Come in una gabbia: “Il randagio e altri racconti” di Sadeq Hedayat

Di Andrea Carria

La lettura dei libri di Sadeq Hedayat (1903-1951) è un’esperienza che si fa con la mente e con il corpo. Dopo La civetta cieca, ne ho avuto conferma leggendo Il randagio e altri racconti, il secondo titolo dello scrittore iraniano nel catalogo della casa editrice Carbonio (collana “Origine”). Pubblicato lo scorso aprile, questo libro ha già una storia (purtroppo non bella) alle spalle: la traduttrice Anna Vanzan – iranista accreditata ed esperta, promotrice di scambi culturali significativi tra Italia e Iran – è infatti venuta a mancare mentre stava lavorando al volume; i racconti sono così nove anziché dieci com’era previsto all’inizio.

Ogni racconto si presenta come un piccolo conglomerato di materia letteraria molto compatta, che esplora i temi fondamentali della scrittura di Hedayat mettendo in scena situazioni e personaggi che si richiamano vicendevolmente. Le città e i villaggi del suo Paese d’origine sono le ambientazioni privilegiate. Qui vivono uomini e donne dalle storie disparate e disperate, individui grevi conchiusi nel loro piccolo mondo e da quest’ultimo plasmati, spesso, fino al rigetto. I protagonisti di questi racconti sono degli antieroi che rimangono schiacciati negli ingranaggi della società. Tradizioni, costumi, mentalità, ma anche la stessa cattiveria umana sono i principali fattori che determinano l’annullamento dell’individualità oppure la sua denigrazione. Hedayat possiede un talento naturale nel rappresentare le miserie dell’uomo e di incorniciarle in modo tale da sbarrare ogni possibile via di fuga. La particolarità dei racconti di Hedayat è proprio quella di tramortire i sensi; di sentirsi presi nelle viscere, strizzati nella carne, scorticati col sale, venire scaraventati con violenza contro tutti gli spigoli del mondo, lasciando chiaramente intendere al lettore che non c’è speranza ancora prima che il martirio cominci.

Hedayat è uno scrittore che costruisce muri e gabbie intorno ai personaggi. Leggendolo, si prova una sensazione di claustrofobia che nei racconti, vuoi la loro compattezza di genere, risulta addirittura accentuata. Chiunque siano e qualunque cosa facciano, i personaggi vivono in una cattività letteraria che è la sublimazione della realtà che l’ha prodotta; tutti loro sembrano degli uccelli che sbattono le ali da un’estremità all’altra di una voliera prima di cadere a terra sfiniti, tramortiti. Una fine molto simile a quella cui vanno incontro gli antieroi kafkiani. Anche se la mano che la impugna è diversa, anche se le vibrazioni sulla pagina sono raramente confrontabili (Kafka non ha termini di paragone con nessun altro scrittore), la scure che si abbatte sulle teste degli uni e degli altri è la stessa. Ed è molto affilata.

Come ho già avuto modo di osservare a proposito di La civetta cieca, Sadeq Hedayat è uno scrittore che ha subito il fascino letterario dell’Occidente e l’ha fatto suo. I suoi testi riecheggiano lo spirito e le tematiche proprie della modernità letteraria europea innestandosi su un impianto scenico prettamente orientale. Così, se le ambientazioni sono quasi tutte iraniane (città o villaggi che siano), e i personaggi prototipi di quella società e di quella cultura, le vicende esistenziali e le conclusioni cui essi giungono strizzano l’occhio a ciò che veniva scritto nell’Europa del tempo. Non tanto nei fatti nudi e semplici, i quali non appartengono in via esclusiva a nessuna tradizione o cultura, quanto nel fuoco, nella febbre e nell’urgenza di raccontarli tornandoci ripetutamente sopra. Oltre allo sfinimento, alla desolazione e alla perdita di un orizzonte metafisico, nei racconti di Hedayat si avverte distintamente quella rassegnazione a cercare una via d’uscita che lo rende così simile agli autori pre-esistenzialisti con cui, in Francia, aveva avuto modo di entrare in contatto. Da qui, forse, la sua critica – a tratti nettissima – agli usi e ai costumi del Paese d’origine, spesso presentati come i veri responsabili dell’annichilimento dell’individuo.

Sadeq Hedayat

Il nodo tematico di Il randagio e altri racconti, il leitmotiv che fa da minimo comun denominatore di tutta la raccolta è infatti proprio lo scontro impari fra individuo e società. Un topos universale che è nato con la letteratura stessa e che ha vissuto una delle sue stagioni più importanti proprio nel Novecento, divenendo in alcuni momenti la stessa ragion d’essere del romanzo europeo. Quella che però, almeno in Europa, appariva come il dissidio tra un individuo perfettamente cesellato nelle sue fragilità e una società grigia, indistinta, vaga tanto nel carattere quanto nei nomi con cui definirla (a volte il Mondo, a volte il Fuori, a volte l’Altro), in Hedayat diventa invece il duello tra un individuo in chiaroscuro e un mondo perfettamente circostanziato, ricco di dettagli e composto da elementi che hanno dei nomi propri, specifici: le nozze; l’onore personale e della famiglia; la devozione verso i genitori; il mantenimento della parola data; la reputazione da difendere; la fede o, ancora meglio, i riti che dovrebbero renderne testimonianza.

Nonostante la loro compattezza di natura sia stilistica sia contenutistica, i racconti di Il randagio presentano una discreta varietà interna. Come in ogni raccolta, alcuni si stagliano sugli altri. La deflagrazione della sofferenza in tragedia, la qualità letteraria con cui questa è resa rappresenta il principale metro a disposizione del lettore per esprimere la propria opinione e il proprio giudizio. Il fatto, per me, è che l’estensione del racconto non è sempre la più adatta per lo sviluppo tragico – è una questione di tempistiche. Quindi, sebbene la tragedia sia sempre dietro l’angolo, i racconti meglio riusciti di Hedayat, che ho preferito di più sono quelli in cui l’antieroe decide di non piegarsi all’Assurdo immolando sé stesso; ovvero quei racconti in cui lo scrittore ha scelto di allearsi con il lato grottesco dell’esistenza.