È facile dire ‘assassino’ quando sei già dannato: “Gli osservati” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Dopo Il caravan, romanzo con cui si è fatta conoscere in Italia lo scorso anno, quest’estate Jennifer Pashley torna in libreria con il suo nuovo thriller Gli osservati, pubblicato sempre da Carbonio Editore nella traduzione di Anna Mioni.

Spring Falls, Stato di New York. Una segnalazione anonima avverte l’agente Kateri Fisher di andare a vedere cosa è accaduto nella proprietà dei Jenkins, nei boschi alla periferia della cittadina. Giunta sul posto Kateri si rende immediatamente conto che deve essere accaduto qualcosa di tragico, ma la scoperta più scioccante è il ritrovamento di una bambina chiusa in un ripostiglio in stato di shock. Chi ce l’ha messa e perché? Dov’è la sua famiglia? Nel terreno della proprietà vengono quindi rinvenute delle ossa semicarbonizzate, probabilmente umane. Probabilmente appartengono alla madre della bambina, Pearl. Ma chi ha potuto commettere un gesto tanto atroce? I Jenkins sono tra le famiglie più sbandate di Spring Falls; crimini, debiti e degrado segnano le esistenze di tutti loro, e non sarebbe una novità che con un background del genere si abbiano dei rigurgiti di violenza derivanti da antichi conti in sospeso. Ad attirare l’attenzione dell’agente Fisher e del suo collega Hurt è però la figura di Shannon Jenkins, il figlio maggiore della presunta vittima, del quale si sono perse le tracce. A ben guardare, Shannon è forse quello che poteva avercela di più con Pearl, donna problematica affetta da depressione cronica e dipendente dalla droga, e il fatto che sia sparito dalla circolazione non depone a suo favore. E poi c’è Birdie, la bambina, del quale in paese nessuno sapeva niente. Possibile che Pearl e Shannon l’avessero tenuta segregata in casa per tutto quel tempo occultandola al resto del mondo? Da chi dovevano nasconderla?

«Ce n’è uno in ogni città. Un solitario. Un outsider. Uno sconosciuto che è fuori posto; qualcuno che è piovuto in paese, sconnesso da chi è lì da generazioni. In qualche caso il forestiero rimane e impara ad adattarsi, e dopo anni nessuno più lo considera strano. A volte si cerca di trattenerlo, come per catturare un giovane daino che traballa ancora sulle zampe affusolate. Ma a un certo punto, sai che se ne deve andare. A un certo punto molli la presa e il daino segue il suo istinto. Fa quello per cui è nato.»

Con Gli osservati Jennifer Pashley riprende l’esplorazione della provincia rurale americana e dei suoi crimini. Ancora una volta quella del disagio sociale è la lente attraverso cui sceglie di osservare le distorsioni individuali e collettive che sono alla base delle sue storie. I personaggi che le animano sono individui ai margini, scarti sociali, persone alle quali la vita ha quasi sempre negato una seconda possibilità. Il crimine, la possibilità di ricorrervi è, nelle loro mani, uno strumento come qualunque altro. Non è una coincidenza né un caso né una scelta; per loro sembra quasi un destino, come se fossero stati marchiati a fuoco fin dalla nascita. Forse è proprio questo il tipo di lettura di cui Pashley ha maggiore esperienza, questo sulla pagina appare e fa la differenza. L’imprimatur che Jennifer Pashley dà ai suoi personaggi è forte. La sua capacità non si limita a modellare per loro dei caratteri ben definiti, ma arriva a fare di quei caratteri la voce stessa dei personaggi rendendo ciascuno di essi perfettamente riconoscibile nella propria individualità. Questo per dire che, sebbene i personaggi principali degli Osservati incarnino molti degli stereotipi tipici del giallo (il poliziotto tormentato con un passato nebuloso, il collega-amico con i sentimenti in bilico, il capro espiatorio che concentra sulla sua testa tutte le iatture del mondo), Pashley riesce comunque a dargli spessore con delle opportune iniezioni di personalità rendendo interessante la loro parte.

La sua predilezione per le trame provenienti dal mondo LGBTQ+ porta con sé profili di personaggi che si caratterizzano anche per il loro orientamento sessuale. Nonostante sia una storia ambientata in provincia, Pashley, come accade regolarmente nella narrativa americana, scava sotto la pelle di gay e lesbiche consegnando un loro ritratto a tutto tondo, e quindi più realistico, dove la notazione sessuale è solo un dato di fatto dal quale partire e non un evento da indagare a monte, magari facendo pure della scadente dietrologia psicopedagogica.

Jennifer Pashley © Martirene Alcantara

La trama del romanzo è avvincente, la sua struttura decisamente più solida di quella del Caravan nel quale, nonostante il piacevole ricordo che mi ha lasciato, avevo avvertito qualche scricchiolio. Un giallo è un’architettura, un meccanismo a orologeria dove tutto deve corrispondersi e integrarsi alla perfezione; dal punto di vista tecnico è uno dei generi che permette meno variazioni e anche il dettaglio più piccolo, se non si incastra o peggio ancora se non funziona, è come una trave nell’occhio in chi legge. Nel suo nuovo romanzo, Pashley ha mantenuto solo gli elementi funzionali allo svolgimento e ha fatto un buon lavoro sulla messa a punto degli ingranaggi. A essere rigorosi e pedanti, qualche nodo poteva ancora essere sciolto, ma questa valutazione non incide sulla buona – molto buona – qualità complessiva del libro.

La scrittura, ancora più pulita e nitida di quanto ricordassi, testimonia la crescita generale di Jennifer Pashley come scrittrice. Negli Osservati ha rinunciato ai brani più letterari che creavano i begli intarsi stilistici nella prosa del Caravan a favore di una scrittura più scarna e concisa. Anche in questo caso la scelta funziona. Il romanzo deve infatti una parte importante della sua fluidità a come l’autrice ha impostato la pagina, a come e dove le parole vanno a posizionarsi. Asciutta e composta, il prototipo di una pagina degli Osservati è un’alternanza pressoché stabile di brevi descrizioni e dialoghi snelli ben cadenzati.
Confermato, invece, il punto di vista sdoppiato sui fatti. La messa a punto maggiore si osserva proprio in questo caso; se infatti nel Caravan tale scelta aveva esposto il romanzo a un auto spoileraggio, questa volta Pashley è stata più accorta e la storia, pur procedendo su due binari, mantiene integra la suspence prendendosi maggiormente cura delle aspettative e delle esigenze di chi legge.

L’unica vera osservazione che faccio riguarda la trovata dickensiana del finale. Va bene, può starci, ma il personaggio che ne è l’ispiratore rimane forse troppo al buio, volutamente non si sa niente di lui e questo inficia la credibilità del suo gesto – anche se dall’altra parte lascia liberi di ricamare con l’immaginazione. Qualche dettaglio in più avrebbe reso felice l’istanza comportamentista della mia parte razionale – sulla quale, in questo caso, posso tuttavia passare rapidamente sopra. Da Jennifer Pashley continuo infatti a ricevere belle impressioni, quasi solo belle impressioni. Impressioni che, quando e se si sedimentano, diventano bei ricordi. E se un libro ne lascia, di bei ricordi, allora vuol dire che è un buon libro e che chi l’ha scritto vale.