Là dove perì l’innocenza: “L’età incerta” di Leslie P. Hartley

Di Andrea Carria

Quando ho iniziato a leggere L’età incerta di Leslie P. Hartley (Neri Pozza, 2021) avevo deciso di non informarmi sulla trama. Non è molto che mi sono accorto di indirizzare le mie scelte librarie prescindendo dalla quarta di copertina; sarà un effetto non previsto dei ripetuti lockdown che hanno ammazzato il mio spirito di esplorazione e avventura, costringendomi a cercare compensazione altrove, in primo luogo nei libri.

Il titolo, L’età incerta, mi faceva già intravedere orizzonti che mi sarebbe piaciuto esplorare da vicino, ponendo il libro di Hartley sulla stessa scia dei capolavori del romanzo di formazione del XX secolo. E non mi ero sbagliato; il romanzo, pubblicato nel 1953 quando Hartley era un affermato scrittore e critico letterario ormai prossimo ai Sessanta, narra la storia di Leo Colston, un ragazzino la cui iniziazione alla vita adulta arriva troppo presto e in modo traumatico.

Il romanzo, molto ottocentesco nel suo intreccio, comincia con un Leo ormai anziano che ritrova fortuitamente il diario che teneva quando era ragazzo. Questo avvenimento rappresenta l’innesco di un doloroso viaggio indietro nel tempo che riporterà il protagonista all’estate dei suoi tredici anni a Brandham Hall, quando la sua vita cambiò per sempre.

«Agli occhi della mia mente i ricordi sepolti di Brandham Hall sono macchie di luce e oscurità, come un chiaroscuro; solo con uno sforzo riesco a vederli a colori. Ci sono cose che so, anche se non so come, e cose che ricordo. Certe cose sono radicate nella mia mente come fatti, ma non riesco a collegarle a nessuna immagine, e poi ci sono immagini non sostenute da eventi che ritornano in modo ossessivo, come il paesaggio di un sogno.»

È l’estate del 1900. Leo, che veniva da un anno scolastico tormentato, accetta l’invito dell’amico Marcus Maudsley di passare un periodo di vacanza a Brandham Hall, la tenuta della sua famiglia, nelle bucoliche campagne del Norfolk. Dopo lo spaesamento iniziale dovuto all’accoglienza in un ambiente socialmente più elevato e a un piccolo incidente di vestiario, Leo entra in piena sintonia con lo stile di vita dei Maudsley traendo tutti i benefici dall’essere l’ospite più giovane di una delle famiglie più altolocate e rispettabili della contea. La vacanza assume presto i toni e i contorni di un idillio, e Leo da parte sua sfrutta al meglio tutte le occasioni che gli si presentano per mettersi in mostra e guadagnare l’approvazione dei suoi anfitrioni. In particolare il ragazzo cerca di ottenere le attenzioni di Marian, la sorella maggiore di Marcus, una giovane affascinante e dai modi gentili che non manca mai di compiacere l’ospite con regali e attenzioni di ogni tipo. Leo, del tutto inesperto di cose d’amore, ne rimane innocentemente infatuato, tanto da non riuscire a riconoscere il secondo fine che si cela dietro alle gentilezze di Marian. L’unico favore che la ragazza gli chiede di ricambiare è infatti quello di portare alcuni suoi messaggi e lettere al fattore dei Maudsley, Ted Burgess, un incarico che Leo, almeno all’inizio, accetta volentieri. Il secondo fine di Marian, facile da immaginare, alla fine diventa chiaro anche allo stesso Leo, che da quel momento inizia a fare di tutto per allontanare Marian da Ted – e il disonore dal resto della famiglia Maudsley.

L’età incerta, come dicevo prima, è un romanzo con un impianto narrativo tradizionale che ricalca i modelli letterari vittoriani. La sua struttura compatta e lineare è un’applicazione di metodologia manualistica, una dimostrazione esemplificatrice di teoria narrativa. Le sequenze del romanzo sono scandite da tempi esatti, quasi geometrici, e gli eventi rispondono a un climax perfettamente sincronizzato. Queste caratteristiche fanno di L’età incerta un romanzo nel senso più tradizionale e ortodosso del termine, un’opera che dichiara la propria appartenenza spirituale al passato già con la sua struttura.

Nonostante questa presentazione rischi di farlo passare per un romanzo datato e poco allettante, L’età incerta è in realtà un libro avvincente che deve molto all’abilità e al gusto del suo autore, il quale, con una scrittura che esprime saggezza e conoscenza delle cose del mondo, sa come alimentare la curiosità di chi legge. La trama è semplice e anche l’epilogo non nasconde quasi sorprese, malgrado Hartley abbia provato a dare una sferzata imprevista proprio nel finale con un paio di colpi di teatro (la cosa meno riuscita di un romanzo fino a quel momento senza sbavature, almeno a mio parere); eppure, annunciato quanto lo si voglia, il finale produce comunque un’eco emotiva prodigiosa che si riverbera per alcuni lunghi momenti dopo essere giunti in fondo.

Lo sforzo stilistico maggiore prodotto da Hartley è quello di guardare gli avvenimenti con gli occhi di un preadolescente ormai diventato adulto. È un lavoro di fino che deve stare in equilibrio fra la memoria e l’interpretazione a posteriori da una parte, e il naturalismo psicologico e quello cognitivo dall’altro. Nel complesso il risultato è buono, anzi molto credibile, così come lo è il tentativo di ricreare lo spirito che si instaura a quell’età fra i ragazzi e che si osserva, innanzitutto, nel modo che hanno di parlare, infarcito di prese in giro, nomignoli ingiuriosi e piccole cattiverie gratuite.

Dal punto di vista dei contenuti, L’età incerta è un’opera ricca dove vanno in scena una serie di critiche dirette al sistema educativo tradizionale. Anziché le istituzioni scolastiche, sono le famiglie a rappresentare, in questo caso, luoghi che possono rivelarsi incomprensibilmente ostili, dove bambini e ragazzi, trattati come piccoli adulti, vengono messi nella condizione di non poter comunicare (perché non ascoltati), ritrovandosi isolati e alla mercé delle decisioni altrui. Il punto più basso di questo meccanismo educativo, da cui poi discendono tutte le sventure che colpiscono i personaggi del romanzo, si ha quando bambini e ragazzi vengono coinvolti nelle faccende dei grandi, i quali commettono il doppio errore di approfittarsi della loro ingenuità e, contestualmente, di sopravvalutarla.

Una storia verosimile e senza tempo, custode di una lezione universale sulle tappe della vita, i sentimenti traditi, la perdita dell’innocenza e le responsabilità che ogni adulto ha nei confronti dei più giovani: Leslie P. Hartley ha raccontato tutto questo in un romanzo di grande compostezza stilistica ed emotiva che tuttavia tocca corde finissime lasciando, oltre a un ottimo ricordo, un senso di rinnovata consapevolezza riguardo agli alfabeti nascosti della vita.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte V: Camilleri, “La fine della missione” e “I duellanti”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi chiudiamo la prima parte della nostra rassegna siciliana (ai seguenti link potrete trovare gli altri articoli: #1 #2 #3 #4). Per farlo, vi parlerò degli ultimi due racconti che compongono Le storie di Vigàta e con le quali Camilleri, idealmente, ci porta dal periodo fascista del primo racconto alla caduta del muro di Berlino dell’ultimo.
Nel primo testo intitolato La fine della missione, il penultimo di questa serie dedicata a Vigàta, i protagonisti sono due: uno fisico, Totino Mascarà, e uno astratto, il fascismo domestico.

La storia di Totino viene brevemente riassunta nelle prime pagine del racconto: orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto da una coppia di zii che, alla loro morte, gli lasciano tutta la loro fortuna. Totino nel frattempo studia e diventa avvocato, il più bravo di Vigàta, che ha clienti fino a Palermo. Il protagonista sembra avere tutte le virtù del mondo a eccezione di una: «non s’addecideva a farsi zito», in altre parole non aveva intenzione di sposarsi.
Il secondo protagonista invece riguarda la penetrazione dell’egemonia fascista in ogni ambito della vita pubblica e privata dei cittadini. Ovverosia il controllo totale (tipico, appunto, dei totalitarismi) di tutto il percorso di vita di ogni singola persona “dalla culla alla tomba”.

Nel caso che ci interessa l’ingerenza della dittatura riguarda l’obbligo, presentato come solenne contributo alla Patria, per le coppie sposate di dare molti figli allo Stato. La mancanza di questi non è assolutamente vista di buon occhio, tanto che alcuni personaggi condividono con le loro consorti la frustrazione per non poter accedere ad avanzamenti di carriera proprio perché avere dei figli rappresenta un requisito essenziale.

“«[Il capo di gabinetto] mi fici sapiri che la so ‘ntenzioni era quella di promuovermi al posto di Pascutto, ma che non lo potiva fari».
«Pirchì?».
«Pirchì le disposizioni del partito fascista ordinano che, nelle graduatorie, il maritato senza figli devi essiri mittuto pinultimo».
«E l’ultimo chi è?».
«U’ celibi…»”

Da questa grave ingerenza nelle vite private, gli onesti abitanti di Vigàta cercano di uscirne nel modo per loro più conveniente. Tra le mogli, che a differenza dei loro sposi vivono concretamente il paese poiché, stando a casa tutto il giorno, creano e tessono il vero tessuto sociale della comunità, gira in gran segreto una voce nei riguardi di un miracoloso metodo che permette anche alle donne più sfortunate di rimanere incinte. Per descrivere questo metodo, Camilleri ricorre in maniera comica alla metafora assai allusiva del fucile da caccia: quando l’arma non spara, bisogna procurarsene un’altra che funzioni a dovere. E se nella coppia il cacciatore ha un fucile fuori uso, vien’ da sé che bisogna affidarsi a un altro cacciatore che abbia a disposizione tutte le cartucce.

In questo modo, tra la sala da pranzo e la sagrestia, le pie donne di Vigàta si adoperano affinché i loro mariti ricevano le giuste soddisfazioni dalla vita: chi una promozione, chi un erede e così via.
Ma il giovane Totino Mascarà, col suo bel lavoro da avvocato e la sua presidenza dell’associazione cattolica degli uomini di Vigàta, che ruolo ricopre in questa società segreta tutta al femminile?

Il secondo e ultimo racconto, dal titolo I duellanti, invece ci porta sulle spiagge assolate di Vigàta. I protagonisti, anche stavolta, sono due: Cecè e Michele. Il primo è un ingenuo giovanotto che per vivere fa il muratore d’inverno e il gelataio d’estate, sposatosi in tutta fretta a una donna che lo tradiva; mentre il secondo è… l’amante della moglie di Cecè!
I due si avvicendano sulle spiagge del paese perché, dopo essere stato consigliato dalla moglie di Cecè, anche Michele inizia a vendere gelati nel periodo della stagione estiva, rigorosamente dal primo giorno di giugno all’ultimo di agosto.

Cecè per parte sua, uomo modesto ma col senso dell’onore, non vuole innanzitutto essere sconfitto, anche dal punto di vista lavorativo, dall’uomo che lo ha reso lo zimbello del paese, e poi non vuole vedere scemare i propri guadagni dividendo con un altro venditore la platea di clienti.
Fra i due nasce un vero e proprio duello che vede messe a confronti le menti dei due sfidanti, ognuno preso anima e corpo dal tentativo di inventare la soluzione migliore per attirare il maggior numero di clienti: gelati con la sorpresa, gelati in abbonamento, gelati multipli, gelati per i padri, per le madri, per le famiglie piccole e grandi, gelati estratti a sorte, coi numeri della tombola… insomma, le provano davvero di tutti i colori tanto che, in una delle cabine dello stabilimento Nettuno viene imbastita una piccola sala scommesse.
Come conseguenza delle molte altre strategie che i duellanti usano per sconfiggere l’avversario, si arriva perfino a scomodare il podestà di Vigàta che, preso dalla disperazione, accetta il folle tentativo di organizzare una giuria popolare, composta di cento persone, che dovrà giudicare in tutta sincerità qual è il gelato più buono fra i due e decretare in questo modo e per sempre il vero vincitore.

In un passaggio davvero ben fatto, Camilleri ci mette davanti alle estreme conseguenze, davvero tragicomiche, delle procedure che la Pubblica Amministrazione mette in atto per assicurare la correttezza del giudizio che sarebbe avvenuto il quindici settembre, l’ultimo giorno della stagione balneare (prorogata a causa del grande caldo):

«Usanno le guardie comunali, il potestà avvirtì a tutti e cento che si dovivano apprisintari il quattordici sira, alle setti e mezza, al cinema tiatro “Splendor”. L’assenti sarebbiro stati esclusi dalla giuria. Dintra allo “Splendor” avrebbiro mangiato (cena offerta dal comune) e dormuto nelle pultrune della platea che erano commode. Sarebbi stato proiettati, a gratis, un film di Tarzan. L’indomani a matino la giuria sarebbi nisciuta alle dieci dallo “Splendor” scortata dalle guardie comunali per evitare scappatine nei bar lungo il percorso. […] La giuria fu assistimata davanti al “Nettuno”. La banna minucipali vinni disposta di lato. Il pubblico si shcierò davanti alle gabine e le guardie comunali faticaro a lassari ‘no spazio per i tricicli di Cecè e Micheli. All’unnici spaccate la banna attaccò “Giovinezza, giovinezza”, l’inno fascista, che fu cantato da tutti ‘n coro. Alla fine, il podestà detti il via al duello finali.»

Il risultato del duello, ovviamente, lo saprete solo leggendo questo imperdibile racconto. Vi basterà però sapere che, nonostante il risultato, Cecè e Michele hanno continuano a sfidarsi ben oltre il periodo fascista, fino a raggiungere, in età anziana, un delicato equilibrio fra il rispetto per l’avversario e la rivalità ardente.

Sussurri di identità: “La Figurante” di Pauline Klein

Di Andrea Carria

Che valore ha la vita per una Figurante e in quale rapporto si pone con essa? Credo che il senso del libro di Pauline Klein La Figurante (Carbonio Editore, 2021, traduzione di Lisa Ginzburg) possa essere racchiuso in questa domanda. Una domanda che bene o male ci poniamo tutti, ma che in pochi esplorano con la franchezza e la lucidità che Pauline Klein si concede nel suo libro.

Il capitolo di apertura in cui la protagonista assiste alla nascita di una relazione in treno fra due ragazzi ha qualcosa di ipnotico. La descrizione è pari a quella di un’etologa che osserva per la prima volta le abitudini di corteggiamento di una coppia di animali. Circospezione, discrezione e distacco sono gli atteggiamenti che caratterizzano la sua osservazione. Il distacco, soprattutto, è ciò che rivela l’esistenza della barriera, lo scarto evoluzionistico che separa e distingue l’uomo dall’animale: lì ci siete voi e qui ci sono io; voi siete quello e io sono questo. Attraverso la descrizione di una scena che apparentemente non la riguarda, la protagonista, senza nemmeno nominarsi, offre al lettore una presentazione dettagliata di sé stessa. Io – è come se dicesse mentre riporta ciò che vede – sono quella che guarda gli altri vivere. Io sono quella che siede in disparte, silenziosamente accanto al finestrino, mentre là fuori la vita sfreccia. Io sono quella per cui la vita, quella stessa vita che dovrei definire mia, è un’esperienza demandata – non saprei per quale ragione – che passa dalle azioni e dalle scelte degli altri. Io sono questa. Io sono la Figurante. E sto cercando di diventare un’altra fin da quando ho memoria.

La Figurante ha un nome e una storia. Si chiama Camille Tazieff ed è una giovane donna a cui l’imprinting alla vita è stato dato da una famiglia sfasciata. L’infanzia e l’adolescenza Camille le passa a Parigi con la madre, una donna ambigua per la quale l’apertura mentale e la tolleranza sono più intenzioni che atteggiamenti concreti. Come per la protagonista di La straniera di Claudia Durastanti, un libro col quale La Figurante trovo sia imparentato, anche per Camille una prima boccata d’aria fresca giunge a New York, dove ottiene il suo primo incarico di lavoro in una galleria d’arte. Mettere un oceano in mezzo tra sé e gli elementi più tossici della sua vita permette a Camille di rivolgere uno sguardo diverso sul mondo e sulle possibilità che offre, facendo coincidere questa apertura con il suo momento di maggiore maturazione. Le tappe successive del suo percorso risentiranno di questa prima esperienza veramente indipendente e anche il suo ritorno a Parigi, quando avverrà, sarà un ritorno diverso che gradualmente la metterà nella condizione non solo di vedere le cose da un’altra prospettiva, ma anche di provare a cambiarle.

«Avevo lanciato i dadi a caso, pregando perché ad attendermi ci fosse qualcosa di più grande di me. Avevo seriamente creduto di vivere davanti l’ignoto. Invece più invecchio, più l’avvenire si restringe in una sconcertante prevedibilità. Da ragazza avevo creduto di imbastire una forma di disordine, un modo sicuro di seminare il panico così da imbrogliare da sola il tracciato e distogliere l’attenzione da quanto mi attendeva. Sfuggire a quanto mi veniva richiesto mescolando le carte che per forza di cose avevo ereditato e che avrebbero composto la mia vita. Disfare anziché fare.»

Il personaggio di Camille dà forma e respiro al libro, plasmando una pagina dopo l’altra. Sebbene il suo racconto sia una rivendicazione dall’inizio alla fine, un atto di emancipazione di genere, la pretesa di un riconoscimento che passa anche attraverso il sesso, Camille non ha alcun bisogno di gridare, di atteggiarsi a vittima o di portare la trasgressione (da cui comunque si sente attratta) a livello pubblico. Dignità e consapevolezza la sostengono anche nei momenti di disagio maggiore; il suo modo di reagire ai colpi ricevuti è di volgerli a proprio vantaggio, trasformandoli in un investimento su sé stessa; tutto le serve, tutto viene da lei usato per risorgere dalle proprie ceneri. Il più grande contrasto – il quale secondo me è il vero artefice del carattere di tutto il libro – è quello tra la compostezza innata di Camille e le difficoltà che incontra nel suo percorso accidentato verso l’individualizzazione. Segno che non sempre le rivoluzioni più grandi nella vita delle persone si annunciano con spari e cacofonie; possono anche vestire abiti civili e proclamarsi in fanfare di sussurri.

Camille mantiene il tono che le è proprio anche quando passa a temi che possono creare imbarazzo.

«Il sito YouPorn era stato creato cinque anni prima, nel 2006. Mi sdraiai sul letto e accesi il computer. Il disorientamento esistenziale di fronte all’offerta di categorie era già di per sé piacevole. Trovai il sito davvero ben fatto e sebbene gli si sia spesso obiettato – come più in generale ai film pornografici – da esser fatto da uomini per uomini, io al contrario amavo l’idea che fossero loro a occuparsene, a svolgere il lavoro, che questa particolare visione del mondo fosse loro riservata, che fossero loro a cercare quello che si presume procuri godimento ai più.»

Il sesso, ad esempio, è un argomento fondamentale nella sua storia ed è proprio il tono a rendere i suoi resoconti in propositi così autentici. Si percepisce che arrivare a parlare di uomini e di sesso è il risultato di un approdo lento e sofferto, di una conquista che ha ottenuto poco a poco e a caro prezzo, di una confessione che ha seguito un percorso non facile prima di depositarsi sulla pagina.

Grazie alla sua scrittura pulita ed elegante, Pauline Klein rende al meglio la personalità sfaccettata e complessa di Camille, rimanendo peraltro alla larga dalla tentazione della prolissità verso cui la scrittura intimistica può facilmente scivolare. Le riflessioni della protagonista risuonano solenni nella pagina e dettano il ritmo della lettura. Un ritmo lento, anzi un ritmo che deve accordarsi col bisogno della mente di centellinare tutti i significati del libro – di cogliere le trasformazioni di un giovane spirito entusiasta del proprio divenire.

Di feste del papà e di letteratura: “Papà Gambalunga” di Jean Webster

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo odierno desidero affrontare in un colpo solo due tipologie di testo che occupano una parte rilevante della produzione letteraria moderna: il romanzo epistolare e il romanzo per ragazzi (che oggi definiremmo young adults o giovani adulti).

L’occasione mi viene fornita da un classico statunitense che ho riscoperto da poco: Papà Gambalunga, ad opera di Jean Webster, in una piacevole edizione della Caravaggio Editore e a cura di Enrico De Luca.
La trama dell’opera, sicuramente già nota a molti di voi grazie all’omonima serie animata degli anni ’90, riguarda la giovane Jerusha (Judy) Abbott, una ragazza orfana che riceve da un misterioso benefattore l’opportunità della sua vita: lasciare per sempre l’istituto dove vive per frequentare il college. L’anonimo filantropo, della cui persona Judy riesce a vedere solo l’ombra deformata dai fari di un’auto e che le ispirerà il soprannome, non vuole alcunché in cambio ad eccezione di un biglietto di ringraziamento una volta al mese. Questi biglietti da subito si trasformano in vere e proprie lettere nelle quali Judy, gradatamente, inizia descrivendo la sua routine ma finisce confidando i suoi pensieri più profondi.

Jean Webster

Il romanzo epistolare, nella sua forma frammentaria, si presta eccellentemente alle esigenze narrative di Webster. Innanzitutto per la sua adesione alla realtà: Judy deve scrivere delle lettere e proprio queste sono riportate nel testo, creando una catena di singoli episodi. Secondo poi, la forma del testo che procede in questo modo permette a chi scrive di rappresentare tutti i risvolti della trama per vie traverse e originali di per sé, lavorando sui vuoti anziché sui pieni; mentre a chi legge permette di immergersi maggiormente nell’atmosfera del romanzo, grazie a una maggiore stimolazione della fantasia che riempie gli spazi lasciati tra una scena e l’altra.

Sul versante della letteratura per ragazzi, invece, Webster descrive magnificamente il trionfo dell’ingenuità, della spensieratezza ma anche l’importante processo di maturazione che riguarda tutti noi. Gli anni del college, cioè quelli compresi tra i 17 e i 21 anni circa, sono gli anni in cui dobbiamo mettere a fuoco chi siamo, quali sono i nostri principali punti di forza e come impiegarli all’interno di un disegno di vita coerente e soddisfacente per noi stessi. Tutto questo, nella descrizione del personaggio di Judy, appare chiaramente nelle sue lettere. Superata l’iniziale euforia per il nuovo mondo nel quale è stata catapultata, la giovane ragazza determina in maniera sempre più cosciente e matura quale sarà il suo destino e di ciò mette regolarmente al corrente il sempre più affezionato Papà Gambalunga.

Fanno parte, parimenti, dello sviluppo narrativo, anche altri personaggi secondari: a partire da Sally McBride (protagonista del seguito di questo romanzo, cioè Caro Nemico), poi Julia Rutledge-Pendleton e suo zio Jarvis. Questi personaggi, di cui ognuno incarna una determinata caratteristica, si alternano guadagnando più o meno spazio all’interno delle lettere di Judy, sino a giungere al gran finale che, se siamo stati lettori accorti, non ci coglie così tanto di sorpresa.

Papà Gambalunga rappresenta quindi un romanzo per ragazzi, un romanzo epistolare e allo stesso tempo un romanzo di formazione. Un testo che ritengo debba essere presente sulla scrivania di ogni ragazzo o ragazza alle prese col proprio sviluppo emotivo e psicofisico. Un testo nel quale ci accorgiamo che molte difficoltà dovremo affrontarle da soli, che nel corso della nostra maturità possiamo incontrare nuovi amici e scartarne altri; un romanzo dove ci viene insegnato che chi ci ama davvero, anche se da lontano, trova sempre il modo di aiutarci e di farci sentire la sua vicinanza.
Anche perché, in fondo, a tutti farebbe piacere avere un Papà Gambalunga!

Da Magritte a Wittgenstein: l’inesauribile mistero della realtà quotidiana

Di Laura Busetto

Nella grigia quotidianità che ci avvolge in questo momento storico complesso dovuto alla situazione pandemica, questo contributo proverà a dimostrare attraverso le opere di René Magritte come l’arte sia in grado di aprire una molteplicità di finestre nel quotidiano senza trascenderlo, introducendo così l’osservatore al mistero della realtà che, liberata dal velo del banale, offre infinite possibilità di significato. Uno spiraglio che si apre nel lento trascorrere di giornate sempre uguali, di orizzonti bloccati dalle pareti entro cui ci chiedono di restare. 

Questo percorso parte da un’intervista di Magritte che risale al 1967 in cui spiega le ragioni della sua arte facendo riferimento alla poesia; proseguiremo poi con l’analisi di tre dipinti emblematici intrecciando alla loro interpretazione le considerazioni di Wittgenstein circa il rapporto tra arte e oggetti ordinari e l’attività del riportare il linguaggio dalla metafisica al quotidiano. Emergerà come il quotidiano sia, contrariamente a ciò che il senso comune potrebbe intendere, un tema sfuggente e irriducibile.

Magritte, uno dei maggiori esponenti del surrealismo belga, nell’intervista rilasciata per il programma Terre des Artes parla di come attraverso i suoi dipinti voglia defamiliarizzare ciò che è banale. L’arte per Magritte è poesia in immagini in quanto la poesia stessa ha a che fare con il mondo “al di qua” di quanto ci è permesso osservare. Esiste una poesia che cerca luoghi e oggetti lontani da portare nel familiare, versi che suscitano ciò che lui stesso definisce come sentimento del turista. La pittura di Magritte ha invece l’intento opposto: comporre delle immagini che a partire dall’ordinario siano in grado di destare quello stesso sentimento senza allontanarsi ma viaggiando e scavando nella propria realtà. Per il pittore infatti tutte le cose visibili nascondono altre cose invisibili che l’arte può mettere in luce fornendone la porta d’accesso. Non occorre elevarsi ad un piano altro e metafisico come invece fanno Wordsworth e altri autori, per i quali il quotidiano nasconde un secondo ordine di significati che emerge attraverso la ricomposizione del lavoro poetico.

Allo stesso tempo la pittura di Magritte è come una vita segreta che si articola tra pensieri e immagini abitando e non trascendendo il mondo. Fondamentale è quindi la necessità di una nuova composizione del quotidiano che lo decontestualizzi e lo mostri da un punto di vista non familiare. Per Magritte il far vedere l’ordinario come non ordinario è la semplice realizzazione di un desiderio, di una tendenza intrinseca nella natura dell’uomo, la quale talvolta ha anche una valenza di tipo etico e funge da motore per il progresso. L’esempio più lampante è il fatto che l’uomo si sia immaginato in aria, ed ecco che è stato inventato l’aeroplano.

R. Magritte, “I valori personali”, 1952, olio su tela, 80×100 cm, San Francisco, Museum of Modern Art.

Wittgenstein in un passo di Pensieri Diversi riflette rispetto al modo in cui una stufa, sineddoche per ogni oggetto del quotidiano, possieda un valore relativo che le viene conferito in virtù delle qualità utili a soddisfare i bisogni e le necessità del soggetto. Questo tipo di valore non è accidentale bensì limitato alla volontà dell’individuo, che prende una posizione rispetto all’oggetto e al contempo lo posiziona in un ordine. L’oggetto ha valore perché occupa una determinata posizione nella “griglia” attraverso cui l’individuo ordina il “suo” mondo; di conseguenza il valore emerge solo da alcuni aspetti dell’oggetto.

Secondo Wittgenstein non si tratta di una modificazione del contenuto della realtà operata dalla volontà quanto piuttosto un modo di intendere il mondo che appartiene al soggetto, il quale si accorda con le possibilità di significato dell’oggetto e seleziona quelle che hanno significanza per la sua vita. Non è quindi una visione soggettiva o solipsistica quanto piuttosto riduttiva. Magritte in I valori personali sfida questo processo che spesso avviene in maniera inconscia nell’individuo. Lo schema dell’ordinario rappresentato dalla camera pressoché spoglia viene rotto attraverso l’ingrandimento di quegli oggetti che sono l’emblema della quotidianità come il pettine e il pennello da trucco. Magritte mostra ciò che Wittgenstein chiama spazio logico delle possibilità invitando l’osservatore ad uscire dalla propria comodità cristallizzata. Il fine dei suoi dipinti è infatti quello di creare un cortocircuito visivo e logico che destabilizzi il soggetto e lo spinga a comprendere un nuovo ordine. L’oggetto occupa una posizione diversa rispetto allo schema ordinario e acquisisce di conseguenza un differente valore. Mentre Wittgenstein afferma che lo scopo dell’arte sia quello di mostrare l’oggetto sub specie aeternitatis, Magritte nei suoi dipinti suggerisce la presenza di un’infinità di possibilità di significanza che non possono però mai essere colte nella loro totalità. È esattamente in questo che consiste il mistero inesauribile della realtà. Lo sforzo richiesto da Magritte e Wittgenstein non riguarda un agire sul mondo quanto piuttosto un lavoro su se stessi, sul proprio modo di vedere e di pensare.

R. Magritte, “La riproduzione vietata”, 1937, olio su tela, 81,3×65 cm, Museum Bojimans Van Beuningen, Rotterdam.

L’arte è come lo specchio nel quadro La riproduzione vietata, in quanto riproduce la realtà nel dettaglio ma la dispone in contrasto rispetto alle comuni regole logiche della percezione, suscitando un senso di spaesamento e smarrimento che induce la mente al pensiero. Il soggetto del quadro, un ricco borghese di nome Edward James, si specchia compiendo l’attività quotidiana per eccellenza ma l’immagine che viene restituita è quella dell’uomo di spalle: un riflettere che nega le regole del riflettere stesso. Ad un primo sguardo si potrebbe pensare che a distorcere l’immagine sia lo specchio, ma osservando più attentamente si nota come la mensola in marmo e il libro vengano riflessi nel modo in cui ci si aspetta. La riproduzione vietata dunque riguarda unicamente l’individuo e la possibilità che ha di guardare la realtà da un punto di vista altro, addirittura opposto rispetto alla sua abitudine. Facendo un ulteriore passo, l’uomo non solo può osservare l’oggetto diversamente per scovare in esso nuovi significati ma può compiere questa operazione anche su se stesso. Per comprendere quale tipo di osservazione Magritte intenda, pare opportuno considerare la distinzione che Wittgenstein pone tra “vedere” e “vedere-come” [1]. Prendendo le mosse da una figura che può sembrare al contempo la testa di una lepre e quella di una papera, il filosofo spiega come lo scarto tra i due modi di intendere la sagoma sia dato dal notare aspetti diversi di quello stesso oggetto. Notare un aspetto piuttosto che un altro ha a che fare con il “vedere-come” che si pone a metà tra percezione ed interpretazione. Il “vedere” si riferisce meramente all’aspetto percettivo di un oggetto, il quale persiste identico a sé dandosi in molteplici modi nel “vedere-come”.

I dipinti di Magritte pongono gli elementi in perenne tensione tra le due sfumature del concetto di “vedere”: Edward James si vede allo specchio come Edward James di spalle. Il soggetto è il medesimo, come Magritte sottolinea attraverso i dettagli e i particolari dell’elegante vestito e dell’acconciatura che si ripetono in modo preciso nell’immagine allo specchio. Allo stesso tempo però l’individuo che è qui oggetto e soggetto si “vede-come”, cambiando il suo punto di vista e vedendo-come chi osserva il quadro. In questo modo il dipinto aggiunge alle distinzioni di Wittgenstein un’ulteriore accezione del “vedere-come” che non coinvolge solo l’oggetto decontestualizzato dalla sua ordinarietà ma riguarda anche il soggetto che prende una posizione diversa per guardare il mondo e se stesso dal punto di vista di un altro. Concetto che può per altro riversarsi sul piano etico.


R. Magritte, “L’uso della parola I”, 1928-1929, olio su tela, 54,5×72,5 cm, New York, collezione privata.

In ultima analisi, quando si tratta il “vedere-come”, non si ha a che fare unicamente con l’aspetto visivo e percettivo ma anche con l’esperienza e il linguaggio del soggetto che compie l’attività. Magritte infatti nel quadro L’uso della parola I sembra voler dimostrare come proprio attraverso il linguaggio si creino quegli schemi che come grate tengono rinchiuso il quotidiano nell’ordinario.

Il paradosso che si viene a creare tra l’immagine della pipa e la didascalia che fa parte del dipinto può essere inteso come una critica alla teoria del riferimento secondo cui vi è una relazione di identità tra parola e oggetto oltre a sostenere che l’oggetto fornisce il significato della parola stessa. Sfidando tale concetto, aggiunge un ulteriore elemento ovvero il fatto che nemmeno traimmagine e oggetto vi sia una relazione di perfetta identità. Un oggetto non è riducibile né al suo nome né alla sua immagine. Il dipinto in analisi rompe lo schema che sta alla base dell’apprendimento di un linguaggio. Negli abbecedari che vengono utilizzati per insegnare a leggere o nei dizionari illustrati, solitamente si trovano infatti immagini con la denominazione dell’oggetto rappresentato. È questa l’apoteosi del banale che viene ribaltata nel quadro dove la scritta afferma che l’immagine non è l’oggetto ma una sua rappresentazione; l’oggetto non fornisce il significato dell’immagine e l’immagine non costituisce l’illustrazione delle parole. Immagini e parole sono arbitrarie e non costituiscono un legame di referenzialità ontologico con l’oggetto.

Comprendere questo significa riportare il linguaggio dal suo impegno metafisico al quotidiano come afferma Wittgenstein: le proposizioni metafisiche esprimono una necessità in quanto si esauriscono nell’utilizzo di regole che non permettono antitesi e vengono considerate come a priori. L’errore consiste per Wittgenstein nell’applicare al mondo queste proposizioni ritenendole verità necessarie dell’oggetto mentre sono in realtà unicamente regole logiche che appartengono ad uno dei molteplici modi di usare il linguaggio [2]. L’utilizzo metafisico delle parole consiste nell’applicare ad un dato oggetto la formulazione di una tesi che riguarda le sue caratteristiche essenziali pretendendo di valere come verità necessaria e generale circa la natura dell’oggetto stesso. In questo modo l’oggetto viene “categorizzato” e il suo significato si cristallizza. Per riportare il linguaggio al suo impiego quotidiano è dunque necessario riportarlo all’uso reale e primitivo, libero dai dogmi e dalle regole che lo dominano.

R. Magritte, “La chiave dei sogni”, 1930, olio su tela, 81×60 cm, collezione privata.

Alla rigida necessità si oppone la spontaneità data dalla libera associazione di elementi, come si nota nel dipinto La chiave dei sogni in cui Magritte opera associazioni arbitrarie di nomi e immagini concernenti oggetti quotidiani senza alcuna apparente connessione. Le linee che costituiscono la griglia in cui gli oggetti sono inseriti possono rappresentate le regole del linguaggio attraverso cui si legano i significati e le parole. Ordine che Magritte rompe dal suo interno. Wittgenstein esalta i diversi modi e le infinite possibilità del linguaggio sfidando il dogmatismo attraverso i giochi linguistici [3]. Si potrebbe dire la stessa cosa per i quadri di Magritte che fungono da veri e propri giochi estetici con il fine di mostrare la molteplicità della realtà riportando l’arte dal suo impiego metafisico all’impiego quotidiano che offre un’irriducibile possibilità di significati. Nei giochi linguistici Wittgenstein porta alla luce i limiti di quelle dottrine o idee che pretendono di avere una validità assoluta rispetto al reale quando consistono invece in uno dei molteplici modi con cui afferrarlo. Allo stesso tempo Magritte, nei suoi dipinti, mostra la limitatezza di un approccio mono-prospettico al mondo che rinchiude l’individuo nella banalità dell’ordinario. Il fine della sua arte è quello di invitare l’osservatore a perdersi nel mistero inesauribile del reale.


[1] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di Mario Trinchero, Torino, Einaudi, 2009, pag 229.

[2] L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di Mario Trinchero, Torino, Einaudi, 2009, pag 252.

[3] L. Perissinotto, Introduzione a Wittgenstein. Bologna: Il Mulino, 2018, pag. 180.

Il turismo con stile di un gentleman inglese: “La via per l’Oxiana” di Robert Byron

Di Andrea Carria

Il mio interesse per l’Asia Centrale lo paragonerei al moto delle maree: come loro, anch’esso ritorna però lo fa in modo meno regolare e prevedibile. La sua più recente manifestazione è stata la lettura che ho fatto di La via per l’Oxiana (Adelphi, 2005), il diario che Robert Byron (1905-1941) redasse durante il suo viaggio in Oriente fra il 1933 e il 1934.

Per gli appassionati di letteratura di viaggio i nomi di Byron e di quello che è il suo libro più famoso rappresentano delle pietre miliari. Oltre a essere un capolavoro letterario in senso proprio, La via per l’Oxiana è infatti considerato un modello, uno di quei libri che, da soli, sono in grado di ridefinire i canoni del genere cui appartengono. Lo stesso Robert Byron era un personaggio sui generis. Figlio di un diplomatico inglese di alto livello e quindi membro del milieu forse più agiato al mondo, Byron impersonava al meglio il prototipo del britannico snob geneticamente allergico alla modestia che la letteratura vittoriana del secolo precedente aveva provveduto a canonizzare. Il suo snobismo però era già sceso a compromessi con le trasformazioni storiche e sociali in atto. Nato nel 1905, Robert Byron aveva fatto in tempo sia a ereditare il passato sia ad assorbire l’anticonformismo e lo spirito di protesta più tipici del XX secolo, facendosi espellere perfino da Oxford, dove studiava, per i suoi atteggiamenti ribelli.
Come scrittore e critico d’arte, Byron ebbe un ruolo tutt’altro che secondario; il suo apporto allo studio dell’arte orientale e bizantina viene tutt’ora riconosciuto, mentre il suo valore come scrittore di viaggio, più lento ad affermarsi, nella seconda metà del secolo ha trovato un promotore infallibile ed entusiasta in Bruce Chatwin, del quale l’edizione Adelphi di La via per l’Oxiana riporta in apertura un saggio davvero molto bello.

Robert Byron iniziò a scrivere il suo diario a Venezia il 20 agosto 1933, da dove sarebbe salpato il suo piroscafo per l’Oriente. Dopo una sosta a Cipro, Byron raggiunse la sponda est del Mediterraneo passando in Palestina, Siria e Libano, per poi raggiungere l’Iraq, la Persia e l’Afghanistan (Oxiana è il nome storico della contrada più settentrionale di questo paese), rientrando infine in Inghilterra via India.

«Da queste parti il turista è ancora un’anomalia. Se uno viene in Siria da Londra per affari, dev’essere ricco. Se uno poi ci viene senza motivi d’affari, dev’essere ricchissimo. Nessuno si cura se la località vi piace, o se non la potete soffrire e perché. Siete semplicemente un turista, come un farabutto è un farabutto, una variante parassitica della specie umana, che esiste per essere munta, come una mucca da latte o un albero della gomma.»

La via per l’Oxiana è un libro con un carattere ben definito, plasmato e rifinito dalla personalità sfaccettata ed esuberante del suo autore. Il suo stile, che non si lascia incasellare, riproduce quello che era lo stile di vita stesso di Byron, un uomo – lo hanno descritto i suoi contemporanei – animato da forti contrasti nel quale era possibile trovare erudizione accademica, snobismo aristocratico e humor britannico in proporzioni capricciosamente volubili. Ogni pagina di La via per l’Oxiana è un caleidoscopio di informazioni. Arte, storia, antropologia, attualità politica, geografia, costumi; la penna di Byron è meno schifiltosa di quanto non voglia dare a sembrare, ma comunque rimane sempre un passo o due indietro rispetto al suo sguardo. Il quale riesce a cogliere l’essenza di un luogo oppure di un personaggio anche quando la sua mente esita poi a metterla per iscritto, forse per una sorta di rispetto verso la cultura orientale che tanto lo affascinava. Il ritratto, si sa, è una pratica bandita dalle religioni e dalle culture semitiche, e Byron, con la sua scrittura marcatamente visiva, aveva sulla punta della propria penna tutta la tavolozza di un pittore.

Di ritratti Byron, comunque, ne confeziona uno quasi a ogni pagina. Delle centinaia, forse migliaia, di personaggi che incontra, l’autore produce una serie di bozzetti folgoranti e spassosi. I migliori sono quelli in cui riporta anche i dialoghi, tutti infarciti di sagacia e disincanto. Sono proprio divertenti e belli da leggere, e l’impressione è che lo stesso Byron si sia divertito molto a scriverli. Se invece che come autore di scritti teorici ed estetici si fosse dedicato al romanzo, questa sua capacità di impressionare i particolari più salienti gli sarebbe tornata molto utile per costruire dei personaggi indimenticabili.

A Byron, invece, interessavano l’arte e in particolare l’architettura. Le sue descrizioni dei monumenti delle città che visita durante il viaggio sono impareggiabili. A lui non interessa nulla dell’oggettività o del parere degli altri; ciò che asserisce è la visione di come le cose gli si sono mostrate nella luce dell’Oriente, e il solo altro fatto che può influenzare ciò che scrive sono i suoi stati d’animo. Le pagine del diario abbondano quindi di espressionismo e romanticismo, ma anche di quella decadenza europea masticata da tutti gli intellettuali della sua generazione.

«È un magro conforto ricordare che la Mesopotamia fu anticamente un paese di straordinaria ricchezza, fecondo di arti e di invenzioni, patria ospitale ai sumeri, ai seleucidi e ai sasanidi […]; da quell’epoca fino ai giorni nostri la Mesopotamia è rimasta un paese di fango, ma senza l’unico vantaggio possibile del fango, la fertilità. È una pianura di fango, talmente piatta che un solo airone che si riposa su una zampa, vicino a uno dei rari fili d’acqua in un fossato, dà l’impressione di essere alto come un’antenna della radio. Da questa pianura sorgono villaggi e città di fango. I fiumi sono fango liquido. L’aria è costituita di fango rarefatto in gas. Le persone hanno il colorito del fango, portano vestiti color fango, e il loro copricapo nazionale non è altro che un tortino di fango standardizzato. Baghdad è la degna capitale di questo paese favorito dagli dèi. Si nasconde in una nebbia fangosa; quando la temperatura scende sotto i 43° gli abitanti si lamentano del freddo e tirano fuori le pellicce. Ai nostri giorni è giustamente famosa per una sola particolarità: un tipo di foruncolo che impiega nove mesi a guarire e lascia la cicatrice.»

Quando passa a descrivere le persone, alla bellezza della sua prosa si aggiungono i pregiudizi che ci si può aspettare da un giovane uomo bianco e altolocato degli anni Trenta. Byron, però, lo fa da esteta, ovvero con intelligenza e buon gusto, ma soprattutto è abile a stemperare la supposta superiorità occidentale che esibisce (nonché la propria, naturale arroganza) con l’ironia, l’allusione, la dissimulazione e un certo grado di libertinismo intellettuale di cui molto doveva compiacersi. A volte è difficile perfino stabilire chi siano i veri bersagli dei suoi strali: colui che in apparenza è il criticato può infatti essere solo lo specchio che Byron usa per rifrangere le sue frecciate contro i veri destinatari – l’Occidente, la Gran Bretagna, la scelleratezza di certe politiche imperialistiche e, forse, anche sé stesso.

La via dell’Oxiana è il libro d’oro di una stagione giunta ormai ben oltre il suo tramonto. Cinque anni dopo la conclusione del viaggio, sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale (lo stesso Byron sarebbe morto nel 1941 per il siluramento del piroscafo su cui stava viaggiando da parte di un U-Boot tedesco), e anche il Medio Oriente e l’Asia Centrale ne sarebbero stati investiti. Il Levante – un nome abusato ma sfuggente di cui Amin Maalouf in Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo, 2020) ha saputo dare una definizione fra le più belle che abbia letto – al tempo di Byron era comunque già finito. Gli odiati protettorati inglesi e francesi che si sostituirono al crollo dell’Impero ottomano, e che permisero a Byron e a molti altri europei del tempo di raggiungere le loro Oxiana per turismo, furono l’anticamera dei disordini che si consumano ininterrottamente in quella funestata parte di modo da ormai più di cento anni.

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

“L’uomo senza ombra” di Colin Wilson: virtuosismi e filosofia della camera da letto

Di Andrea Carria

A chi mi ha seguito qui sul blog non sarà sfuggito che in questo inizio di 2021 ho passato molto del mio tempo da lettore in compagnia di Colin Wilson, di cui vi ho già parlato in due articoli dedicati a L’Outsider e a Riti notturni. Quest’ultimo libro, ricorderete, è il primo romanzo di una trilogia che la casa editrice Carbonio sta ripubblicando in italiano e che ha per protagonista Gerard Sorme, un giovane scrittore alter ego di Wilson. Il secondo volume della trilogia è uscito lo scorso dicembre, si intitola L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (Carbonio Editore, 2020, collana “Cielo Stellato”, traduzione di Nicola Manuppelli) ed è il libro di cui vi parlo oggi.

L’uomo senza ombra venne pubblicato in Inghilterra nel 1963, tre anni dopo l’uscita del primo volume. Vi ritroviamo molti dei personaggi conosciuti in Riti notturni, ma stavolta è lo stesso Gerard a parlarcene; il libro che il lettore ha tra le mani è infatti il suo diario privato giunto per vie traverse alla pubblicazione. Il fatto che si tratti di un diario lo rende molto diverso dal libro precedente sotto quasi tutti gli aspetti. La narrazione, che in Riti notturni costituiva la ragion d’essere dell’opera, riprende da dove si era interrotta ma, oltre a spostare il punto di osservazione, assume un andamento più incostante a vantaggio delle riflessioni di Gerard.

L’argomento al centro del diario è il sesso. Gerard è succube di una sorta di dipendenza sessuale che lo costringe a interessarsi di quasi ogni ragazza che vede. Reali o fantasiose che siano, scrivere delle sue avventure sessuali nel diario lo aiuta a guardare meglio dentro di sé e a riconoscere il significato nascosto dietro alle sue pulsioni. Oltre il godimento fisico, per lui molto importante, Gerard vede il sesso come una via privilegiata alla comprensione dei suoi istinti e, quindi, alla conoscenza di sé. Gerard è sempre molto acuto nelle sue riflessioni e il suo punto di vista sulle cose è sempre alternativo. La bellezza di leggere Wilson consiste proprio in questo: ciò che ha da dire non è una ripetizione né un riadattamento di idee di altri, quello che scrive è espressione di una mente abituata a pensare da sola e che non accetta compromessi riguardo alla libertà.

«Me ne sto seduto qui, in questa stanza, e il problema sembra allo stesso tempo immenso e inesistente. La vita è un deserto di libertà, ma poiché è un deserto, siamo troppo liberi. È come essere sospeso in un vuoto totale, senza gravità; puoi fare tutto ciò che vuoi, ed è proprio per questo che non fai niente, e ogni sforzo per cambiare posizione costa un’energia immensa perché non c’è nulla su cui fare leva. Provi a muovere il braccio all’indietro e tutto il corpo gira, riportando il braccio nella stessa posizione. A volte mi sono chiesto come certi scrittori potessero passare tutta la vita in uno stato immutabile di disperazione o debolezza. Adesso lo so: immaginano che la posizione fortuita in cui la libertà li ha gettati sia una legge dell’universo.»

Wilson, attraverso Sorme, dice la propria su alcuni temi classici del pensiero occidentale, confrontandosi con quelli che, fin dai tempi di L’Outsider, considera i suoi “santi letterari”. Molti di essi erano grandi amatori ed è a loro che Sorme si associa volentieri. Maschio bianco etero, il titolo di un romanzo di John Niven di qualche anno fa, è la scritta che anche Sorme avrebbe appeso fuori dal suo club qualora avesse pensato di fondarne uno.

Ciò che delle vicende di Riti notturni non aveva trovato spazio, data la diversa conformazione del libro, nel suo diario acquisisce una fisionomia intellettuale piena, e anche il personaggio di Gerard ne risulta irrobustito. Finalmente, vediamo quali pensieri e ragionamenti ispirano la sua empiria e il suo sensismo, e quello che si scopre è l’incessante lotta interiore di un giovane uomo che cerca di coniugare le aspirazioni della mente con i bisogni del corpo. L’acume di Sorme rende interessante questo antico dissidio con argomentazioni intelligenti e spiazzanti che non si sa mai dove condurranno.

In tutto questo non bisogna dimenticarci della parte narrativa dell’Uomo senza ombra, dove si alternano progressioni di trama e aneddoti. In questo libro, Wilson si è sentito più libero di azzardare e il suo stile, molto più maturo, ha dato prova di saper imprimere quelle variazioni di tono che invece gli erano sfuggite in Riti notturni. In questo la prima persona aiuta molto, permette una confidenzialità e una naturalezza che invece la terza, nella sua ricerca dell’obiettività, non può in nessun modo eguagliare.

I limiti di quest’opera sono, da un certo punto di vista, anche i suoi punti di forza. Il suo doppio profilo, intellettuale ed erotico, la rende una lettura consigliata per momenti scelti della giornata, mentre alcune considerazioni morali e punti di vista “sessisti” sono quelli che rivelano di più l’età anagrafica del libro. Concordo in pieno con la recensione di Francesco Pacifico su “la Repubblica”, secondo cui nessun editor, oggi, lascerebbe passare il machismo di certe pagine. C’è da augurarsi, adesso che Wilson non gode ancora del passaporto diplomatico dato dall’essere un classico, che le altre qualità dell’Uomo senza ombra siano sufficienti a mettere garofani nelle bocche da fuoco delle femministe più agguerrite, per arrivare integro e incolume al pubblico di oggi a cui naturalmente appartiene. Per il quale è comunque da vedere se a costituire il principale incentivo alla sua lettura saranno le turbolenze sessuali di Gerard o il fascino senza tempo di un uomo insaziabilmente affamato di libertà.

Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

La pittura del Novecento, parte X: la mimesis impossibile del surrealismo

Di Andrea Carria

La decima puntata della serie “La pittura del Novecento” (che oggi sono contento di poter finalmente riprendere) ci farà compiere un importante balzo in avanti nel nostro percorso in quanto, con l’articolo odierno, compiremo un autentico giro di boa salutando la prima, densissima, metà del secolo. Per fare un balzo in avanti di questa portata è bene essere preparati; se ve le foste perse, vi rimando quindi agli articoli precedenti (ecco qui i link: #1, #2, #3, #4, #5, #6, #7, #8 e #9), ma soprattutto vi invito a mettervi comodi, a procurarvi una poltrona o un lettino (il perché vi sarà chiaro fra un momento) mentre cominciamo la nostra esplorazione del surrealismo.

Il surrealismo è generalmente considerato la più tarda delle avanguardie storiche: stando infatti alla cronologia, vediamo che il suo primo manifesto venne scritto dal poeta André Breton (1896-1966) solo nel 1924 (per poi redigerne una seconda versione nel 1929), ossia a diversi anni di distanza da quelli delle altre avanguardie, tutte sorte e completamente formatesi entro la fine del decennio precedente. Le ragioni di questo “ritardo”, se così possiamo considerarlo, sono molteplici e di natura diversa, ma analizzarle ci porterebbe davvero troppo lontano e quindi ne vedremo solo qualcuna en passant.
C’è però da dire che il surrealismo così come lo conosciamo è l’espressione, rielaborata, delle esperienze artistiche che lo hanno preceduto (espressionismo, dadaismo, cubismo, metafisica, astrattismo…), oltreché il frutto dell’impegno, da parte della cerchia artistico-intellettuale che orbitava intorno a Breton, volto a tradurre in linguaggio artistico le teorie psicanalitiche di Sigmund Freud.

S. Dalí, “Sogno causato dal volo di un’ape”, 1944, Lugano, Collezione Thyssen-Bornemizsa.

Non era la prima volta che la psicanalisi proiettava la propria influenza direttamente sull’arte; era già accaduto a inizio secolo, in Austria, con Gustav Klimt, Egon Schiele e Oskar Kokoschka, per poi irradiarsi verso il resto dell’area germanica e attecchire in particolare negli ambienti espressionisti di Berlino e delle altre città tedesche interessate dal clima avanguardista. Ma fino ad allora si era trattato di reinterpretazioni libere e molto soggettive le quali, proprio in virtù di questo loro carattere, mettevano in luce delle teorie freudiane solo gli aspetti che interessavano i singoli pittori, ovvero quelli più affini alla loro arte o che potevano rivelarsi loro utili per esprimere certi significati. Con il surrealismo, il cono d’ombra della psicanalisi sull’arte si allargò ai Paesi non germanofoni, dimostrando – dopo decenni di studi, dibattiti, convegni e traduzioni in giro per il mondo – come nel frattempo gli artisti avessero raggiunto un livello di consapevolezza sull’argomento fino ad allora inedito, e che faceva da pendant a un radicamento irreversibile, ormai davvero molto profondo, in seno alla cultura e alla società occidentali (europea in primis, ma anche americana).
Il passo successivo riguardava le modalità dell’espressione artistica nel suo senso più ampio, ed è proprio quello che Breton e il suo manifesto intendevano preparare. Dopo aver contemplato e poi “archiviato” le opere del primo entusiasmo (Klimt, ma anche Schnitzler, Groddeck), dopo aver studiato e approfondito, dopo aver digerito e completamente assimilato concetti psicologici e medici spinosi per gli stessi addetti ai lavori (di cui gli stessi artisti e autori di inizio secolo avevano soltanto potuto iniziare a prendere coscienza), gli esponenti dell’arte postbellica al gran completo – pittori, attori, scrittori, poeti e drammaturghi, ora dotatisi anche di un nuovo manifesto – erano finalmente pronti a tradurre in immagini e in versi meno aleatori, più consapevoli, tutta la portata della rivoluzione psicanalitica.

In pittura, le opere surrealiste mettevano in immagini i contenuti irrazionali e latenti dell’inconscio. Scenari e personaggi raffigurati partivano da una base “realistica” per poi combinare, come avviene nei sogni, gli elementi della composizione in modo innaturale, assurdo, visionario. Una delle più “grafiche” fra le avanguardie (nel senso che molti suoi interpreti, come Dalí o Magritte, seppero resistere all’astrazione delle forme), il surrealismo esprimeva per mezzo di paradossi e tecniche quali l’automatismo psichico importanti significati simbolici che spesso traevano origine dalla sfera sessuale umana. Appropriandosi del linguaggio del sogno, le loro opere si popolarono di contenuti rimossi, di riferimenti sessuali che la censura operata dalla coscienza poteva ammettere solo sotto mentite spoglie. Da questo punto di vista, osservando certe opere, verrebbe da dire che il surrealismo avesse rimesso le “braghe” ai nudi discinti ritratti da Klimt, ma in realtà il suo erotismo divenne ancora più acceso e smaliziato. A suggerire questa impressione errata è la necessità di interpretare l’opera, proprio come, interpretando un sogno, è possibile scoprire un coito nell’immagine di qualcuno che addenta una mela. Un dipinto molto famoso che mi viene in mente da prendere come esempio è La vestizione della sposa di Max Ernst (1939-40), un’opera davvero densa di significati sessuali (e non solo) nascosti dietro a un’accurata simbologia e a pose classicheggianti.

M. Ernst, “La vestizione della sposa”, 1939-40, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim.

Mi spingo inoltre a dire che, da una certa prospettiva, il surrealismo è stato l’ultima, grande corrente mimetica dell’arte del Novecento. Se infatti consideriamo il sogno come un oggetto sensibile al pari di una natura morta, un paesaggio o addirittura una battaglia, ovvero come un qualsiasi altro fenomeno in grado di essere esperito (cosa che del resto facciamo quasi ogni notte), allora possiamo anche affermare che quella surrealista, nel suo sforzo di rappresentare i contenuti onirici sulla tela, è stata un’arte mimetica di interesse e valore indubbi, che aveva la particolarità (la difficoltà, se si vuole) di raggiungere il proprio modello naturale solo facendo una passeggiata nei sogni anziché all’aria aperta.

Tutto questo non ha però interessato l’arte surrealista come se fosse stata un blocco unitario. Come la maggior parte delle avanguardie, anche il surrealismo è stato un movimento artistico variegato al suo interno e dalla geografia ampia, distesa su buona parte dell’Europa Occidentale (Francia, Germania, Spagna, Belgio) fino agli Stati Uniti e all’America Latina. Per esempio, nelle opere di Salvador Dalí l’aspetto onirico (il quale passa anche attraverso l’intermediazione della metafisica dechiricana), fortemente calcato, si abbina al figurativismo; stessa cosa, ma con peculiarità diverse da artista ad artista, la si riscontra anche nel tedesco Max Ernst (1891-1976), pittore con un profondo sguardo teoretico, e nel belga René Magritte (artista molto prolifico, amante dei giochi di parole e dei paradossi grafici), ma non è stato così per tutti gli artisti; molti altri, come ad esempio Joan Miró (1893-1983) o Yves Tanguy (1900-1955), virarono decisamente verso uno stile più astratto o, ancora meglio, non figurativo.

Juan Miró, “Arcobaleno e Poetessa”, 1940, New York, Museum of Modern Art.

Benché nato relativamente tardi, il surrealismo fu una delle avanguardie più longeve. Sopravvisse alla Seconda guerra mondiale e continuò a imporsi sulla scena artistica e culturale dell’immediato Dopoguerra finché non venne spodestato da correnti e scuole di pensiero più giovani. Lasciò un’impronta profonda in vari campi: da ricordare sono quella sulla scultura (da Alberto Giacometti fino alla rivisitazione dei ready-made duchampiani quali Telefono aragosta di Dalí o gli inquietanti manichini scomposti di Hans Bellmer), sul teatro, sul cinema e sulla letteratura.
Per quanto riguarda quest’ultima, il surrealismo fu una corrente vera e propria con i suoi dogmi e le sue tecniche (fra quest’ultime, ricordo la scrittura automatica, già in voga nei circoli spiritici, e i cadavre exquis, utilizzati tanto nella scrittura che nel disegno), una scuola che forgiò la generazione poetica francese tra le due guerre (Breton, Artaud, Jarry, Éluard, Crevel, Cocteau, Bataille) e che contribuì a formare quella che, tornata la pace, avrebbe risollevato lo spirito del Paese.

Il consiglio bibliografico sull’argomento di oggi dà la parola direttamente ai protagonisti, anzi all’iniziatore: Il surrealismo e la pittura di André Breton (Abscondita, 2018) raccoglie alcuni scritti teorici del fondatore del surrealismo; un’esperienza di lettura che porta con sé il sapore di un’altra epoca, un’epoca in cui le cose possedevano ancora un lato insondabile e l’arte era quel ponte che, negli animi più sensibili, serviva ancora a mettere in dialogo scienza e superstizione.

*Immagine in copertina: R. Magritte, L’uso della parola I, 1928-29, New York, collezione privata.