strindberg percorreva consapevolmente tutti i generi dall’interno e persino in controsenso. C’è una sua lettera del 1907, nella quale confessa che «il segreto di tutti i miei racconti, novelle e favole è che sono dei drammi», e, in ogni caso, si può individuare, nella sua opera, il filo rosso di una pulsione creativa costante, che collega narrativa e drammaturgia, ma persino pittura e chimica (praticate dal nostro autore con pari passione).

Prof. Franco Perrelli.

Il rapporto del protagonista con la solitudine – una sorta di alter ego dell’autore, come lei stesso precisa nell’introduzione – è particolare. Egli non si considera una vittima, non vive da condannato la sua condizione, né tantomeno crede che essa sia un’ingiustizia del mondo nei suoi confronti. Da parte sua, io ci vedo consapevolezza del tempo che scorre inesorabile e una sostanziale accettazione delle sfortune che possono rovesciarsi sulla vita di chiunque. Non voglio dipingere il ritratto di uno stoico, tuttavia una sorta di ciceroniana senectus di fronte ai passaggi inevitabili dell’esistenza io ce la vedo. Vorrei chiederle qual è il suo punto di vista e come Strindberg ha trattato la solitudine negli altri suoi scritti.

La solitudine strindberghiana (che spesso, nei fatti, è una solitudine tra la folla) è soprattutto una condizione estetica e sperimentale dell’artista moderno, che costruisce il proprio mondo e i propri valori partendo da un’esperienza individuale e percettiva radicale. Non stupisce che Strindberg sia stato uno dei primi a recepire (pur in maniera soggettiva) il messaggio nietzschiano, approssimativamente mediato da Georg Brandes, e che, nel folgorante carteggio col pensatore sull’orlo della follia, abbia parlato soprattutto di solitudine intellettuale. È su questa traccia che Strindberg ha poi scritto romanzi come Sul mare aperto del 1889-90 (ma, in fondo, anche Solo), nei quali – come già osservava il filosofo Antonio Banfi – la crisi del nichilismo appare comunque più grave e inceppata che mai, perché la liberazione dell’uomo che si supera interferisce inestricabilmente con l’aspirazione dell’individuo a trascendersi metafisicamente, piombando così nella contraddizione e nell’Assurdo.

Leggere Solo fa venire in mente Controcorrente di Huysmans. In entrambi, il protagonista decide consapevolmente di ritirarsi dalla scena pubblica riducendo al minimo ogni interazione umana. Oltre a ciò, tuttavia, i protagonisti dei due romanzi non hanno altro in comune; laddove quello di Solo mantiene infatti un vago senso di appartenenza alla società, l’altro sprofonda sempre più nella misantropia. Dopo questo accostamento iniziale, l’alter ego strindberghiano – con il suo vissuto, la sua saggezza e la sua morale – mi è sembrato, a dire il vero, più vicino a Montaigne, tanto che alcuni brani di Solo mi hanno ricordato certe pagine degli Essais. Secondo lei è possibile un’eco fra questi due autori oppure i riferimenti di Strindberg erano altri?

Certo che sì. Huysmans è l’ispiratore di un’ampia corrente letteraria (e di conversione religiosa ed estetica) che lambisce e influenza direttamente Strindberg, spingendolo vieppiù oltre i confini del naturalismo. Anche Montaigne rientra fra le sue letture principali, sebbene negli scritti strindberghiani sia poco menzionato. Tuttavia, in una nota del Diario occulto del 9 novembre 1896, Strindberg riporta: «Letto Montaigne, come desideravo e mi sono confortato». Un’eco, personalmente filtrata, di questi autori c’è senz’altro anche in Solo.

Montaigne e Huysmans mi danno l’occasione di porle anche un’altra domanda. Fra i molti generi letterari sperimentati da Strindberg vi è il romanzo-saggio, un genere che si fa cominciare con la pubblicazione di Controcorrente nel 1884 e che lo stesso drammaturgo svedese ha poi contribuito a definire. Mi riferisco in particolare a Inferno, spesso portato come esempio di romanzo-saggio insieme a Controcorrente, L’uomo senza qualità o I sonnambuli. Anche un testo come Solo ha un profilo saggistico abbastanza spiccato che emerge in pagine come quelle su Balzac. Non so, ma a me sembra impossibile tenere lontano il nome di Strindberg da quello dei suoi colleghi francesi…

Strindberg non è uno scrittore “classico”; per antonomasia, è un autore promiscuo. La promiscuità è ontologica in Strindberg proprio per il suo indifferenziato transitare dalla prosa alla poesia (vedi Solo, per l’appunto), dal dramma al romanzo, dalla pittura alla chimica ecc. Il transito o il pellegrinaggio fra screziate esperienze diviene la cifra della sua esistenza e di una scrittura, che a sua volta si fa promiscua. Un esempio per tutti: in Bandiere nere, romanzo scritto subito dopo Solo, il capitolo XVII contiene una dimostrazione di alchimia e basta, senza nessuna narrazione in senso proprio o lato. In questa indifferenza per l’omogeneità compositiva, potremmo trovare i germi della postmodernità, almeno come la intende Umberto Eco, sostanzialmente nelle forme della più disinvolta contaminazione dei livelli retorici. Strindberg non incanta certo per l’equilibrio delle sue opere, ma proprio per il loro squilibrio. Sa cosa diceva Kafka? «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto. Egli mi tiene come un bambino sul braccio sinistro. Vi sto seduto come un uomo su una statua. Dieci volte in pericolo di scivolare giù, all’undicesimo tentativo siedo saldamente, sono sicuro e ho un ampio orizzonte». Chi ha a che fare con Strindberg deve abituarsi al pericolo di scivolare giù fino a trovare un personale equilibrio.

E c’è poi il rapporto con la città che l’ha visto nascere e diventare un grande scrittore. In un’epoca in cui fa la sua comparsa la figura letteraria del flâneur, anche Strindberg ci offre degli scorci di Stoccolma frutto delle passeggiate solitarie del suo alter ego. Che rapporto aveva Strindberg con Stoccolma, anche alla luce dell’incipit di questo libro: «Dopo dieci anni di soggiorno in provincia, eccomi di nuovo nella mia città natale, a pranzo, a tavola con vecchi amici»?

Stoccolma, il suo arcipelago sono il luogo privilegiato di tanta letteratura (e pittura) strindberghiana. L’autore stesso, quando viveva in patria e come narra in Solo, nel corso delle sue passeggiate in città, accumulava materiali per la scrittura. Una peculiarità di quello che poi ritroviamo sulla pagina e, segnatamente in Solo, è che Stoccolma lo riporta sovente soprattutto ai tempi dell’infanzia. Spesso, infatti, la città sonnacchiosa, periferica, smorzata dell’infanzia si sovrappone o traspare dietro l’immagine della Stoccolma moderna che comincia a formarsi negli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento. Sì, Stoccolma si direbbe più un ambiente della psiche o della memoria che un luogo della geografia.

Veduta di Stoccolma.

Comunque, a definire Solo, io continuo a essere in difficoltà. Romanzo, memoir, diario, saggio, poesia… è un libro che accoglie e integra tutti questi generi ma che, alla fine, non appartiene a nessuno di essi. Ci sono anche diverse autocitazioni, tanto che – scherzando – si potrebbe dire che in qualche modo rappresenti una sorta di curriculum dell’autore. Ma qual era il vero scopo di questo scritto? Leggendolo, si ha la netta impressione di venire messi a parte di un messaggio sicuramente importante che però l’autore esita a rendere esplicito…

L’impressione promiscua di Solo, come ho detto prima, è l’inevitabile esito di uno scrittore promiscuo. Quanto al messaggio, direi che l’autore intende comunicare che sotto la quotidianità urge una metafisica misteriosa ovvero che la vita di tutti i giorni ha echi e vibrazioni che ci riportano alla chiamata di altre forze o Potenze con le quali, oscuramente, ha a che fare ogni destino umano. Da qui il bilanciamento appunto di quotidiano e di mistero; di esplicito e occulto o – come Strindberg diceva della sua pittura – la compresenza di esoterico ed essoterico in ogni esperienza della vita. In sintesi: la vita è in luce, ma proprio per questo ha le sue ombre. Ecco una lezione di Strindberg.

Trovo che il finale sia molto bello; penso di non sbagliarmi se dico che è uno dei momenti letterari più elevati del libro. La convergenza narrativa, temporale e tematica della scena mi ha fatto pensare a ciò che Solo potrebbe rappresentare: una summa, un testamento letterario, un lascito redatto qualche anno in anticipo, ma senza un destinatario definito… è così?

Esattamente così. Ma i destinatari del lascito ci sono – e siamo noi.

*E. Munch, August Strindberg, 1892, olio su tela, Museo Nazionale di Stoccolma.

Autore: Lo Specchio di Ego

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1 commento su “Tensione metafisica e promiscuità letteraria: intervista a Franco Perrelli su “Solo” di August Strindberg”

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