L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte I

Di Matteo Maci

È il 1960. Nello stesso anno in cui Alberto Moravia pubblica La noia, Dino Buzzati, romanziere reso celebre dall’opera Il Deserto dei Tartari, frequenta una bella e giovane ballerina destinata a diventare la protagonista del romanzo che pubblicherà nel 1963, Un amore. La loro relazione, intensa quanto tossica, struggente quanto distruttiva, richiama a grandi linee proprio quella raccontata da Moravia ne La noia, il cui protagonista, per buffa coincidenza, ha lo stesso nome di Buzzati: Dino. Fare una lettura comparata di questi romanzi, che in fondo raccontano una storia non troppo diversa (per quanto affrontata da punti di vista differenti, con i toni e la sensibilità caratteristici dei due autori), ci permette di evidenziarne, oltre alle indiscutibili analogie, le profonde divergenze che li rendono due capolavori del romanzo esistenzialista italiano.

“La noia”, ovvero alienazione esistenziale

Il 20 novembre 1960, quattro giorni prima della pubblicazione de La noia, Alberto Moravia pubblica su L’Espresso un’autointervista, con la quale chiarisce, tra le altre cose, il perché del titolo. Scrive:

«L’argomento del libro è la noia. O meglio, l’argomento vero forse è un altro, ma senza l’idea della noia, non avrei mai scritto tutto il resto. […] Per Pascal la noia è il senso della vanità, del vuoto, della morte, il quale spinge gli uomini a cercare il divertimento cioè a distrarsi e a dimenticare. Per Leopardi […] la noia sembra essere il tedio della vita come la intendevano gli antichi, ossia, secondo le sue stesse parole “… una mancanza del piacere, che è l’elemento della nostra esistenza e di cosa che ci distragga dal desiderarlo.”. Non voglio certo mettermi alla pari con questi grandi uomini, ma la mia noia è differente. Anche perché credo che questo genere di noia sia una cosa nuova nella storia dell’umanità come è nuova la crisi delle arti che oggi ne è uno dei sintomi più notevoli. […] Essenzialmente: è il prodotto di un’alienazione. Ossia l’interruzione del rapporto tra l’uomo e la realtà e, dunque, tra l’artista e la materia, o se si preferisce tra il soggetto e l’oggetto.»

Ma non finisce qui. Il prologo del romanzo, oltre ad introdurre il protagonista Dino, un pittore di trentacinque anni figlio di una ricca borghese romana, chiarisce ulteriormente il concetto che attraversa l’intera trama. Il protagonista racconta di come, da ragazzo, avesse immaginato di raccontare «la storia universale secondo la noia», ovvero dimostrare come la noia fosse il vero motore degli eventi del mondo, «non il progresso, né l’evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole». Dino è una persona annoiata poiché ritiene inesistente il proprio rapporto con la realtà: nulla ossia riesce ad offrirgli un vero e proprio contatto con la materia. Quest’alienazione è apparentemente dovuta allo status borghese e altolocato di Dino, che proprio a causa di ciò decide di allontanarsi dalla madre, che abita in una sontuosa villa sulla Via Appia, per andare a vivere nel proprio studio, nel centro di Roma in via Margutta. Tuttavia, il romanzo apre proprio con Dino che smette di dipingere, annoiato dalla sua stessa pittura. Nei giorni in cui decide di tornare a vivere dalla madre, si accorge che Mauro Balestrieri, il pittore che possedeva uno studio adiacente al suo, è morto. In questa circostanza conosce la diciassettenne Cecilia, modella di Balestrieri, che inizia a frequentare. Ma ben presto Dino finisce per annoiarsi anche della ragazza e, proprio nel giorno in cui egli decide di troncare il rapporto, Cecilia non si presenta all’appuntamento. I primi dubbi sulla fedeltà della ragazza causano in Dino un senso di gelosia che, pagina dopo pagina, inizierà a consumarlo: egli vorrebbe solo essere certo del possesso di Cecilia per poterne essere annoiato e, quindi, lasciarla definitivamente. La ragazza, però, sfugge, gli mente per nascondere la sua frequentazione con un altro uomo, il regista Luciani. La sempre più convincente certezza di essere tradito e l’indifferenza con cui Cecilia si rapporta a ciò che la circonda, portano Dino ad un’amara constatazione:

«Così Cecilia mi tradiva, pensai ancora, e mi tradiva perché ero noioso, cioè, appunto come lei per me inesistente. Ma tra di noi c’era questa differenza: che io sapevo cosa fosse la noia per averne sofferto per tutta la vita; mentre per lei la noia non era che una spinta oscura a portare altrove il movimento provocante e irresistibile dei fianchi riluttanti.»

La vicenda è raccontata in prima persona, secondo una precisa scelta metodologica adottata da Moravia, che la giustifica nell’auto-intervista precisando come questo sia l’unico modo per dare un taglio saggistico al romanzo, poiché in grado di illustrare un mondo «frammentario e puramente soggettivo»: in ciò va ricercata la potenza dell’io-narratore, capace nel romanzo-saggio di offrire una visione del mondo così complessa da apparire obiettiva, per quanto basata su esperienze, ma soprattutto su ricordi, puramente personali e individuali.

Alberto Moravia (1907-1990)

Eugenio Montale, in una recensione apparsa sul Corriere della Sera del 24 novembre 1960 (data di pubblicazione del romanzo), paragona l’opera di Moravia a Senilità di Svevo, definendo Emilio Brentani un «moraviano ante litteram». Eppure, Brentani, che pure resta un archetipo dei personaggi di Moravia, sembra essere molto più affine all’Antonio Dorigo protagonista di Un amore che non al Dino de La noia. Quest’ultimo non è altro che un borghese annoiato, nell’interpretazione filosofica che Moravia dà della noia, concetto che non può essere immediatamente ricondotto alla senilità (o inettitudine) di Emilio. I riferimenti letterari sono dunque da ricercarsi altrove: sicuramente nella letteratura psicologista, con rimando non solo al mentore indiscusso di Moravia, Dostoevskij, ma anche a Proust nell’utilizzo della prima persona e nel racconto di una passione amorosa incontrollata. Non si può non accostare il personaggio di Cecilia alla protagonista di Lolita di Nabokov, pubblicato in italiano appena un anno prima de La noia, nel 1959. Entrambe sono descritte come figure anaffettive, apatiche e indifferenti nei confronti del loro amante, per quanto cariche di una forte sensualità che in Cecilia è sinonimo di concretezza, materialità.

Leggendo La noia non come un semplice romanzo a tema amoroso, ma adottando una chiave di lettura filosofica, ci accorgiamo di come la ricerca del contatto con la realtà di Dino combaci perfettamente con la sua smania di possedere Cecilia. Per quanto egli possa possederla fisicamente, possa ovvero avere un rapporto carnale intenso con la ragazza, deve necessariamente rassegnarsi all’idea che il possesso è un modo fallimentare di stabilire un contatto con il mondo. In questo senso, La noia si conferma un romanzo anti-borghese, poiché in netto contrasto con l’idea che l’uomo possa avere una relazione con le cose in quanto meri strumenti di assoggettamento: la realtà sfugge, come sfugge Cecilia, e non può essere ridotta a merce attraverso il denaro. Un fondamentale parallelismo tra Cecilia e la materia, di cui è evidentemente una personificazione, si riscontra nel suo modo di esprimersi. Le sue risposte tautologiche, il suo tono indifferente e le sue mistificazioni rendono impossibile a Dino conoscerla fino in fondo: d’altronde, la stessa conoscenza può essere vista come uno dei modi per rapportarsi alla realtà. Ma, come specifica Moravia nell’ultima domanda della sua auto-intervista sul Corriere, la conoscenza, per quanto non sia impossibile, «ha qualcosa di corrosivo, di nullificante: il momento stesso che conosciamo una cosa, essa cessa per noi d’esistere». Il mistero che aleggerà per sempre attorno alla figura di Cecilia è proprio l’unico mezzo grazie al quale Dino cesserà di annoiarsi, poiché fondamentalmente convinto del fatto che sia proprio l’evanescenza della ragazza (e quindi della materia) a renderla reale e degna, in un certo senso, della propria attenzione. Alla luce di tutto ciò, l’indeterminatezza di Cecilia è un tratto peculiare che la rende diversa tanto dalla provocatoria Lolita di Nabokov quanto dall’opportunista Laide di Un amore.

«Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.»

Nel prossimo articolo ci occuperemo di analizzare Un amore di Dino Buzzati in modo da poterlo confrontare con La noia di Alberto Moravia.

*Immagine in evidenza: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1622, olio su tela, Stamford, Inghilterra, collezione privata.

Autore: Lo Specchio di Ego

Blog letterario per parlare di letteratura, storia, filosofia, arte e cultura. Recensioni e segnalazioni di libri.

2 pensieri riguardo “L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte I”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...