È facile dire ‘assassino’ quando sei già dannato: “Gli osservati” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Dopo Il caravan, romanzo con cui si è fatta conoscere in Italia lo scorso anno, quest’estate Jennifer Pashley torna in libreria con il suo nuovo thriller Gli osservati, pubblicato sempre da Carbonio Editore nella traduzione di Anna Mioni.

Spring Falls, Stato di New York. Una segnalazione anonima avverte l’agente Kateri Fisher di andare a vedere cosa è accaduto nella proprietà dei Jenkins, nei boschi alla periferia della cittadina. Giunta sul posto Kateri si rende immediatamente conto che deve essere accaduto qualcosa di tragico, ma la scoperta più scioccante è il ritrovamento di una bambina chiusa in un ripostiglio in stato di shock. Chi ce l’ha messa e perché? Dov’è la sua famiglia? Nel terreno della proprietà vengono quindi rinvenute delle ossa semicarbonizzate, probabilmente umane. Probabilmente appartengono alla madre della bambina, Pearl. Ma chi ha potuto commettere un gesto tanto atroce? I Jenkins sono tra le famiglie più sbandate di Spring Falls; crimini, debiti e degrado segnano le esistenze di tutti loro, e non sarebbe una novità che con un background del genere si abbiano dei rigurgiti di violenza derivanti da antichi conti in sospeso. Ad attirare l’attenzione dell’agente Fisher e del suo collega Hurt è però la figura di Shannon Jenkins, il figlio maggiore della presunta vittima, del quale si sono perse le tracce. A ben guardare, Shannon è forse quello che poteva avercela di più con Pearl, donna problematica affetta da depressione cronica e dipendente dalla droga, e il fatto che sia sparito dalla circolazione non depone a suo favore. E poi c’è Birdie, la bambina, del quale in paese nessuno sapeva niente. Possibile che Pearl e Shannon l’avessero tenuta segregata in casa per tutto quel tempo occultandola al resto del mondo? Da chi dovevano nasconderla?

«Ce n’è uno in ogni città. Un solitario. Un outsider. Uno sconosciuto che è fuori posto; qualcuno che è piovuto in paese, sconnesso da chi è lì da generazioni. In qualche caso il forestiero rimane e impara ad adattarsi, e dopo anni nessuno più lo considera strano. A volte si cerca di trattenerlo, come per catturare un giovane daino che traballa ancora sulle zampe affusolate. Ma a un certo punto, sai che se ne deve andare. A un certo punto molli la presa e il daino segue il suo istinto. Fa quello per cui è nato.»

Con Gli osservati Jennifer Pashley riprende l’esplorazione della provincia rurale americana e dei suoi crimini. Ancora una volta quella del disagio sociale è la lente attraverso cui sceglie di osservare le distorsioni individuali e collettive che sono alla base delle sue storie. I personaggi che le animano sono individui ai margini, scarti sociali, persone alle quali la vita ha quasi sempre negato una seconda possibilità. Il crimine, la possibilità di ricorrervi è, nelle loro mani, uno strumento come qualunque altro. Non è una coincidenza né un caso né una scelta; per loro sembra quasi un destino, come se fossero stati marchiati a fuoco fin dalla nascita. Forse è proprio questo il tipo di lettura di cui Pashley ha maggiore esperienza, questo sulla pagina appare e fa la differenza. L’imprimatur che Jennifer Pashley dà ai suoi personaggi è forte. La sua capacità non si limita a modellare per loro dei caratteri ben definiti, ma arriva a fare di quei caratteri la voce stessa dei personaggi rendendo ciascuno di essi perfettamente riconoscibile nella propria individualità. Questo per dire che, sebbene i personaggi principali degli Osservati incarnino molti degli stereotipi tipici del giallo (il poliziotto tormentato con un passato nebuloso, il collega-amico con i sentimenti in bilico, il capro espiatorio che concentra sulla sua testa tutte le iatture del mondo), Pashley riesce comunque a dargli spessore con delle opportune iniezioni di personalità rendendo interessante la loro parte.

La sua predilezione per le trame provenienti dal mondo LGBTQ+ porta con sé profili di personaggi che si caratterizzano anche per il loro orientamento sessuale. Nonostante sia una storia ambientata in provincia, Pashley, come accade regolarmente nella narrativa americana, scava sotto la pelle di gay e lesbiche consegnando un loro ritratto a tutto tondo, e quindi più realistico, dove la notazione sessuale è solo un dato di fatto dal quale partire e non un evento da indagare a monte, magari facendo pure della scadente dietrologia psicopedagogica.

Jennifer Pashley © Martirene Alcantara

La trama del romanzo è avvincente, la sua struttura decisamente più solida di quella del Caravan nel quale, nonostante il piacevole ricordo che mi ha lasciato, avevo avvertito qualche scricchiolio. Un giallo è un’architettura, un meccanismo a orologeria dove tutto deve corrispondersi e integrarsi alla perfezione; dal punto di vista tecnico è uno dei generi che permette meno variazioni e anche il dettaglio più piccolo, se non si incastra o peggio ancora se non funziona, è come una trave nell’occhio in chi legge. Nel suo nuovo romanzo, Pashley ha mantenuto solo gli elementi funzionali allo svolgimento e ha fatto un buon lavoro sulla messa a punto degli ingranaggi. A essere rigorosi e pedanti, qualche nodo poteva ancora essere sciolto, ma questa valutazione non incide sulla buona – molto buona – qualità complessiva del libro.

La scrittura, ancora più pulita e nitida di quanto ricordassi, testimonia la crescita generale di Jennifer Pashley come scrittrice. Negli Osservati ha rinunciato ai brani più letterari che creavano i begli intarsi stilistici nella prosa del Caravan a favore di una scrittura più scarna e concisa. Anche in questo caso la scelta funziona. Il romanzo deve infatti una parte importante della sua fluidità a come l’autrice ha impostato la pagina, a come e dove le parole vanno a posizionarsi. Asciutta e composta, il prototipo di una pagina degli Osservati è un’alternanza pressoché stabile di brevi descrizioni e dialoghi snelli ben cadenzati.
Confermato, invece, il punto di vista sdoppiato sui fatti. La messa a punto maggiore si osserva proprio in questo caso; se infatti nel Caravan tale scelta aveva esposto il romanzo a un auto spoileraggio, questa volta Pashley è stata più accorta e la storia, pur procedendo su due binari, mantiene integra la suspence prendendosi maggiormente cura delle aspettative e delle esigenze di chi legge.

L’unica vera osservazione che faccio riguarda la trovata dickensiana del finale. Va bene, può starci, ma il personaggio che ne è l’ispiratore rimane forse troppo al buio, volutamente non si sa niente di lui e questo inficia la credibilità del suo gesto – anche se dall’altra parte lascia liberi di ricamare con l’immaginazione. Qualche dettaglio in più avrebbe reso felice l’istanza comportamentista della mia parte razionale – sulla quale, in questo caso, posso tuttavia passare rapidamente sopra. Da Jennifer Pashley continuo infatti a ricevere belle impressioni, quasi solo belle impressioni. Impressioni che, quando e se si sedimentano, diventano bei ricordi. E se un libro ne lascia, di bei ricordi, allora vuol dire che è un buon libro e che chi l’ha scritto vale.

Nella morte non c’è consolazione: “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

Di Andrea Carria

Un uomo. Solo. L’ultimo sulla faccia della Terra. Il pensiero corre subito a Io sono leggenda, o comunque a qualche altro scenario distopico o post-apocalittico, eppure non è questa la direzione che prenderemo oggi. O meglio: lo è, ma solo in parte. Niente fantascienza, ad esempio; casomai della filosofia. America? Nemmeno; ce ne staremo comodamente in Italia. E al posto di titoli avveniristici 2.0 il nostro sarà addirittura in latino: Dissipatio Humani Generis, ovvero Dissipatio H.G.

Guido Morselli, l’autore di questo romanzo, è uno dei grandi incompresi della letteratura italiana. Il caso dei casi, forse il più imbarazzante – per la letteratura italiana stessa e per tutti coloro (editori, caporedattori, giornalisti) che, con le proprie parole o decisioni, hanno il potere di influenzarla, se non quando di determinarla. Perché Morselli, finché rimase in vita, non ebbe la soddisfazione di vedere pubblicata nessuna sua opera. Tutte respinte fino all’ultima, fino all’ultimo; fino a quel fatidico 1973, l’anno in cui Morselli scrisse Dissipatio H.G. e poi si tolse la vita. La sua fortuna pertanto è integralmente postuma e ha iniziato a costituirsi all’indomani della morte. Della pubblicazione dei suoi romanzi si fece carico la casa editrice Adelphi con una media di un titolo all’anno circa dal 1974 al 1980. In virtù di questo, Dissipatio H.G. vide per la prima volta le stampe nel 1977.

Con la sua produzione letteraria, Guido Morselli ha dimostrato una netta predilezione per il genere distopico, genere a cui Dissipatio H.G. appartiene senza ombra di dubbio. Un uomo devastato e deciso a dire addio a questo mondo scopre, dopo aver miseramente tentato di suicidarsi la notte del suo quarantesimo compleanno, di essere rimasto l’unico abitante del pianeta. Crisopoli, una sorta di Babilonia del XX secolo e tempio della finanza che tanto ricorda Milano, è deserta. Tutto sembra essere al proprio posto, non ci sono segni di devastazione, le strade e le case, perfino le cose e gli oggetti sono dove sono sempre stati. Solo che tutto quanto è fermo, immoto, silenzioso. A mancare sono infatti gli uomini, le persone, le quali sembrano come essersi volatilizzate.

«C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fin della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto «solvens saeculum in favilla», assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.»

Il rifugio che il protagonista si è scelto è un paesino delle Alpi dove anche lì case e strade sono deserte, e gli unici incontri che si possono fare sono con gli ex animali domestici, ormai senza più padrone. La solitudine lo spinge verso la meditazione, verso la filosofia, cosa che rende il protagonista di Dissipatio parente dei personaggi nei romanzi di Thomas Bernhard: come per loro, anche il suo è un malessere esistenziale che si placa – se si placa – inseguendo il pensiero nei suoi percorsi più impervi. I quali si infilano nei pertugi più oscuri, proseguono su cornicioni stretti e affilati prima di spalancarsi, alla fine, su neri baratri di disperazione e morte.

Il suicidio – il vero soggetto del libro e che viene trattato anche a livello teorico come dimostrato dalle varie citazioni di Émile Durkheim – è visto dalla parte dell’aspirante suicida. O meglio, dell’ex aspirante suicida. Senza più una società che lo giudica facendolo sentire in difetto (Jean Améry, teorico della morte libera che forse avrebbe potuto apprezzare il romanzo di Morselli, usava la parola échec per esprimere questo stato), ecco che in lui la molla del suicidio viene disinnescata. La pistola dalla quale non si allontanava mai – «la ragazza dall’occhio nero», come Morselli la chiamava nei suoi romanzi – non gli dà più alcun conforto. Quale conforto può infatti dare la morte quando si è soli al mondo? Ci si uccide da soli, ma mai solamente per sé stessi. Il suicidio è un messaggio che si lascia a qualcuno; è l’ultimo, estremo, ferale tentativo di comunicazione verso il resto dell’umanità e del mondo. Il suicida non chiede testimoni ma cronisti. Vuole che qualcuno riceva il suo messaggio, ma soprattutto vuole che se ne parli, che venga raccontato. Se invece, come nel romanzo di Morselli, viene a mancare il destinatario, ecco che il suicidio non ha più ragion d’essere e ciò conferma anche quella che era stata, nell’Ottocento, la teoria rivoluzionaria di Durkheim, secondo cui il suicidio è un prodotto sociale.

«L’ignoto mi è addosso, e io sono solo, senza scampo. Non ho aiuto, non ho consiglio. A chi chiederò un esorcismo? Scienza, filosofia, forse rimangono. In me, e sia pure al grado millesimale, e in un barlume. Ma non hanno previsto niente di quello che succede, e non sanno niente niente. Sono io a sapere che, a ogni modo, ciò che succede non è pensabile, va oltre.
Una creatura umana non è fatta per trovarsi a questo. È la mia sola certezza. Quindi, un errore, una specie di negligenza inaudita, che un unico essere umano sia stato lasciato indietro.
L’ultimo degli uomini. Ultimo in duplice senso: ma di uno dei due sensi non m’interesso. Non mi giudico, non ho apprezzamenti da fare su di me. Mi è chiaro che sono il superstite, e questo sì, è indubbiamente assurdo, ingiusto, grottesco.
Fatemi morire, nel bene o nel male li devo raggiungere. Non ero diverso da loro, mi assomigliavano tutti. Ignoranza e superbia incluse.»

Come ha osservato Giorgio Manganelli, quello che Morselli compie in Dissipatio H.G. è uno straordinario ribaltamento di prospettiva: «Il suicida è vivo, i vivi sono, non già “morti”, ma “la morte”» .

Se in mezzo agli uomini la forza di andare avanti ancora un altro giorno gliela dava «la ragazza dall’occhio nero», la consapevolezza che avrebbe potuto ricorrere a lei in qualsiasi momento, una volta solo i problemi del protagonista cambiano veste ma non si dissipano. All’échec subentra l’inedia, e con essa una nuova, falsa consolazione, una via di fuga ancora più fasulla e insulsa dell’altra, così tanto da trasformarsi in allucinazione. È infatti curioso, ma in fondo nemmeno troppo, che dalle nebbie del suo passato emerga proprio adesso la figura del dottor Karpinsky, l’unica persona che sia stata disposta a comprenderlo riuscendo ad accendergli un baluginio di speranza nel buio. Anche Karpinsky, però, non può essergli di nessun aiuto concreto, non più. La maledizione, la iattura, o forse semplicemente il destino, o forse ancora più che il destino la circostanza vivente incarnata dal protagonista di Dissipatio H.G. sembra essere di non riuscire a trovare consolazione se non in ciò che per sua natura è impossibile, in ciò che è già stato tagliato fuori o che lo taglierà fuori nel momento stesso in cui sarà.

Questo breve romanzo per il quale la parola inclassificabile suona tanto bene da non aggiungergli nessun altro valore nasce come memoriale, prosegue come lamentazione e termina nella surrealtà. È stato detto che, per stile e contenuti, Morselli fosse un autore più europeo che italiano, e che anche da questo sia dipesa la sua sfortuna editoriale. Dissipatio H.G. è sicuramente un romanzo europeo, un romanzo per il quale la vastità dell’universo non è mai stata determinata dall’altezza di un campanile – religioso o laico che fosse. Non volendo e senza saperlo, forse quei critici e quei censori gli hanno fatto il complimento più bello – ma fuori tempo massimo. È una triste ingiustizia che nella morte non ci sia proprio nessuna consolazione.

Un’infaticabile esplorazione del pensiero: “Religione e ribellione” di Colin Wilson

Di Andrea Carria

Colin Wilson è sempre il benvenuto sul blog e possiamo ormai dire che da noi occupa una posizione speciale. Quando abbiamo pensato al sottotitolo Storie di letteratura e filosofia era proprio ad autori come lui che ci ispiravamo e da cui volevamo farci guidare: outsider del pensiero che stracciano i confini tra le discipline e che individuano connessioni dove tuti gli altri vedono solo differenze inconciliabili.

Religione e ribellione, ripubblicato recentemente da Carbonio Editore nella traduzione di Nicola Manuppelli, apparve in Inghilterra nel 1957, l’anno dopo la pubblicazione dell‘Outsider, di cui questo libro rappresenta di fatto la continuazione. Nel 1956 L’Outsider fu un vero caso editoriale e Wilson, che molti vedevano come una promessa della letteratura inglese, ebbe il suo momento di gloria. Purtroppo per lui fu di breve durata; l’Inghilterra del tempo, come ha spiegato Wilson stesso, aveva una grande voglia di rinnovamento culturale e in alcuni casi ciò la rese fin troppo incline all’acclamazione. Così, quando Religione e ribellione fece la propria comparsa, il libro non venne valutato per il suo valore intrinseco (così come non lo fu L’Outsider, sebbene per le ragioni opposte), ma venne bensì affossato per “compensare” alle lodi (ora immeritate) che a Wilson erano state frettolosamente attribuite all’esordio. Questa serie di triangolazioni storiche e culturali, su cui lo stesso Colin Wilson è tornato più volte nelle prefazioni alle ristampe dei suoi libri, ha fatto sì che per molto tempo né il pubblico né la critica abbiano potuto maturare un’opinione fondata e oggettiva della sua produzione letteraria, condannandolo a quel ruolo di parvenu incompreso di cui però Wilson ha sempre trovato il modo di fregiarsi.

Narratore e saggista, è forse proprio in quest’ultima veste che secondo me Colin Wilson risulta più incisivo. Nei suoi scritti letterari e filosofici ritrovo ogni volta il gusto autentico per la scoperta e forse, ancora di più, quello per l’esplorazione. La potenza di Wilson, che passa direttamente dalle pagine dell’Outsider a quelle di Religione e ribellione, sta proprio nel fatto che egli si senta libero di spaziare e di rivolgersi in qualunque direzione. Ancora prima di essere filosofico o letterario, il suo problema è di ordine antropologico: l’outsider, l’individuo che non si sente parte di…, è una persona in carne e ossa di cui però si trova traccia nei romanzi e nei libri di filosofia; è una persona in carne e ossa che ha avuto il volto di quello scrittore, di quel filosofo, di quel compositore, di quel pittore o di quel poeta, e infatti le biografie sono una delle fonti privilegiate utilizzate da Wilson. Ma è anche un problema storico in quanto non si è né si diventa outsider se mancano certe condizioni; e la condizione necessaria che Wilson individua proprio in Religione e ribellione è la «crisi spirituale di una civiltà materialmente prospera».

Basterebbe questo per vedere nell’outsider l’ipostasi stessa del Novecento – così come il flâneur può essere considerato l’ipostasi antropomorfa del tardo Ottocento urbano –, eppure Wilson non sembra supportare questa facile conclusione. Per lui l’outsider è, sì, un prodotto storico, ma non un prodotto storico cronologicamente delimitato, né una tappa dell’evoluzione; piuttosto è un modo di essere ovvero di porsi verso la realtà circostante, una forma di resistenza e quindi di ribellione qualora questa realtà scivoli verso l’ottundimento. Quello di cui infatti prendiamo coscienza leggendo Religione e ribellione è che ogni secolo ha avuto le sue crisi e che in ogni tempo ci sono stati intelletti che si sono posti di traverso rispetto alla corrente della storia, per il beneficio di tutti quanti. Per dirla con le parole di Wilson stesso,

«Se una civiltà è spiritualmente malata, l’individuo soffre della stessa malattia. Se è abbastanza sano da combattere, diventa un outsider».

Se i patroni del primo volume erano state figure come Shaw, Blake, Wells, in Religione e ribellione Wilson allarga ulteriormente il proprio pantheon. Proprio perché il problema dell’outsider è un problema che attraversa tutta quanta la storia e la sua materia «è un movimento verso la scienza del vivere», Wilson prende in esame figure di tutte le epoche molto diverse fra loro. In particolare analizza il loro rapporto con la religione, la quale è sempre stata vista da molti outsider come un modo per risolversi cercando di diventare degli insider. Ancora una volta, Wilson non ha paura di confrontarsi con i nomi più grandi e passare sotto la lente d’ingrandimento le loro biografie.

I saggi di Colin Wilson, e Religione e ribellione lo conferma, sono una massa eterogenea e in costante movimento di capitale intellettuale. Wilson potrebbe essere considerato un autore prolisso secondo gli standard moderni, tuttavia se seguiamo davvero i suoi ragionamenti fino in fondo ci accorgiamo che quello che da lontano potrebbe sembrare una ripetizione, in realtà è un nuovo modo di approcciare il problema, un nuovo punto di vista che a seconda dei casi fa luce oppure rimette tutto in discussione. Più che libri di tesi, i suoi sono libri di idee. Credo che non si offenderebbe se gli obiettassi che lancia più idee di quante ne riesca a chiarire. Wilson – e anche questo lo ha ribadito a più riprese – non ha mai creduto davvero che sarebbe venuto a capo del problema dell’outsider; lo vedeva come un problema troppo vasto e sfuggente, oltre che come la vera missione della sua attività di scrittore.

Franco e schietto proprio come il suo alter ego letterario Gerard Sorme, nonché intellettualmente onesto con sé stesso, Wilson è sempre stato pronto a rivedere le sue posizioni e, semmai, a ripartire daccapo. Le prefazioni che scrisse alle ristampe dell’Outsider così come di Religione e ribellione danno la misura morale e intellettuale dell’uomo. Sono documenti preziosi e ricchi di informazioni, oltre che biograficamente salienti; io le considero delle vere e proprie integrazioni al testo che instaurano con esso un dialogo dinamico che quasi mai è facoltativo (un modo garbato, il mio, per dirvi che vanno lette). Scritte spesso a distanza di molti anni, considero le prefazioni di Wilson così importanti perché sono la dimostrazione che l’outsider non ha rappresentato una fase nel suo percorso letterario e filosofico, e neppure un entusiasmo giovanile passeggero.

Sono d’altronde persuaso che Wilson avesse qualche problema con la parola fine. Leggendolo, e questo riguarda tanto i suoi saggi quanto le sue opere narrative, non tradisce mai l’intenzione di voler giungere da qualche parte, di arrivare e quindi di fermarsi. Idee tante e pure chiare, ma nessuna era mai definitiva. Era un viaggiatore, un esploratore del pensiero. Se fosse nato negli Stati Uniti, molto probabilmente avremmo parlato di lui come di quel Filosofo che la Beat Generation, a essere rigorosi, non ha mai veramente avuto.

La saga dei Melrose, parte V: “Lieto fine”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi finisce, dopo molto più tempo del previsto, la nostra serie di articoli dedicati al ciclo I Melrose di Edward St Aubyn e pubblicata in Italia da Neri Pozza, collana Bloom.

Il ritardo è dovuto a questioni interne della saga che, come ho descritto in alcuni articoli precedenti (questi i link al primo, secondo, terzo e quarto) hanno cambiato parzialmente la prospettiva del narratore, facendomi perdere temporaneamente l’interesse nella prosecuzione della lettura. Ad ogni modo, non c’è di che preoccuparsi: l’epilogo di questa saga vale lo sforzo e anche qualche delusione – congenita in moltissimi romanzi – in due o tre punti.

Questo ultimo volume, dall’emblematico titolo Lieto fine, segna la conclusione del lungo percorso che ha condotto Patrick Melrose sulla via della piena consapevolezza di sé. Questo episodio è speculare al primo per molti versi: primo fra tutti, il funerale di Eleanor Melrose, la madre di Patrick, le cui esequie riempiono l’intero arco della narrazione. Proprio come in Non importa l’evento sul quale tutto si incardinava era la cremazione del padre David, in questo ultimo libro il protagonista ripercorre nuovi episodi della sua vita, e altri più vecchi e già visti, alla luce delle considerazioni inedite che la scomparsa della madre comporta.

Anna Madeley e Benedict Cumberbatch nell’adattamento prodotto da Sky di “Patrick Melrose”

Temporalmente, la storia si colloca in una data ben precisa: il 9 aprile 2005. Questo elemento ci viene fornito dalla zia materna di Patrick, Nancy, che redarguisce il nipote per la pessima scelta del giorno del funerale di sua sorella facendo notare che tutti sono al matrimonio del Principe di Galles e che dunque non potranno partecipare al loro evento familiare.

Fuor di battuta o di esagerazione in stile britannico (comunque inapplicabile a questo caso poiché Nancy è statunitense), questo elemento dà il pretesto a St Aubyn per iniziare il lungo di giro di flashback dei principali invitati al funerale e, proprio prendendo come esempio la zia Nancy, viene approfondita la storia gloriosa, per parte di madre, della famiglia di Patrick: una famiglia dai possedimenti e dal patrimonio a dir poco faraonico, che per mezzo di un matrimonio infelice ha condotto al legame con delle antiche famiglie della ormai decaduta nobiltà europea. Tutto questo però non interessa Patrick, così come non interessava a Eleanor che anzi, proprio sul letto di morte pregò il figlio di non dire a nessuno che sua madre era una duchessa.

Edward St Aubyn. Photo credit: wwd.com

Questi elementi si collegano in maniera interessante con l’amalgama dei pensieri della contemporaneità: da una parte abbiamo i personaggi come Patrick, Mary, Annette, che vivono e ricordano gli ultimi anni della defunta: la sua malattia, l’inesorabile decadimento, la fine di un mondo legato, rispettivamente per ogni personaggio, alla fanciullezza, alla maturità e all’anzianità della donna. Nancy, invece, rappresenta la paladina del rimpianto, dell’invidia e della non accettazione del cambiamento dei tempi.

Ogni nuovo personaggio che fa il suo ingresso nella cappella dove sta per tenersi la cerimonia allarga di più le crepe della rimembranza di Patrick: i suoi soggiorni in Provenza, il periodo di cura in una comunità per alcolisti e malati di depressione, scene di una vita familiare che ambiva a essere felice ma che, per colpa degli oscuri fantasmi del passato, mina costantemente la quotidianità che con fatica viene costruita.

Chi legge si ritrova nella stessa situazione del protagonista: assiste in diretta a un mondo che si sfalda, conta più persone morte che vive e non è affatto sicuro di non essere il prossimo sulla lista. Siamo messi di fronte a un’amara verità: prima o poi tutti noi rimarremo orfani, saremo totalmente soli e liberi da ogni tipo di vincolo terreno con la nostra famiglia.

Se però è vero che il nostro albero familiare perde le proprie radici, è pur vero che da quello stesso albero vengono generati dei frutti. Questi sono rappresentati da Robert e Thomas, i due bambini del protagonista che, con la loro innata arguzia e senza nessun pelo sulla lingua, riescono a sgonfiare le tensioni che si creano nell’aria e fra i personaggi. Rimettono in prospettiva tutte le borie degli adulti, ridicolizzano atteggiamenti ormai inveterati nell’animo e, non senza una certa crudele inconsapevolezza, ci fanno fare delle docce fredde per le quali saremo loro grati.

In fin dei conti, se siamo abbastanza maturi e coraggiosi da lasciarci passare sopra i nostri traumi e le aspre battaglie che abbiamo condotto e conduciamo contro la nostra famiglia, potremmo renderci in grado di comprendere e apprezzare pienamente il Lieto fine delle nostre vicende.

“Cronache della famiglia Wapshot” di John Cheever. Una genealogia americana

Di Andrea Carria

Magari è anche possibile arrivare a trent’anni e non avere letto ancora niente di John Cheever – la mia esperienza è qui a confermarlo – eppure, se potete, rimediate, rimediate quanto prima!

Prolifico autore di racconti per il «The Newyorker», la consacrazione di Cheever come scrittore avvenne nel 1957 con il romanzo Cronache della famiglia Wapshot, il cui sequel, Lo scandalo Wapshot, uscì solo sette anni dopo.

Cosa dire delle Cronache della famiglia Wapshot se non che è un romanzo eccezionale? Se non l’avete letto e non conoscete Cheever dovrete fidarmi di me, ma sappiate che non abuserei mai della vostra fiducia e che io non ci guadagno niente a tessere le lodi del libro di uno scrittore morto quarant’anni fa. Ad ogni modo so che siete ben informati e quindi, anche se il suo nome in Italia non gode di un eccesso di fama, sapete già che John Cheever è annoverato tra gli scrittori statunitensi più importanti del XX secolo e che i racconti che scrisse rappresentano, forse, la punta più alta di tutta la sua produzione.

Al contrario Cronache della famiglia Wapshot è un romanzo di quasi quattrocento pagine dove Cheever evoca un piccolo mondo colorito e pittoresco, abitato da personaggi indimenticabili. La cittadina immaginaria di St Botolphs, Massachussets, nel suo incantato decadimento, è il cuore pulsante di questo piccolo mondo; gli Wapshot vivono qui da generazioni e hanno contribuito a forgiare la fortuna di questo posto donando alla nazione avventurieri e uomini di mare. Il vecchio Leander ne è particolarmente orgoglioso e vorrebbe un futuro all’altezza per entrambi i suoi figli, Moses e Coverly, giovani di belle speranze, con i piedi ben piantati per terra oppure – e sarebbe anche meglio, almeno a detta di Leander – sul ponte di qualche barca. A vegliare su tutti loro, almeno per quel che riguarda il buonsenso femminile, ci sono l’angelo del focolare Sarah e colei che tiene le corde della borsa, la cugina Honora, vecchia zitella un po’ bisbetica alla quale basterebbe un semplice capriccio per mettere sul lastrico tutti quanti.

Nel suo intreccio, il romanzo segue le vicende di tutti questi personaggi – ognuno di loro unico a modo suo – per poi concentrarsi, verso la metà del libro, sugli sviluppi delle vite dei due fratelli. Come dice il titolo, la storia è una cronaca familiare e non sono i suoi risvolti di trama a caratterizzarla maggiormente. A renderla unica è invece lo stile narrativo di John Cheever: unico e inconfondibile, proprio quello che ci si aspetta da un grande scrittore.

Come definire il suo stile? Impossibile farlo con una parola sola. Non esistono nomi e aggettivi per indicare il delicatissimo equilibrio tra realismo, acume, umorismo, disincanto, comicità, paradosso, commedia e tragedia che sostiene la prosa di Cheever. Leggere lui è come leggere per la prima volta: niente di quello che si è letto fino a quel momento può essergli paragonato. Badate bene, non è un confronto sulla qualità ma sull’originalità; quello che voglio dire è che in una situazione di perfetta parità qualitativa tra un’opera di Cheever e quella di un altro scrittore, è assai probabile che per ciò che riguarda l’originalità stilistica Cheever gli stia davanti. Dalle descrizioni degli oggetti ai profili dei personaggi, tutto ciò che viene toccato dalla sua penna si illumina, brilla. Sulla pagina le parole pulsano e non lo dico tanto per dire. Non c’è niente – niente – che si abbia la sensazione che sia stato scritto tanto per arrivare fino a…, ogni parola, su una pagina di John Cheever, è protagonista dello spazio che occupa. Ciò fa sì che il romanzo non conosca né cali né punti morti, ma soprattutto permette alla storia di rinnovarsi continuamente, di indirizzarsi ovunque voglia in qualsiasi istante e di non essere prevedibile.

Eduard Boubat/Gamma-Rapho/Getty Images

L’America raccontata da Cheever è quella degli anni ’50. Le dinamiche di paese e di famiglia parlano del sodalizio di quegli anni fra società e moralità, ma Cheever, a differenza dei Beat, ne critica l’impostazione dall’interno utilizzando l’ironia e la dissimulazione e, soprattutto, quella che è l’arma segreta di ogni Wapshot degno di questo nome: un’indomita e fiera testardaggine che risponde unicamente al richiamo della libertà.

Ad ogni modo, non era quello il focus letterario di Cheever. Così come lui non era un beat, così Cronache della famiglia Wapshot non è un romanzo di contestazione. La storia di St Botolphs e di tutti i suoi indimenticabili abitanti è una storia crepuscolare che racconta la fine di un mondo fatto di amene campagne, antichi mestieri, nuotate al fiume e rintocchi di campane, ma anche l’alba di un mondo nuovo fatto di tecnologia, arrivismo, nuovi mezzi di trasporto, vita urbana e ridefinizione degli equilibri familiari.

L’elemento tragico nella storia altrimenti scanzonata e spassosa degli Wapshot sta proprio nell’incapacità dei personaggi di vedersi in altri panni rispetto a quelli che sono stati loro tramandati, ossia di non essere in grado di riconoscersi come i protagonisti di quel futuro che intanto si è fatto presente e che non pensano minimamente sia roba per loro.

Un monito vecchio più di un secolo per il nostro pianeta: “La guerra dei mondi” di H.G. Wells

Di Gian Luca Nicoletta

Ad oggi sono moltissime le esperienze che tutti noi abbiamo fatto, tramite prodotti creativi e letterari, di mondi extraterrestri e di creature aliene. Il mio tentativo odierno è di risalire un po’ all’origine di questo filone proponendovi la lettura di un grande classico: La guerra dei mondi di H.G. Wells.

Questo racconto fantascientifico con dei tratti horror fu pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1897-98, a puntate come era costume all’epoca. In Italia la medesima opera arriverà, in volume, agli inizi del secolo successivo.

La storia ci riporta le vicende di un anonimo narratore protagonista che, una notte di inizio estate e osservando il pianeta Marte assieme a un amico astronomo, vede delle misteriose fumate essere sprigionate da un punto non meglio precisato del Pianeta Rosso. Dopo qualche giorno, nelle campagne di Woking, vicino Londra, si assisterà all’impatto di misteriosi cilindri metallici.

Questi cilindri, come ci viene presto rivelato, altro non sono che delle navicelle all’interno delle quali si trovano i marziani, pronti a esplorare il nostro pianeta per valutare se sia fornito di tutte le condizioni ambientali necessarie per far vivere gli alieni.

H. G. Wells fotografato da George Charles Beresford, 1920

Questa ricerca di un ambiente più sano è la prima delle grandi anticipazioni, quasi profetiche, che Wells inserisce nel suo racconto. Il protagonista-narratore è un giornalista scientifico e a più riprese, col suo stile chiaro e semplice, prende il sopravvento per dare spiegazioni a chi legge e in questo modo scopriamo molti interessanti dettagli: i marziani sono costretti ad abbandonare il proprio pianeta perché, a causa dell’imponente sviluppo tecnologico a scapito dell’ecosistema, le condizioni ambientali non sono più tollerabili.

Vi ricorda qualcosa?

Sin da subito la coesistenza fra umani e marziani assume tratti violenti: i marziani hanno portato con sé delle armi assai potenti e si muovo sui tripodi: capsule metalliche che poggiano su tre alte gambe. Fra le estensioni di questi tripodi vi è anche un tentacolo metallico sul quale viene installato il temibile “raggio ardente”, un raggio di calore estremo frutto della totale conversione della luce e pertanto invisibile. Per rendere in maniera efficace la potenza di quest’arma Wells ricorre a molte e minuziose descrizioni, ma ritengo che la più efficace sia una semplice similitudine che si trova nei primi paragrafi: “il piombo scorreva come acqua”.

Gli esseri umani vengono paragonati a formiche e, in proporzione alle formiche stesse, Wells descrive l’interesse che gli invasori alieni provano nei nostri confronti: praticamente nessuno.

Inizia una lunga fuga: il protagonista scappa, dopo aver salvato la moglie portandola da amici, ma la sua vita viene messa più volte in pericolo.

La guerra dei mondi nella recente edizione della collana “I primi maestri del fantastico”, RBA Italia

Nella dinamica della narrazione, i capitoli del protagonista si alternano con altri il cui protagonista è suo fratello, e in questo modo Wells ci fornisce un punto di vista duplice sugli effetti che questa invasione ha comportato nella nostra società: il terrore diminuisce man mano che ci si allontana dai luoghi dell’invasione, salvo poi arrivare in tutta la sua potenza quando la folla di fuggiaschi, ormai indomabile, contagia con la propria paura tutti i cittadini della provincia di Londra e, poi, della capitale stessa.

Nelle descrizioni, che occupano gran parte dell’opera poiché – non lo dimentichiamo – ci troviamo ancora nel pieno della stagione dei grandi romanzi descrittivi del XIX secolo, si toccano punte che ambiscono al romanzo distopico: lande deserte, paesaggi urbani disabitati, i poveri esseri umani che si incontrano o sono morti o hanno abbandonato ben presto la civiltà per garantirsi la sopravvivenza.

Ma come ci si può salvare da un’invasione aliena? Wells, da conoscitore del mondo scientifico qual era, ci dà una risposta tanto semplice quanto efficace.

Tuttavia, per saperla, dovrete leggere il libro.

La guerra dei mondi rappresenta la pietra sulla quale viene fondato il genere fantascientifico. Un racconto nel quale la vicenda puramente narrativa scalza quasi del tutto l’indagine psicologica e interiore dei personaggi. Le grandi descrizioni paesaggistiche servono da grimaldello per aprire lo sguardo su altri mondi, dove la scienza e la fantasia collidono creando nuove sfumature per interpretare la nostra vita e, soprattutto, per ricaricare il bisogno che abbiamo di proteggere (sta a voi scegliere il senso) il nostro pianeta.

*L’immagine in evidenza è presa dalla serie The war of the worlds prodotta da BBC One.

Considerazioni stregonesche di un lettore inattuale, seguito da: “Il tempo della nostalgia. ‘Sogni e favole’ di Emanuele Trevi”

Di Andrea Carria

Lo scorso giovedì, 10 giugno, nella suggestiva cornice del teatro romano di Benevento, è andata in scena la semifinale del Premio Strega, la quale ha consegnato la cinquina dei finalisti 2021:

  • Emanuele TreviDue Vite (Neri Pozza) con 256 voti;
  • Edith BruckIl pane perduto (La Nave di Teseo) con 221 voti;
  • Donatella Di PietrantonioBorgo sud (Einaudi) con 220 voti;
  • Giulia CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) con 215 voti;
  • Andrea BajaniIl libro delle case (Feltrinelli) con 203 voti.

Per conoscere il vincitore bisognerà attendere fino all’8 luglio, quando sulla kermesse letteraria più blasonata d’Italia calerà il sipario. Fino a quel momento ogni pronostico è il benvenuto.

Vi dico subito la verità: ancora non ne ho letto nessuno dei romanzi rimasti in gara. Rumore e clamore non mi attraggono, e quando ciò vede coinvolti i libri – da lettore – ecco che cambio strada ancora più rapidamente. Amo le nicchie silenziose e appartate, è vero, eppure non mi considero un lettore di nicchia; sono inattuale e, più che altro, desidero scegliermi da solo i libri da leggere e quando leggerli, soprattutto nel caso dell’editoria main stream (la quale dalle parti dello Strega fa gli onori di casa). Chi mi conosce lo sa, infatti non mi consiglia mai cosa leggere perché tanto faccio come mi pare. Sono fatto così.

Tornando allo Strega, l’esperienza mi ha insegnato che spesso mi capita di prenderli in mano dopo – i libri acclamati del momento, vincitori di premi – quando tutti gli altri se ne sono dimenticati, le inserzioni non li pompano più in tutti i ritagli di schermo del web e finalmente diventa possibile leggerli per ciò che sono davvero. Se tuttavia a distanza di tempo un romanzo continua a non incuriosirmi, passo serenamente oltre; non ci penso più e allora mi dico che forse andrà meglio il prossimo anno.

Sull’onda di queste considerazioni libresche e stregonesche, oggi vi propongo un articolo che scrissi qualche anno fa per il blog Sul Romanzo, una mia recensione a Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2019), uno degli scrittori italiani che stimo maggiormente e che quest’anno, con il suo Due vite, è tra i più quotati per la vittoria dell’8 luglio.

Il tempo della nostalgia. “Sognie favole” di Emanuele Trevi

Dopo qualche anno dall’ultimo romanzo, Emanuele Trevi torna alla letteratura con Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019), opera sperimentale in cui l’autore combina la sua doppia attività di scrittore e di critico letterario.

Il libro ci porta indietro nel tempo, nella Roma degli anni Ottanta, dove a chi frequentava le sue vie e suoi locali poteva capitare, specie la sera, di fare incontri inattesi con i personaggi più grandi della cultura e dell’arte:

«Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano, spremuta fino all’ultima goccia, e dunque una caccia magica, e nello stesso tempo una specie di elaborato rito sacrificale, l’immolarsi e molte volte l’incenerirsi dell’individuo sul rogo della sua visione. Ricordo che certi libri – le poesie di Gottfried Benn, le ultime prose di Beckett, i racconti di Clarice Lispector – passavano di mano in mano lasciando ustioni, come carboni ardenti. Il sotto titolo della vita di Eliogabalo scritta da Artaud era l’anarchico incoronato. Quello del saggio su Van Gogh: il suicidato della società. Sovrapponendo queste due immagini, era facile rendersi conto che i loro bordi coincidevano alla perfezione, che non c’era nessuna reale differenza».

E un incontro è proprio quello che accade una sera al giovane protagonista del libro, il quale, al momento di spegnere le luci nella sala del cineclub dove lavora, fa la conoscenza di Arturo Patten, celebre fotografo di quegli anni, in lacrime a causa del fallimento della sua storia d’amore. Da questo momento parte una narrazione del tutto atipica e piena di sorprese in cui chi legge non può che affidarsi alla penna infaticabile e piena di estro dell’autore.

Ciò che va rilevato subito è che la sperimentazione di Trevi sta tutta nel modo in cui egli sceglie di trattare la materia del suo libro. L’esempio che potrei fare lo ricavo dall’incipit così come l’ho raccontato poche righe sopra, nel quale troviamo un inizio tipicamente romanzesco (Arturo che piange sulla poltroncina di un cinema, ripensando all’amata) cui non segue lo sviluppo di trama che ci si aspetterebbe di trovare. A dire il vero si dovrebbe parlare di trame, giacché le vicende umane raccontate sono più di una, ma pensare Sogni e favole come un romanzo non è solo riduttivo, è anche inesatto. Narrazione e riflessione sono infatti intrecciate tanto in profondità da contaminarsi e sostenersi l’un l’altra. Di forte presa e riconoscibilità sono i molti brani di taglio saggistico che espandono il racconto oltre i confini del puro intrattenimento per gettare sguardi intelligenti fin dove la curiosità e l’interesse di Trevi sono richiamati. In questo modo, critica letteraria, analisi psicologica, storia del cinema, intuizioni estetiche e squarci autobiografici danno luogo a un itinerario originale e personalissimo, dove i generi perdono i propri contorni stilistici per fondersi gli uni negli altri.

Come tante altre opere postmoderne, anche in Sogni e favole lo scorrere del tempo assume un valore strutturale e metaletterario importante, frutto di studio, ragionamento e di una conoscenza profonda dei gangli narrativi. Alcune delle pagine migliori di Trevi sono quelle in cui il tempo si fa nostalgia. La minuta descrizione dell’universo che si apriva intorno ai cineclub degli anni Ottanta, la complessa rievocazione di ambienti, ricordi, entusiasmo e aspettative di chi li frequentava sono resi in un modo così vivido da creare emozione intorno a un’intera epoca. Ma la cosa straordinaria è come questa emozione accomuni sia i testimoni che l’hanno vissuta (vedi il protagonista del libro), sia chi, come me, per ragioni anagrafiche ne hanno soltanto sentito parlare. Per i primi si parla di nostalgia, per i secondi di immedesimazione. Un lavoro per niente semplice, quello condotto da Emanuele Trevi, il quale accompagna anche il lettore più giovane verso un dialogo personale e schietto con le atmosfere di una Roma lontana non solo nel tempo, ma anche nell’immaginario:

«C’erano molte limitazioni, dal numero di scatti fotografici consentiti dalla lunghezza di un rullino (fino a un massimo di trentasei!) a quello dei solchi di un disco. I viaggi in treno erano così lunghi che nella forzata intimità degli scompartimenti a sei posti, coi loro braccioli muniti di portacenere stracolmi di mozziconi, una civiltà narrativa secolare celebrava i suoi ultimi fasti, come solo poteva accadere tra sconosciuti che non si sarebbero più rivisti, e che quasi mai si scambiavano il nome».

È l’uso che facciamo del tempo a essere cambiato, e sono proprio constatazioni apparentemente semplici come questa a fare da prodromo ai brani più lucidi del libro, dove non si risparmiano nemmeno le critiche alla realtà contemporanea, definita, tra le altre cose, come un «gioco» in cui arte e cultura, ormai defraudate della loro missione originaria, si sono ridotte a «tenere buona la gente a colpi di consenso narrativo e identificazione emotiva».

Sogni e favole non è uno di quei libri che dissimulano sé stessi, per cui sarebbe fazioso e ingiusto dire che non nutra la minima ambizione intellettuale. Non lo so, è come se tranquillizzare i lettori da questo punto di vista sia diventato un dovere trasversale per tutti coloro che si occupano di recensioni e comunicati stampa, quasi come se presentare un libro meno impegnato di quello che è in realtà sia l’unico modo che un’opera abbia per accaparrarsi il «consenso narrativo» a cui accennavo sopra ed essere presa in considerazione dal pubblico. Così, se nella cinematografia di oggi non c’è più posto per i lunghissimi tempi morti delle pellicole di Andrej Tarkovskij (è suo Stalker, il film che Arturo Patten guarda al cinema, quella sera), nella letteratura non ce n’è più per le trattazioni che si prendono troppo sul serio.

Da libro nostalgico qual è, da opera postmoderna che rammenta i fasti del romanzo-saggio novecentesco, Sogni e favole tenta di sottrarsi a questa spinta omologatrice giocando con gli stili e i generi letterari fino a sbarazzarsi di qualsiasi istanza classificatoria. Nelle sue pagine, i grandi poeti e artisti del passato scendono dai piedistalli nelle strade del romanzesco, diventano i nomi di un cast fuori dal tempo che, se sotto la penna del critico intrecciano relazioni di differenti gradi di complessità, sotto quella dello scrittore – una penna che Trevi impugna con altrettanta abilità – essi popolano diorami nostalgici e suggestivi, le quinte di una storia che approda felicemente alla narrativa per quanto l’impressione, difficile da togliere, sia che lo abbia fatto più per sbaglio che per intenzione.

*Per l’immagine di copertina: ©Musacchio-Ianniello-Pasqualini

La letteratura è una paladina della giustizia o un freddo sicario? La parola a Walter Siti che va “Contro l’impegno”

Di Gian Luca Nicoletta

Da qualche mese è uscito nelle librerie, per Rizzoli, un interessante saggio di Walter Siti e dal titolo già di per sé emblematico: Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura. Un testo critico (sia nel senso del suo valore che nell’operazione che porta avanti) per chiunque abbia desiderio di provare a cambiare la prospettiva con cui osserva il mondo.
L’aspetto maggiormente privilegiato è, si capisce, quello letterario. A una chiara esposizione dei fatti, Siti intreccia ricche osservazioni personali e tecniche che mostrano in maniera netta come il mestiere del critico letterario (miseramente sulla via dell’estinzione) sia ancora assai prezioso per la comprensione del mondo che viviamo.

Il mondo di oggi viene descritto per quel che è: un luogo popolato da grandi masse che di volta in volta si identificano nel popolo del “politicamente corretto” o del “partito politico” o degli “utenti Facebook” e così via. Gli scrittori e le scrittrici, così come chi legge, non sfuggono a questa categorizzazione e anzi, nell’affermare la propria autonomia autoriale, non fanno che stare al gioco delle grandi masse. In questa maniera le opere di letteratura si mescolano al giornalismo d’inchiesta e il giornalismo si lascia contaminare sempre più da strutture narrative e fraseologiche tipiche della narrativa; i dibattiti in televisione diventano l’unico luogo nel quale formarsi un’idea e chi vi sta dentro, per poter affermare la propria figura intellettuale, viene presentato come il massimo esperto di qualunque cosa («Ormai l’etichetta “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno», scrive).

Crediti dell'immagine: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Ma qual è l’obiettivo di un testo di questa natura? Di saggi e pamphlet aspramente critici contro l’utilizzo che facciamo della letteratura siamo pieni e ne abbiamo di esempi illustri (possiamo trovarne un valido antecedente nel discorso che tenne Eugenio Montale il 12 dicembre del 1975 per l’assegnazione del Nobel per la Letteratura), tuttavia quel che è importante dire, a mio modesto parere, è che questi testi o quantomeno la loro missione debbono ricevere un aggiornamento: essere rielaborati e riadattati per i tempi che stiamo vivendo, in modo da rinnovare la presa che esercitano sulle nostre menti.

A che pro scrivere di Michela Murgia o di Roberto Saviano se questi, all’apice delle loro carriere, riescono ad attrarre grandi masse di lettori e lettrici? Semplice, risponde Siti: occorre scrivere di loro e criticare il loro lavoro se, nelle opere che producono, la minoranza che un tempo difendevano si è trasformata in una maggioranza schiacciante, dimenticando l’inversione dei ruoli.

Che cosa significa? Significa che compito di un letterato non è solo quello di dar voce a chi non ne ha, ma dare voci a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, vengono nascosti. Buoni e cattivi, ricchi e poveri, deboli e potenti.

Non si deve aver paura di cambiare bandiera, ma anzi: chi fa letteratura è eminentemente libero da qualsiasi bandiera. Un soldato incivile, senza legge e senza dio, che setaccia l’animo umano non alla ricerca di qualcosa che è socialmente aberrante o intimamente onorevole, no. Deve ricercare tutto quello che, molto semplicemente, non va. Trovare l’ossimoro, la contraddizione che ci caratterizza in quanto esseri umani e farla emergere nella sua splendente oscurità.

Per concludere, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura rappresenta un altro bel regalo che Walter Siti ha fatto a tutti noi. Un sano ritorno a una letteratura che scuote le menti di chi legge non solo per far prendere atto di una situazione di fatto, ma per far nascere una riflessione profonda, scattare quel meccanismo critico – colpevolmente abbandonato da molti di noi oggigiorno – che ci fa ragionare prima di prendere una qualsiasi posizione su un tema. Anche questa è una lettura vivamente consigliata, utile per svegliarci un po’!

Crediti della prima immagine nel testo: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

“La lingua perduta delle gru” di David Leavitt: revival della New York gay degli anni ’80

Di Andrea Carria

Quando uscì a metà degli anni ’80, La lingua perduta delle gru era il primo romanzo di un giovane e sorprendente scrittore che doveva ancora essere etichettato. Alla fine, minimalista fu l’aggettivo che sembrava meglio rappresentare il suo stile, e si impose sugli altri; ancora adesso, navigando su Internet, capita di trovare il nome di David Leavitt abbinato a questa corrente letteraria malgrado sia stato lui stesso a rifiutare tale associazione, e personalmente concordo con lui: il minimalismo è un’altra cosa.

Non credo che questo romanzo abbia bisogno di presentazioni; forse però il tempo non ha mancato di svolgere il proprio lavoro nemmeno questo volta e quindi i più giovani possono anche non averne mai sentito parlare. Io stesso – che nel 1986 quando uscì ero… cioè non ero proprio niente, e che all’argomento ho dedicato anni di letture – l’ho incontrato abbastanza tardi. La presentazione – stringata, la mia, ma che nell’edizione mondadoriana in mio possesso è uno scritto centratissimo di Fernanda Pivano – potrebbe essere la seguente: romanzo cult per la comunità gay americana degli anni ’80, La lingua perduta delle gru ruota interamente intorno al doppio coming out che travolge quella che all’apparenza è una normalissima famiglia della media borghesia newyorkese. A rovesciare il vaso di Pandora è Philip, giovane redattore da poco diventato indipendente che decide di parlare del suo vero orientamento sessuale ai genitori solo dopo aver conosciuto Eliot, il ragazzo che ama e con cui spera di costruire qualcosa insieme. La sua confessione avrà delle conseguenze inaspettate. Rose, la madre, ha delle forti resistenze ad accettare la vera natura del figlio, ma presto i suoi pensieri tempestosi passano da quest’ultimo al marito Owen, che dalla sera in cui Philip ha fatto coming out non è più lo stesso.

L’omosessualità è sia il tema sia il contenitore del romanzo. Contenitore nel senso che contiene, delimita, esaurisce ogni direzione che prende la storia. Da questo punto di vista, La lingua perduta delle gru non è un testo centrifugo. I rivoli che sgorgano da un romanzo di oltre trecento pagine come questo possono essere molti e potrebbero andare veramente in ogni direzione, eppure non è questo il caso; al contrario essi confluiscono tutti verso il medesimo punto, il quale è anche la sorgente del libro, ovvero la sua ragion d’essere. Contenitore, infine, lo è anche in senso scenico, visto che le ambientazioni del romanzo sono tutte circoscritte a New York e agli storici luoghi di ritrovo omosessuali dell’East Village degli anni ’80.

Nonostante ciò il romanzo non comunica un senso di claustrofobia; l’effetto circoscrivente creato dalla scrittura di Leavitt suggerisce piuttosto un’idea di ordine, una volontà di (ri)mettere le cose al giusto posto. Una conseguenza secondaria degli anni di Reagan e della Thatcher o forse, più probabilmente, la fotografia che documenta l’evoluzione sociale allora in atto: dopo Stonewall, ecco la comunità gay newyorkese che si riorganizza intorno a vecchi e nuovi locali e che continua a subire il fascino della trasgressione, ma che adesso, allo stesso tempo, è impegnata soprattutto a gettare le basi per la costruzione di una nuova quotidianità di coppia fatta di lavoro, divertimento e di serie prospettive di convivenza da rinsaldare e allargare ogni giorno che passa.

Dei rivoli che citavo sopra, uno dei maggiori è forse quello che assume i contorni dello scontro generazionale in seno alla comunità gay – un passaggio di consegne che è sempre un po’ anche una resa dei conti. I giovani raccolgono i benefici delle lotte di chi li ha preceduti; dalla vita si aspettano di più e non vogliono più accontentarsi. Vivere per quello che si è non fa paura come una volta, né fa paura gettare sguardi audaci sul futuro. Sogni, progetti, desideri, nuovi diritti da conquistare: il loro orizzonte appare chiaro ed è scandito da queste parole. Lo spettro della solitudine, ormai, continua ad assillare solo chi non ha mai fatto pace con sé stesso e i codardi. E quei genitori (la maggioranza, sembra di capire) che non sono in grado di comprendere la natura dei propri figli, né tanto meno di supportare le libere scelte che quella stessa loro natura comporta.

In controluce rispetto a questa rinnovata voglia di vivere, come una nuvola che transita davanti al disco solare in un cielo altrimenti limpido, si staglia la sagoma tragica di chi a suo tempo non ce l’ha fatta, di quegli omosessuali che invece di combattere decisero di negarsi. Le pagine più toccanti del romanzo sono quelle in cui i giovani dimostrano con i fatti alla generazione dei loro padri che la bugia è solo una scelta e che a credere nel contrario si sono sempre sbagliati. Senza giudicare o indurre gli altri a farlo, Leavitt mette magistralmente in scena la tragedia degli omosessuali non dichiarati di mezza età quando per loro arriva il momento di fermarsi a guardare la propria vita e non trovano niente. La lucidità, il tatto, l’intelligenza e la sapienza scrittoria con cui l’autore ha narrato un tema così complesso sono degne di ammirazione, e in generale sono qualità che destina a tutte le scene topiche del romanzo comprese quelle di coming out, a mio parere tra le più riuscite dell’intera letteratura gay contemporanea.

Grazie alla misura e alla compostezza stilistica che sono a tutti gli effetti il marchio della sua prosa, con La lingua perduta delle gru David Leavitt ha mostrato uno spaccato sociale e psicologico incredibilmente convincente che non ha bisogno di orpelli. Forse è proprio questa mancanza di fronzoli – sia retorici sia linguistici sia strutturali –il richiamo maggiore di Leavitt al minimalismo, tuttavia anche riguardo a questo c’è da specificare. Il romanzo si caratterizza per una trama distesa e avvolgente in cui niente viene sacrificato o dà l’idea di esserlo. L’autore si prende la libertà di decidere i tempi e il ritmo della narrazione, di spaziare nella cronologia dei fatti, di indugiare su aspetti o situazioni precise fino a includere una sottotrama dotata di una propria autonomia e che dà il titolo allo stesso romanzo.

Se da una parte tutto ciò dilata la storia, dall’altro ne cementa la tenuta. Così, pur nella sua densità di fatti, resoconti e aneddoti, pur nella sua rilassatezza e morbidezza data da una scrittura che sembra avere il tempo dalla sua parte, La lingua perduta delle gru risulta essere un romanzo compatto che però sa accogliere il lettore fino a fargli spazio, fino a inglobarlo, per poi richiudersi elegantemente sopra di lui come una coperta; una calda coperta fatta di parole, gesti e umanità.

Come in una gabbia: “Il randagio e altri racconti” di Sadeq Hedayat

Di Andrea Carria

La lettura dei libri di Sadeq Hedayat (1903-1951) è un’esperienza che si fa con la mente e con il corpo. Dopo La civetta cieca, ne ho avuto conferma leggendo Il randagio e altri racconti, il secondo titolo dello scrittore iraniano nel catalogo della casa editrice Carbonio (collana “Origine”). Pubblicato lo scorso aprile, questo libro ha già una storia (purtroppo non bella) alle spalle: la traduttrice Anna Vanzan – iranista accreditata ed esperta, promotrice di scambi culturali significativi tra Italia e Iran – è infatti venuta a mancare mentre stava lavorando al volume; i racconti sono così nove anziché dieci com’era previsto all’inizio.

Ogni racconto si presenta come un piccolo conglomerato di materia letteraria molto compatta, che esplora i temi fondamentali della scrittura di Hedayat mettendo in scena situazioni e personaggi che si richiamano vicendevolmente. Le città e i villaggi del suo Paese d’origine sono le ambientazioni privilegiate. Qui vivono uomini e donne dalle storie disparate e disperate, individui grevi conchiusi nel loro piccolo mondo e da quest’ultimo plasmati, spesso, fino al rigetto. I protagonisti di questi racconti sono degli antieroi che rimangono schiacciati negli ingranaggi della società. Tradizioni, costumi, mentalità, ma anche la stessa cattiveria umana sono i principali fattori che determinano l’annullamento dell’individualità oppure la sua denigrazione. Hedayat possiede un talento naturale nel rappresentare le miserie dell’uomo e di incorniciarle in modo tale da sbarrare ogni possibile via di fuga. La particolarità dei racconti di Hedayat è proprio quella di tramortire i sensi; di sentirsi presi nelle viscere, strizzati nella carne, scorticati col sale, venire scaraventati con violenza contro tutti gli spigoli del mondo, lasciando chiaramente intendere al lettore che non c’è speranza ancora prima che il martirio cominci.

Hedayat è uno scrittore che costruisce muri e gabbie intorno ai personaggi. Leggendolo, si prova una sensazione di claustrofobia che nei racconti, vuoi la loro compattezza di genere, risulta addirittura accentuata. Chiunque siano e qualunque cosa facciano, i personaggi vivono in una cattività letteraria che è la sublimazione della realtà che l’ha prodotta; tutti loro sembrano degli uccelli che sbattono le ali da un’estremità all’altra di una voliera prima di cadere a terra sfiniti, tramortiti. Una fine molto simile a quella cui vanno incontro gli antieroi kafkiani. Anche se la mano che la impugna è diversa, anche se le vibrazioni sulla pagina sono raramente confrontabili (Kafka non ha termini di paragone con nessun altro scrittore), la scure che si abbatte sulle teste degli uni e degli altri è la stessa. Ed è molto affilata.

Come ho già avuto modo di osservare a proposito di La civetta cieca, Sadeq Hedayat è uno scrittore che ha subito il fascino letterario dell’Occidente e l’ha fatto suo. I suoi testi riecheggiano lo spirito e le tematiche proprie della modernità letteraria europea innestandosi su un impianto scenico prettamente orientale. Così, se le ambientazioni sono quasi tutte iraniane (città o villaggi che siano), e i personaggi prototipi di quella società e di quella cultura, le vicende esistenziali e le conclusioni cui essi giungono strizzano l’occhio a ciò che veniva scritto nell’Europa del tempo. Non tanto nei fatti nudi e semplici, i quali non appartengono in via esclusiva a nessuna tradizione o cultura, quanto nel fuoco, nella febbre e nell’urgenza di raccontarli tornandoci ripetutamente sopra. Oltre allo sfinimento, alla desolazione e alla perdita di un orizzonte metafisico, nei racconti di Hedayat si avverte distintamente quella rassegnazione a cercare una via d’uscita che lo rende così simile agli autori pre-esistenzialisti con cui, in Francia, aveva avuto modo di entrare in contatto. Da qui, forse, la sua critica – a tratti nettissima – agli usi e ai costumi del Paese d’origine, spesso presentati come i veri responsabili dell’annichilimento dell’individuo.

Sadeq Hedayat

Il nodo tematico di Il randagio e altri racconti, il leitmotiv che fa da minimo comun denominatore di tutta la raccolta è infatti proprio lo scontro impari fra individuo e società. Un topos universale che è nato con la letteratura stessa e che ha vissuto una delle sue stagioni più importanti proprio nel Novecento, divenendo in alcuni momenti la stessa ragion d’essere del romanzo europeo. Quella che però, almeno in Europa, appariva come il dissidio tra un individuo perfettamente cesellato nelle sue fragilità e una società grigia, indistinta, vaga tanto nel carattere quanto nei nomi con cui definirla (a volte il Mondo, a volte il Fuori, a volte l’Altro), in Hedayat diventa invece il duello tra un individuo in chiaroscuro e un mondo perfettamente circostanziato, ricco di dettagli e composto da elementi che hanno dei nomi propri, specifici: le nozze; l’onore personale e della famiglia; la devozione verso i genitori; il mantenimento della parola data; la reputazione da difendere; la fede o, ancora meglio, i riti che dovrebbero renderne testimonianza.

Nonostante la loro compattezza di natura sia stilistica sia contenutistica, i racconti di Il randagio presentano una discreta varietà interna. Come in ogni raccolta, alcuni si stagliano sugli altri. La deflagrazione della sofferenza in tragedia, la qualità letteraria con cui questa è resa rappresenta il principale metro a disposizione del lettore per esprimere la propria opinione e il proprio giudizio. Il fatto, per me, è che l’estensione del racconto non è sempre la più adatta per lo sviluppo tragico – è una questione di tempistiche. Quindi, sebbene la tragedia sia sempre dietro l’angolo, i racconti meglio riusciti di Hedayat, che ho preferito di più sono quelli in cui l’antieroe decide di non piegarsi all’Assurdo immolando sé stesso; ovvero quei racconti in cui lo scrittore ha scelto di allearsi con il lato grottesco dell’esistenza.