Considerazioni stregonesche di un lettore inattuale, seguito da: “Il tempo della nostalgia. ‘Sogni e favole’ di Emanuele Trevi”

Di Andrea Carria

Lo scorso giovedì, 10 giugno, nella suggestiva cornice del teatro romano di Benevento, è andata in scena la semifinale del Premio Strega, la quale ha consegnato la cinquina dei finalisti 2021:

  • Emanuele TreviDue Vite (Neri Pozza) con 256 voti;
  • Edith BruckIl pane perduto (La Nave di Teseo) con 221 voti;
  • Donatella Di PietrantonioBorgo sud (Einaudi) con 220 voti;
  • Giulia CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) con 215 voti;
  • Andrea BajaniIl libro delle case (Feltrinelli) con 203 voti.

Per conoscere il vincitore bisognerà attendere fino all’8 luglio, quando sulla kermesse letteraria più blasonata d’Italia calerà il sipario. Fino a quel momento ogni pronostico è il benvenuto.

Vi dico subito la verità: ancora non ne ho letto nessuno dei romanzi rimasti in gara. Rumore e clamore non mi attraggono, e quando ciò vede coinvolti i libri – da lettore – ecco che cambio strada ancora più rapidamente. Amo le nicchie silenziose e appartate, è vero, eppure non mi considero un lettore di nicchia; sono inattuale e, più che altro, desidero scegliermi da solo i libri da leggere e quando leggerli, soprattutto nel caso dell’editoria main stream (la quale dalle parti dello Strega fa gli onori di casa). Chi mi conosce lo sa, infatti non mi consiglia mai cosa leggere perché tanto faccio come mi pare. Sono fatto così.

Tornando allo Strega, l’esperienza mi ha insegnato che spesso mi capita di prenderli in mano dopo – i libri acclamati del momento, vincitori di premi – quando tutti gli altri se ne sono dimenticati, le inserzioni non li pompano più in tutti i ritagli di schermo del web e finalmente diventa possibile leggerli per ciò che sono davvero. Se tuttavia a distanza di tempo un romanzo continua a non incuriosirmi, passo serenamente oltre; non ci penso più e allora mi dico che forse andrà meglio il prossimo anno.

Sull’onda di queste considerazioni libresche e stregonesche, oggi vi propongo un articolo che scrissi qualche anno fa per il blog Sul Romanzo, una mia recensione a Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2019), uno degli scrittori italiani che stimo maggiormente e che quest’anno, con il suo Due vite, è tra i più quotati per la vittoria dell’8 luglio.

Il tempo della nostalgia. “Sognie favole” di Emanuele Trevi

Dopo qualche anno dall’ultimo romanzo, Emanuele Trevi torna alla letteratura con Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019), opera sperimentale in cui l’autore combina la sua doppia attività di scrittore e di critico letterario.

Il libro ci porta indietro nel tempo, nella Roma degli anni Ottanta, dove a chi frequentava le sue vie e suoi locali poteva capitare, specie la sera, di fare incontri inattesi con i personaggi più grandi della cultura e dell’arte:

«Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano, spremuta fino all’ultima goccia, e dunque una caccia magica, e nello stesso tempo una specie di elaborato rito sacrificale, l’immolarsi e molte volte l’incenerirsi dell’individuo sul rogo della sua visione. Ricordo che certi libri – le poesie di Gottfried Benn, le ultime prose di Beckett, i racconti di Clarice Lispector – passavano di mano in mano lasciando ustioni, come carboni ardenti. Il sotto titolo della vita di Eliogabalo scritta da Artaud era l’anarchico incoronato. Quello del saggio su Van Gogh: il suicidato della società. Sovrapponendo queste due immagini, era facile rendersi conto che i loro bordi coincidevano alla perfezione, che non c’era nessuna reale differenza».

E un incontro è proprio quello che accade una sera al giovane protagonista del libro, il quale, al momento di spegnere le luci nella sala del cineclub dove lavora, fa la conoscenza di Arturo Patten, celebre fotografo di quegli anni, in lacrime a causa del fallimento della sua storia d’amore. Da questo momento parte una narrazione del tutto atipica e piena di sorprese in cui chi legge non può che affidarsi alla penna infaticabile e piena di estro dell’autore.

Ciò che va rilevato subito è che la sperimentazione di Trevi sta tutta nel modo in cui egli sceglie di trattare la materia del suo libro. L’esempio che potrei fare lo ricavo dall’incipit così come l’ho raccontato poche righe sopra, nel quale troviamo un inizio tipicamente romanzesco (Arturo che piange sulla poltroncina di un cinema, ripensando all’amata) cui non segue lo sviluppo di trama che ci si aspetterebbe di trovare. A dire il vero si dovrebbe parlare di trame, giacché le vicende umane raccontate sono più di una, ma pensare Sogni e favole come un romanzo non è solo riduttivo, è anche inesatto. Narrazione e riflessione sono infatti intrecciate tanto in profondità da contaminarsi e sostenersi l’un l’altra. Di forte presa e riconoscibilità sono i molti brani di taglio saggistico che espandono il racconto oltre i confini del puro intrattenimento per gettare sguardi intelligenti fin dove la curiosità e l’interesse di Trevi sono richiamati. In questo modo, critica letteraria, analisi psicologica, storia del cinema, intuizioni estetiche e squarci autobiografici danno luogo a un itinerario originale e personalissimo, dove i generi perdono i propri contorni stilistici per fondersi gli uni negli altri.

Come tante altre opere postmoderne, anche in Sogni e favole lo scorrere del tempo assume un valore strutturale e metaletterario importante, frutto di studio, ragionamento e di una conoscenza profonda dei gangli narrativi. Alcune delle pagine migliori di Trevi sono quelle in cui il tempo si fa nostalgia. La minuta descrizione dell’universo che si apriva intorno ai cineclub degli anni Ottanta, la complessa rievocazione di ambienti, ricordi, entusiasmo e aspettative di chi li frequentava sono resi in un modo così vivido da creare emozione intorno a un’intera epoca. Ma la cosa straordinaria è come questa emozione accomuni sia i testimoni che l’hanno vissuta (vedi il protagonista del libro), sia chi, come me, per ragioni anagrafiche ne hanno soltanto sentito parlare. Per i primi si parla di nostalgia, per i secondi di immedesimazione. Un lavoro per niente semplice, quello condotto da Emanuele Trevi, il quale accompagna anche il lettore più giovane verso un dialogo personale e schietto con le atmosfere di una Roma lontana non solo nel tempo, ma anche nell’immaginario:

«C’erano molte limitazioni, dal numero di scatti fotografici consentiti dalla lunghezza di un rullino (fino a un massimo di trentasei!) a quello dei solchi di un disco. I viaggi in treno erano così lunghi che nella forzata intimità degli scompartimenti a sei posti, coi loro braccioli muniti di portacenere stracolmi di mozziconi, una civiltà narrativa secolare celebrava i suoi ultimi fasti, come solo poteva accadere tra sconosciuti che non si sarebbero più rivisti, e che quasi mai si scambiavano il nome».

È l’uso che facciamo del tempo a essere cambiato, e sono proprio constatazioni apparentemente semplici come questa a fare da prodromo ai brani più lucidi del libro, dove non si risparmiano nemmeno le critiche alla realtà contemporanea, definita, tra le altre cose, come un «gioco» in cui arte e cultura, ormai defraudate della loro missione originaria, si sono ridotte a «tenere buona la gente a colpi di consenso narrativo e identificazione emotiva».

Sogni e favole non è uno di quei libri che dissimulano sé stessi, per cui sarebbe fazioso e ingiusto dire che non nutra la minima ambizione intellettuale. Non lo so, è come se tranquillizzare i lettori da questo punto di vista sia diventato un dovere trasversale per tutti coloro che si occupano di recensioni e comunicati stampa, quasi come se presentare un libro meno impegnato di quello che è in realtà sia l’unico modo che un’opera abbia per accaparrarsi il «consenso narrativo» a cui accennavo sopra ed essere presa in considerazione dal pubblico. Così, se nella cinematografia di oggi non c’è più posto per i lunghissimi tempi morti delle pellicole di Andrej Tarkovskij (è suo Stalker, il film che Arturo Patten guarda al cinema, quella sera), nella letteratura non ce n’è più per le trattazioni che si prendono troppo sul serio.

Da libro nostalgico qual è, da opera postmoderna che rammenta i fasti del romanzo-saggio novecentesco, Sogni e favole tenta di sottrarsi a questa spinta omologatrice giocando con gli stili e i generi letterari fino a sbarazzarsi di qualsiasi istanza classificatoria. Nelle sue pagine, i grandi poeti e artisti del passato scendono dai piedistalli nelle strade del romanzesco, diventano i nomi di un cast fuori dal tempo che, se sotto la penna del critico intrecciano relazioni di differenti gradi di complessità, sotto quella dello scrittore – una penna che Trevi impugna con altrettanta abilità – essi popolano diorami nostalgici e suggestivi, le quinte di una storia che approda felicemente alla narrativa per quanto l’impressione, difficile da togliere, sia che lo abbia fatto più per sbaglio che per intenzione.

*Per l’immagine di copertina: ©Musacchio-Ianniello-Pasqualini