Tutto sta nel non abbattersi. “Less” di Andrew Sean Greer

Di Andrea Carria

Quando le cose non vanno è inutile stare a piangersi addosso. Dirlo è facile, un po’ meno farne il proprio vademecum. Fra tanti che rinunciano in partenza, c’è però chi riesce ad armarsi della determinazione necessaria e cambiare aria. Arthur Less è uno di questi. Scrittore mediocre e uomo ordinario con uno speciale talento per i fallimenti amorosi, Less, alla soglia dei cinquant’anni, parte per un giro in solitario intorno al mondo con l’obiettivo di mettere più distanza possibile fra sé e il matrimonio del suo ex fidanzato.

Lui, il viaggio, l’ha pianificato nel dettaglio: otto destinazioni, altrettanti voli da prendere, una tabella di marcia straripante di appuntamenti e nessuna voglia di fermarsi a riflettere sulla propria situazione.

9788893442787_0_0_0_75

Certo, si tratta di un’impresa ambiziosa e che si presenta molto impegnativa soltanto a immaginarla. Chi di voi è un viaggiatore esperto si sarà già fatto due conti, figurandosi quanti e quali inconvenienti potrebbero verificarsi. Tuttavia nessuno di voi è Arthur Less, per cui i vostri sforzi — lasciate che ve lo dica — sono destinati a impallidire di fronte alle disavventure del nostro, improbabile eroe. Nondimeno consentitemi di darvi un consiglio: non state a preoccuparvi troppo per lui e godetevi lo spettacolo!

Dagli affollati mercati di Città del Messico con la lingua ustionata dai peperoncini a tre ristoranti kaiseki in un sol giorno a Kyoto, dalla gita nel Sahara in groppa a un dromedario, con tanto di tempesta di sabbia, al ricovero in ospedale, in India, per colpa di un ago in un piede, passando per i milleuno disguidi col tedesco che disorientano gli studenti del suo corso berlinese: ovunque vada, Less sa sempre come rendere indimenticabili i suoi soggiorni. Come la maggior parte di noi, quando la situazione si complica, non ha assi nella manica da calare. Non che se ne resti con le mani in mano: il buon Less, che apparentemente non ha colpa delle proprie sfortune, si arrabatta, si dà da fare, se lo metti in mare nuota e magari arriva pure vicino alla riva, ma da lui non si può pretendere che arrivi davvero a capo di qualcosa. Ciò nonostante è abbastanza fortunato o scaltro da cavarsela, paradossalmente salvando la faccia più spesso di quanto non salvi i vestiti o il bagaglio. Spicca in statura, ma non per particolari doti (salvo il baciare, in quello sembra sapere il fatto suo), tuttavia se pure un tipo del genere possiede una risorsa, in lui, in Arthur Less, questa coincide nientemeno che con la sua stessa condanna di uomo e di scrittore: la mediocrità.

aircraft-723900_1920

Se come personaggio romanzesco la mediocrità è la marcia in più di Less (il cui cognome, in inglese “meno”, crea un indicativo gioco di parole), quella del libro è senz’altro l’ironia. Andrew Sean Greer, il vulcanico tour operator dell’odissea lessiana, si diverte e fa divertire: la sua penna, fresca e leggera, è come uno specchio piazzato davanti ai difetti più comuni degli uomini, dove ciascuno, riconoscendosi, non può fare altro che strappare un sorriso. Con Less, d’altro canto, è quasi impossibile non solidarizzare. Pur essendo vittima dei suoi stessi errori e sviste, egli non è il tipo da muovere pietà o che cerca compassione negli altri. Less è estraneo a tutto questo, e anche riguardo alle pene d’amore il suo rimedio è assai lontano da qualsiasi formulario convenzionale: «il trucco — dice lui — sta nel non innamorarsi».

Lontano quanto, almeno in Italia, lo è il pubblico dei lettori da una concezione così libera e disinvolta (stavo per dire americana) dell’omosessualità. Delle scelte fatte da Greer per  trattare l’argomento mi hanno colpito due cose più di altre: 1) la mancanza di qualsivoglia preambolo o premessa del tipo: “Stiamo per parlare di amore, ma prima di farlo informo che si tratta di questo tipo di amore e non di quest’altro”; 2) la conferma che può esistere una letteratura omosessuale non drammatica, per quanto nel romanzo lo stesso Less venga rimproverato dai suoi colleghi scrittori di essere un «cattivo gay», ossia uno scrittore gay fuori dal «canone», proprio perché incapace «di mostrare le cose belle» del mondo omosessuale.

Pulitzer2018-andrew-sean-greer-20180530-wp

Un altro aspetto molto interessante del lavoro di Greer riguarda la caratterizzazione psicologica di Arthur Less, oscillante fra uno stoicismo mal assimilato e un fatalismo che fa il paio con un carattere che ha ancora molto da imparare sulla propria autodeterminazione. Degna di apprezzamento, quindi, è la disposizione dei flashback, ai quali viene affidata la parte più profonda del romanzo. Ricordi e rimpianti saltano fuori dal ripostiglio della memoria, irrompono nella coscienza e svelano quel lato sentimentale di se stesso che Less aveva fatto di tutto per anestetizzare. Sull’esempio di Proust (la Recherche viene citata in almeno un paio di occasioni), il passato del nostro eroe si colora poco a poco, una madeleine dopo l’altra: improvvisamente, le sfumature acquistano volume; i ricordi assumono fisionomie, diventano volti; i dettagli vengono riuniti in un affresco più ampio che può confermare oppure smentire le ipotesi precedentemente fatte, assistendo così quei due o tre colpi di scena che infondono alla storia un brio in più.

L’io narrante (altro piccolo consiglio: non vi dimenticate di lui) è interno alla storia. Il suo modo di trattare Less ricorda quello di uno scienziato nei confronti di una cavia: ne descrive minuziosamente il comportamento, l’espressione, la postura, il modo di parlare e di arrossire, per quanto l’impressione sia quella che parli più per esperienza che non per osservazione diretta. Induzione humiana a parte, dalle sue parole, ad ogni modo, spesso Less pare effettivamente ritratto da dietro un vetro o da sotto una lente d’ingrandimento («Guardatelo», esorta spesso il narratore all’indirizzo di chi legge, come se Less fosse il pezzo forte di qualche percorso museale), lasciandolo del tutto ignaro dei trattati di etologia che sta ispirando mentre si diverte a far ballonzolare un mocassino sulla punta del piede o cerca di camuffare la sua intramontabile espressione da pesce fuor d’acqua.

heart-792080_1920

Prima di ringraziarvi per la vostra pazienza, chiudo con una considerazione sullo scrivere, altro tema al centro delle pagine di questo bel romanzo. Arthur Less, l’ho detto all’inizio, è un uomo ordinario e uno scrittore mediocre. Per lungo tempo la sua affiliazione al mondo letterario è passata attraverso la relazione col poeta Robert Brownburn, vincitore del Pulitzer, mentre soltanto in un secondo momento vi è entrato come autore di romanzi propri. È difficile non vedere un parallelismo fra la carriera zoppicante di Less e quella di Andrew Sean Greer, a sua volta sostanzialmente misconosciuto fino alla scorsa primavera, quando il Pulitzer lo ha vinto per davvero. Chissà se mentre confezionava la storia d’amore fra Arthur e Robert, Greer non ci stesse pensando, al premio, o se a prevalere fosse invece il disfattismo che emerge in certi brani sullo scrivere e la mancanza di genialità… Quale delle due ipotesi non ha molta importanza, in realtà; Greer ha scritto e il risultato lo ha ripagato. Ciò vuol dire una cosa sola: che ha creduto in quello che faceva. E ricordate: a seconda dei casi, il lieto fine è a portata di mano o di penna. Grazie!

Come, come?… Se c’è un trucco, dite?… Certo! Tutto sta nel non abbattersi.

“La scatola dei bottoni di Gwendy”: una novella moderna e la sua morale

Di Andrea Carria

 

E se esistesse una scatola col potere di devastare interi continenti, provocare ecatombi, scatenare guerre mondiali, in altre parole di decidere il destino del mondo intero? E se questa scatola finisse nelle mani sbagliate o, meglio ancora, in quelle di una ragazzina?

La cicciottella Gwendy Peterson ha solo dodici anni quando un misterioso signore dall’abito e il cappello neri che si fa chiamare Richard Farris gliela consegna, sostenendo che è proprio lei la persona giusta che stava cercando. Azionando delle levette poste ai lati, la scatola elargisce cioccolatini gustosi a forma di animaletto e, di tanto in tanto, monete da un dollaro Morgan, lucentissime. Ma – Farris la mette in guardia – bisogna fare molta attenzione: la scatola presenta infatti dei bottoni colorati (uno per continente) che non vanno premuti alla leggera, soprattutto il bottone rosso e il temutissimo bottone nero.

Gwendy non sa che pensare: Farris la inquieta, ma non sembra avere cattive intenzioni; la scatola, poi, a cosa servirà mai per davvero, cosa deve farci? Del resto quei cioccolatini sono così buoni…

hands-2606959_1920

È il 22 agosto 1974 quando Gwendy porta la scatola a casa con sé. Per prima cosa deve nasconderla: Farris le ha detto che sarebbe un disastro se i suoi genitori o qualcun altro la trovassero. Fra le radici di un albero in giardino, in una fessura nel muro della cantina, dentro all’armadio, in una cassetta di sicurezza: sono questi i nascondigli scelti da Gwendy nel corso dei dieci anni in cui la scatola rimane sotto la sua custodia. Dieci anni che hanno visto Gwendy diventare una ragazza bellissima, magra, atletica, prima della classe, formidabile in tutti gli sport e sogno proibito di ogni ragazzo di Castle Rock. Sarà merito dei cioccolatini che la scatola non ha mai smesso di distribuirle? Certo, la scatola ha dei poteri, questo Gwendy lo ha capito abbastanza presto. Come quella volta in cui non ha resistito e ha schiacciato il bottone viola del Sudamerica… o il suicidio della sua migliore amica, Olive… o quella volta in cui Frankie Stone si è nascosto nel suo armadio con brutte intenzioni e Harry Streeter, il suo fidanzatino, per salvarla…

Nato dalla nuova collaborazione fra Stephen King e Richard Chizmar, editor e redattore della casa editrice Cemetery Dance, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo breve che tuttavia ben rappresenta lo stile e i temi cari alla narrativa del maestro dell’horror mondiale. Cominciando dallo stile, chiunque è in grado di apprezzare l’efficacia della scrittura di King – essenziale ed esperta – o della naturalezza con cui la storia si sviluppa e procede. La trama – semplice e lineare – è uno specchio fedele della pulizia dello stile impiegato, dove – ancora – l’assenza di sovrappiù retorici riflette la mancanza di veri colpi di scena a livello di intreccio.

9788820064334_0_0_0_75

C’è poi la tematica dell’età. Come in It, Christie e in altri dei suoi più celebri romanzi, King ambienta la storia nel mondo pieno di luci e ombre dei più piccoli, bambini e adolescenti. Il lettore fa la conoscenza di Gwendy nella delicata fase preadolescenziale, una ragazzina vittima dei bulli a causa dei suoi chili di troppo, per lasciarla, laureata, alle soglie dell’età adulta. La sua adolescenza è segnata dal possesso della scatola dei bottoni, una responsabilità che Gwendy si sente costantemente addosso. Sono d’accordo con chi ha parlato di questo libro come di un romanzo di formazione perché, in effetti, quella che si svolge nelle sue pagine è la storia della formazione di Gwendy, di come essa diviene accorta e responsabile anche per merito della custodia della scatola, sua responsabilità ma anche suo esercizio morale. E capisco anche chi rimpiange che King e Chizmar non abbiano approfondito diversi aspetti della trama e dei personaggi, lasciando che la loro storia assumesse la forma e le dimensioni di una novella. Il materiale su cui stavano lavorando era di prima qualità e il libro avrebbe potuto effettivamente avere uno sviluppo diverso. Il risultato finale, così, non ci restituisce il grande romanzo che avrebbe potuto essere, ma una bel racconto: considerando il ritmo sostenuto della produzione romanzesca di King, mi permetto di dire che è un buon compromesso.

Come novella – o favola – La scatola dei bottoni di Gwendy possiede, del resto, pure una morale. Quando Farris torna da Gwendy per chiederle indietro la scatola, dice di aver trovato il successore giusto a cui consegnarla: un altro bambino coscienzioso e prudente come lo era stata Gwendy alla sua età, c’è da immaginare. Se Farris non si è sbagliato, la scatola e il mondo saranno al sicuro per altri dieci anni. Se no…

1879S_Morgan_Dollar_NGC_MS67plus_Obverse

Che dei bambini siano i depositari della sicurezza di tutti è una bellissima metafora che ribadisce l’importanza di crescere i propri figli lontano dall’egoismo, nel rispetto di una pacifica convivenza. È una metafora che evidenzia meglio di qualsiasi discorso la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dei più giovani – come genitori in primis, ma anche come fratelli, cugini, insegnanti, educatori, amici, compagni di scuola –, dei quali presto o tardi sarà il turno. Farris continuerà a scegliere – è il suo compito, il suo destino –, mentre dal canto nostro, noi uomini continueremo ad avere rapporti con gli altri, a crescere, a formare le persone e il loro carattere. Entrambi, Farris e noi, non possiamo sottrarci, ma fra i due è il signore dal cappello nero quello con la minore possibilità di scelta. Egli sceglie, è vero, ma può farlo solo in mezzo a ciò che noi mettiamo a sua disposizione. Sta a noi fare in modo che trovi una Gwendy ogni dieci anni a cui affidare la scatola fatale, ma siccome le nostre possibilità di scelta sono molto superiori alle sue, non sta scritto da nessuna parte che i valori di riferimento di un’epoca (scelti e adottati da una data comunità in un certo periodo storico, e dunque aleatori per definizione) siano sempre i più opportuni.

In ciò consiste la morale di questa novella moderna: ricordare a ciascuno le proprie responsabilità nello sviluppo di una cultura e di una coscienza collettiva, poiché la scatola dei bottoni è reale, il bambino che la erediterà domani, invece, è un investimento condiviso, di cui occuparci tutti insieme.

La dannazione di un uomo. “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hannah Tinti

Di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Uno degli elementi che ci fa dire “questa persona ha talento!” quando si tratta di scrittura è la capacità di saper riadattare elementi e temi vecchi, già visti, secondo nuovi schemi narrativi. Non dimenticherò mai la frase che mi disse il mio professore di sceneggiatura al Liceo: «È già stato scritto tutto, quindi potete solo trovare nuovi modi per farlo» e questo credo sia il caso de Le dodici vite di Samuel Hawley terza fatica letteraria della scrittrice statunitense Hannah Tinti, pubblicata in Italia da Nutrimenti.

Dando un primo sguardo al libro, copertina e quarta, magari sfogliando distrattamente qualche pagina, si è tentati di pensare che questa storia è già stata raccontata dato che i protagonisti sono un padre dall’aspetto affascinante, dal passato e presente molto tormentati, e il rapporto con sua figlia adolescente: “già visto, avanti il prossimo!” si potrebbe dire ma invece questo romanzo, sebbene racconti dinamiche già affrontate, presenta nella narrazione dei fatti qualcosa di nuovo.

9788865945797_0_0_0_75

Di sicuro è anche merito dell’ottimo lavoro di traduzione fatto da Sandro Ristori, che ha saputo riportare nella nostra lingua le sfumature semantiche e le particolarità del testo originale, tuttavia iniziando la lettura di questo romanzo ci rendiamo conto che c’è altro. Se dovessi usare una metafora, direi che i temi noti costituiscono l’ordito del tessuto e, su questi, Tinti inserisce varianti proprie della trama in questo squarcio di vita statunitense che ci regala.

«Il padre di Loo non usciva mai di casa senza un’arma. E ognuna aveva una storia. C’era il fucile che il nonno di Loo aveva usato in guerra, pieno di tacche, una per ogni uccisione. Adesso apparteneva a lei. C’era il fucile a canna liscia calibro venti proveniente da un ranch in Wyoming, dove suo padre aveva vissuto per un po’ lavorando con i cavalli. C’era un set di pistole da duello d’argento in un contenitore di legno lucido, vinte a poker in Arizona. La Ruger a canna corta che teneva in una sacca in fondo al suo armadio. La collezione di Derringer con l’impugnatura di perla, nascosta nell’ultimo cassetto della sua scrivania. E la Colt con il marchio di Hartford, Connecticut, su un lato.»

Le armi, quelle da fuoco in particolare, sono la cifra caratterizzante. Hawley, quasi sempre per cognome viene chiamato il padre di Loo, non viaggia mai senza e il suo corpo, cui vanno aggiunte la sua vita e le sue esperienze, è il riflesso esatto di un’atmosfera di perenne pericolo, ansia, smania di allontanarsi da guai sempre più grandi e gravi che lo tormentano. In tutto questo l’occhio di un’osservatrice, la figlia, si interroga non solo su suo padre e su ciò che condividono, ma anche sulla sua stessa vita.

bullet-408636_1920

Nel romanzo di Tinti viene riservata molta attenzione alle donne: siano esse “le vedove” o “la moglie di Talbot” o le donne che non riescono a resistere al fascino di Hawley il quale «stringeva la bocca in una linea sottile, contraeva la mascella e impediva a chiunque di avvicinarsi troppo.»

Le eccezioni a questa categoria di donne che si infiltrano nella vita di Loo e Hawley, che tentano di sedurre lui o che rappresentano, come nel caso della moglie di Talbot, un intralcio allo scorrere degli eventi, sono due: Mabel Ridge e Lily, rispettivamente la nonna e la madre di Loo. Due figure misteriose, una più evanescente dell’altra per via del ruolo “al limite” che ricoprono nella storia, nella vita. Loo riscopre lentamente e in parti sempre staccate tra loro le sue origini familiari, incrociando sul suo cammino quasi per caso quei personaggi che, in realtà, avrebbero tutti i titoli e i diritti per essere parte integrante della sua vita.

«Loo infilò una mano. Le sue dita erano troppo corte. Era come indossare la pelle di qualcun altro. “Pensavo che solo le donne anziane portassero roba come questa”. “Lily era un tipo artistico. Sarebbe potuta andare all’accademia”. “E perché non l’ha fatto?”. “Perché invece si è messa nei guai. Come te stasera”. La vecchia si accigliò, e per la prima volta Loo capì che sua madre un tempo era stata una ragazza che mentiva ai suoi genitori, che pomiciava con i ragazzi nel bosco, che andava alle feste di nascosto. Sua madre aveva toccato quel telaio, si era guardata nello specchio inchiodato sul lavello, aveva battuto il batacchio a forma di ananas contro la porta. Ogni singolo oggetto intorno a lei iniziò a scintillare di possibilità. A partire dai guanti che le coprivano le dita.»

legs-407196_1920

Una grande porzione del romanzo è dedicata ai ricordi di Hawley, in particolare quando Loo era poco più di una neonata. La lunga scia di peccati, errori e sbagli che l’uomo si porta dietro da anni trova forse il suo avvio in un episodio apparentemente banale, un bagno al lago, ma caratterizzato da descrizioni crude che non danno a chi legge il tempo di tirare il fiato e riprendersi dalla costante atmosfera di ansia e pericolo, come ho detto sopra. Una figura estranea tormenta sempre il delicato equilibrio familiare e una minaccia si concretizza:

«Solo allora Lily lo vide davvero per la prima volta. Non ci fu bisogno di colpirla di nuovo. Si alzò, attraversò la spiaggia e si fiondò nella foresta, verso la casa e le pistole di Hawley. Se avesse corso più veloce che poteva avrebbe potuto andare a casa e tornare in un quarto d’ora. Quando arrivò in cima alla collina si fermò e si guardò alle spalle. Hawley cercò di pensare a un modo per dirle che gli dispiaceva, ma non gli venne in mente niente di meglio che toccarsi la fronte, come a sfiorarsi la tesa di un cappello che non aveva. Sua moglie rimase immobile per un momento, come se stesse per dare di stomaco, e poi arricciò il naso e si girò dall’altra parte. Scomparve.»

Che cos’è successo di così grave da rendere dannata la vita di un uomo, tanto che questa dannazione si ripercuote anche sulla vita di sua moglie e di sua figlia? Questo è l’interrogativo che siamo spinti a farci sin dall’inizio del romanzo. Tinti ci fornisce la risposta a tratti, incalzando la lettura e spronandoci a farci girare pagina, collegando frammenti di ricordi, esperienze attuali, dolori mai del tutto elaborati in mezzo a tanti, tantissimi, proiettili.

“Solo per Ida Brown” di Ricardo Piglia: letteratura, double coding, ecoterrorismo

di Andrea Carria

È sempre il momento buono per parlare dei grandi libri, anche quando è passato un po’ di tempo dalla pubblicazione e i loro titoli non rientrano più fra le tendenze del momento. Anzi, proprio perché grandi, di questi libri si dovrebbe parlare soprattutto dopo, in modo da segnare una differenza fra essi e la massa degli altri, un po’ meno grandi, che per motivi di concomitanza d’uscita si contendono i medesimi spazi: dagli espositori nelle librerie alle inserzioni pubblicitarie, passando ovviamente dalle recensioni sui blog letterari.

Fortunatamente nel caso di Solo per Ida Brown dello scrittore argentino Ricardo Piglia ci troviamo di fronte a un grande romanzo che nei due o tre mesi seguenti alla sua pubblicazione (Feltrinelli, marzo 2017) ha avuto una buona visibilità.

Certo, le condizioni in cui il libro è giunto alla sua edizione italiana ne hanno indubbiamente facilitato la promozione: morto da appena qualche settimana a 76 anni, Solo per Ida Brown non ha rappresentato soltanto l’ultimo lascito di uno degli autori argentini di maggior talento degli ultimi anni, ma è stato anche un simbolo di resistenza alla terribile malattia, la SLA, che aveva costretto Piglia a impiegare un software speciale che gli permettesse di scrivere con lo sguardo.

9788807032226_0_0_1597_75

Ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, Solo per Ida Brown è un romanzo polisemico che abbraccia i temi più cari della produzione letteraria di Piglia. Il protagonista, Emilio Renzi, alter ego dell’autore, il cui nome completo è Ricardo Emilio Piglia Renzi, è un docente universitario che viene invitato a tenere un corso sullo scrittore anglo-argentino William H. Hudson in un rinomato college del New England; a proporglielo è Ida Brown, una giovane e brillante professoressa di letteratura inglese all’apice della carriera. Sulle prime combattuto, alla fine Renzi decide di lasciare la sua fallimentare vita a Buenos Aires per trasferirsi negli Stati Uniti, dove, grazie al nuovo incarico, si riavvicinerà gradualmente alla vita. Ma il merito sarà soprattutto di Ida, donna intraprendente, emancipata e con fascino da vendere. Fra i due nasce una relazione clandestina che verrà improvvisamente interrotta da un evento drammatico: Ida – il cui nome in spagnolo indica «l’andata, il viaggio senza ritorno» – viene ritrovata morta nella sua auto, vittima di un’esplosione. Casualità? Incidente? Oppure la morte della professoressa è collegata alla serie di attentati che sta mettendo in scacco l’intelligence degli Stati Uniti da anni?

Rifacendosi alla vera storia di Theodore Kaczynski, il famigerato Unabomber che terrorizzò l’America dal 1978 al 1995, con questo romanzo ispirato che si colloca all’incrocio fra più generi letterari, Ricardo Piglia propone una rilettura decantata dal tempo di una fra le pagine più nere della storia recente. Solo per Ida Brown è un libro dalla struttura ben bilanciata e senza sbavature, scorrevole dall’inizio alla fine, che fa della contaminazione fra gli stili uno dei suoi punti di forza.

Da appassionato lettore di polizieschi, Piglia usa la morte sospetta di Ida per creare un sotto-giallo all’interno della vicenda principale di Thomas Munk (così Kaczynski, nel libro), il geniale ex studente di Harvard che nella sua crociata contro il capitalismo diventerà un ecoterrorista. Le indagini proseguono fino alla cattura di Munk ma la conferma ufficiale del legame fra lui e la morte di Ida non arriva. Emilio, intanto, non riesce a darsi pace. Perché la bomba di Munk ha colpito proprio lei? C’entra qualcosa il comune passato all’università di Berkeley, dove Ida era dottoranda al tempo in cui Munk, prima di rintanarsi nella sua capanna in mezzo ai boschi, insegnava matematica? Che si fossero conosciuti allora e che nel tempo abbiano mantenuto (oppure ripreso) i contatti? La copia dell’Agente segreto di Joseph Conrad che Ida ha lasciato a Emilio poco prima di morire nasconde forse qualche indizio…?

fear-299679_640

Ma la narrazione e i suoi interrogativi sono solo un volto del libro: l’altro, non meno importante, è costituito dai brani di taglio saggistico che l’autore, già docente di Letteratura sudamericana all’Università di Princeton, sa come integrare fin dalle prime pagine. È ancora per voce di Renzi, per esempio, che Piglia fa emergere l’altra sua professione di critico letterario, commentando aspetti dell’opera di Tolstoj, Conrad, Hudson e altri scrittori la cui ricorrenza, all’interno del romanzo, si carica di una funzione metaletteraria che in alcuni casi è utile per guidare il lettore verso un’interpretazione privilegiata, mentre in altri serve a orientarlo verso i risvolti narrativi predeterminati.

Grazie alla propria esperienza di lunga data, Piglia riesce così ad armonizzare istanza romanzesca e istanza saggistica senza allentare la tensione narrativa: la seconda non si pone mai come un’alternativa parallela alla prima, bensì come una compresenza propedeutica o esplicativa della stessa. Numerosi sono i riferimenti dotti e i nomi degli autori citati, sia pure en passant, che si incontrano quasi a ogni pagina di questo romanzo, esempio molto ben riuscito di quello che Umberto Eco chiamava double coding.

La godibilità del libro di Piglia, garantita in primo luogo dalla freschezza della sua scrittura, si deve anche alla felice sequenza di scene. Renzi si muove sempre in ambientazioni verosimili e di facile riconoscibilità per tutti i lettori, compresi quelli che non hanno un’esperienza diretta dell’America e che non ne conoscono le dinamiche interne; cosa che invece non accade, tanto per ricordare un nome di cui si è molto parlato nell’ultimo periodo, in certi romanzi di Philip Roth, dove le problematiche socio-culturali descritte si collocano spesso fuori portata rispetto alle nozioni in possesso del lettore italiano medio. Ma non è questo il caso di Piglia, la cui familiarità con polizieschi e cinema (è stato anche autore di sceneggiature) mi sembra la ragione prossima dell’ottima riuscita del libro, dove il lettore si ritrova calato in un contesto scenico e dialogico che già conosce grazie a romanzi e serie tv di ampia diffusione, ma dai quali Piglia, estraneo a stereotipi scontati, si tiene comunque lontano a vantaggio della qualità dell’intrattenimento.

piglia

Anche Emilio sa cosa significa beneficiare dell’intrattenimento di qualcuno: al suo pensa la vicina di casa russa, Nina. Emigrata in Francia per scappare dai bolscevichi e poi, dalla Francia, negli Stati Uniti per fuggire dagli amici di quest’ultimi («Erano anni in cui era difficile essere di sinistra, e lo è ancora»), nel romanzo Nina è un personaggio apparentemente di secondo piano. Gran parte delle riflessioni sulla letteratura a cui ho accennato sono infatti dovute a lei, così come sono sue alcune intuizioni riguardanti il caso Thomas Munk. Emilio e Nina commentano insieme il Manifesto sul capitalismo tecnologico, il pamphlet teorico che l’ecoterrorista ottiene di far pubblicare sui giornali promettendo in cambio la fine degli attentati, ma è lei la prima a osservare che quel tipo di scrittura non poteva appartenere a una persona qualunque.

«Non si tratta di scoprire, disse Nina, si tratta di immaginare. È possibile sapere com’è una persona partendo da ciò che scrive?»

Per l’ex professoressa di Lingue slave che ha dedicato l’intera vita a scrivere una monumentale biografia su Tolstoj, la risposta è sì senza alcun dubbio. Ma c’è di più: per Nina, il caso Munk non è una cometa destinata a spegnersi tanto presto e con conseguenze facilmente prevedibili.

«Se i grandi miti letterari della società sono l’Avventuriero (che in ogni circostanza si affida all’azione) e il Dandy (che vive la vita come una forma d’arte), nel XXI secolo, disse Nina, l’eroe sarà il Terrorista. È al tempo stesso dandy e avventuriero e fondamentalmente si considera un individuo eccezionale».

La letteratura ha la capacità intrinseca di rinnovarsi e le trasformazioni sociali sono state da sempre uno dei motori principali della sua rigenerazione. La figura del terrorista possiede da sempre delle potenzialità romanzesche che già Dostoevskij aveva individuato (si pensi al romanzo I demoni del 1873), ma che soltanto la più recente, spesso discutibile, opera scrittoria di alcuni ex terroristi (lo stesso Kaczynski è autore di testi manoscritti che la Corte Federale della California ha messo all’asta) ha poi riunito, de facto, in un genere letterario a sé.

classroom-1699745_1920

Ci sarebbe da discutere sugli aspetti etici e sociali di tale fenomeno (emblematico è il caso nostrano di Cesare Battisti, terrorista rosso negli anni Settanta e impenitente scrittore di polizieschi oggi), ma il discorso è troppo ampio e questa non è la sede adatta. Tuttavia, sul piano della comunicazione, una cosa Munk l’ha intuita: nell’era di internet, pubblicare uno scritto è cosa relativamente facile, ma non dà la certezza di essere letti, tantomeno quella di essere ricordati. «Al fine di diffondere il nostro messaggio e avere qualche probabilità di un riscontro duraturo – scrive Munk nell’articolo 96 del Manifesto –, abbiamo dovuto uccidere delle persone».

Rimedio estremo, ingiustificabile, applicato però a un calcolo corretto, quello di Munk, il quale sa perfettamente che non è l’importanza o la qualità del messaggio a farne la fortuna. Quello sulla ricezione rimane così un tema universale su cui riflettere. Nella giungla dell’informazione massmediatica, come fare perché chi ha qualcosa di fondamentale o di bello da dire venga ascoltato? Ma soprattutto, come assicurare che ciò avvenga nel rispetto della libertà di parola?

Proprio all’inizio di questo articolo, ho brevemente accennato che il problema riguarda anche la letteratura, dove non sempre le opere che meritano riescono a raggiungere il pubblico. La qualità da sola non basta più, ma senza di essa è praticamente impossibile che un libro venga ricordato: Solo per Ida Brown possiede abbastanza qualità perché il lettore possa goderne, ma soltanto il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla fortuna del libro e del suo autore nella storia della letteratura.

“L’Estraneo” di Tommaso Giagni – guida interiore alla Capitale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Oggi voglio parlarvi di un romanzo a me davvero molto caro che propone un nuovo sguardo sulle dinamiche di Roma: L’Estraneo di Tommaso Giagni

Questo romanzo è ambientato a Roma e racconta le vicende profonde di un protagonista “estraneo” tanto nei fatti esterni quanto in quelli interiori del suo animo (non possiamo dire anche “di nome” poiché questo non viene mai rivelato). Il suo passaggio dalla giovinezza all’età adulta, che coincide con il delicato momento in cui abbandona il nido familiare per prepararsi a entrare nel mondo dell’università, è il perno sul quale si regge la struttura narrativa e da questo punto si sviluppano tutte le vicende di questo giovane al quale mi sono così affezionato da avergli dedicato la mia tesi e questo primo articolo. Insomma: per gli esordi è a lui che mi affido.

L’Estraneo, opera prima di Tommaso Giagni e pubblicata da Einaudi Stile Libero nel 2010, rappresenta un raro caso di romanzo contemporaneo arricchito da una sensibilità lirica persa ormai da anni e da uno sguardo originale, nuovo. Questi elementi sono in perenne contrasto nella narrazione, peraltro sempre fluida e dai toni vari, e si identificano nei due coprotagonisti che sono anche “co-antagonisti”: la città e il personaggio principale.

«Ci sono una “Roma delle Rovine” e una “Roma di Quaresima”, tutto sta nell’essere figlio di questa o di quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso. Io sono estraneo: sono tutto e sono niente».

Fondamentale, per comprendere bene il romanzo, è tenere a mente l’esigenza del protagonista di cambiare vita. O meglio, «trovare vita». Il protagonista non si sente parte del quartiere nel quale vive e l’estate di passaggio tra il liceo e il mondo universitario rappresenta il turning point dal quale parte l’azione: lasciare la casa paterna per andare a vivere da solo in una borgata romana, ambiente dal quale la madre dell’eroe proveniva e lontano dalle frivolezze della “Roma bene”. Un ritorno alle origini ma non sue, il che non significa «andare indietro», piuttosto partire per scoprire sé stesso e quale delle due anime di Roma vive in lui: se la “Roma delle Rovine”, metonimia della Roma ricca e del centro, o la “Roma di Quaresima”, variante popolare e apparentemente più concreta.

fotoarticoloGiagni1

La percezione del luogo di passaggio, del non-luogo anche in senso antropologico, è accentuata a causa di quello che si può definire un “paradosso del personaggio”. Si veda, ad esempio, il Riccetto di Pasolini: come altri personaggi in Ragazzi di vita, egli non si interroga sulla sua identità perché sa chi è, sa dove vive ed è ben integrato nel contesto urbano a lui contemporaneo, anche se non si lascia inglobare dalla folla. La percezione che ha di sé lo distrae dal voler comprendere la natura dei non-luoghi che frequenta, non gli dà modo di interrogarsi sulla natura della sua città. Stesso procedimento si può notare negli inquilini del condominio le cui vicende sono narrate ne Il Contagio di Walter Siti. Al contrario, il protagonista di Giagni ha una profonda percezione del suo non-sé e dunque indaga quelli che lui crede siano i luoghi che possano dargli un’identità; indagine fallimentare già nelle premesse, poiché si scontra con non-luoghi a lui sconosciuti prima di allora.

Il paradosso sta nella volontà, o non volontà, di conoscere il luogo nel quale si agisce. Se un personaggio ha una sua identità, vive cioè un rispecchiamento attivo con il non-luogo, non andrà alla ricerca di qualcosa al di fuori di sé, dunque identificherà sé stesso ma non identificherà il resto. Invece se un personaggio non vive un rispecchiamento attivo ma anzi è vittima dell’eterno presente dei non-luoghi, questi ingloberà i non-luoghi nel tentativo di darsi un’identità spaziale piuttosto che limitare la ricerca alla sua sola persona; in altre parole non si identificherà ma vorrà identificare il resto.

Scontrandosi con le difficoltà di questo paradosso, il tentativo di identificazione con il mondo circostante porta il protagonista anonimo di Giagni a un’associazione tra il Quartiere nel quale egli si trasferisce e un’entità affettiva assente, materna.

«Nel frattempo questa Roma mi avrà preso nel suo abbraccio, l’avrò già vissuta nella fornace d’agosto e nelle ghiacce prove d’inverno. […] scoprirò la Mano del Quartiere tesa verso di me – a ripagarmi della fiducia che gli do oggi, traslocandoci».

È interessante evidenziare il parallelismo tra la Roma di Quaresima e la madre del protagonista: entrambe popolari, entrambe tenute fuori dalla vita, una da quella intima della famiglia del protagonista, l’altra dalla vita caotica e mondana del centro della Capitale, tuttavia incarnazioni di un presente probabile, che il ragazzo desidera per sé anche se con un margine di riuscita tutt’altro che incoraggiante.

fotoarticoloGiagni2

Queste le dinamiche del non-luogo di Giagni: uno spazio scisso tra qui e là, tra il vecchio mondo paterno e quello materno, tuttavia foriero di migliori speranze per il presente. Il mondo fin qui descritto appare nel pieno del suo essere. Chi ha ancora le capacità per comprendere questo inghiottire incontrollato e incontrollabile ne resta fuori sfuggendo alla folla inferocita e animalesca, ne resta fuori oltrepassando un confine immaginario. Dal centro nevralgico della vita burrascosa di Roma si è costretti ad allontanarsi ma non per fuggire, bensì per osservare meglio. Il gioco di prospettive è palese nelle parole del protagonista de L’Estraneo, come un manifesto programmatico del suo lirismo senza patria. Nel caso di Riccetto è invece una caratteristica derivata da un lavoro di narrazione in terza persona. Entrambi vivono la condizione mediana del non-luogo, chi per scelta e chi per essere.

Da questo posizionamento parte tutto. Dal forestiero che osserva la vita cittadina nasce la vera critica.

L’abitudine alla genialità: “Rituali quotidiani” di Mason Currey

Di Andrea Carria

 

Cosa differenzia un uomo comune da uno di genio? I romantici consideravano la genialità un dono innato, mentre fu Kant il primo ad approfondire il rapporto esistente fra essa e la creazione artistica. Per noi moderni l’artista folgorato da ispirazione improvvisa è una rappresentazione che accogliamo con bonarietà nel nostro immaginario, ma a cui non diamo più molto credito. Alle nostre menti disincantate l’estro e il talento da soli non bastano; impegno, fatica, esercizio, studio e applicazione costanti: l’unico dono ce lo facciamo da soli e sta nel modo in cui ciascuno di noi, artista o meno che sia, impiega il proprio tempo.

A proposito di tempo… un aspetto interessante della rivoluzione dei social non è tanto la facilità con cui si possono conoscere meglio le abitudini di chi vive a migliaia di chilometri di distanza rispetto a quelle del vicino di casa, bensì la possibilità di accorgersi di quanto le nostre abitudini possano somigliare a quelle degli altri, ovvero quanto la giornata dell’idolo che seguiamo, tolti gli impegni derivanti dal suo lavoro, non si differenzi così troppo dalla nostra. Facebook e compagnia hanno dissolto a poco a poco l’alone di mistero che circondava le vite dei personaggi pubblici, e nel caso degli artisti hanno indirettamente messo a disposizione dei follower una parte del processo creativo responsabile della realizzazione di un album o di un libro. Permeando così a fondo la vita delle persone, i social hanno confermato che la genialità autentica richiama tante piccole bizzarrie quotidiane – simili a quelle che ciascuno di noi possiede – e che esse non ostacolano ma anzi si legano strettamente all’attività creativa.

Il libro Rituali quotidiani di Mason Currey (Vallardi, 2016) offre una galleria assai variegata di esempi. Basandosi su biografie, interviste, testimonianze e opere autografe dei diretti interessati – ognuna delle quali è riportata nella ricca bibliografia in fondo al volume – Currey, con la sua scrittura pulita e disinvolta, ha tirato giù alcuni dei più grandi nomi della cultura mondiale dal piedistallo per consegnarli letteralmente “in pantofole e vestaglia” al suo pubblico.

«Ho raccontato i dettagli volutamente banali della vita quotidiana dei miei “soggetti di studio” – quando si coricavano, mangiavano, lavoravano, si preoccupavano – nella speranza di offrire ai lettori una prospettiva originale sulle loro personalità e professioni. Ho voluto dipingere ritratti divertenti e marginali di artisti nella loro veste di creature abitudinarie».

 fotoarticoloCurrey1

Nell’Introduzione, Currey procede rivelando come l’idea originaria del libro gli sia venuta un giorno in cui, non riuscendo a scrivere l’articolo da consegnare l’indomani, si chiede quali orari e che metodo di lavoro usassero i più illustri fra i suoi predecessori. Comincia a documentarsi e si accorge prestissimo che non esiste una sola risposta, in quanto ognuno di quei grandi uomini aveva il proprio segreto: una precisa routine giornaliera da onorare, unica nel suo genere.

«Seguire una routine – scrive – è come inserire il pilota automatico, ma la routine di ciascuno è il risultato di scelte molto personali. Nelle mani giuste, queste scelte possono diventare un meccanismo finemente calibrato che consente di sfruttare al meglio una gamma limitata di risorse, come il tempo (la risorsa più limitata), la forza di volontà, l’autodisciplina e l’ottimismo».

Nel presentare i risultati delle sue ricerche, Currey si diverte e fa divertire. La lunghezza dei ritratti non è data dall’importanza del soggetto o dal valore della sua opera, ma solo dal genere e dalla quantità delle stravaganze da riferire. Alcune sono delle vere chicche… Lo scrittore inglese Anthony Trollope, per esempio, si alzava ogni mattina alle cinque e mezza in modo da scrivere per tre ore ininterrotte (250 parole ogni quindici minuti, cronometrati!) finché per lui non arrivava il momento di andare al lavoro. Gertrude Stein, invece, si imponeva una tabella di marcia molto meno rigida: per riuscire a scrivere con profitto (e comunque mai per più di mezz’ora) aveva bisogno di osservare le mucche al pascolo. Una bizzarria che fa sorridere, quella della Stein, cosa che al contrario non si può dire per quella di Thomas Wolfe, per il quale i momenti di maggior creatività andavano di pari passo con l’esplorazione delle sue parti intime. Fra i musicisti, Beethoven era fissato con le abluzioni e usava versarsi ripetute brocche d’acqua sulle mani mentre cantava o inseguiva qualche melodia, col risultato di trasformare il pavimento in un lago. E Patricia Highsmith si trovava a proprio agio più con gli animali che con le persone, ma pure con i primi era abbastanza selettiva, tanto che fra tutti gli animali domestici scelse di allevare lumache, dalle quali trovava alquanto difficile separarsi!

fotoarticoloCurrey2

Con Rituali quotidiani, suo libro d’esordio, Mason Currey ha rinfrescato il genere ritrattistico, servendosi di uno stile che per la sua spigliatezza, in certi passaggi, ricorda quello di John Aubrey in Vite brevi di uomini eminenti. Profili sintetici ma non laconici, quelli tratteggiati da Currey, da leggere comodamente seduti uno dietro l’altro oppure in piedi, a pillole, mentre si aspetta il tram.

Avevo cominciato questo articolo con alcune considerazioni sui social, ma solo ora mi accorgo di quanto pure il lavoro di Currey lo sia. Ancora prima di diventare un libro, Rituali quotidiani è stato un blog, quindi, una volta stampato, ha mantenuto le sue caratteristiche social nel formato (tascabile), nello stile (accessibile), nella scrittura (scorrevole) e soprattutto nell’amenità delle tematiche, curiose e di facile condivisione anche nelle chiacchiere che si fanno tra amici. Io stesso l’ho letto per gran parte alla stazione in attesa del treno che mi avrebbe portato al lavoro, e ne ho pure ricavato un paio di battute spiritose per le quali la mia talvolta esitante loquela ancora ringrazia.

Sebbene Currey abbia volontariamente rinunciato ai contenuti, Rituali quotidiani non è il libro «superficiale» che finge di essere. Nato dall’esigenza di accattivarsi la creatività, nel suo piccolo questo volumetto dà le risposte che promette molto più e molto meglio di tanti altri libri. Non dice quale metodo seguire per diventare artisti di successo perché è semplicemente impossibile, però suggerisce a ciascuno di sviluppareil proprio, insistendo finché non ci avrà soddisfatti.

Certo, non è questa la ricetta sicura per il successo – le abitudini non determinano la genialità –, tuttavia delle consuetudini collaudate che rispettino o, meglio ancora, che mettano al centro le passioni possono favorire l’emergere di un genio. Innata o meno che sia, la genialità resta pur sempre un seme che va aiutato a germogliare, e una routine di lavoro sistematica, ritualizzata, è il terrenomigliore in cui farla crescere.

fotoarticoloCurrey3

«Sii spietato nel proteggere i giorni dedicati alla scrittura, vale a dire non cedere alle infinite richieste di “essenziali” e “non rimandabili” riunioni in quei giorni. La cosa divertente è che, anche se la scrittura è il mio attuale lavoro da molti anni ormai, ho ancora l’impressione di dover combattere per avere del tempo in cui farlo. […] Devo quindi custodire il tempo assegnato alla scrittura come un Ungaro Spinato custodisce il suo primo uovo».

Al posto della perentorietà e della grinta – certo, non ingiustificate – con cui J.K. Rowling incalza gli aspiranti scrittori a conquistarsi il tempo da dedicare al proprio lavoro, Currey insiste sull’importanza dell’organizzazione: con un minimo di programmazione e un po’ di sacrificio, chiunque può – se lo vuole davvero – ritagliarsi i propri momenti; il segreto sta nello svolgere ogni attività con costanza lasciando all’abitudine il tempo e lo spazio per attecchire.

Leggere il libro di Mason Currey fa venire voglia di prendersi il proprio tempo e di mettersi alla prova. Chissà che scrivendolo egli non abbia trovato la propria routine vincente a sua volta, e che la consuetudine di scrivere articoli così entusiastici sugli altri libri che pubblicherà non diventi anche la nostra. Staremo a vedere. Nel frattempo, ora che questo articolo è finito, non ci resta che fare come Thomas Mann e attendere pazientemente l’indomani per scrivere il continuo.

rituali-quotidiani-libro