Nella morte non c’è consolazione: “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

Di Andrea Carria

Un uomo. Solo. L’ultimo sulla faccia della Terra. Il pensiero corre subito a Io sono leggenda, o comunque a qualche altro scenario distopico o post-apocalittico, eppure non è questa la direzione che prenderemo oggi. O meglio: lo è, ma solo in parte. Niente fantascienza, ad esempio; casomai della filosofia. America? Nemmeno; ce ne staremo comodamente in Italia. E al posto di titoli avveniristici 2.0 il nostro sarà addirittura in latino: Dissipatio Humani Generis, ovvero Dissipatio H.G.

Guido Morselli, l’autore di questo romanzo, è uno dei grandi incompresi della letteratura italiana. Il caso dei casi, forse il più imbarazzante – per la letteratura italiana stessa e per tutti coloro (editori, caporedattori, giornalisti) che, con le proprie parole o decisioni, hanno il potere di influenzarla, se non quando di determinarla. Perché Morselli, finché rimase in vita, non ebbe la soddisfazione di vedere pubblicata nessuna sua opera. Tutte respinte fino all’ultima, fino all’ultimo; fino a quel fatidico 1973, l’anno in cui Morselli scrisse Dissipatio H.G. e poi si tolse la vita. La sua fortuna pertanto è integralmente postuma e ha iniziato a costituirsi all’indomani della morte. Della pubblicazione dei suoi romanzi si fece carico la casa editrice Adelphi con una media di un titolo all’anno circa dal 1974 al 1980. In virtù di questo, Dissipatio H.G. vide per la prima volta le stampe nel 1977.

Con la sua produzione letteraria, Guido Morselli ha dimostrato una netta predilezione per il genere distopico, genere a cui Dissipatio H.G. appartiene senza ombra di dubbio. Un uomo devastato e deciso a dire addio a questo mondo scopre, dopo aver miseramente tentato di suicidarsi la notte del suo quarantesimo compleanno, di essere rimasto l’unico abitante del pianeta. Crisopoli, una sorta di Babilonia del XX secolo e tempio della finanza che tanto ricorda Milano, è deserta. Tutto sembra essere al proprio posto, non ci sono segni di devastazione, le strade e le case, perfino le cose e gli oggetti sono dove sono sempre stati. Solo che tutto quanto è fermo, immoto, silenzioso. A mancare sono infatti gli uomini, le persone, le quali sembrano come essersi volatilizzate.

«C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fin della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto «solvens saeculum in favilla», assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.»

Il rifugio che il protagonista si è scelto è un paesino delle Alpi dove anche lì case e strade sono deserte, e gli unici incontri che si possono fare sono con gli ex animali domestici, ormai senza più padrone. La solitudine lo spinge verso la meditazione, verso la filosofia, cosa che rende il protagonista di Dissipatio parente dei personaggi nei romanzi di Thomas Bernhard: come per loro, anche il suo è un malessere esistenziale che si placa – se si placa – inseguendo il pensiero nei suoi percorsi più impervi. I quali si infilano nei pertugi più oscuri, proseguono su cornicioni stretti e affilati prima di spalancarsi, alla fine, su neri baratri di disperazione e morte.

Il suicidio – il vero soggetto del libro e che viene trattato anche a livello teorico come dimostrato dalle varie citazioni di Émile Durkheim – è visto dalla parte dell’aspirante suicida. O meglio, dell’ex aspirante suicida. Senza più una società che lo giudica facendolo sentire in difetto (Jean Améry, teorico della morte libera che forse avrebbe potuto apprezzare il romanzo di Morselli, usava la parola échec per esprimere questo stato), ecco che in lui la molla del suicidio viene disinnescata. La pistola dalla quale non si allontanava mai – «la ragazza dall’occhio nero», come Morselli la chiamava nei suoi romanzi – non gli dà più alcun conforto. Quale conforto può infatti dare la morte quando si è soli al mondo? Ci si uccide da soli, ma mai solamente per sé stessi. Il suicidio è un messaggio che si lascia a qualcuno; è l’ultimo, estremo, ferale tentativo di comunicazione verso il resto dell’umanità e del mondo. Il suicida non chiede testimoni ma cronisti. Vuole che qualcuno riceva il suo messaggio, ma soprattutto vuole che se ne parli, che venga raccontato. Se invece, come nel romanzo di Morselli, viene a mancare il destinatario, ecco che il suicidio non ha più ragion d’essere e ciò conferma anche quella che era stata, nell’Ottocento, la teoria rivoluzionaria di Durkheim, secondo cui il suicidio è un prodotto sociale.

«L’ignoto mi è addosso, e io sono solo, senza scampo. Non ho aiuto, non ho consiglio. A chi chiederò un esorcismo? Scienza, filosofia, forse rimangono. In me, e sia pure al grado millesimale, e in un barlume. Ma non hanno previsto niente di quello che succede, e non sanno niente niente. Sono io a sapere che, a ogni modo, ciò che succede non è pensabile, va oltre.
Una creatura umana non è fatta per trovarsi a questo. È la mia sola certezza. Quindi, un errore, una specie di negligenza inaudita, che un unico essere umano sia stato lasciato indietro.
L’ultimo degli uomini. Ultimo in duplice senso: ma di uno dei due sensi non m’interesso. Non mi giudico, non ho apprezzamenti da fare su di me. Mi è chiaro che sono il superstite, e questo sì, è indubbiamente assurdo, ingiusto, grottesco.
Fatemi morire, nel bene o nel male li devo raggiungere. Non ero diverso da loro, mi assomigliavano tutti. Ignoranza e superbia incluse.»

Come ha osservato Giorgio Manganelli, quello che Morselli compie in Dissipatio H.G. è uno straordinario ribaltamento di prospettiva: «Il suicida è vivo, i vivi sono, non già “morti”, ma “la morte”» .

Se in mezzo agli uomini la forza di andare avanti ancora un altro giorno gliela dava «la ragazza dall’occhio nero», la consapevolezza che avrebbe potuto ricorrere a lei in qualsiasi momento, una volta solo i problemi del protagonista cambiano veste ma non si dissipano. All’échec subentra l’inedia, e con essa una nuova, falsa consolazione, una via di fuga ancora più fasulla e insulsa dell’altra, così tanto da trasformarsi in allucinazione. È infatti curioso, ma in fondo nemmeno troppo, che dalle nebbie del suo passato emerga proprio adesso la figura del dottor Karpinsky, l’unica persona che sia stata disposta a comprenderlo riuscendo ad accendergli un baluginio di speranza nel buio. Anche Karpinsky, però, non può essergli di nessun aiuto concreto, non più. La maledizione, la iattura, o forse semplicemente il destino, o forse ancora più che il destino la circostanza vivente incarnata dal protagonista di Dissipatio H.G. sembra essere di non riuscire a trovare consolazione se non in ciò che per sua natura è impossibile, in ciò che è già stato tagliato fuori o che lo taglierà fuori nel momento stesso in cui sarà.

Questo breve romanzo per il quale la parola inclassificabile suona tanto bene da non aggiungergli nessun altro valore nasce come memoriale, prosegue come lamentazione e termina nella surrealtà. È stato detto che, per stile e contenuti, Morselli fosse un autore più europeo che italiano, e che anche da questo sia dipesa la sua sfortuna editoriale. Dissipatio H.G. è sicuramente un romanzo europeo, un romanzo per il quale la vastità dell’universo non è mai stata determinata dall’altezza di un campanile – religioso o laico che fosse. Non volendo e senza saperlo, forse quei critici e quei censori gli hanno fatto il complimento più bello – ma fuori tempo massimo. È una triste ingiustizia che nella morte non ci sia proprio nessuna consolazione.

Un’infaticabile esplorazione del pensiero: “Religione e ribellione” di Colin Wilson

Di Andrea Carria

Colin Wilson è sempre il benvenuto sul blog e possiamo ormai dire che da noi occupa una posizione speciale. Quando abbiamo pensato al sottotitolo Storie di letteratura e filosofia era proprio ad autori come lui che ci ispiravamo e da cui volevamo farci guidare: outsider del pensiero che stracciano i confini tra le discipline e che individuano connessioni dove tuti gli altri vedono solo differenze inconciliabili.

Religione e ribellione, ripubblicato recentemente da Carbonio Editore nella traduzione di Nicola Manuppelli, apparve in Inghilterra nel 1957, l’anno dopo la pubblicazione dell‘Outsider, di cui questo libro rappresenta di fatto la continuazione. Nel 1956 L’Outsider fu un vero caso editoriale e Wilson, che molti vedevano come una promessa della letteratura inglese, ebbe il suo momento di gloria. Purtroppo per lui fu di breve durata; l’Inghilterra del tempo, come ha spiegato Wilson stesso, aveva una grande voglia di rinnovamento culturale e in alcuni casi ciò la rese fin troppo incline all’acclamazione. Così, quando Religione e ribellione fece la propria comparsa, il libro non venne valutato per il suo valore intrinseco (così come non lo fu L’Outsider, sebbene per le ragioni opposte), ma venne bensì affossato per “compensare” alle lodi (ora immeritate) che a Wilson erano state frettolosamente attribuite all’esordio. Questa serie di triangolazioni storiche e culturali, su cui lo stesso Colin Wilson è tornato più volte nelle prefazioni alle ristampe dei suoi libri, ha fatto sì che per molto tempo né il pubblico né la critica abbiano potuto maturare un’opinione fondata e oggettiva della sua produzione letteraria, condannandolo a quel ruolo di parvenu incompreso di cui però Wilson ha sempre trovato il modo di fregiarsi.

Narratore e saggista, è forse proprio in quest’ultima veste che secondo me Colin Wilson risulta più incisivo. Nei suoi scritti letterari e filosofici ritrovo ogni volta il gusto autentico per la scoperta e forse, ancora di più, quello per l’esplorazione. La potenza di Wilson, che passa direttamente dalle pagine dell’Outsider a quelle di Religione e ribellione, sta proprio nel fatto che egli si senta libero di spaziare e di rivolgersi in qualunque direzione. Ancora prima di essere filosofico o letterario, il suo problema è di ordine antropologico: l’outsider, l’individuo che non si sente parte di…, è una persona in carne e ossa di cui però si trova traccia nei romanzi e nei libri di filosofia; è una persona in carne e ossa che ha avuto il volto di quello scrittore, di quel filosofo, di quel compositore, di quel pittore o di quel poeta, e infatti le biografie sono una delle fonti privilegiate utilizzate da Wilson. Ma è anche un problema storico in quanto non si è né si diventa outsider se mancano certe condizioni; e la condizione necessaria che Wilson individua proprio in Religione e ribellione è la «crisi spirituale di una civiltà materialmente prospera».

Basterebbe questo per vedere nell’outsider l’ipostasi stessa del Novecento – così come il flâneur può essere considerato l’ipostasi antropomorfa del tardo Ottocento urbano –, eppure Wilson non sembra supportare questa facile conclusione. Per lui l’outsider è, sì, un prodotto storico, ma non un prodotto storico cronologicamente delimitato, né una tappa dell’evoluzione; piuttosto è un modo di essere ovvero di porsi verso la realtà circostante, una forma di resistenza e quindi di ribellione qualora questa realtà scivoli verso l’ottundimento. Quello di cui infatti prendiamo coscienza leggendo Religione e ribellione è che ogni secolo ha avuto le sue crisi e che in ogni tempo ci sono stati intelletti che si sono posti di traverso rispetto alla corrente della storia, per il beneficio di tutti quanti. Per dirla con le parole di Wilson stesso,

«Se una civiltà è spiritualmente malata, l’individuo soffre della stessa malattia. Se è abbastanza sano da combattere, diventa un outsider».

Se i patroni del primo volume erano state figure come Shaw, Blake, Wells, in Religione e ribellione Wilson allarga ulteriormente il proprio pantheon. Proprio perché il problema dell’outsider è un problema che attraversa tutta quanta la storia e la sua materia «è un movimento verso la scienza del vivere», Wilson prende in esame figure di tutte le epoche molto diverse fra loro. In particolare analizza il loro rapporto con la religione, la quale è sempre stata vista da molti outsider come un modo per risolversi cercando di diventare degli insider. Ancora una volta, Wilson non ha paura di confrontarsi con i nomi più grandi e passare sotto la lente d’ingrandimento le loro biografie.

I saggi di Colin Wilson, e Religione e ribellione lo conferma, sono una massa eterogenea e in costante movimento di capitale intellettuale. Wilson potrebbe essere considerato un autore prolisso secondo gli standard moderni, tuttavia se seguiamo davvero i suoi ragionamenti fino in fondo ci accorgiamo che quello che da lontano potrebbe sembrare una ripetizione, in realtà è un nuovo modo di approcciare il problema, un nuovo punto di vista che a seconda dei casi fa luce oppure rimette tutto in discussione. Più che libri di tesi, i suoi sono libri di idee. Credo che non si offenderebbe se gli obiettassi che lancia più idee di quante ne riesca a chiarire. Wilson – e anche questo lo ha ribadito a più riprese – non ha mai creduto davvero che sarebbe venuto a capo del problema dell’outsider; lo vedeva come un problema troppo vasto e sfuggente, oltre che come la vera missione della sua attività di scrittore.

Franco e schietto proprio come il suo alter ego letterario Gerard Sorme, nonché intellettualmente onesto con sé stesso, Wilson è sempre stato pronto a rivedere le sue posizioni e, semmai, a ripartire daccapo. Le prefazioni che scrisse alle ristampe dell’Outsider così come di Religione e ribellione danno la misura morale e intellettuale dell’uomo. Sono documenti preziosi e ricchi di informazioni, oltre che biograficamente salienti; io le considero delle vere e proprie integrazioni al testo che instaurano con esso un dialogo dinamico che quasi mai è facoltativo (un modo garbato, il mio, per dirvi che vanno lette). Scritte spesso a distanza di molti anni, considero le prefazioni di Wilson così importanti perché sono la dimostrazione che l’outsider non ha rappresentato una fase nel suo percorso letterario e filosofico, e neppure un entusiasmo giovanile passeggero.

Sono d’altronde persuaso che Wilson avesse qualche problema con la parola fine. Leggendolo, e questo riguarda tanto i suoi saggi quanto le sue opere narrative, non tradisce mai l’intenzione di voler giungere da qualche parte, di arrivare e quindi di fermarsi. Idee tante e pure chiare, ma nessuna era mai definitiva. Era un viaggiatore, un esploratore del pensiero. Se fosse nato negli Stati Uniti, molto probabilmente avremmo parlato di lui come di quel Filosofo che la Beat Generation, a essere rigorosi, non ha mai veramente avuto.

La saga dei Melrose, parte V: “Lieto fine”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi finisce, dopo molto più tempo del previsto, la nostra serie di articoli dedicati al ciclo I Melrose di Edward St Aubyn e pubblicata in Italia da Neri Pozza, collana Bloom.

Il ritardo è dovuto a questioni interne della saga che, come ho descritto in alcuni articoli precedenti (questi i link al primo, secondo, terzo e quarto) hanno cambiato parzialmente la prospettiva del narratore, facendomi perdere temporaneamente l’interesse nella prosecuzione della lettura. Ad ogni modo, non c’è di che preoccuparsi: l’epilogo di questa saga vale lo sforzo e anche qualche delusione – congenita in moltissimi romanzi – in due o tre punti.

Questo ultimo volume, dall’emblematico titolo Lieto fine, segna la conclusione del lungo percorso che ha condotto Patrick Melrose sulla via della piena consapevolezza di sé. Questo episodio è speculare al primo per molti versi: primo fra tutti, il funerale di Eleanor Melrose, la madre di Patrick, le cui esequie riempiono l’intero arco della narrazione. Proprio come in Non importa l’evento sul quale tutto si incardinava era la cremazione del padre David, in questo ultimo libro il protagonista ripercorre nuovi episodi della sua vita, e altri più vecchi e già visti, alla luce delle considerazioni inedite che la scomparsa della madre comporta.

Anna Madeley e Benedict Cumberbatch nell’adattamento prodotto da Sky di “Patrick Melrose”

Temporalmente, la storia si colloca in una data ben precisa: il 9 aprile 2005. Questo elemento ci viene fornito dalla zia materna di Patrick, Nancy, che redarguisce il nipote per la pessima scelta del giorno del funerale di sua sorella facendo notare che tutti sono al matrimonio del Principe di Galles e che dunque non potranno partecipare al loro evento familiare.

Fuor di battuta o di esagerazione in stile britannico (comunque inapplicabile a questo caso poiché Nancy è statunitense), questo elemento dà il pretesto a St Aubyn per iniziare il lungo di giro di flashback dei principali invitati al funerale e, proprio prendendo come esempio la zia Nancy, viene approfondita la storia gloriosa, per parte di madre, della famiglia di Patrick: una famiglia dai possedimenti e dal patrimonio a dir poco faraonico, che per mezzo di un matrimonio infelice ha condotto al legame con delle antiche famiglie della ormai decaduta nobiltà europea. Tutto questo però non interessa Patrick, così come non interessava a Eleanor che anzi, proprio sul letto di morte pregò il figlio di non dire a nessuno che sua madre era una duchessa.

Edward St Aubyn. Photo credit: wwd.com

Questi elementi si collegano in maniera interessante con l’amalgama dei pensieri della contemporaneità: da una parte abbiamo i personaggi come Patrick, Mary, Annette, che vivono e ricordano gli ultimi anni della defunta: la sua malattia, l’inesorabile decadimento, la fine di un mondo legato, rispettivamente per ogni personaggio, alla fanciullezza, alla maturità e all’anzianità della donna. Nancy, invece, rappresenta la paladina del rimpianto, dell’invidia e della non accettazione del cambiamento dei tempi.

Ogni nuovo personaggio che fa il suo ingresso nella cappella dove sta per tenersi la cerimonia allarga di più le crepe della rimembranza di Patrick: i suoi soggiorni in Provenza, il periodo di cura in una comunità per alcolisti e malati di depressione, scene di una vita familiare che ambiva a essere felice ma che, per colpa degli oscuri fantasmi del passato, mina costantemente la quotidianità che con fatica viene costruita.

Chi legge si ritrova nella stessa situazione del protagonista: assiste in diretta a un mondo che si sfalda, conta più persone morte che vive e non è affatto sicuro di non essere il prossimo sulla lista. Siamo messi di fronte a un’amara verità: prima o poi tutti noi rimarremo orfani, saremo totalmente soli e liberi da ogni tipo di vincolo terreno con la nostra famiglia.

Se però è vero che il nostro albero familiare perde le proprie radici, è pur vero che da quello stesso albero vengono generati dei frutti. Questi sono rappresentati da Robert e Thomas, i due bambini del protagonista che, con la loro innata arguzia e senza nessun pelo sulla lingua, riescono a sgonfiare le tensioni che si creano nell’aria e fra i personaggi. Rimettono in prospettiva tutte le borie degli adulti, ridicolizzano atteggiamenti ormai inveterati nell’animo e, non senza una certa crudele inconsapevolezza, ci fanno fare delle docce fredde per le quali saremo loro grati.

In fin dei conti, se siamo abbastanza maturi e coraggiosi da lasciarci passare sopra i nostri traumi e le aspre battaglie che abbiamo condotto e conduciamo contro la nostra famiglia, potremmo renderci in grado di comprendere e apprezzare pienamente il Lieto fine delle nostre vicende.