Nella morte non c’è consolazione: “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli

Di Andrea Carria

Un uomo. Solo. L’ultimo sulla faccia della Terra. Il pensiero corre subito a Io sono leggenda, o comunque a qualche altro scenario distopico o post-apocalittico, eppure non è questa la direzione che prenderemo oggi. O meglio: lo è, ma solo in parte. Niente fantascienza, ad esempio; casomai della filosofia. America? Nemmeno; ce ne staremo comodamente in Italia. E al posto di titoli avveniristici 2.0 il nostro sarà addirittura in latino: Dissipatio Humani Generis, ovvero Dissipatio H.G.

Guido Morselli, l’autore di questo romanzo, è uno dei grandi incompresi della letteratura italiana. Il caso dei casi, forse il più imbarazzante – per la letteratura italiana stessa e per tutti coloro (editori, caporedattori, giornalisti) che, con le proprie parole o decisioni, hanno il potere di influenzarla, se non quando di determinarla. Perché Morselli, finché rimase in vita, non ebbe la soddisfazione di vedere pubblicata nessuna sua opera. Tutte respinte fino all’ultima, fino all’ultimo; fino a quel fatidico 1973, l’anno in cui Morselli scrisse Dissipatio H.G. e poi si tolse la vita. La sua fortuna pertanto è integralmente postuma e ha iniziato a costituirsi all’indomani della morte. Della pubblicazione dei suoi romanzi si fece carico la casa editrice Adelphi con una media di un titolo all’anno circa dal 1974 al 1980. In virtù di questo, Dissipatio H.G. vide per la prima volta le stampe nel 1977.

Con la sua produzione letteraria, Guido Morselli ha dimostrato una netta predilezione per il genere distopico, genere a cui Dissipatio H.G. appartiene senza ombra di dubbio. Un uomo devastato e deciso a dire addio a questo mondo scopre, dopo aver miseramente tentato di suicidarsi la notte del suo quarantesimo compleanno, di essere rimasto l’unico abitante del pianeta. Crisopoli, una sorta di Babilonia del XX secolo e tempio della finanza che tanto ricorda Milano, è deserta. Tutto sembra essere al proprio posto, non ci sono segni di devastazione, le strade e le case, perfino le cose e gli oggetti sono dove sono sempre stati. Solo che tutto quanto è fermo, immoto, silenzioso. A mancare sono infatti gli uomini, le persone, le quali sembrano come essersi volatilizzate.

«C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fin della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’, o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto «solvens saeculum in favilla», assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.»

Il rifugio che il protagonista si è scelto è un paesino delle Alpi dove anche lì case e strade sono deserte, e gli unici incontri che si possono fare sono con gli ex animali domestici, ormai senza più padrone. La solitudine lo spinge verso la meditazione, verso la filosofia, cosa che rende il protagonista di Dissipatio parente dei personaggi nei romanzi di Thomas Bernhard: come per loro, anche il suo è un malessere esistenziale che si placa – se si placa – inseguendo il pensiero nei suoi percorsi più impervi. I quali si infilano nei pertugi più oscuri, proseguono su cornicioni stretti e affilati prima di spalancarsi, alla fine, su neri baratri di disperazione e morte.

Il suicidio – il vero soggetto del libro e che viene trattato anche a livello teorico come dimostrato dalle varie citazioni di Émile Durkheim – è visto dalla parte dell’aspirante suicida. O meglio, dell’ex aspirante suicida. Senza più una società che lo giudica facendolo sentire in difetto (Jean Améry, teorico della morte libera che forse avrebbe potuto apprezzare il romanzo di Morselli, usava la parola échec per esprimere questo stato), ecco che in lui la molla del suicidio viene disinnescata. La pistola dalla quale non si allontanava mai – «la ragazza dall’occhio nero», come Morselli la chiamava nei suoi romanzi – non gli dà più alcun conforto. Quale conforto può infatti dare la morte quando si è soli al mondo? Ci si uccide da soli, ma mai solamente per sé stessi. Il suicidio è un messaggio che si lascia a qualcuno; è l’ultimo, estremo, ferale tentativo di comunicazione verso il resto dell’umanità e del mondo. Il suicida non chiede testimoni ma cronisti. Vuole che qualcuno riceva il suo messaggio, ma soprattutto vuole che se ne parli, che venga raccontato. Se invece, come nel romanzo di Morselli, viene a mancare il destinatario, ecco che il suicidio non ha più ragion d’essere e ciò conferma anche quella che era stata, nell’Ottocento, la teoria rivoluzionaria di Durkheim, secondo cui il suicidio è un prodotto sociale.

«L’ignoto mi è addosso, e io sono solo, senza scampo. Non ho aiuto, non ho consiglio. A chi chiederò un esorcismo? Scienza, filosofia, forse rimangono. In me, e sia pure al grado millesimale, e in un barlume. Ma non hanno previsto niente di quello che succede, e non sanno niente niente. Sono io a sapere che, a ogni modo, ciò che succede non è pensabile, va oltre.
Una creatura umana non è fatta per trovarsi a questo. È la mia sola certezza. Quindi, un errore, una specie di negligenza inaudita, che un unico essere umano sia stato lasciato indietro.
L’ultimo degli uomini. Ultimo in duplice senso: ma di uno dei due sensi non m’interesso. Non mi giudico, non ho apprezzamenti da fare su di me. Mi è chiaro che sono il superstite, e questo sì, è indubbiamente assurdo, ingiusto, grottesco.
Fatemi morire, nel bene o nel male li devo raggiungere. Non ero diverso da loro, mi assomigliavano tutti. Ignoranza e superbia incluse.»

Come ha osservato Giorgio Manganelli, quello che Morselli compie in Dissipatio H.G. è uno straordinario ribaltamento di prospettiva: «Il suicida è vivo, i vivi sono, non già “morti”, ma “la morte”» .

Se in mezzo agli uomini la forza di andare avanti ancora un altro giorno gliela dava «la ragazza dall’occhio nero», la consapevolezza che avrebbe potuto ricorrere a lei in qualsiasi momento, una volta solo i problemi del protagonista cambiano veste ma non si dissipano. All’échec subentra l’inedia, e con essa una nuova, falsa consolazione, una via di fuga ancora più fasulla e insulsa dell’altra, così tanto da trasformarsi in allucinazione. È infatti curioso, ma in fondo nemmeno troppo, che dalle nebbie del suo passato emerga proprio adesso la figura del dottor Karpinsky, l’unica persona che sia stata disposta a comprenderlo riuscendo ad accendergli un baluginio di speranza nel buio. Anche Karpinsky, però, non può essergli di nessun aiuto concreto, non più. La maledizione, la iattura, o forse semplicemente il destino, o forse ancora più che il destino la circostanza vivente incarnata dal protagonista di Dissipatio H.G. sembra essere di non riuscire a trovare consolazione se non in ciò che per sua natura è impossibile, in ciò che è già stato tagliato fuori o che lo taglierà fuori nel momento stesso in cui sarà.

Questo breve romanzo per il quale la parola inclassificabile suona tanto bene da non aggiungergli nessun altro valore nasce come memoriale, prosegue come lamentazione e termina nella surrealtà. È stato detto che, per stile e contenuti, Morselli fosse un autore più europeo che italiano, e che anche da questo sia dipesa la sua sfortuna editoriale. Dissipatio H.G. è sicuramente un romanzo europeo, un romanzo per il quale la vastità dell’universo non è mai stata determinata dall’altezza di un campanile – religioso o laico che fosse. Non volendo e senza saperlo, forse quei critici e quei censori gli hanno fatto il complimento più bello – ma fuori tempo massimo. È una triste ingiustizia che nella morte non ci sia proprio nessuna consolazione.

Considerazioni stregonesche di un lettore inattuale, seguito da: “Il tempo della nostalgia. ‘Sogni e favole’ di Emanuele Trevi”

Di Andrea Carria

Lo scorso giovedì, 10 giugno, nella suggestiva cornice del teatro romano di Benevento, è andata in scena la semifinale del Premio Strega, la quale ha consegnato la cinquina dei finalisti 2021:

  • Emanuele TreviDue Vite (Neri Pozza) con 256 voti;
  • Edith BruckIl pane perduto (La Nave di Teseo) con 221 voti;
  • Donatella Di PietrantonioBorgo sud (Einaudi) con 220 voti;
  • Giulia CaminitoL’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) con 215 voti;
  • Andrea BajaniIl libro delle case (Feltrinelli) con 203 voti.

Per conoscere il vincitore bisognerà attendere fino all’8 luglio, quando sulla kermesse letteraria più blasonata d’Italia calerà il sipario. Fino a quel momento ogni pronostico è il benvenuto.

Vi dico subito la verità: ancora non ne ho letto nessuno dei romanzi rimasti in gara. Rumore e clamore non mi attraggono, e quando ciò vede coinvolti i libri – da lettore – ecco che cambio strada ancora più rapidamente. Amo le nicchie silenziose e appartate, è vero, eppure non mi considero un lettore di nicchia; sono inattuale e, più che altro, desidero scegliermi da solo i libri da leggere e quando leggerli, soprattutto nel caso dell’editoria main stream (la quale dalle parti dello Strega fa gli onori di casa). Chi mi conosce lo sa, infatti non mi consiglia mai cosa leggere perché tanto faccio come mi pare. Sono fatto così.

Tornando allo Strega, l’esperienza mi ha insegnato che spesso mi capita di prenderli in mano dopo – i libri acclamati del momento, vincitori di premi – quando tutti gli altri se ne sono dimenticati, le inserzioni non li pompano più in tutti i ritagli di schermo del web e finalmente diventa possibile leggerli per ciò che sono davvero. Se tuttavia a distanza di tempo un romanzo continua a non incuriosirmi, passo serenamente oltre; non ci penso più e allora mi dico che forse andrà meglio il prossimo anno.

Sull’onda di queste considerazioni libresche e stregonesche, oggi vi propongo un articolo che scrissi qualche anno fa per il blog Sul Romanzo, una mia recensione a Sogni e favole di Emanuele Trevi (Ponte alle Grazie, 2019), uno degli scrittori italiani che stimo maggiormente e che quest’anno, con il suo Due vite, è tra i più quotati per la vittoria dell’8 luglio.

Il tempo della nostalgia. “Sognie favole” di Emanuele Trevi

Dopo qualche anno dall’ultimo romanzo, Emanuele Trevi torna alla letteratura con Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019), opera sperimentale in cui l’autore combina la sua doppia attività di scrittore e di critico letterario.

Il libro ci porta indietro nel tempo, nella Roma degli anni Ottanta, dove a chi frequentava le sue vie e suoi locali poteva capitare, specie la sera, di fare incontri inattesi con i personaggi più grandi della cultura e dell’arte:

«Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano, spremuta fino all’ultima goccia, e dunque una caccia magica, e nello stesso tempo una specie di elaborato rito sacrificale, l’immolarsi e molte volte l’incenerirsi dell’individuo sul rogo della sua visione. Ricordo che certi libri – le poesie di Gottfried Benn, le ultime prose di Beckett, i racconti di Clarice Lispector – passavano di mano in mano lasciando ustioni, come carboni ardenti. Il sotto titolo della vita di Eliogabalo scritta da Artaud era l’anarchico incoronato. Quello del saggio su Van Gogh: il suicidato della società. Sovrapponendo queste due immagini, era facile rendersi conto che i loro bordi coincidevano alla perfezione, che non c’era nessuna reale differenza».

E un incontro è proprio quello che accade una sera al giovane protagonista del libro, il quale, al momento di spegnere le luci nella sala del cineclub dove lavora, fa la conoscenza di Arturo Patten, celebre fotografo di quegli anni, in lacrime a causa del fallimento della sua storia d’amore. Da questo momento parte una narrazione del tutto atipica e piena di sorprese in cui chi legge non può che affidarsi alla penna infaticabile e piena di estro dell’autore.

Ciò che va rilevato subito è che la sperimentazione di Trevi sta tutta nel modo in cui egli sceglie di trattare la materia del suo libro. L’esempio che potrei fare lo ricavo dall’incipit così come l’ho raccontato poche righe sopra, nel quale troviamo un inizio tipicamente romanzesco (Arturo che piange sulla poltroncina di un cinema, ripensando all’amata) cui non segue lo sviluppo di trama che ci si aspetterebbe di trovare. A dire il vero si dovrebbe parlare di trame, giacché le vicende umane raccontate sono più di una, ma pensare Sogni e favole come un romanzo non è solo riduttivo, è anche inesatto. Narrazione e riflessione sono infatti intrecciate tanto in profondità da contaminarsi e sostenersi l’un l’altra. Di forte presa e riconoscibilità sono i molti brani di taglio saggistico che espandono il racconto oltre i confini del puro intrattenimento per gettare sguardi intelligenti fin dove la curiosità e l’interesse di Trevi sono richiamati. In questo modo, critica letteraria, analisi psicologica, storia del cinema, intuizioni estetiche e squarci autobiografici danno luogo a un itinerario originale e personalissimo, dove i generi perdono i propri contorni stilistici per fondersi gli uni negli altri.

Come tante altre opere postmoderne, anche in Sogni e favole lo scorrere del tempo assume un valore strutturale e metaletterario importante, frutto di studio, ragionamento e di una conoscenza profonda dei gangli narrativi. Alcune delle pagine migliori di Trevi sono quelle in cui il tempo si fa nostalgia. La minuta descrizione dell’universo che si apriva intorno ai cineclub degli anni Ottanta, la complessa rievocazione di ambienti, ricordi, entusiasmo e aspettative di chi li frequentava sono resi in un modo così vivido da creare emozione intorno a un’intera epoca. Ma la cosa straordinaria è come questa emozione accomuni sia i testimoni che l’hanno vissuta (vedi il protagonista del libro), sia chi, come me, per ragioni anagrafiche ne hanno soltanto sentito parlare. Per i primi si parla di nostalgia, per i secondi di immedesimazione. Un lavoro per niente semplice, quello condotto da Emanuele Trevi, il quale accompagna anche il lettore più giovane verso un dialogo personale e schietto con le atmosfere di una Roma lontana non solo nel tempo, ma anche nell’immaginario:

«C’erano molte limitazioni, dal numero di scatti fotografici consentiti dalla lunghezza di un rullino (fino a un massimo di trentasei!) a quello dei solchi di un disco. I viaggi in treno erano così lunghi che nella forzata intimità degli scompartimenti a sei posti, coi loro braccioli muniti di portacenere stracolmi di mozziconi, una civiltà narrativa secolare celebrava i suoi ultimi fasti, come solo poteva accadere tra sconosciuti che non si sarebbero più rivisti, e che quasi mai si scambiavano il nome».

È l’uso che facciamo del tempo a essere cambiato, e sono proprio constatazioni apparentemente semplici come questa a fare da prodromo ai brani più lucidi del libro, dove non si risparmiano nemmeno le critiche alla realtà contemporanea, definita, tra le altre cose, come un «gioco» in cui arte e cultura, ormai defraudate della loro missione originaria, si sono ridotte a «tenere buona la gente a colpi di consenso narrativo e identificazione emotiva».

Sogni e favole non è uno di quei libri che dissimulano sé stessi, per cui sarebbe fazioso e ingiusto dire che non nutra la minima ambizione intellettuale. Non lo so, è come se tranquillizzare i lettori da questo punto di vista sia diventato un dovere trasversale per tutti coloro che si occupano di recensioni e comunicati stampa, quasi come se presentare un libro meno impegnato di quello che è in realtà sia l’unico modo che un’opera abbia per accaparrarsi il «consenso narrativo» a cui accennavo sopra ed essere presa in considerazione dal pubblico. Così, se nella cinematografia di oggi non c’è più posto per i lunghissimi tempi morti delle pellicole di Andrej Tarkovskij (è suo Stalker, il film che Arturo Patten guarda al cinema, quella sera), nella letteratura non ce n’è più per le trattazioni che si prendono troppo sul serio.

Da libro nostalgico qual è, da opera postmoderna che rammenta i fasti del romanzo-saggio novecentesco, Sogni e favole tenta di sottrarsi a questa spinta omologatrice giocando con gli stili e i generi letterari fino a sbarazzarsi di qualsiasi istanza classificatoria. Nelle sue pagine, i grandi poeti e artisti del passato scendono dai piedistalli nelle strade del romanzesco, diventano i nomi di un cast fuori dal tempo che, se sotto la penna del critico intrecciano relazioni di differenti gradi di complessità, sotto quella dello scrittore – una penna che Trevi impugna con altrettanta abilità – essi popolano diorami nostalgici e suggestivi, le quinte di una storia che approda felicemente alla narrativa per quanto l’impressione, difficile da togliere, sia che lo abbia fatto più per sbaglio che per intenzione.

*Per l’immagine di copertina: ©Musacchio-Ianniello-Pasqualini

Come un rombo che ci sveglia: torna Roma con le parole di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

Con grandissimo piacere vi presento, nell’articolo di oggi, un’intervista fatta a Tommaso Giagni, già autore dei romanzi L’estraneo e Prima di perderti cui abbiamo dedicato spazio negli anni passati.

Da qualche settimana è tornato nelle librerie con la sua ultima fatica letteraria, I tuoni, un romanzo forte, che si impone a chi lo legge con la sua cruda semplicità stilistica che, allo stesso tempo, apre a profonde riflessioni e a torsioni di stomaco degne solo delle migliori opere della narrativa contemporanea.

Anche questo romanzo è ambientato a Roma e anche questa volta Giagni ci presenta una città ferita ma allo stesso tempo fiera, madre e matrigna, capace di sorprenderci con i suoi scorsi paesaggistici che rivelano le anime torbide e splendenti di chi li popola.

GIAN LUCA NICOLETTA: Cominciamo con una domanda facile: in questo tuo nuovo romanzo, I tuoni, ritornano in maniera dominante la Roma Capitale (che da sola può ambire a un vero e proprio ruolo di coprotagonista) e i corpi. Corpi nella loro solidità, nella loro potente carica fisica. Come spieghi questo collegamento?

TOMMASO GIAGNI: Mica tanto facile… Direi che Roma e il corpo, nel romanzo, sono oggetto di uno stesso processo: la scoperta delle possibilità e delle complessità. Riguardo Roma: ho cercato di mostrare la città nella sua interezza, nelle sue sfumature che dai margini arrivano al centro. Riguardo il corpo: di sicuro questa scoperta tocca Manuel, che l’ha sempre tenuto a bada; in parte tocca anche Flaviano, Donatella e Abdou: i primi per la disinvoltura che col corpo hanno, l’altro perché ci ha subìto ferite serie. 

Mettiamo da una parte Manuel e Abdoulaye e, dall’altro, Flaviano e Donatella. I primi due incarnano gli emigrati che osservano gli abitanti di Roma ma che, seppur spaventati, desiderano integrarsi. I secondi, al contrario, sono gli abitanti che subiscono questa immigrazione. Flaviano trova la sua dimensione entrando in simbiosi con Manuel e Abdoulaye, mentre Donatella proviene da una famiglia che si considera spodestata dal proprio quartiere. Ci stai dicendo che l’identità di Roma – dell’Italia – è diventata più sfaccettata o forse vuoi denunciare che quell’identità l’abbiamo perduta?

L’identità è qualcosa di sfaccettatissimo e in continua trasformazione. Ma qui la migrazione e la questione etnica pesano molto meno della questione sociale. Le differenze fra i tre ragazzi (Donatella è un altro conto), che ci sono e sono importanti, si riflettono nella tripartizione del Quartiere: il Rettangolo di case popolari di Flaviano, la Spina di ex negozi occupati di Manuel e la Grotta di ex cantine e garage occupati di Abdou. Eppure, i tre sono dalla stessa parte della barricata.

In questo romanzo ci sono molti elementi del testo che si collegano al tuo libro d’esordio, L’estraneo, attraverso citazioni, sdoppiamenti e fusioni. La citazione dell’omaggio a Luciano Liboni (rispettivamente alle pagine 97 dell’Estraneo e 120 dei Tuoni), lo sdoppiamento del protagonista in Manuel e Abdoulaye, la fusione di Marianna e Alba in Donatella, e si potrebbe andare avanti. I tuoni rappresenta il seguito ideale dell’Estraneo, forse una sua integrazione, o cosa?

Di sicuro, oltre al gioco con Liboni, ci sono degli elementi profondi che ricorrono. Direi che questo libro è figlio dei dieci anni trascorsi da quando scrissi L’estraneo (allora: 2008-2012, qui 2018-2021): per me come persona e come autore, e per la società. La crisi e l’impoverimento, la nuova dialettica tra quartieri di relegazione e quartieri dei centri commerciali. Un salto in avanti, che naturalmente dialoga con il mio percorso.

In questo libro, come nell’altra tua opera Prima di perderti, dedichi ampio spazio nell’investigare i rapporti padre-figlio dove spesso il primo sovrasta il secondo in maniera più o meno evidente, più o meno aggressiva. Ritieni che si tratti di un tema centrale da evidenziare socialmente o si tratta di un corollario all’esperienza che vivono i tuoi protagonisti?

Il rapporto tra padri e figli, più che essere un mio tema, è un tema della società umana. Un nodo cruciale, che nei Tuoni si manifesta nel conflitto che costruisce l’identità (ovviamente Manuel) ma anche nella cura (se pensiamo alla dolcezza di Flaviano col padre).

Gli elementi naturali che emergono dal romanzo sono tre: i tuoni, appunto, l’acqua e il fuoco. Sia Manuel che Abdoulaye hanno esperienze dirette e drammatiche con tutti e tre, mentre Flaviano che pure vive e condivide le esperienze con i suoi amici, ne resta irrimediabilmente fuori. Perché questo scarto? Perché questi tre amici, alla fine, non possono essere considerati come un trio omogeneo?

Omogeneo no, ma il trio è sorprendentemente unito – dalla stessa parte, ripeto. Poi, ognuno ha le proprie specificità e per affinità ed esperienze i legami non sono in perfetto equilibrio, come sempre all’interno di un gruppo di amici. Aggiungerei la terra, agli elementi che individui: Donatella che dalla terra sembra venire e che odora di grano.

Gli ultimi due capitoli del romanzo si svolgono in ambientazioni dal tono quasi epico. Inutile dire che alcuni fatti danno a chi legge una profonda soddisfazione emotiva che ci fa esclamare “se l’è meritato!” ma questa soddisfazione apre a una riflessione più grande e che ci porta alla conclusione di questa intervista: nel mondo del Quartiere, della Roma abbandonata e sfregiata ma pur tuttavia fiera, è più importante la giustizia o la vendetta?

I due capitoli finali sono l’anima di questo romanzo, al lettore chiedo la pazienza di arrivare in fondo. Sto ricevendo reazioni molto diverse a quelle pagine, mi interessa che per te prevalga la soddisfazione. Per risponderti: diciamo che con la giustizia non ci sarebbe bisogno di vendetta – che resta per me un gesto pieno di fascino.

I tuoni, di Tommaso Giagni, è pubblicato da Ponte alle Grazie e lo potrete trovare in forma cartacea e in ebook.

L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte II

di Matteo Maci

Dopo esserci occupati nello scorso articolo de La noia di Moravia, analizzeremo il romanzo pubblicato da Dino Buzzati soltanto tre anni dopo, nel 1963. Si tratta di Un amore, un piccolo capolavoro oscurato dal più noto Il deserto dei Tartari, da cui eppure differisce profondamente. Buzzati, che viene definito kafkiano per l’uso accorto dell’elemento fantastico nei suoi romanzi, in quest’opera, piena di monologhi interiori e flussi di coscienza, è molto più vicino nello stile a Joyce che non all’autore de La metamorfosi o Il castello.

“Un amore”, la passione come malattia

Come già precisato nell’articolo precedente, Un amore è ispirato a una vicenda biografica dell’autore. Il protagonista della storia è Antonio Dorigo, un borghese intellettuale proprio come Dino ne La noia. Antonio ritiene di essere troppo brutto perché possa piacere alle donne, motivo per cui si ritrova a frequentare il casino della signora Ermelina. È qui che conosce Laide, ballerina della Scala appena maggiorenne e più giovane di lui di circa trent’anni. Anche in questo romanzo l’ossessione di Antonio lo condurrà a cercare di possedere la giovane, anche solo per potersene fare vanto con chi lo avesse visto in compagnia di una così bella ragazza. Laide eppure sfugge, gli mente a tal punto da confonderlo, raccontando storie troppo inverosimili perché possano essere credute. Ma Antonio è innamorato e, tra scegliere di crederle (mostrandole così fiducia) e di non crederle (rischiando così di perderla), finisce per dare costantemente retta alle parole della ragazza.

«”No, sai, senza di me tu non sei capace di vivere”.
In quel momento Antonio capì che era tutto inutile e che lui era perduto.»

La storia è, a differenza de La noia, raccontata in terza persona. Tuttavia, in certi passi, Buzzati fa un uso sapiente di flussi di coscienza e monologhi interiori che danno voce direttamente ai pensieri di Antonio, senza la mediazione del narratore onnisciente. Da questi pensieri emerge, tra le altre cose, una concezione della donna da parte di Antonio profondamente negativa. Viene infatti affermato che se egli non è mai riuscito a trovare moglie o se non è mai riuscito a sedurre una ragazza, oltre che per timidezza e limiti personali, è anche a causa di una certa frivolezza e vanità del genere femminile cui Laide appartiene a tutti gli effetti. Non c’è d’altronde da stupirsi se tutti i personaggi femminili che dialogano nel romanzo sono prostitute: donne che Antonio ritiene, nella sua mentalità borghese, moralmente corrotte, secondo un pregiudizio superficiale che non trova un necessario riscontro nella realtà. Le donne in Un amore sono vuote, prive di valori, prive di un respiro che le caratterizzi oltre al loro fisico attraente. Non bisogna dimenticare che, tra le altre cose, Un amore è un romanzo carico di erotismo, ma è anche molto di più. Il pretesto erotico in questo caso non è usato come in Moravia per illustrare un rapporto di possesso, quanto per evidenziare come il sesso sia l’unico mezzo che ha Antonio per sentirsi parte della vita della ragazza che ama disperatamente.

Per il protagonista Laide diventa un’ossessione la cui causa non è la noia ma una profonda inettitudine borghese che richiama i personaggi di Italo Svevo. Antonio non vuole rinunciare a Laide perché ha paura di come la sua vita possa essere stravolta se la ragazza dovesse improvvisamente uscirne; allo stesso tempo, tuttavia, non può impedirlo, ed è proprio questo stato di perenne incertezza a divorarlo e a spingerlo ad accontentare ogni richiesta di Laide, anche la più umiliante. In questo senso la prosa di Buzzati si fa più psicologista dei lavori precedenti, come rileva anche Eugenio Montale quando afferma che «ci troviamo nel cuore del più acceso realismo e psicologismo, nella dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico, ma che in realtà tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato».

A questo proposito, è bene concentrarsi sul titolo del romanzo: si parla di un amore, e non dell’amore. Mentre Moravia cerca nel suo romanzo-saggio di dare una definizione netta dell’esperienza della noia vissuta da Dino (ma, in generale, da tutti gli individui appartenenti alla società), Buzzati intende dare una visione dell’amore che non ha pretese universalistiche. Anzi l’amore, per confessione stessa di Antonio, raramente lo si sperimenta in maniera così tossica. Ma ha forse, per questo, meno dignità degli altri? In fondo egli è innamorato, certamente in maniera ossessiva, ma è innamorato a tal punto da dimenticare la realtà, da sminuirla e ricondurla unicamente all’esistenza di Laide.

Dino Buzzati (1906-1972)

«Sì l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte. Per quasi due anni non ci aveva pensato neppure una volta, sembrava una favola, proprio lui che ne aveva sempre avuto l’ossessione [della morte] nel sangue. Tanta era la forza dell’amore.»

Le affinità tra “La noia” e “Un amore”

Le due opere sembrano presentare la stessa vicenda raccontata in maniera differente. Più analitico e puntuale il romanzo di Moravia, più sentimentale e passionale quello di Buzzati. Si potrebbe addirittura pensare ad un’influenza da parte del primo nei confronti del secondo, ma non ci sono evidenze che lo possano dimostrare. Quello che è interessante rilevare, dunque, è come le due più grandi voci del romanzo esistenzialista italiano siano riuscite a trattare lo stesso argomento, l’ossessione amorosa, in due modi a tratti compatibili e a tratti divergenti: l’amore, nella sua forma più irrazionale, diventa una condizione irrinunciabile dell’esistenza, un’occasione per scoprire i propri limiti e le proprie paure.

Il cardine di quest’ossessione è certamente l’attesa che trova una personificazione in entrambi i romanzi in un oggetto quotidiano come il telefono. Sia Dino che Antonio attendono la chiamata della donna che amano (ma che vorrebbero non amare) con un’impazienza che toglie loro il respiro. Il telefono diventa il mezzo col quale confermare la certezza che la loro donna esiste e non ha intenzione di abbandonarli; di riflesso l’attesa diventa il mezzo col quale confermare invece la propria, di esistenza, per quanto totalmente subordinata a quel telefono che prima o poi suonerà.

È certamente interessante rilevare anche il rapporto stabilito dai due protagonisti con le rispettive ragazze, entrambe molto più giovani. Dino ne La noia cerca un modo per poter “possedere” Cecilia e dunque liberarsi di lei; Antonio, al contrario, riconosce l’impossibilità di questo possesso eppure non riesce a rinunciare alla presenza distruttiva di Laide nella sua vita. A cosa, invece, va ricondotta l’anaffettività di Cecilia e di Laide? La prima è indifferente al mondo proprio perché, come Dino, non ha nessun particolare rapporto con esso. La realtà la annoia ed è proprio questo a renderla evanescente, apatica, incapace di essere attratta persino dal denaro che accetta da parte di Dino con semplice condiscendenza. La seconda, invece, è caratterizzata da una depravazione intrinseca che la spinge da un lato a fuggire l’amore di Antonio, dall’altro a sfruttarlo come fonte stabile di denaro. Proprio a causa di ciò, quando Antonio decide di pagarla stabilmente purché lei abbia una relazione con lui; Laide smette di frequentare il bordello della signora Ermelina, ma non di incontrare e avere rapporti con altri uomini. Si tratta esclusivamente di un contentino per Dorigo, che non riconosce mai davvero come proprio uomo o amante.

Un ultimo confronto tra i due romanzi riguarda gli ambienti nei quali i personaggi si muovono: si tratta delle più grandi città d’Italia, Roma ne La noia e Milano in Un amore. Il romanzo di Moravia riduce la città ad un semplice labirinto nel quale si districano le vite dei protagonisti: i riferimenti geografici hanno un semplice scopo di contestualizzazione spaziale e nulla più. Buzzati invece dedica alla sua Milano appassionate digressioni che la rendono quasi un terzo personaggio, invisibile e silenzioso, che veglia sulle sparpagliate vite di Laide, di Antonio e del resto della società, perennemente divisa nell’ottica di Antonio tra la borghesia, cui egli appartiene, e il popolo delle classi più basse, spesso relegato in vicoletti dimenticati e di cui Laide è figlia e orgogliosa esponente. Un amore insomma non può trovare spazio al di fuori della Milano da cui provengono i personaggi: è a causa di quel particolare contesto cittadino che le vicende raccontate possono verificarsi.

Moravia e Buzzati, pur appartenendo allo stesso filone letterario dell’esistenzialismo, ci hanno offerto una splendida occasione per riflettere sul sentimento amoroso che, quando vissuto univocamente e in maniera ossessiva, diventa un potente strumento di indagine sull’esistenza, oltre che, come sostiene Antonio Dorigo in Un amore, «una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.»

*Immagine in evidenza: Egon Schiele, L’abbraccio, 1917, olio su tela, Vienna, Osterreichische Galerie.

L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte I

Di Matteo Maci

È il 1960. Nello stesso anno in cui Alberto Moravia pubblica La noia, Dino Buzzati, romanziere reso celebre dall’opera Il Deserto dei Tartari, frequenta una bella e giovane ballerina destinata a diventare la protagonista del romanzo che pubblicherà nel 1963, Un amore. La loro relazione, intensa quanto tossica, struggente quanto distruttiva, richiama a grandi linee proprio quella raccontata da Moravia ne La noia, il cui protagonista, per buffa coincidenza, ha lo stesso nome di Buzzati: Dino. Fare una lettura comparata di questi romanzi, che in fondo raccontano una storia non troppo diversa (per quanto affrontata da punti di vista differenti, con i toni e la sensibilità caratteristici dei due autori), ci permette di evidenziarne, oltre alle indiscutibili analogie, le profonde divergenze che li rendono due capolavori del romanzo esistenzialista italiano.

“La noia”, ovvero alienazione esistenziale

Il 20 novembre 1960, quattro giorni prima della pubblicazione de La noia, Alberto Moravia pubblica su L’Espresso un’autointervista, con la quale chiarisce, tra le altre cose, il perché del titolo. Scrive:

«L’argomento del libro è la noia. O meglio, l’argomento vero forse è un altro, ma senza l’idea della noia, non avrei mai scritto tutto il resto. […] Per Pascal la noia è il senso della vanità, del vuoto, della morte, il quale spinge gli uomini a cercare il divertimento cioè a distrarsi e a dimenticare. Per Leopardi […] la noia sembra essere il tedio della vita come la intendevano gli antichi, ossia, secondo le sue stesse parole “… una mancanza del piacere, che è l’elemento della nostra esistenza e di cosa che ci distragga dal desiderarlo.”. Non voglio certo mettermi alla pari con questi grandi uomini, ma la mia noia è differente. Anche perché credo che questo genere di noia sia una cosa nuova nella storia dell’umanità come è nuova la crisi delle arti che oggi ne è uno dei sintomi più notevoli. […] Essenzialmente: è il prodotto di un’alienazione. Ossia l’interruzione del rapporto tra l’uomo e la realtà e, dunque, tra l’artista e la materia, o se si preferisce tra il soggetto e l’oggetto.»

Ma non finisce qui. Il prologo del romanzo, oltre ad introdurre il protagonista Dino, un pittore di trentacinque anni figlio di una ricca borghese romana, chiarisce ulteriormente il concetto che attraversa l’intera trama. Il protagonista racconta di come, da ragazzo, avesse immaginato di raccontare «la storia universale secondo la noia», ovvero dimostrare come la noia fosse il vero motore degli eventi del mondo, «non il progresso, né l’evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole». Dino è una persona annoiata poiché ritiene inesistente il proprio rapporto con la realtà: nulla ossia riesce ad offrirgli un vero e proprio contatto con la materia. Quest’alienazione è apparentemente dovuta allo status borghese e altolocato di Dino, che proprio a causa di ciò decide di allontanarsi dalla madre, che abita in una sontuosa villa sulla Via Appia, per andare a vivere nel proprio studio, nel centro di Roma in via Margutta. Tuttavia, il romanzo apre proprio con Dino che smette di dipingere, annoiato dalla sua stessa pittura. Nei giorni in cui decide di tornare a vivere dalla madre, si accorge che Mauro Balestrieri, il pittore che possedeva uno studio adiacente al suo, è morto. In questa circostanza conosce la diciassettenne Cecilia, modella di Balestrieri, che inizia a frequentare. Ma ben presto Dino finisce per annoiarsi anche della ragazza e, proprio nel giorno in cui egli decide di troncare il rapporto, Cecilia non si presenta all’appuntamento. I primi dubbi sulla fedeltà della ragazza causano in Dino un senso di gelosia che, pagina dopo pagina, inizierà a consumarlo: egli vorrebbe solo essere certo del possesso di Cecilia per poterne essere annoiato e, quindi, lasciarla definitivamente. La ragazza, però, sfugge, gli mente per nascondere la sua frequentazione con un altro uomo, il regista Luciani. La sempre più convincente certezza di essere tradito e l’indifferenza con cui Cecilia si rapporta a ciò che la circonda, portano Dino ad un’amara constatazione:

«Così Cecilia mi tradiva, pensai ancora, e mi tradiva perché ero noioso, cioè, appunto come lei per me inesistente. Ma tra di noi c’era questa differenza: che io sapevo cosa fosse la noia per averne sofferto per tutta la vita; mentre per lei la noia non era che una spinta oscura a portare altrove il movimento provocante e irresistibile dei fianchi riluttanti.»

La vicenda è raccontata in prima persona, secondo una precisa scelta metodologica adottata da Moravia, che la giustifica nell’auto-intervista precisando come questo sia l’unico modo per dare un taglio saggistico al romanzo, poiché in grado di illustrare un mondo «frammentario e puramente soggettivo»: in ciò va ricercata la potenza dell’io-narratore, capace nel romanzo-saggio di offrire una visione del mondo così complessa da apparire obiettiva, per quanto basata su esperienze, ma soprattutto su ricordi, puramente personali e individuali.

Alberto Moravia (1907-1990)

Eugenio Montale, in una recensione apparsa sul Corriere della Sera del 24 novembre 1960 (data di pubblicazione del romanzo), paragona l’opera di Moravia a Senilità di Svevo, definendo Emilio Brentani un «moraviano ante litteram». Eppure, Brentani, che pure resta un archetipo dei personaggi di Moravia, sembra essere molto più affine all’Antonio Dorigo protagonista di Un amore che non al Dino de La noia. Quest’ultimo non è altro che un borghese annoiato, nell’interpretazione filosofica che Moravia dà della noia, concetto che non può essere immediatamente ricondotto alla senilità (o inettitudine) di Emilio. I riferimenti letterari sono dunque da ricercarsi altrove: sicuramente nella letteratura psicologista, con rimando non solo al mentore indiscusso di Moravia, Dostoevskij, ma anche a Proust nell’utilizzo della prima persona e nel racconto di una passione amorosa incontrollata. Non si può non accostare il personaggio di Cecilia alla protagonista di Lolita di Nabokov, pubblicato in italiano appena un anno prima de La noia, nel 1959. Entrambe sono descritte come figure anaffettive, apatiche e indifferenti nei confronti del loro amante, per quanto cariche di una forte sensualità che in Cecilia è sinonimo di concretezza, materialità.

Leggendo La noia non come un semplice romanzo a tema amoroso, ma adottando una chiave di lettura filosofica, ci accorgiamo di come la ricerca del contatto con la realtà di Dino combaci perfettamente con la sua smania di possedere Cecilia. Per quanto egli possa possederla fisicamente, possa ovvero avere un rapporto carnale intenso con la ragazza, deve necessariamente rassegnarsi all’idea che il possesso è un modo fallimentare di stabilire un contatto con il mondo. In questo senso, La noia si conferma un romanzo anti-borghese, poiché in netto contrasto con l’idea che l’uomo possa avere una relazione con le cose in quanto meri strumenti di assoggettamento: la realtà sfugge, come sfugge Cecilia, e non può essere ridotta a merce attraverso il denaro. Un fondamentale parallelismo tra Cecilia e la materia, di cui è evidentemente una personificazione, si riscontra nel suo modo di esprimersi. Le sue risposte tautologiche, il suo tono indifferente e le sue mistificazioni rendono impossibile a Dino conoscerla fino in fondo: d’altronde, la stessa conoscenza può essere vista come uno dei modi per rapportarsi alla realtà. Ma, come specifica Moravia nell’ultima domanda della sua auto-intervista sul Corriere, la conoscenza, per quanto non sia impossibile, «ha qualcosa di corrosivo, di nullificante: il momento stesso che conosciamo una cosa, essa cessa per noi d’esistere». Il mistero che aleggerà per sempre attorno alla figura di Cecilia è proprio l’unico mezzo grazie al quale Dino cesserà di annoiarsi, poiché fondamentalmente convinto del fatto che sia proprio l’evanescenza della ragazza (e quindi della materia) a renderla reale e degna, in un certo senso, della propria attenzione. Alla luce di tutto ciò, l’indeterminatezza di Cecilia è un tratto peculiare che la rende diversa tanto dalla provocatoria Lolita di Nabokov quanto dall’opportunista Laide di Un amore.

«Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.»

Nel prossimo articolo ci occuperemo di analizzare Un amore di Dino Buzzati in modo da poterlo confrontare con La noia di Alberto Moravia.

*Immagine in evidenza: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1622, olio su tela, Stamford, Inghilterra, collezione privata.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte IV: Camilleri, “Le scarpe nuove” e “La rivelazione”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi portiamo avanti la nostra serie sulla vita in Sicilia (qui trovate le puntate precedenti #1, #2 e #3) e ci avviciniamo alla conclusione del primo filone. I racconti che vi presento oggi hanno come filo conduttore la Seconda guerra mondiale e i rovesci di fortuna che possono intercambiarsi nell’arco della nostra esistenza. Dunque cominciamo!

Il primo dei due racconti, intitolato Le scarpe nuove e ambientato nel 1939, vede come protagonista la famiglia Sgargiato. Loro sono cinque: Bartolomè e Assunta che sono marito e moglie e i loro tre figli, Jachino, Ngilino e Catarina.
Gli Sgargiato vivono sulla montagna del Crasto, la quale si trova fuori dal centro storico di Vigàta, e lì coltivano le due salme di terra sulle quali sorge anche la loro piccola casetta. Ogni giorno Bartolomè si alza alle quattro e, aiutato dai figli maschi, carica l’asino di tutti i prodotti del loro orto per scendere in paese e venderli.

Accade un giorno che l’asino, ormai molto vecchio, muore e dunque Bartolomè ne deve comprare uno nuovo con i pochi risparmi che la famiglia è riuscita a mettere da parte. In questo modo entra in scena Mussolini, detto Curù, ovverosia il nuovo somaro dei Sgargiato.
All’inizio la famiglia non va affatto d’accordo col somaro: è lento, pigro e soprattutto ha il brutto vizio, tipico, di piantarsi in mezzo alla via proprio nei momenti meno adatti. Dei cinque componenti della famiglia, l’unico che va d’accordo con l’animale è Jachino, che non prende mai parte alle ingiuste sessioni di bastonate che i Sgargiato gli riservano periodicamente . Lui, al contrario, ci parla e gli dà da mangiare e da bere.

Durante la festa di San Calogero, uno dei tanti Calogero che ci sono, come precisa a un certo punto il narratore, mentre gli Sgargiato sono in giro per il paese a guardare le bancarelle o a bere un bicchiere di vino, il solo a essere rimasto con Curù è proprio Jachino: insieme attendono il loro turno per entrare in chiesa e, come da tradizione, scaricare dall’animale tutto il pane preparato appositamente per la festa.
Qui accade il primo miracolo: Jachino vorrebbe comprarsi delle belle scarpe nuove, ma purtroppo sono molto care. Dopo essersene andato e aver lasciato il pane in chiesa, Curù sputa dalle fauci un borsello pieno di soldi grazie ai quali, contento come un bambino, Jachino può comprarsi le sue scarpe.

Il secondo miracolo si verifica qualche anno dopo: tutta la famiglia fatica assai per tirare fuori l’acqua da un pozzo, lavoro necessario per irrigare l’orto. Dopo essersi spaccati la schiena per diversi giorni, una mattina Curù si piazza vicino alla pesante leva della pompa installata vicino al pozzo e, con gran facilità, la addenta facendola muovere e, in questo modo, facendo arrivare abbondante acqua all’orto.

Il terzo miracolo si verifica a metà del 1943: gli Alleati stanno liberando la Sicilia e ciò comporta numerosi bombardamenti. Jachino è partito tempo addietro per la leva e, durante la guerra, non si è saputo nulla di lui. Un giorno, mentre Bartolomè stava lavorando l’orto con Ngilino e Assunta e Catarina erano in casa, Curù inizia a ragliare festoso e si precipita sul sentiero che porta a Vigàta. Tutti pensano che abbia sentito il ritorno di Jachino e, contenti e trepidanti, lo seguono di corsa. Un momento dopo aver preso la stradina, una bomba cade vicino alla casa distruggendola per metà.
Curù ha salvato tutta la famiglia.
Nell’esplosione, però, va persa una delle due scarpe nuove che Jachino aveva comprato grazie a Curù e che purtroppo, a causa del lavoro nei campi e della partenza per la leva militare, non aveva ancora mai messo.
Riuscirà a indossarle, infine?

Il secondo racconto, La rivelazione, ci propone uno spaccato di vita della sezione del PCI di Vigàta. A guerra finita, tutte le organizzazioni che sotto il fascismo erano state dichiarate illegali – partiti politici in testa – riprendono la loro attività. Fra queste c’è la sezione di Vigàta, all’interno della quale tutti i tesserati stanno aspettando con grande trepidazione il rientro del più fervente dei loro componenti: Luigi (Luici) Prestìa.
Questi, comunista inossidabile, fu dapprima arrestato e poi mandato al confino accumulando in questo modo un’assenza da casa di ben dieci anni. Come giunge in paese la notizia della sua liberazione a opera degli americani, che comunque vengono criticati da Prestìa in quanto capitalisti, il corpo degli attivisti di Vigàta ha già le idee chiare: aspettare il ritorno di Luigi per nominarlo Segretario della sezione locale. Il tempo passa, ma Luigi non torna:

«Arrisultò che Prestìa, appena che si era fatto persuadiri d’essiri libbiro, era annato ‘n casa dell’ex segretario fascista di Lipari e l’aviva pigliato a càvuci. Era stato arristato e cunnannato a un anno di càrzaro. “E alluri che minchia di liberazioni è?” aviva addimannato ai carrabbineri che l’ammanittavano.»

Passa un altro anno e Lugi continua a farsi arrestare di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, tanto che alcuni suoi compagni cominciano a sospettare una cosa: Luigi non vuole essere libero perché non vuole tornare a Vigàta. I suoi amici cominciano a indagare su quali possano essere le cause: quella che si fa strada all’inizio è che Luigi, in tempi precedenti all’arresto, si era fatto trovare dalla moglie a letto con altre due ragazze così che lei, Nunzia, dopo avergliene sonoramente cantate quattro, gli abbia promesso di finire il lavoro dopo la sua scarcerazione.

I due protagonisti del racconto, Tararà e Turiddruzzo, dopo aver battuto quella strada, non senza un interessante guadagno per uno dei due, continuano le ricerche e arrivano a coinvolgere persino il senatore Pasqualotto che per primo aveva comunicato a Luigi che entrambi erano stati liberati. Il senatore, nel ripercorrere insieme ai due i fatti salienti della vicenda, fa emergere un fatto nuovo: non essendo più tornato a Vigàta, Luigi non ha potuto rinnovare la tessera del partito, dunque non può diventarne il segretario. Il Partito ci farebbe una pessima figura se un senatore si spendesse per qualcuno che non è più un iscritto, e dunque il senatore rinuncia a prendere parte all’avventura.

L’ultima tappa da prendere in considerazione, l’estrema ultima spiaggia per dei comunisti che avevano fatto la guerra, è rivolgersi al prete. Questi, dall’alto della sua pia conoscenza del mondo e dei fatti degli uomini, afferma in tutta franchezza che, nel corso dei dieci anni passati lontano da casa, Luigi si sia ravveduto e abbia finalmente compreso la vacuità di tutta l’ideologia comunista e che, dunque, non abbia alcun interesse a tornare per guidare un partito nel quale non si riconosce.

La risposta a questo mistero, la vera rivelazione cui rimanda il titolo, sta scritta appena qualche pagina dopo e, nel pieno rispetto delle dinamiche camilleriane, è tutta da scoprire e da gustare.

Trump, Biden e altri seggi: “L’elezzione der Presidente” di Trilussa

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di condividere con voi un testo, un estratto, che ho affrontato con le due prime medie che seguo quest’anno. Il brano è preso dalle Favole di Trilussa e, dato il suo contenuto, riflette bene lo spirito dei tempi che viviamo. Il titolo, che già anticipa il tema centrale, è L’elezzione der Presidente e attraverso un’atmosfera che definiremmo orwelliana (o forse sarebbe più corretto dire che La fattoria degli animali ha un’atmosfera trilussiana) vediamo rappresentata una tra e più antiche dinamiche umane e sociali:

«Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. –
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo! – Imbrojone! – Buvattaro!
– Ho pijato possesso:
– disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!»

Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950)

Il fenomeno del raggruppamento fra uguali caratterizza la prima parte del brano, mentre l’inganno è centrale nel secondo. Gli animali, truffati da un asino travestito da leone, seguono ciecamente il loro leader dopo aver ascoltato grandi promesse di libertà e prosperità provenire dalla sua bocca. Il riconoscimento di un pari è il meccanismo sociale e psicologico che si muove sotto a questi versi e, nell’incontrare il necessario bisogno di ogni gruppo di darsi delle regole, genera il grande scontro con la realtà che prima o poi nella vita a tutti capita di fare: la delusione.

Un testo del genere, attuale in ogni epoca poiché eterna è la corsa al potere, ci aiuta a meglio definire qual è l’idea di noi stessi che propiniamo al mondo e soprattutto qual è la vera natura che, al contrario dell’immagine, ci caratterizza. Anche questo esempio di letteratura per l’infanzia, o quanto meno per i giovani, ritengo sia un’ottima lente di cui dotare il nostro microscopio sul mondo. Ognuna ha la sua funzione, anche se può sembrarci molto, ma molto, vecchia.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte III: Camilleri, “Il merlo parlante” e “La lettera anonima”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi riprendiamo la serie (qui troverete i link alla prima e alla seconda parte) dedicata al mondo siciliano, continuando il viaggio sulle parole del maestro Camilleri.
I due racconti delle Storie di Vigàta che vi presento hanno un denominatore comune che, come abbiamo già visto e continueremo a vedere nelle prossime puntate, appassiona molto l’autore: le malelingue.

Il primo racconto, Il merlo parlante, ha come protagonista Ninuzzo Laganà, giovane ingegnere intelligente e di bell’aspetto che, purtroppo per sua madre, non ne vuole sapere di prendere moglie. La povera donna, rinchiusasi in un muto silenzio dopo la morte del marito, passa tutte le sue giornate a letto pregando che il figlio si sposi «Pirchì voglio aviri un nipoti prima di moriri».
Il giovane, lungi dal dare alla madre un altro dispiacere, manda la cameriera a indagare in paese affinché possa trovargli una giovane donna con sani princìpi che lui possa prendere in moglie.
Come nelle novelle, o forse sarebbe più appropriato dire come nelle barzellette, Camilleri crea un meccanismo di battute e passaggi narrativi scanditi dall’espressione “La risposta l’ebbi il jorno appresso”. Questo meccanismo si ripete con una cadenza e una insistenza talmente ben congegnati che diviene perfettamente prevedibile e, alla fine, anche comico.

Ninuzzo e la cameriera individuano la perfetta candidata e, in poco tempo, si convola a nozze: si chiama Daniela, viene da una buona famiglia, ha studiato legge ma non esercita la professione, è una figlia rispettosa, va in chiesa tutte le domeniche ma nasconde qualcosa: una “fame d’uomo” che Ninuzzo mai si sarebbe immaginato.
Con questo elemento Camilleri inserisce la seconda situazione comica: in capo a qualche settimana, Ninuzzo viene completamente privato delle forze, è esasperato da una moglie che lo tiene sveglio tutta la notte e tutte le notti, arriva addirittura al punto di prolungare i suoi viaggi di lavoro per intere settimane pur di dormire un po’.

Un giorno, andando in ufficio, Ninuzzo scopre che qualcuno, un non meglio precisato personaggio, ha fatto dono all’ingegnere di un merlo parlante. L’animale, nella sua bella gabbia, alleggerisce l’orario di lavoro di tutti in ufficio salutando con la sua vocina gracchiante sino a che non si scopre un fatto: il merlo ripete l’ultima frase che ha sentito più spesso durante la giornata. Il che potrebbe essere un gioco divertente, potremmo pensare, se non fosse per il povero Ninuzzo che una mattina, dando da mangiare al merlo, lo sente dire “lo sai che all’ingigneri sò mogliere gli mette le corna?”

Dove ha sentito quella frase malevola? Sicuramente in ufficio, ma chi è stato? Ninuzzo cerca di indagare per arrivare al colpevole della diceria, ma le sue indagini scendono in secondo piano quando Daniela, sua moglie, gli annuncia che finalmente il desiderio che sua madre nutriva sta per avverarsi: aspetta un figlio.
Il merlo avrà ragione?

Il secondo racconto, La lettera anonima, ha una struttura leggermente più articolata: tutti o quasi i vigàtisi da diverso tempo lamentano di ricevere delle lettere anonime che rivelano, o per lo meno dicono di rivelare, dei segreti scomodi: tradimenti, gelosie, debiti. Il fenomeno raggiunge un’ampiezza tale che il protagonista di questo episodio, il professor Ernesto Bruccoleri, stila addirittura un catalogo delle tipologie di lettere:
1) “La prima era quella che portava a canuscenzia dell’interessato o dell’interessata ‘na facenna che il paìsi accanosciva già;”
2) “la secunna era la littra nonima che ‘nveci viniva mannata all’autorità e che si potiva considerari ‘na vera e propria dinunzia;”
3) “la terza era quella che arrivilava ‘na storia scanosciuta a tutti;”
4) “e la quarta, la cchiù perfida e ‘nsidiusa, era quella che parlava di ‘na facenna che non era mai successa ma che aviva avuto la possibilità di succidiri epperciò nisciuno era in grado di controllari se era vera o se era ‘nvintata.”

Sta di fatto che questa analisi dettagliata non protegge il povero professore, il quale diviene anch’egli destinatario di un paio di lettere anonime che lo mettono in non pochi guai col circolo del quale fa parte.
Anche qui, come nel Merlo parlante, le dinamiche tra marito e moglie, specialmente quelle di carattere sessuale, si propongono con decisione. Ernesto teme che sua moglie lo possa tradire: la donna infatti si reca tutti i fine settimana a Palermo, a trovare la madre malata, e monta su tutte le furie una volta che Ernesto si propone di accompagnarla, ovviamente non riuscendo nel suo intento più che onesto, nella mente di lui.

La soluzione a questo enigma non arriva grazie all’aiuto, per quanto bizzarro, di un animale, bensì tutto si risolve nella dinamica tra Vigàta in quanto ente plurale fatto di storie e memorie, ed Ernesto, il cui spirito attento gli impedisce di saltare la ricerca di spiegazioni pur di arrivare a una facile conclusione.
A Palermo, è vero, sua moglie non va per accudire la madre, che peraltro gode di ottima salute. Ci va per vedere un uomo, un uomo che prima di partire per l’Africa aveva in animo di sposare e che, per vicissitudini legate alla guerra, non è riuscito a completare il suo proposito.
Sono amanti? Sono amici? La risposta ci viene fornita in un finale aperto, nel quale Camilleri omette anche un grande particolare sulla stesura di queste lettene anonime che tanto dividono i vigàtisi quanto li uniscono.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.