È facile dire ‘assassino’ quando sei già dannato: “Gli osservati” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Dopo Il caravan, romanzo con cui si è fatta conoscere in Italia lo scorso anno, quest’estate Jennifer Pashley torna in libreria con il suo nuovo thriller Gli osservati, pubblicato sempre da Carbonio Editore nella traduzione di Anna Mioni.

Spring Falls, Stato di New York. Una segnalazione anonima avverte l’agente Kateri Fisher di andare a vedere cosa è accaduto nella proprietà dei Jenkins, nei boschi alla periferia della cittadina. Giunta sul posto Kateri si rende immediatamente conto che deve essere accaduto qualcosa di tragico, ma la scoperta più scioccante è il ritrovamento di una bambina chiusa in un ripostiglio in stato di shock. Chi ce l’ha messa e perché? Dov’è la sua famiglia? Nel terreno della proprietà vengono quindi rinvenute delle ossa semicarbonizzate, probabilmente umane. Probabilmente appartengono alla madre della bambina, Pearl. Ma chi ha potuto commettere un gesto tanto atroce? I Jenkins sono tra le famiglie più sbandate di Spring Falls; crimini, debiti e degrado segnano le esistenze di tutti loro, e non sarebbe una novità che con un background del genere si abbiano dei rigurgiti di violenza derivanti da antichi conti in sospeso. Ad attirare l’attenzione dell’agente Fisher e del suo collega Hurt è però la figura di Shannon Jenkins, il figlio maggiore della presunta vittima, del quale si sono perse le tracce. A ben guardare, Shannon è forse quello che poteva avercela di più con Pearl, donna problematica affetta da depressione cronica e dipendente dalla droga, e il fatto che sia sparito dalla circolazione non depone a suo favore. E poi c’è Birdie, la bambina, del quale in paese nessuno sapeva niente. Possibile che Pearl e Shannon l’avessero tenuta segregata in casa per tutto quel tempo occultandola al resto del mondo? Da chi dovevano nasconderla?

«Ce n’è uno in ogni città. Un solitario. Un outsider. Uno sconosciuto che è fuori posto; qualcuno che è piovuto in paese, sconnesso da chi è lì da generazioni. In qualche caso il forestiero rimane e impara ad adattarsi, e dopo anni nessuno più lo considera strano. A volte si cerca di trattenerlo, come per catturare un giovane daino che traballa ancora sulle zampe affusolate. Ma a un certo punto, sai che se ne deve andare. A un certo punto molli la presa e il daino segue il suo istinto. Fa quello per cui è nato.»

Con Gli osservati Jennifer Pashley riprende l’esplorazione della provincia rurale americana e dei suoi crimini. Ancora una volta quella del disagio sociale è la lente attraverso cui sceglie di osservare le distorsioni individuali e collettive che sono alla base delle sue storie. I personaggi che le animano sono individui ai margini, scarti sociali, persone alle quali la vita ha quasi sempre negato una seconda possibilità. Il crimine, la possibilità di ricorrervi è, nelle loro mani, uno strumento come qualunque altro. Non è una coincidenza né un caso né una scelta; per loro sembra quasi un destino, come se fossero stati marchiati a fuoco fin dalla nascita. Forse è proprio questo il tipo di lettura di cui Pashley ha maggiore esperienza, questo sulla pagina appare e fa la differenza. L’imprimatur che Jennifer Pashley dà ai suoi personaggi è forte. La sua capacità non si limita a modellare per loro dei caratteri ben definiti, ma arriva a fare di quei caratteri la voce stessa dei personaggi rendendo ciascuno di essi perfettamente riconoscibile nella propria individualità. Questo per dire che, sebbene i personaggi principali degli Osservati incarnino molti degli stereotipi tipici del giallo (il poliziotto tormentato con un passato nebuloso, il collega-amico con i sentimenti in bilico, il capro espiatorio che concentra sulla sua testa tutte le iatture del mondo), Pashley riesce comunque a dargli spessore con delle opportune iniezioni di personalità rendendo interessante la loro parte.

La sua predilezione per le trame provenienti dal mondo LGBTQ+ porta con sé profili di personaggi che si caratterizzano anche per il loro orientamento sessuale. Nonostante sia una storia ambientata in provincia, Pashley, come accade regolarmente nella narrativa americana, scava sotto la pelle di gay e lesbiche consegnando un loro ritratto a tutto tondo, e quindi più realistico, dove la notazione sessuale è solo un dato di fatto dal quale partire e non un evento da indagare a monte, magari facendo pure della scadente dietrologia psicopedagogica.

Jennifer Pashley © Martirene Alcantara

La trama del romanzo è avvincente, la sua struttura decisamente più solida di quella del Caravan nel quale, nonostante il piacevole ricordo che mi ha lasciato, avevo avvertito qualche scricchiolio. Un giallo è un’architettura, un meccanismo a orologeria dove tutto deve corrispondersi e integrarsi alla perfezione; dal punto di vista tecnico è uno dei generi che permette meno variazioni e anche il dettaglio più piccolo, se non si incastra o peggio ancora se non funziona, è come una trave nell’occhio in chi legge. Nel suo nuovo romanzo, Pashley ha mantenuto solo gli elementi funzionali allo svolgimento e ha fatto un buon lavoro sulla messa a punto degli ingranaggi. A essere rigorosi e pedanti, qualche nodo poteva ancora essere sciolto, ma questa valutazione non incide sulla buona – molto buona – qualità complessiva del libro.

La scrittura, ancora più pulita e nitida di quanto ricordassi, testimonia la crescita generale di Jennifer Pashley come scrittrice. Negli Osservati ha rinunciato ai brani più letterari che creavano i begli intarsi stilistici nella prosa del Caravan a favore di una scrittura più scarna e concisa. Anche in questo caso la scelta funziona. Il romanzo deve infatti una parte importante della sua fluidità a come l’autrice ha impostato la pagina, a come e dove le parole vanno a posizionarsi. Asciutta e composta, il prototipo di una pagina degli Osservati è un’alternanza pressoché stabile di brevi descrizioni e dialoghi snelli ben cadenzati.
Confermato, invece, il punto di vista sdoppiato sui fatti. La messa a punto maggiore si osserva proprio in questo caso; se infatti nel Caravan tale scelta aveva esposto il romanzo a un auto spoileraggio, questa volta Pashley è stata più accorta e la storia, pur procedendo su due binari, mantiene integra la suspence prendendosi maggiormente cura delle aspettative e delle esigenze di chi legge.

L’unica vera osservazione che faccio riguarda la trovata dickensiana del finale. Va bene, può starci, ma il personaggio che ne è l’ispiratore rimane forse troppo al buio, volutamente non si sa niente di lui e questo inficia la credibilità del suo gesto – anche se dall’altra parte lascia liberi di ricamare con l’immaginazione. Qualche dettaglio in più avrebbe reso felice l’istanza comportamentista della mia parte razionale – sulla quale, in questo caso, posso tuttavia passare rapidamente sopra. Da Jennifer Pashley continuo infatti a ricevere belle impressioni, quasi solo belle impressioni. Impressioni che, quando e se si sedimentano, diventano bei ricordi. E se un libro ne lascia, di bei ricordi, allora vuol dire che è un buon libro e che chi l’ha scritto vale.

La saga dei Melrose, parte V: “Lieto fine”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi finisce, dopo molto più tempo del previsto, la nostra serie di articoli dedicati al ciclo I Melrose di Edward St Aubyn e pubblicata in Italia da Neri Pozza, collana Bloom.

Il ritardo è dovuto a questioni interne della saga che, come ho descritto in alcuni articoli precedenti (questi i link al primo, secondo, terzo e quarto) hanno cambiato parzialmente la prospettiva del narratore, facendomi perdere temporaneamente l’interesse nella prosecuzione della lettura. Ad ogni modo, non c’è di che preoccuparsi: l’epilogo di questa saga vale lo sforzo e anche qualche delusione – congenita in moltissimi romanzi – in due o tre punti.

Questo ultimo volume, dall’emblematico titolo Lieto fine, segna la conclusione del lungo percorso che ha condotto Patrick Melrose sulla via della piena consapevolezza di sé. Questo episodio è speculare al primo per molti versi: primo fra tutti, il funerale di Eleanor Melrose, la madre di Patrick, le cui esequie riempiono l’intero arco della narrazione. Proprio come in Non importa l’evento sul quale tutto si incardinava era la cremazione del padre David, in questo ultimo libro il protagonista ripercorre nuovi episodi della sua vita, e altri più vecchi e già visti, alla luce delle considerazioni inedite che la scomparsa della madre comporta.

Anna Madeley e Benedict Cumberbatch nell’adattamento prodotto da Sky di “Patrick Melrose”

Temporalmente, la storia si colloca in una data ben precisa: il 9 aprile 2005. Questo elemento ci viene fornito dalla zia materna di Patrick, Nancy, che redarguisce il nipote per la pessima scelta del giorno del funerale di sua sorella facendo notare che tutti sono al matrimonio del Principe di Galles e che dunque non potranno partecipare al loro evento familiare.

Fuor di battuta o di esagerazione in stile britannico (comunque inapplicabile a questo caso poiché Nancy è statunitense), questo elemento dà il pretesto a St Aubyn per iniziare il lungo di giro di flashback dei principali invitati al funerale e, proprio prendendo come esempio la zia Nancy, viene approfondita la storia gloriosa, per parte di madre, della famiglia di Patrick: una famiglia dai possedimenti e dal patrimonio a dir poco faraonico, che per mezzo di un matrimonio infelice ha condotto al legame con delle antiche famiglie della ormai decaduta nobiltà europea. Tutto questo però non interessa Patrick, così come non interessava a Eleanor che anzi, proprio sul letto di morte pregò il figlio di non dire a nessuno che sua madre era una duchessa.

Edward St Aubyn. Photo credit: wwd.com

Questi elementi si collegano in maniera interessante con l’amalgama dei pensieri della contemporaneità: da una parte abbiamo i personaggi come Patrick, Mary, Annette, che vivono e ricordano gli ultimi anni della defunta: la sua malattia, l’inesorabile decadimento, la fine di un mondo legato, rispettivamente per ogni personaggio, alla fanciullezza, alla maturità e all’anzianità della donna. Nancy, invece, rappresenta la paladina del rimpianto, dell’invidia e della non accettazione del cambiamento dei tempi.

Ogni nuovo personaggio che fa il suo ingresso nella cappella dove sta per tenersi la cerimonia allarga di più le crepe della rimembranza di Patrick: i suoi soggiorni in Provenza, il periodo di cura in una comunità per alcolisti e malati di depressione, scene di una vita familiare che ambiva a essere felice ma che, per colpa degli oscuri fantasmi del passato, mina costantemente la quotidianità che con fatica viene costruita.

Chi legge si ritrova nella stessa situazione del protagonista: assiste in diretta a un mondo che si sfalda, conta più persone morte che vive e non è affatto sicuro di non essere il prossimo sulla lista. Siamo messi di fronte a un’amara verità: prima o poi tutti noi rimarremo orfani, saremo totalmente soli e liberi da ogni tipo di vincolo terreno con la nostra famiglia.

Se però è vero che il nostro albero familiare perde le proprie radici, è pur vero che da quello stesso albero vengono generati dei frutti. Questi sono rappresentati da Robert e Thomas, i due bambini del protagonista che, con la loro innata arguzia e senza nessun pelo sulla lingua, riescono a sgonfiare le tensioni che si creano nell’aria e fra i personaggi. Rimettono in prospettiva tutte le borie degli adulti, ridicolizzano atteggiamenti ormai inveterati nell’animo e, non senza una certa crudele inconsapevolezza, ci fanno fare delle docce fredde per le quali saremo loro grati.

In fin dei conti, se siamo abbastanza maturi e coraggiosi da lasciarci passare sopra i nostri traumi e le aspre battaglie che abbiamo condotto e conduciamo contro la nostra famiglia, potremmo renderci in grado di comprendere e apprezzare pienamente il Lieto fine delle nostre vicende.

La letteratura è una paladina della giustizia o un freddo sicario? La parola a Walter Siti che va “Contro l’impegno”

Di Gian Luca Nicoletta

Da qualche mese è uscito nelle librerie, per Rizzoli, un interessante saggio di Walter Siti e dal titolo già di per sé emblematico: Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura. Un testo critico (sia nel senso del suo valore che nell’operazione che porta avanti) per chiunque abbia desiderio di provare a cambiare la prospettiva con cui osserva il mondo.
L’aspetto maggiormente privilegiato è, si capisce, quello letterario. A una chiara esposizione dei fatti, Siti intreccia ricche osservazioni personali e tecniche che mostrano in maniera netta come il mestiere del critico letterario (miseramente sulla via dell’estinzione) sia ancora assai prezioso per la comprensione del mondo che viviamo.

Il mondo di oggi viene descritto per quel che è: un luogo popolato da grandi masse che di volta in volta si identificano nel popolo del “politicamente corretto” o del “partito politico” o degli “utenti Facebook” e così via. Gli scrittori e le scrittrici, così come chi legge, non sfuggono a questa categorizzazione e anzi, nell’affermare la propria autonomia autoriale, non fanno che stare al gioco delle grandi masse. In questa maniera le opere di letteratura si mescolano al giornalismo d’inchiesta e il giornalismo si lascia contaminare sempre più da strutture narrative e fraseologiche tipiche della narrativa; i dibattiti in televisione diventano l’unico luogo nel quale formarsi un’idea e chi vi sta dentro, per poter affermare la propria figura intellettuale, viene presentato come il massimo esperto di qualunque cosa («Ormai l’etichetta “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno», scrive).

Crediti dell'immagine: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Ma qual è l’obiettivo di un testo di questa natura? Di saggi e pamphlet aspramente critici contro l’utilizzo che facciamo della letteratura siamo pieni e ne abbiamo di esempi illustri (possiamo trovarne un valido antecedente nel discorso che tenne Eugenio Montale il 12 dicembre del 1975 per l’assegnazione del Nobel per la Letteratura), tuttavia quel che è importante dire, a mio modesto parere, è che questi testi o quantomeno la loro missione debbono ricevere un aggiornamento: essere rielaborati e riadattati per i tempi che stiamo vivendo, in modo da rinnovare la presa che esercitano sulle nostre menti.

A che pro scrivere di Michela Murgia o di Roberto Saviano se questi, all’apice delle loro carriere, riescono ad attrarre grandi masse di lettori e lettrici? Semplice, risponde Siti: occorre scrivere di loro e criticare il loro lavoro se, nelle opere che producono, la minoranza che un tempo difendevano si è trasformata in una maggioranza schiacciante, dimenticando l’inversione dei ruoli.

Che cosa significa? Significa che compito di un letterato non è solo quello di dar voce a chi non ne ha, ma dare voci a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, vengono nascosti. Buoni e cattivi, ricchi e poveri, deboli e potenti.

Non si deve aver paura di cambiare bandiera, ma anzi: chi fa letteratura è eminentemente libero da qualsiasi bandiera. Un soldato incivile, senza legge e senza dio, che setaccia l’animo umano non alla ricerca di qualcosa che è socialmente aberrante o intimamente onorevole, no. Deve ricercare tutto quello che, molto semplicemente, non va. Trovare l’ossimoro, la contraddizione che ci caratterizza in quanto esseri umani e farla emergere nella sua splendente oscurità.

Per concludere, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura rappresenta un altro bel regalo che Walter Siti ha fatto a tutti noi. Un sano ritorno a una letteratura che scuote le menti di chi legge non solo per far prendere atto di una situazione di fatto, ma per far nascere una riflessione profonda, scattare quel meccanismo critico – colpevolmente abbandonato da molti di noi oggigiorno – che ci fa ragionare prima di prendere una qualsiasi posizione su un tema. Anche questa è una lettura vivamente consigliata, utile per svegliarci un po’!

Crediti della prima immagine nel testo: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

“La lingua perduta delle gru” di David Leavitt: revival della New York gay degli anni ’80

Di Andrea Carria

Quando uscì a metà degli anni ’80, La lingua perduta delle gru era il primo romanzo di un giovane e sorprendente scrittore che doveva ancora essere etichettato. Alla fine, minimalista fu l’aggettivo che sembrava meglio rappresentare il suo stile, e si impose sugli altri; ancora adesso, navigando su Internet, capita di trovare il nome di David Leavitt abbinato a questa corrente letteraria malgrado sia stato lui stesso a rifiutare tale associazione, e personalmente concordo con lui: il minimalismo è un’altra cosa.

Non credo che questo romanzo abbia bisogno di presentazioni; forse però il tempo non ha mancato di svolgere il proprio lavoro nemmeno questo volta e quindi i più giovani possono anche non averne mai sentito parlare. Io stesso – che nel 1986 quando uscì ero… cioè non ero proprio niente, e che all’argomento ho dedicato anni di letture – l’ho incontrato abbastanza tardi. La presentazione – stringata, la mia, ma che nell’edizione mondadoriana in mio possesso è uno scritto centratissimo di Fernanda Pivano – potrebbe essere la seguente: romanzo cult per la comunità gay americana degli anni ’80, La lingua perduta delle gru ruota interamente intorno al doppio coming out che travolge quella che all’apparenza è una normalissima famiglia della media borghesia newyorkese. A rovesciare il vaso di Pandora è Philip, giovane redattore da poco diventato indipendente che decide di parlare del suo vero orientamento sessuale ai genitori solo dopo aver conosciuto Eliot, il ragazzo che ama e con cui spera di costruire qualcosa insieme. La sua confessione avrà delle conseguenze inaspettate. Rose, la madre, ha delle forti resistenze ad accettare la vera natura del figlio, ma presto i suoi pensieri tempestosi passano da quest’ultimo al marito Owen, che dalla sera in cui Philip ha fatto coming out non è più lo stesso.

L’omosessualità è sia il tema sia il contenitore del romanzo. Contenitore nel senso che contiene, delimita, esaurisce ogni direzione che prende la storia. Da questo punto di vista, La lingua perduta delle gru non è un testo centrifugo. I rivoli che sgorgano da un romanzo di oltre trecento pagine come questo possono essere molti e potrebbero andare veramente in ogni direzione, eppure non è questo il caso; al contrario essi confluiscono tutti verso il medesimo punto, il quale è anche la sorgente del libro, ovvero la sua ragion d’essere. Contenitore, infine, lo è anche in senso scenico, visto che le ambientazioni del romanzo sono tutte circoscritte a New York e agli storici luoghi di ritrovo omosessuali dell’East Village degli anni ’80.

Nonostante ciò il romanzo non comunica un senso di claustrofobia; l’effetto circoscrivente creato dalla scrittura di Leavitt suggerisce piuttosto un’idea di ordine, una volontà di (ri)mettere le cose al giusto posto. Una conseguenza secondaria degli anni di Reagan e della Thatcher o forse, più probabilmente, la fotografia che documenta l’evoluzione sociale allora in atto: dopo Stonewall, ecco la comunità gay newyorkese che si riorganizza intorno a vecchi e nuovi locali e che continua a subire il fascino della trasgressione, ma che adesso, allo stesso tempo, è impegnata soprattutto a gettare le basi per la costruzione di una nuova quotidianità di coppia fatta di lavoro, divertimento e di serie prospettive di convivenza da rinsaldare e allargare ogni giorno che passa.

Dei rivoli che citavo sopra, uno dei maggiori è forse quello che assume i contorni dello scontro generazionale in seno alla comunità gay – un passaggio di consegne che è sempre un po’ anche una resa dei conti. I giovani raccolgono i benefici delle lotte di chi li ha preceduti; dalla vita si aspettano di più e non vogliono più accontentarsi. Vivere per quello che si è non fa paura come una volta, né fa paura gettare sguardi audaci sul futuro. Sogni, progetti, desideri, nuovi diritti da conquistare: il loro orizzonte appare chiaro ed è scandito da queste parole. Lo spettro della solitudine, ormai, continua ad assillare solo chi non ha mai fatto pace con sé stesso e i codardi. E quei genitori (la maggioranza, sembra di capire) che non sono in grado di comprendere la natura dei propri figli, né tanto meno di supportare le libere scelte che quella stessa loro natura comporta.

In controluce rispetto a questa rinnovata voglia di vivere, come una nuvola che transita davanti al disco solare in un cielo altrimenti limpido, si staglia la sagoma tragica di chi a suo tempo non ce l’ha fatta, di quegli omosessuali che invece di combattere decisero di negarsi. Le pagine più toccanti del romanzo sono quelle in cui i giovani dimostrano con i fatti alla generazione dei loro padri che la bugia è solo una scelta e che a credere nel contrario si sono sempre sbagliati. Senza giudicare o indurre gli altri a farlo, Leavitt mette magistralmente in scena la tragedia degli omosessuali non dichiarati di mezza età quando per loro arriva il momento di fermarsi a guardare la propria vita e non trovano niente. La lucidità, il tatto, l’intelligenza e la sapienza scrittoria con cui l’autore ha narrato un tema così complesso sono degne di ammirazione, e in generale sono qualità che destina a tutte le scene topiche del romanzo comprese quelle di coming out, a mio parere tra le più riuscite dell’intera letteratura gay contemporanea.

Grazie alla misura e alla compostezza stilistica che sono a tutti gli effetti il marchio della sua prosa, con La lingua perduta delle gru David Leavitt ha mostrato uno spaccato sociale e psicologico incredibilmente convincente che non ha bisogno di orpelli. Forse è proprio questa mancanza di fronzoli – sia retorici sia linguistici sia strutturali –il richiamo maggiore di Leavitt al minimalismo, tuttavia anche riguardo a questo c’è da specificare. Il romanzo si caratterizza per una trama distesa e avvolgente in cui niente viene sacrificato o dà l’idea di esserlo. L’autore si prende la libertà di decidere i tempi e il ritmo della narrazione, di spaziare nella cronologia dei fatti, di indugiare su aspetti o situazioni precise fino a includere una sottotrama dotata di una propria autonomia e che dà il titolo allo stesso romanzo.

Se da una parte tutto ciò dilata la storia, dall’altro ne cementa la tenuta. Così, pur nella sua densità di fatti, resoconti e aneddoti, pur nella sua rilassatezza e morbidezza data da una scrittura che sembra avere il tempo dalla sua parte, La lingua perduta delle gru risulta essere un romanzo compatto che però sa accogliere il lettore fino a fargli spazio, fino a inglobarlo, per poi richiudersi elegantemente sopra di lui come una coperta; una calda coperta fatta di parole, gesti e umanità.

Come un rombo che ci sveglia: torna Roma con le parole di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

Con grandissimo piacere vi presento, nell’articolo di oggi, un’intervista fatta a Tommaso Giagni, già autore dei romanzi L’estraneo e Prima di perderti cui abbiamo dedicato spazio negli anni passati.

Da qualche settimana è tornato nelle librerie con la sua ultima fatica letteraria, I tuoni, un romanzo forte, che si impone a chi lo legge con la sua cruda semplicità stilistica che, allo stesso tempo, apre a profonde riflessioni e a torsioni di stomaco degne solo delle migliori opere della narrativa contemporanea.

Anche questo romanzo è ambientato a Roma e anche questa volta Giagni ci presenta una città ferita ma allo stesso tempo fiera, madre e matrigna, capace di sorprenderci con i suoi scorsi paesaggistici che rivelano le anime torbide e splendenti di chi li popola.

GIAN LUCA NICOLETTA: Cominciamo con una domanda facile: in questo tuo nuovo romanzo, I tuoni, ritornano in maniera dominante la Roma Capitale (che da sola può ambire a un vero e proprio ruolo di coprotagonista) e i corpi. Corpi nella loro solidità, nella loro potente carica fisica. Come spieghi questo collegamento?

TOMMASO GIAGNI: Mica tanto facile… Direi che Roma e il corpo, nel romanzo, sono oggetto di uno stesso processo: la scoperta delle possibilità e delle complessità. Riguardo Roma: ho cercato di mostrare la città nella sua interezza, nelle sue sfumature che dai margini arrivano al centro. Riguardo il corpo: di sicuro questa scoperta tocca Manuel, che l’ha sempre tenuto a bada; in parte tocca anche Flaviano, Donatella e Abdou: i primi per la disinvoltura che col corpo hanno, l’altro perché ci ha subìto ferite serie. 

Mettiamo da una parte Manuel e Abdoulaye e, dall’altro, Flaviano e Donatella. I primi due incarnano gli emigrati che osservano gli abitanti di Roma ma che, seppur spaventati, desiderano integrarsi. I secondi, al contrario, sono gli abitanti che subiscono questa immigrazione. Flaviano trova la sua dimensione entrando in simbiosi con Manuel e Abdoulaye, mentre Donatella proviene da una famiglia che si considera spodestata dal proprio quartiere. Ci stai dicendo che l’identità di Roma – dell’Italia – è diventata più sfaccettata o forse vuoi denunciare che quell’identità l’abbiamo perduta?

L’identità è qualcosa di sfaccettatissimo e in continua trasformazione. Ma qui la migrazione e la questione etnica pesano molto meno della questione sociale. Le differenze fra i tre ragazzi (Donatella è un altro conto), che ci sono e sono importanti, si riflettono nella tripartizione del Quartiere: il Rettangolo di case popolari di Flaviano, la Spina di ex negozi occupati di Manuel e la Grotta di ex cantine e garage occupati di Abdou. Eppure, i tre sono dalla stessa parte della barricata.

In questo romanzo ci sono molti elementi del testo che si collegano al tuo libro d’esordio, L’estraneo, attraverso citazioni, sdoppiamenti e fusioni. La citazione dell’omaggio a Luciano Liboni (rispettivamente alle pagine 97 dell’Estraneo e 120 dei Tuoni), lo sdoppiamento del protagonista in Manuel e Abdoulaye, la fusione di Marianna e Alba in Donatella, e si potrebbe andare avanti. I tuoni rappresenta il seguito ideale dell’Estraneo, forse una sua integrazione, o cosa?

Di sicuro, oltre al gioco con Liboni, ci sono degli elementi profondi che ricorrono. Direi che questo libro è figlio dei dieci anni trascorsi da quando scrissi L’estraneo (allora: 2008-2012, qui 2018-2021): per me come persona e come autore, e per la società. La crisi e l’impoverimento, la nuova dialettica tra quartieri di relegazione e quartieri dei centri commerciali. Un salto in avanti, che naturalmente dialoga con il mio percorso.

In questo libro, come nell’altra tua opera Prima di perderti, dedichi ampio spazio nell’investigare i rapporti padre-figlio dove spesso il primo sovrasta il secondo in maniera più o meno evidente, più o meno aggressiva. Ritieni che si tratti di un tema centrale da evidenziare socialmente o si tratta di un corollario all’esperienza che vivono i tuoi protagonisti?

Il rapporto tra padri e figli, più che essere un mio tema, è un tema della società umana. Un nodo cruciale, che nei Tuoni si manifesta nel conflitto che costruisce l’identità (ovviamente Manuel) ma anche nella cura (se pensiamo alla dolcezza di Flaviano col padre).

Gli elementi naturali che emergono dal romanzo sono tre: i tuoni, appunto, l’acqua e il fuoco. Sia Manuel che Abdoulaye hanno esperienze dirette e drammatiche con tutti e tre, mentre Flaviano che pure vive e condivide le esperienze con i suoi amici, ne resta irrimediabilmente fuori. Perché questo scarto? Perché questi tre amici, alla fine, non possono essere considerati come un trio omogeneo?

Omogeneo no, ma il trio è sorprendentemente unito – dalla stessa parte, ripeto. Poi, ognuno ha le proprie specificità e per affinità ed esperienze i legami non sono in perfetto equilibrio, come sempre all’interno di un gruppo di amici. Aggiungerei la terra, agli elementi che individui: Donatella che dalla terra sembra venire e che odora di grano.

Gli ultimi due capitoli del romanzo si svolgono in ambientazioni dal tono quasi epico. Inutile dire che alcuni fatti danno a chi legge una profonda soddisfazione emotiva che ci fa esclamare “se l’è meritato!” ma questa soddisfazione apre a una riflessione più grande e che ci porta alla conclusione di questa intervista: nel mondo del Quartiere, della Roma abbandonata e sfregiata ma pur tuttavia fiera, è più importante la giustizia o la vendetta?

I due capitoli finali sono l’anima di questo romanzo, al lettore chiedo la pazienza di arrivare in fondo. Sto ricevendo reazioni molto diverse a quelle pagine, mi interessa che per te prevalga la soddisfazione. Per risponderti: diciamo che con la giustizia non ci sarebbe bisogno di vendetta – che resta per me un gesto pieno di fascino.

I tuoni, di Tommaso Giagni, è pubblicato da Ponte alle Grazie e lo potrete trovare in forma cartacea e in ebook.

Essere o apparire? Intervista a Pauline Klein, autrice di “La Figurante”

Intervista a cura di Andrea Carria

Di Pauline Klein e del suo romanzo La Figurante (Carbonio Editore, 2021, traduzione di Lisa Ginzburg) vi ho già parlato in una recensione di qualche settimana fa (eccola qui), ma in tutta onestà non vedevo l’ora di porre qualche domanda direttamente alla sua autrice.

Pauline Klein ha esordito nel 2010 in Francia con il romanzo Alice Kahn, vincitore del Prix Fénéon di quell’anno, e nel 2011 vincitore anche del Premio Murat, assegnato dal Group de Recherche sur l’Estrême Contemporain (GREC) dell’Università di Bari. Con La Figurante, il suo ultimo romanzo, Klein scava all’interno della nostra epoca valutando le sue problematicità e le sue discrepanze da una prospettiva orgogliosamente femminile. Approfondendone alcuni temi, l’intervista che segue è sia il racconto del libro sia un’esplorazione a tutto campo in cui le più grandi contraddizioni della modernità si riveleranno essere causa di smarrimento e fonte di ispirazione allo stesso tempo.

ANDREA CARRIA. Da Parigi a New York. Due grandi città, ma molto differenti l’una dall’altra. Qual è il vero significato del periodo newyorkese nella vita di Camille, la protagonista del tuo romanzo? È corretto dire che per lei rappresenti un punto di svolta?

PAULINE KLEIN. Volevo presentare queste due grandi città come se fossero lo stesso posto, come se fra loro non esistesse alcuna differenza geografica. E ciò voleva anche dire descrivere come alcune persone (in particolare Camille) credano di essere in grado di viaggiare senza muoversi veramente, senza attraversare veramente dei confini. Stare nello stesso posto con la sensazione interiore di sperimentare cose nuove… Ma per Camille è diverso; per lei New York rappresenta solo un modo per tornare a Parigi, per poter dire che ha imparato l’inglese e che ha aggiunto una nuova esperienza professionale al suo curriculum.

Come New York, anche Parigi è una grande città con un carattere molto forte che è difficile tenere fuori da un libro. Ad ogni modo, a me sembra che tu ci sia riuscita. Queste due città rimangono sullo sfondo del romanzo e Camille sta sempre davanti a loro. In La Figurante non c’è spazio per nessun altro che non sia lei, e le ambientazioni non fanno eccezione. Sei d’accordo con questa interpretazione?

Sì, totalmente d’accordo. Queste due città sono trattate come fossero dettagli, forse è stato un modo per vendicarmi di personaggi e personalità che ho conosciuto e che non erano (o non sono) abbastanza forti da sopportare il duro stile di vita imposto da queste due metropoli. Vedi, io ho vissuto a New York e l’ho adorata, ma quando mi sono resa conto di quanto fosse difficile sopravvivere con le proprie finanze – e far parte così del suo grande gioco –, mi sono sentita soffocare. Sono rimasta stupita del divario che esiste tra l’apparente disinvoltura che dimostra e le esigenze economiche che in realtà sono necessarie a sostenerla… Ho così deciso di far sparire il carattere della città perché il personaggio di Camille potesse trarne profitto; è grazie al suo approccio critico se lei può permettersi di non curarsi del grande circo che le ruota tutt’intorno!

Nonostante sua madre sia una donna di vedute abbastanza larghe, Camille è bloccata. Lei è repressa come se fosse cresciuta in una famiglia chiusa e bigotta di una città di provincia, eppure ciò non corrisponde al vero; Camille è nata a Parigi, una città grande e moderna, e sua madre non le ha impedito di fare le proprie esperienze: ad esempio, poteva portare a casa i suoi fidanzati e dormire con loro, cosa che non succede in proprio tutte le famiglie. A cosa è dovuto il blocco di Camille, allora?

Penso che Camille sia bloccata proprio dall’apertura di sua madre, un’apertura che è solo apparente. Sua madre non è una donna veramente aperta; finge di esserlo, ma non lo è nella realtà. Le piace presentarsi come una donna di ampie vedute e mitizza questo lato fantomatico della sua personalità, costringendo anche Camille ad adeguarsi a esso. Ma Camille, da parte sua, vive tutto ciò solo come un’ingiunzione, e a bloccarla è proprio il fatto di dover essere fedele a questa montatura. È sua madre stessa a chiederle di reggere il gioco, di parlare della sua tolleranza come una delle sue principali qualità. Camille è al servizio completo della madre e delle sue fantasie (e in un certo senso ha anche bisogno di esserlo), e tutto ciò le impedisce di essere veramente libera.

Camille lavora in alcune gallerie d’arte ma, sebbene il suo possa essere considerato un lavoro gratificante, lei sembra non accorgersene. Al contrario, il suo comportamento la fa apparire come una giovane donna disinteressata e impaziente. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, dove avere un lavoro è l’obiettivo, la preoccupazione, il miraggio, il sogno (o l’incubo) di milioni di persone, Camille sembra scuotere la testa e dire: “Anche il lavoro è niente se prima non ti appartieni”. Pensi che questo pensiero possa valere anche per le altre persone?

Alcune persone probabilmente sono contente di quello che chiamiamo “lavoro”, e il problema forse è che l’abbiamo chiamato in questo modo. Il linguaggio è pieno di espressioni che usiamo in automatico per averle ormai integrate acriticamente, espressioni con le quali non facciamo altro che dire di “essere noi stessi” – la quale è un’altra di queste espressioni curiose. Avere figli, trovare l’amore, avere un ottimo lavoro, essere impegnate/i ecc., tutte queste sono solo parole che decidiamo di usare per dare a noi stessi la sensazione di far parte del lato giusto dell’esistenza… Nel libro io ho provato a descrivere il divario che esiste tra lingua e vita mettendo parole come queste sulla bocca di Camille. Perché, sì, ci sono le parole, ma c’è anche tutto ciò che sta dietro alle parole; e io quello volevo raccontare.

Il tuo libro ha un tono molto intimo e la protagonista non è il tipo che grida le proprie ragioni al resto del mondo. Il suo percorso verso la libertà e l’autodeterminazione è molto silenzioso; prende spesso sentieri tortuosi e nascosti, ma non per questo Camille è meno risoluta di chi fa fuoco e fiamme pur di farsi sentire. Nel mondo di oggi, dove ogni aspetto della vita privata delle persone viene condiviso per essere esibito, come valuti la strategia usata invece da Camille? Secondo te, è una questione di temperamento oppure di mancanza di altre opportunità?

Penso che sia proprio questo il punto. Camille non ha nessuna vera strategia, ma cerca comunque di seguire un proprio percorso – per quanto sia il percorso e non lei il più forte dei due. Insegue segni, coincidenze, piccoli dettagli e momenti di vita che contribuiscono a foggiare l’immaginario di cui si nutre – e al quale non richiede chissà quali dimostrazioni. Sai cosa, se solo uno rinunciasse a postare la propria vita dappertutto, si accorgerebbe di averne una molto più reale e interessante (interessante almeno per sé stesso, intendo). Nel mondo di oggi tutto è potenzialmente marketing, e l’identità non fa eccezione. A Camille invece non interessa che la sua identità abbia una dimensione pubblica, e questo le permette di muoversi in una maniera completamente opposta cercando di essere lei stessa l’unico pubblico per il quale la sua vita va in scena, senza preoccuparsi di condividerla con gli estranei.

Foto © Pascal Ito Flammarion

Tradizionalmente, il sesso è considerato un argomento maschile, e infatti la letteratura mondiale è piena di libri scritti da uomini che ne parlano, mentre, a confronto, sono pochissimi quelli scritti da donne. Di recente ho letto un altro romanzo pubblicato da Carbonio e intitolato Il libro della creazione, dove l’autrice, Sarah Blau, affronta l’argomento del sesso con la stessa urgenza, facendo sì che la sua eroina usi la passione e l’erotismo per trovare il suo posto nel mondo. Pensi che la stessa cosa possa essere ripetuta anche a proposito della tua Camille?

Non ho letto il libro di Sarah Blau, ma sono d’accordo con l’idea di urgenza. Ho letto spesso testi sul femminismo, trovandoli di volta in volta ragionevoli, teorici oppure brutali, ma quello che continuavo a non trovare in essi era l’autenticità del sesso, ovvero una descrizione della sessualità femminile che corrispondesse alla realtà. Il fatto è che, per molto tempo, la sessualità delle donne è stata vittima delle stereotipo romantico, oppure è stata paragonata all’isteria o, ancora, c’è stato chi ne ha negato addirittura l’esistenza. Il mio obiettivo era dimostrare come invece la sessualità femminile sia in atto sempre e ovunque: al lavoro, con gli amici, nella vita mondana, ovunque. E non penso nemmeno di essermi spinta così lontano; avrei potuto spingermi ben oltre. Penso che la sessualità sia una fonte inesauribile di ispirazione di cui le donne non hanno avuto la possibilità di parlare. Anche se oggi c’è una maggiore libertà intorno a questo tema, ancora adesso c’è chi considera la sessualità femminile come un mero oggetto oppure come un’idea carina – romantica, appunto – quando in realtà fra questi due estremi c’è una grande quantità di argomenti importanti da affrontare.

Se tu fossi in una biblioteca e dovessi scegliere dove collocare il tuo romanzo, vicino a quali libri vorresti vederlo?

Sarei molto felice di vederlo su uno scaffale in compagnia di altri libri femministi!

*La copertina del romanzo si deve al progetto grafico dello studio Marco Pennisi e raffigura l’opera di Ralph Pucci The Art of Mannequin (2015, MAD – Museum of Arts and Design of New York City).

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

Nel Paese dei ghiacci e dei thriller: intervista a Ruth Lillegraven, autrice di “Fiordo profondo”

Intervista a cura di Andrea Carria

È la prima volta che intervisto un’autrice di thriller e, devo proprio confessarlo, un brivido lungo la schiena, a un certo punto, l’ho avvertito. È la suggestione, lo so, ma quando il tuo esordio è un’intervista con l’autrice di un thriller norvegese, capite pure voi che non è solo una suggestione, che non è solo un brivido, sono proprio le gambe che si fanno di cera.

La chiacchierata che ho fatto con la scrittrice Ruth Lillegraven sul suo romanzo Fiordo profondo, recentemente tradotto in italiano da Carbonio Editore (2020, traduzione di Andrea Romanzi), ha superato le mie già alte aspettative, in un susseguirsi di argomenti, spunti e suggestioni.

ANDREA CARRIA: Voi scandinavi avete un vero talento per i thriller, per i noir, per i polizieschi. Stieg Larsson, Henning Mankell, Camilla Läckberg, Liza Marklund, Jo Nesbø, Anne Holt e ora Ruth Lillegraven… Io lavoro in una biblioteca pubblica e posso confermarti che i lettori italiani adorano i vostri libri. Se tu e i tuoi colleghi avete un segreto, penso che ve lo teniate ben stretto. Tuttavia, cosa puoi dirci della vocazione scandinava per questo genere letterario? È solo una coincidenza oppure esiste una ragione precisa?

RUTH LILLEGRAVEN: È bello per me scoprire che ai lettori italiani piacciano i nostri libri. Ammetto che è stato molto commovente per me sperimentare l’interesse e la serietà con cui l’Italia ha accolto quello che, per ora, è il mio primo romanzo poliziesco! Sono davvero molto grata per tutto ciò.
Quello che penso riguardo al successo dei thriller scandinavi è che quando qualcuno fa per la prima volta qualcosa di nuovo poi finisce per ispirare gli altri e creare un spazio adatto per la prosecuzione di quell’esperienza. In realtà è una cosa abbastanza comune in molti settori e in molti ambiti. Se ben ricordo, negli anni ’70, Sjøwall e Wahlöö sono stati la prima coppia di giallisti svedesi a diventare famosa ispirando poi tutti gli altri, tanto da permettere ai polizieschi svedesi di rimanere in prima fila per molto tempo. Ho però sentito anche spiegazioni diverse, come per esempio il fatto che per una lunga parte dell’anno i Paesi scandinavi siano bui e freddi, e ispirerebbero i noir più degli altri generi letterari; oppure c’è chi vede la causa nel fatto che i Paesi del Nord Europa siano ricchi e privilegiati, e che solo in Paesi del genere le persone possono trasformare omicidi e alti fatti dolorosi in intrattenimento… Trovo che questa sia un’ipotesi interessante, tuttavia è un dato di fatto che la narrativa poliziesca venga scritta (e letta) in tutto il mondo. Forse però qualcosa di vero c’è e potrebbe risiedere nel contrasto che emerge tra il nostro Welfare State privilegiato e tutto ciò che si agita al di sotto di esso… Forse è a questa discrepanza che noi scrittori scandinavi siamo interessati, e si spera che lo stesso interesse lo provino i lettori dei nostri libri. Comunque, non è facile a dirsi.

Abbiamo detto che Fiordo profondo, il tuo romanzo, è un poliziesco, tuttavia la tua scrittura privilegia gli aspetti psicologici e sociali piuttosto che quelli più cruenti. Niente bagni di sangue, niente dettagli raccapriccianti, niente violenza “gratuita”, per così dire. Da questo punto di vista, il tuo romanzo è molto “pulito”, le scene di autentica violenza sono tutte essenziali e non sono nemmeno moltissime. Pensi che se tu non fossi stata norvegese e il tuo romanzo non fosse ambientato a Oslo, forse questa intervista sarebbe iniziata in modo diverso?

Hmm, penso che anche questa sia una domanda molto interessante – ma anche abbastanza difficile… dei due, forse sei tu quello più adatto a rispondere!
È vero, parte del mio libro è molto più simile a un qualsiasi altro romanzo che a un giallo, tuttavia credo che questo valga per molti thriller psicologici. In fondo, il campo del crimine è alquanto vasto: alcuni sono molto violenti e privilegiano l’azione, altri sono più storici, altri ancora più psicologici e via dicendo. È vero anche che sono più interessata a ciò che le persone hanno dentro, a ciò che le rende quello che sono o che le motiva, a come il loro passato condizioni le loro vite piuttosto che a parlare e a descrivere la violenza. Sebbene non siano uccisioni alla Jo Nesbø o alla Kepler, è pur vero che nel mio libro ho inserito parecchi omicidi, anche diversi tra loro come tipologia. Una grande differenza rispetto ai tradizionali thriller nordici è che in Fiordo profondo non seguo nessun agente di polizia. La mia prospettiva è quella di una coppia, marito e moglie, che sembra vivere una vita – privilegi a parte – normale. In Norvegia, ancora non sono stati scritti molti thriller psicologici o noir ambientati fra le mura domestiche, e io volevo scriverne uno. Però volevo anche che fosse un ibrido, cioè che avesse elementi sia del thriller politico sia del “nature noir”. E poi volevo anche che la mia coppia avesse i genitori, dei figli, un lavoro, e che si scontrasse con problemi più grandi di quelli che possono capitare in una storia d’amore, sebbene pure l’evolversi del loro rapporto costituisca una parte importante del libro.

Scrivere un thriller non è semplice: tutti i pezzi devono incastrarsi alla perfezione e ogni contraddizione è vietata. Tu hai scritto un libro da differenti punti di vista: due principali e altri secondari – ne ho contati almeno cinque. Come mai questa scelta?

Be’, mi è sempre piaciuto scrivere in prima persona e penso che farlo con un thriller psicologico sia abbastanza normale. Il genere stesso richiede l’intuizione da parte di una mente per essere interessante. Fiordo profondo è partito dall’idea che volevo raccontare la storia di una giovane coppia che sembra funzionare bene ma che in realtà nasconde parecchi segreti. Mi piace molto mostrare quanto l’una veda diversamente la propria vita insieme rispetto a come la vede l’altro, e mi piace pure quanto sia differente la medesima situazione se raccontata da due prospettive completamente diverse. Clara e Haavard, i miei due protagonisti, hanno personalità e background abbastanza divergenti. Quanto alle prospettive secondarie, esse sono arrivate dopo, quando ho capito di averne bisogno per dare una forma all’intero puzzle. Il noir è un genere complicato e tecnico da scrivere, richiede molta pianificazione e tanta trama. Per me era una novità, e anche se l’ho trovato davvero difficile posso dire che come esperienza è stata estremamente interessante e divertente.

Fiordo profondo è un romanzo socialmente impegnato, lo dimostra il fatto che tu parli frequentemente di molti problemi che affliggono la società norvegese attuale. Volevo chiederti se, mentre costruivi la trama, avessi intenzione di sfatare qualche luogo comune o pregiudizio, ad esempio riguardo all’immigrazione e al razzismo.

Non proprio. Ovviamente è un bene che un poliziesco racconti cosa accade nella società, che possa dirci o insegnarci qualcosa, ma questo non era l’obiettivo principale. Volevo raccontare una storia interessante e ben scritta sui miei due protagonisti e i loro segreti, su come i traumi del passato possano segnare le persone. La violenza sui bambini – che è l’argomento centrale del libro – è un problema importante ma non così discusso. Vorrei specificare che maltrattamenti e cose del genere accadono a ogni livello sociale e in tutti gli ambienti, e poiché avevo lavorato otto anni come scrittrice di discorsi in un ministero volevo anche usare questa esperienza per ricreare i luoghi in cui ho ambientato parte del romanzo, il ministero della Giustizia (il quale comunque è diverso dal ministero in cui ho lavorato). Inoltre, mi interessava mostrare quanto, in un luogo come quello, i media dettino l’agenda di tutti coloro che ci lavorano, quanto le cose che vengono diffuse dai media stessi siano spesso semplificate o polarizzate.

Il tuo romanzo affronta due grandi problemi sociali: la violenza sui bambini, per prima, e l’immigrazione, dopo. Entrambi i problemi sono molto sentiti anche in Italia, quindi volevo domandarti: cosa puoi dirci sul dibattito sociale e politico su questi due argomenti in Norvegia?

Certo, abbiamo problemi di questo tipo come in tutti gli altri paesi, anche se qui qualche privilegio in più ce lo abbiamo. Anche in Norvegia il dibattito sull’immigrazione è acceso, proprio come lo è dappertutto. Il governo attuale si è dimostrato molto rigido sull’immigrazione, parecchie persone trovano tutto questo penoso e inquietante, altri invece insistono che, anche così, rimaniamo comunque un Paese liberale. Per quanto riguarda gli episodi di violenza sui minori, penso che sia un argomento meno dibattuto e poco evidenziato, non so come sia dalle altre parti. Proprio per questo motivo è stato interessante poter mettere nel libro qualcosa in più riguardo a questo argomento.

Il titolo italiano del tuo libro è interessante perché ha due significati: il fiordo inteso come il posto affascinante dove si svolgono molte sequenze della storia, ma anche il posto dove si nasconde l’anima ancestrale della Norvegia. Il fiordo è sia il luogo dove vivono brave persone come Leif, sia il luogo dove spuntano le cose più indicibili. Ciò detto, quanto può essere profondo un fiordo norvegese, psicologicamente e socialmente parlando?

Ah, che bella sintesi offre questa tua prospettiva! Per rispondere brevemente – forse troppo brevemente – a una domanda così impegnativa, direi che il fiordo, come metafora dell’anima umana e della società, può essere davvero molto profondo e oscuro, ed è esattamente questa la ragione per cui è impossibile poterne ottenere una visione realistica.

Foto: © Ann sissel Holte

Nel tuo romanzo i personaggi femminili sono dominanti. Tutti sono caratterizzati da luce o ombra, ma solo le donne sembrano colpite nel loro lato più femminile, diciamo così, quello che tradizionalmente ha a che vedere con i sentimenti e il prendersi cura. Tenendo conto di questo dato, dove collocheresti Fiordo profondo sulla scena del femminismo contemporaneo? In che rapporti sei con il femminismo?

Io mi considero una femminista in molti modi; penso che la maggior parte delle donne che conosco lo sia. Ma non sono mai stata una manifestante, direi piuttosto che sono stata e sono una femminista “silenziosa”. Mentre scrivevo il romanzo, non ho avuto molte occasioni per riflettere su questo aspetto. Clara però è una donna con tante capacità diverse, e lo stesso vale per il personaggio di Sabiya. Sono entrambe donne molto intelligenti e molto brave nel lavoro che fanno. Nel caso di Clara, volevo che lei fosse acuta e severa, un po’ fredda e un po’ distaccata, non la solita donna “debole e bisognosa”, non il solito prototipo della vittima femminile, insomma. Se ho pensato al femminismo mentre scrivevo Fiordo profondo, l’ho quindi fatto da questa prospettiva.
Per quanto invece attiene alla prima parte della tua domanda, non saprei, spero di aver compreso quello che intendevi dire. Di certo, non trovo le donne di oggi “bloccate” nel lato più tipico e femminile della loro personalità, quello che tu hai definito “dei sentimenti e del prendersi cura”. Poi, certo, la mia protagonista non risponde a questo canone, è anzi l’esatto contrario di quella tipologia di donna: Clara è una moglie e una madre in carriera, ed è molto presa dal proprio lavoro; è questo il dato più saliente di lei. Suo marito Haavard e suo padre Leif sono tipi molto più premurosi e cordiali sotto tutti gli aspetti; forse quello che intendevi tu è una conseguenza del forte contrasto che scaturisce se si paragona il personaggio di Clara con i due uomini della sua vita.

C’è però anche un altro forte contrasto, ed è quello alla base del libro che vede coinvolte Clara e sua madre Agnes. Come spieghi il fatto che Clara finisca per adottare gli stessi comportamenti di sua madre pur non avendo fatto altro che criticarli per tutta la vita? Distante, poco presente, poco affettuosa, interessata soltanto alla sua carriera… come genitore, Clara ha molti difetti e il motivo è che lei somiglia ad Agnes, sebbene lo neghi. Tanto per dirne una, lei si occupa dei diritti dei minori per lavoro, ma poi si rende conto di come si comporta, da madre, con i propri figli? Secondo te, perché le persone tendono a ripetere gli stessi errori dei loro genitori quando poi arriva il loro turno?

Certo, Clara è figlia di sua madre, per cui ha ereditato alcuni dei suoi lati meno affascinanti come l’essere distante dai figli. Questo è naturale non solo perché ha il DNA di Agnes, ma anche perché non ha avuto nessuna madre che le abbia insegnato a diventare una brava madre. Ci sono però anche molte differenze tra loro due: Agnes, per esempio, non ha mai avuto una carriera e non ha quasi mai lavorato in vita sua. Nel romanzo facciamo la sua conoscenza come paziente di un ospedale per persone con disturbi mentali, ed è lì da trent’anni! Se invece guardiamo alla figlia, vediamo che lei è riuscita a costruirsi una famiglia e a realizzarsi nel lavoro, tanto che, dopo anni passati al ministero della Giustizia come burocrate, il ministro in persona le chiede di entrare in politica. Per molti versi, Clara è l’opposto di sua madre, però ha sicuramente anche qualcosa di lei e in alcune cose le somiglia. E poi, è vero, forse si preoccupa più dei bambini in generale che dei suoi figli. Ha avuto un’infanzia difficile e nel romanzo si impara a comprendere quanto tutto ciò abbia influenzato la persona che è diventata; accade più spesso di quanto si possa credere. Ciascuno di noi, quasi tutti per la verità, è il prodotto dei genitori e del tipo di infanzia che ha avuto – non sempre, certo, ma spesso è così.
Tornando invece alla premessa che hai fatto nella domanda, devo dire che il conflitto tra Clara e Agnes è una parte importante del romanzo, però non dimenticare che Clara ha anche un padre, Leif, con il quale ha un rapporto molto amoroso e profondo. Penso che Leif sia l’unica persona al mondo a cui Clara si senta davvero vicina e dalla quale dipenda. È questo rapporto padre-figlia che volevo in realtà descrivere, e costituisce l’altra metà della base su cui poggia il mio libro. Nel nuovo romanzo che sto scrivendo (e che sarà pubblicato l’anno prossimo), questo triangolo Leif-Clara-Agnes rimane al centro della storia, e uno spazio altrettanto importante lo avrà il rapporto di Clara con i suoi figli, che sono due gemelli.

Tu hai collezionato molte differenti esperienze letterarie, dalla poesia al romanzo passando per la drammaturgia, e ora ecco un thriller come Fiordo profondo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Mi hai appena detto che avremo presto un sequel, ho capito bene?

Esattamente! Scrivo dal 2005 e durante tutto questo tempo ho scritto molti libri. Anche se sognavo di scriverne uno da tanto tempo, Fiordo profondo è stato il mio primo giallo. Al momento sto cercando di terminare il secondo capitolo della storia, dove torneranno molti personaggi del primo libro; dovrebbe essere pubblicato nel 2021 (probabilmente in primavera, almeno qui in Norvegia). Il mio piano è di farne una trilogia. Allo stesso tempo, sto lavorando anche a una serie incentrata sui crimini dell’infanzia da una prospettiva ambientale; i primi due volumi sono usciti quest’anno, insieme a una raccolta di poesie dedicate a questo strano 2020 e alla pandemia (altri due libri arriveranno sempre nel 2021). Mi piace scrivere poesie e mi piace anche scrivere drammi, quindi credo che continuerò a scrivere cose diverse anche in futuro; il tempo ce lo dirà.
Scrivere un giallo è stata una bella esperienza, così come lo è stata essere tradotta in italiano e in altre lingue; spero proprio di poterlo fare per molti anni a venire. E spero anche, quando il mondo sarà tornato alla normalità, di poter visitare l’Italia e incontrare i lettori italiani.

Frammenti sparsi di un’adolescenza negata: “Buio” di Anna Kańtoch

Di Andrea Carria

Quando ho letto la quarta di copertina di Buio, romanzo di Anna Kańtoch pubblicato recentemente da Carbonio Editore (collana “Cielo Stellato“, traduzione di Francesco Annicchiarico), ho subito capito che questo libro aveva qualcosa da dirmi. E così è stato. Lo chiarisco subito: il romanzo mi è piaciuto molto, tuttavia non sono sicuro di aver compreso tutto di esso né penso che l’autrice intendesse spianare la strada al lettore. A mio parere, ha preso comunque la decisione più giusta. Chi comincia a leggere Buio deve prima liberarsi di quello che crede di sapere o di aver intuito del libro, e seguire silenziosamente Anna Kańtoch nei suoi percorsi narrativi: tanto – vi dico anche questo – non riuscireste comunque ad anticiparla.

Buio è un romanzo inclassificabile, specializzato nel rimescolare le carte e intersecare i piani di lettura. La protagonista è una giovane donna che, una volta uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era ricoverata, viene ospitata a casa del fratello, facoltoso uomo d’affari, a Varsavia. Non avendo altre possibilità, la donna si fa andare bene quella sistemazione, sforzandosi di farsi vedere per quello che gli altri si attendono che sia. Così, mentre all’esterno cerca di dimostrare l’equilibrio ritrovato apparendo tranquilla e controllata, all’interno baluginii di un’antica inquietudine tornano minacciosamente a farsi strada attraverso la memoria. L’incontro con una sensitiva durante una seduta spiritica le fornirà la chiave per tornare indietro, fino alla sua infanzia.

Il ritorno della protagonista all’infanzia coincide con un luogo fisico ben preciso: Buio. Il posto dove tutto ebbe inizio e, in un certo senso, finì. Buio, la dimora in campagna di proprietà del padre della protagonista, dove la famiglia trascorreva l’estate tra giochi all’aria aperta e ipocriti ménage altoborghesi. Buio, dove la giovane e bella attrice di teatro, Jadwiga Rathe, trovò la morte e una bambina sul punto di diventare una donna rimase incastrata in fatti troppo più grandi di lei. È con quella preadolescente sensibile e schiva che la protagonista deve riallacciare i contatti, ma purtroppo la chiave che la sensitiva le ha fornito non era accompagnata da nessuna istruzione per l’uso. Tutto quello che riuscirà a scoprire dovrà rischiarlo in prima persona un passo dopo l’altro, dosando coraggio, intraprendenza e istinto.

Come ogni lettore auspica, Anna Kańtoch onora le aspettative del proprio pubblico con l’originalità che ci si aspetta da un libro come il suo, mettendo a punto una storia conturbante, raffinata e magica. Il mistero che avvolge la morte di Jadwiga è minuziosamente custodito dall’autrice, la quale arruola ogni elemento a sua disposizione per infittirlo. Kańtoch è molto brava nell’esercizio della suspense. La ginnastica a cui sottopone la tensione narrativa – caratterizzata da piccole rivelazioni subito camuffate o smentite – è vivace e intelligente durante tutto il libro; non si attarda in digressioni fine a loro stesse e rimane propedeutica allo svolgimento fino alla conclusione. I continui andirivieni nel tempo conferiscono dinamicità al romanzo, il quale non conosce tempi morti né ridondanze. In tutto questo, Anna Kańtoch riesce comunque a portare il discorso sempre dove vuole e come vuole, dando molto spazio ai flashback e ai ricordi, nonché a tutti i sottintesi narrativi che concernono ambedue.

Sfumature e sottintesi sono le tessere del mosaico che Anna Kańtoch sfida i lettori di Buio a ricomporre. Come ho detto in apertura, non sono sicuro di aver decodificato per intero questo romanzo, il quale si apre a molteplici chiavi di lettura. Ogni buon libro si presta a interpretazioni diverse fra loro, ma nel caso di Buio l’autrice si è divertita moltissimo a ricamare sull’indeterminatezza e sul dubbio. Dubbio prontamente assistito dalla protagonista stessa, la quale, in quanto ex paziente di una clinica psichiatrica, si fa portavoce di un punto di vista verso cui il lettore è subito autorizzato a diffidare. Quasi del tutto privo di appigli sicuri, più che incoraggiato, quest’ultimo si ritrova obbligato a interpretare dopo poche pagine, cercando in primo luogo di orientarsi tra il fitto gioco di rimandi inter- e paratestuali che l’autrice fa cominciare fin dal titolo. A tratti la scrittura di Anna Kańtoch si fa evocativa, in altri momenti diventa simbolica, in altri ancora ermetica. Non penso che da parte dell’autrice prevalga la volontà di rendersi imperscrutabile, quanto l’impossibilità – all’opposto – di essere più precisa e circostanziata di quello che è nelle condizioni di poter fare o mostrare. Da qui il gran numero di letture possibili, e tutte plausibili.

La mancanza di spiegazioni da parte di Anna Kańtoch non deve essere scambiata per quella reticenza che, come mero vezzo estetico, si insinua nelle opere di molti autori contemporanei; al contrario, la sua è la dimostrazione del raggiungimento di un limite gnoseologico e linguistico oltre il quale la ragione non può spingersi e la fantasia da sola non può reggersi. Kańtoch quel limite lo oltrepassa rare volte (e non senza timore) cercando alleati nel mondo dell’infanzia e del folklore. Nel romanzo il superamento di tale limite è chiaramente rappresentato dalla foresta – terreno di gioco dell’infanzia nonché luogo di apparizioni ed epifanie –, sul limitare della quale, come a guardia di un confine sacro e misterico, sorge la dimora di famiglia, simbolo della prosaicità borghese e di tutte le sue istanze omologatrici e razionalizzanti, tra cui, parafrasando Michel Foucault, quella clinicalizzazione di cui la protagonista conosce bene gli effetti.

In certi particolari relativi all’infanzia, Buio mi ha ricordato Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, un romanzo altrettanto ricco di sottintesi e che sono sempre tentato di rileggere. Anna Kańtoch è più distante dall’horror e dai fantasmi della mente rispetto a Jackson e più vicina invece al folklore, alla magia e all’esoterismo, eppure questa differenza tra le due si annulla nella grande capacità che hanno entrambe di raccontare le sfumature del mondo attraverso gli occhi dei preadolescenti, i quali vivono le turbolenze innescate dagli adulti con un fervore immaginativo che strizza gli occhi alle tenebre.

Queste sono alcune delle conclusioni a cui sono giunto io dopo la lettura di Buio. Ci sono anche numerosi elementi fantasy e un intrigante subplot LGBTQ di cui non ho avuto modo di dire, per cui non pretendo che quanto ho scritto in questa recensione sia completo; vista la sua profondità, mi basterebbe se fosse plausibile.

Un’opera come Buio ha molto da svelare e ogni lettore, sulla scorta della propria sensibilità e delle proprie esperienze, è destinato a ricostruirlo in tanti modi, tutti diversi. Il mio consiglio è di non fermarsi alla prima lettura; l’editoria corre veloce, i libri che arrivano oggi in libreria appartengono già a ieri e dedicarsi a una ri-lettura è l’esperienza meno consigliata da chiunque, blog letterari compresi. Nemmeno un libro che mette in discussione il concetto stesso dello scorrere del tempo come Buio può permettersi di sottrarsi a questa regola. A questo romanzo e alla sua sorprendente autrice – che grazie alla casa editrice mi auguro di poter presto intervistare – non resta che sperare che la platea ideale alla quale si rivolgono (quella dei degustatori di libri, dei lettori outsider, dei boicottatori dell’editoria mainstream) continui a praticare l’unico sport in cui, finora, ha saputo distinguersi: lo snobismo delle mode letterarie, delle classifiche e dell’editoria ultracommerciale.

Il romanzo è dentro, il romanzo è fuori: vita di Daphne du Maurier

Di Gian Luca Nicoletta

Questo articolo si inscrive nella scia spontanea di pezzi che potremmo etichettare “Vite d’autore“, il cui primo episodio sarebbe quello dedicato a Francis Scott Fitzgerald.

Tuttavia la cosa non è stata voluta. È vero, da un lato sono molto affascinato dalle vicende biografiche degli scrittori e delle scrittrici del secolo scorso, ma dall’altro non ho mai sentito la necessità di affrontare in serie questo tema. Ad ogni modo, per la gioia di chi come me cerca punti e spunti nelle vite altrui, questa volta mi concentrerò su una donna che, proprio in maniera del tutto speculare all’americanissimo Scott, non potrei che definire come “europeissima”: Daphne du Maurier.

Il testo dal quale traggo le informazioni è intitolato molto semplicemente Daphne, scritto da Tatiana de Rosnay e pubblicato da BEAT (Biblioteca Editori Associati di Tascabili) nel 2018.
Il titolo originale dell’opera è Manderley for ever e in questo elemento si può già intuire quale sarà il cuore della narrazione di de Rosnay, nonostante lo stesso possa trarre in inganno chi non sia un esperto di du Maurier.
Ma, come al nostro solito, procediamo con ordine.

Daphne è nata in un ambiente letteralmente intriso di arte: il nonno paterno, George, era uno scrittore e pittore, sia il padre che la madre erano attori di teatro, la sorella più grande scrittrice come lei e quella più piccola pittrice come il nonno. La zia paterna, Sylvia, si sposò con Arthur Llewelyn Davies, dalla cui unione nacquero i cinque bambini che ispirarono J. M. Barrie nella creazione di Peter Pan e dei bimbi sperduti. Uno dei cugini Llewelyn Davies, peraltro, divenne editore e pubblicò tutti i romanzi di Angela, la sorella scrittrice.
Insomma: quando l’espressione “figlia d’arte” non basta!

Venendo alla struttura del testo, è bene segnalare il fatto che questo si presenta come una biografia romanzata: ciò significa che, nella prima parte, l’autrice ripercorre in maniera piuttosto puntuale gli anni della fanciullezza di du Maurier, grazie ai diari che la stessa ha lasciato ai posteri; mentre nella seconda parte, precisamente a partire dal 1932 – anno del matrimonio di Daphne con Frederick Browning – la ricostruzione avviene in parte grazie alle numerose relazioni epistolari che la scrittrice ha mantenuto nel corso degli anni e, in parte, attraverso una ricostruzione interiore dei fatti principali della sua vita fatta a opera di Tatiana de Rosnay.

Nonostante il patronimico francese, i du Maurier vivono da almeno due generazioni in Inghilterra (Daphne ne è la terza), tanto da aver quasi del tutto trasformato i retaggi francofoni in vezzi da sfoggiare nelle occasioni mondane. Un filo rosso, però, collega George, il nonno, Gerald, il padre, e Daphne: un ricordo mitico delle loro origini, una sensazione di appartenenza atavica che deve essere seguita, scovata e ricoltivata. Questo senso si manifesta, per ogni generazione, in forme diverse: per George prende le forme di una nostalgia melancolica; per Gerald si manifesta sotto forma di narrazione quasi magica delle vite dei suoi antenati; mentre per Daphne – dal carattere molto più pragmatico rispetto agi altri due – si concretizza in un continuo nonché proficuo studio della lingua francese e in diversi viaggi fatti periodicamente sul continente.

Riassumere qui la lunga e piena vita di Daphne du Maurier sarebbe complicato e, inoltre, vi priverebbe del piacere della lettura, dunque mi soffermerò su due punti che costituiscono i cardini dell’opera: il rapporto di Daphne con la scrittura e il rapporto di Daphne con la critica.

Il rapporto con la scrittura. Se togliamo gli anni della giovinezza, dalla nascita fino all’adolescenza circa, e gli ultimi anni della vecchiaia, dal 1980 sino alla sua morte, Daphne du Maurier ha sempre scritto. Principalmente romanzi e racconti brevi, inframezzati da opere per il teatro e biografie.
Nella pratica scrittoria, a cominciare dai diari privati, Daphne ha sempre trovato il modo migliore per esprimere la propria metà nascosta, la parte più tormentata di lei e che, nella società luminosa e sgargiante che frequentava la sua famiglia, non era assolutamente ammessa se non sul palco scenico. Attraverso i racconti, prima, e i romanzi, poi, Daphne riusciva a mettere meglio a fuoco la realtà, non senza distorcere quella che vedeva quotidianamente. Ma la distorsione che lei creava altro non era che un rovesciamento necessario a vedere meglio e con più ordine ciò che le succedeva attorno, dando anche una valida chiave interpretativa a chi leggeva le sue opere.
Questo movimento osmotico tra la vita vera e quella narrativa trova il maggior esempio in tre nomi: Milton Hall, Menabilly e Manderley. I primi due sono i nomi di due grandi dimore di campagna che Daphne ha visitato in gioventù e in cui, la seconda, ha vissuto per ben venticinque anni. Il terzo è il nome del maniero per eccellenza, quello dove Daphne ha ambientato la sua opera più riuscita e che l’ha consacrata agli onori della storia della letteratura europea contemporanea: la dimora della famiglia di Maxim de Winter, il marito di Rebecca, la prima moglie dell’opera omonima.

Nella poetica di du Maurier i luoghi rivestono un ruolo a dir poco importantissimo: oltre a essere gli spazi del vissuto dei personaggi, sono anche specchio della loro personalità, del loro carattere. Per questo motivo, sin da ragazza, Daphne ha dimostrato una grande predilezione per i vecchi manieri, meglio se abbandonati: sono la concretizzazione del grande ossimoro che è la sua vita. Spazi ampi dove è possibile fare quello che si vuole ma che, in realtà, nascondono dei segreti profondi, dei misteri a volte inviolabili. Prima Cannon Hall, la casa londinese della sua infanzia, poi Fowey, la casa sul mare della sua giovinezza e infine Menabilly, il luogo della piena maturazione e della consacrazione alla scrittura; tutti questi luoghi rappresentano una parte della personalità sfaccettata di Daphne du Maurier e che lei, per vie a volte palesi e a volte nascoste, ha sempre inserito nelle sue opere.

Daphne con suo marito, Frederick Browning, davanti all’ingresso di Menabilly (fonte: npg.org.uk)

Opere che, con l’eccezione di Rebecca, la critica non ha mai pienamente elogiato.
Indubbiamente, all’atto pratico di analisi e riflessione letteraria sui suoi romanzi, Daphne du Maurier non è stata Virginia Woolf; sicuramente la sua produzione non era in linea né in sintonia con i grandi temi cari alla letteratura europea degli anni ’50 e ’60, ma non sono queste le basi sulle quali si giudica un’opera narrativa. Ritengo, francamente, che questo sia stato – e sia tutt’ora – lo sbaglio di gran parte della critica: leggere du Maurier alla caccia di elementi che du Maurier non avrebbe mai inserito, perché semplicemente non la interessavano. Non dimentichiamo che lo scopo primario (e in questo aggettivo rimarco la preminenza di “ciò che viene per primo”) di un’opera è intrattenere, e in questo du Maurier ha senz’altro centrato il bersaglio. Poi, mentre si intrattiene, si può parlare di tutto e di più, si possono utilizzare le più ardite e spettacolari circonvoluzioni sintattiche e lessicali, ma resta di fatto che la nostra opera deve intrattenere. I suoi romanzi sono stati tacciati di blando romanticismo da signore, di essere ancora legati alla letteratura del secolo precedente, quella di Jane Austen e delle sorelle Brontë. La critica di allora voleva vedere il mondo reale, descritto nella sua scientifica separazione in sezioni anatomiche, mentre du Maurier rispondeva con i sentimenti irrazionali di una giovane sposa gelosa, con la vita di personaggi di nicchia della letteratura anglosassone. Forse in Italia, Paese da lei molto apprezzato, le avrebbe giovato la conoscenza del Massimo Bontempelli di Vita e morte di Adria e dei suoi figli.

In altre parole, per chiudere, possiamo dire che la voce di Daphne è la voce dei secondi arrivati: non ha quella potenza innovatrice e travolgente dei primi, ma sarebbe quantomeno ingiusto appiattirla allo stesso livello degli ultimi. Dal suo punto di osservazione sul mondo, certamente privilegiato sotto molti aspetti della vita, Daphne du Maurier ci ha mostrato un lato degli esseri umani che non tutti i grandi ci hanno indicato: da cosa pensa la voce narrante, condannata a non essere protagonista (Rebecca), alla vita di Branwell Brontë, fratello dimenticato delle ben più famose sorelle (Il mondo infernale di Branwell Brontë). Questa differenza, uno scarto non di poco conto ma che va studiato sotto la giusta lente, è stata interpretata da molti critici come una mancanza di raffinatezza, un talento non del tutto sufficiente, o perennemente grezzo. Io, dal mio modesto punto di vista, la considero come un’integrazione, un prezioso insegnamento che ci stimola a tenere a mente che l’interpretazione del mondo è una faccenda complessa e che tutti, dai più grandi ai meno grandi, abbiamo bisogno di più occhi per ricomprendere nel nostro sguardo quanti più dettagli possibile.