Là dove perì l’innocenza: “L’età incerta” di Leslie P. Hartley

Di Andrea Carria

Quando ho iniziato a leggere L’età incerta di Leslie P. Hartley (Neri Pozza, 2021) avevo deciso di non informarmi sulla trama. Non è molto che mi sono accorto di indirizzare le mie scelte librarie prescindendo dalla quarta di copertina; sarà un effetto non previsto dei ripetuti lockdown che hanno ammazzato il mio spirito di esplorazione e avventura, costringendomi a cercare compensazione altrove, in primo luogo nei libri.

Il titolo, L’età incerta, mi faceva già intravedere orizzonti che mi sarebbe piaciuto esplorare da vicino, ponendo il libro di Hartley sulla stessa scia dei capolavori del romanzo di formazione del XX secolo. E non mi ero sbagliato; il romanzo, pubblicato nel 1953 quando Hartley era un affermato scrittore e critico letterario ormai prossimo ai Sessanta, narra la storia di Leo Colston, un ragazzino la cui iniziazione alla vita adulta arriva troppo presto e in modo traumatico.

Il romanzo, molto ottocentesco nel suo intreccio, comincia con un Leo ormai anziano che ritrova fortuitamente il diario che teneva quando era ragazzo. Questo avvenimento rappresenta l’innesco di un doloroso viaggio indietro nel tempo che riporterà il protagonista all’estate dei suoi tredici anni a Brandham Hall, quando la sua vita cambiò per sempre.

«Agli occhi della mia mente i ricordi sepolti di Brandham Hall sono macchie di luce e oscurità, come un chiaroscuro; solo con uno sforzo riesco a vederli a colori. Ci sono cose che so, anche se non so come, e cose che ricordo. Certe cose sono radicate nella mia mente come fatti, ma non riesco a collegarle a nessuna immagine, e poi ci sono immagini non sostenute da eventi che ritornano in modo ossessivo, come il paesaggio di un sogno.»

È l’estate del 1900. Leo, che veniva da un anno scolastico tormentato, accetta l’invito dell’amico Marcus Maudsley di passare un periodo di vacanza a Brandham Hall, la tenuta della sua famiglia, nelle bucoliche campagne del Norfolk. Dopo lo spaesamento iniziale dovuto all’accoglienza in un ambiente socialmente più elevato e a un piccolo incidente di vestiario, Leo entra in piena sintonia con lo stile di vita dei Maudsley traendo tutti i benefici dall’essere l’ospite più giovane di una delle famiglie più altolocate e rispettabili della contea. La vacanza assume presto i toni e i contorni di un idillio, e Leo da parte sua sfrutta al meglio tutte le occasioni che gli si presentano per mettersi in mostra e guadagnare l’approvazione dei suoi anfitrioni. In particolare il ragazzo cerca di ottenere le attenzioni di Marian, la sorella maggiore di Marcus, una giovane affascinante e dai modi gentili che non manca mai di compiacere l’ospite con regali e attenzioni di ogni tipo. Leo, del tutto inesperto di cose d’amore, ne rimane innocentemente infatuato, tanto da non riuscire a riconoscere il secondo fine che si cela dietro alle gentilezze di Marian. L’unico favore che la ragazza gli chiede di ricambiare è infatti quello di portare alcuni suoi messaggi e lettere al fattore dei Maudsley, Ted Burgess, un incarico che Leo, almeno all’inizio, accetta volentieri. Il secondo fine di Marian, facile da immaginare, alla fine diventa chiaro anche allo stesso Leo, che da quel momento inizia a fare di tutto per allontanare Marian da Ted – e il disonore dal resto della famiglia Maudsley.

L’età incerta, come dicevo prima, è un romanzo con un impianto narrativo tradizionale che ricalca i modelli letterari vittoriani. La sua struttura compatta e lineare è un’applicazione di metodologia manualistica, una dimostrazione esemplificatrice di teoria narrativa. Le sequenze del romanzo sono scandite da tempi esatti, quasi geometrici, e gli eventi rispondono a un climax perfettamente sincronizzato. Queste caratteristiche fanno di L’età incerta un romanzo nel senso più tradizionale e ortodosso del termine, un’opera che dichiara la propria appartenenza spirituale al passato già con la sua struttura.

Nonostante questa presentazione rischi di farlo passare per un romanzo datato e poco allettante, L’età incerta è in realtà un libro avvincente che deve molto all’abilità e al gusto del suo autore, il quale, con una scrittura che esprime saggezza e conoscenza delle cose del mondo, sa come alimentare la curiosità di chi legge. La trama è semplice e anche l’epilogo non nasconde quasi sorprese, malgrado Hartley abbia provato a dare una sferzata imprevista proprio nel finale con un paio di colpi di teatro (la cosa meno riuscita di un romanzo fino a quel momento senza sbavature, almeno a mio parere); eppure, annunciato quanto lo si voglia, il finale produce comunque un’eco emotiva prodigiosa che si riverbera per alcuni lunghi momenti dopo essere giunti in fondo.

Lo sforzo stilistico maggiore prodotto da Hartley è quello di guardare gli avvenimenti con gli occhi di un preadolescente ormai diventato adulto. È un lavoro di fino che deve stare in equilibrio fra la memoria e l’interpretazione a posteriori da una parte, e il naturalismo psicologico e quello cognitivo dall’altro. Nel complesso il risultato è buono, anzi molto credibile, così come lo è il tentativo di ricreare lo spirito che si instaura a quell’età fra i ragazzi e che si osserva, innanzitutto, nel modo che hanno di parlare, infarcito di prese in giro, nomignoli ingiuriosi e piccole cattiverie gratuite.

Dal punto di vista dei contenuti, L’età incerta è un’opera ricca dove vanno in scena una serie di critiche dirette al sistema educativo tradizionale. Anziché le istituzioni scolastiche, sono le famiglie a rappresentare, in questo caso, luoghi che possono rivelarsi incomprensibilmente ostili, dove bambini e ragazzi, trattati come piccoli adulti, vengono messi nella condizione di non poter comunicare (perché non ascoltati), ritrovandosi isolati e alla mercé delle decisioni altrui. Il punto più basso di questo meccanismo educativo, da cui poi discendono tutte le sventure che colpiscono i personaggi del romanzo, si ha quando bambini e ragazzi vengono coinvolti nelle faccende dei grandi, i quali commettono il doppio errore di approfittarsi della loro ingenuità e, contestualmente, di sopravvalutarla.

Una storia verosimile e senza tempo, custode di una lezione universale sulle tappe della vita, i sentimenti traditi, la perdita dell’innocenza e le responsabilità che ogni adulto ha nei confronti dei più giovani: Leslie P. Hartley ha raccontato tutto questo in un romanzo di grande compostezza stilistica ed emotiva che tuttavia tocca corde finissime lasciando, oltre a un ottimo ricordo, un senso di rinnovata consapevolezza riguardo agli alfabeti nascosti della vita.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte V: Camilleri, “La fine della missione” e “I duellanti”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi chiudiamo la prima parte della nostra rassegna siciliana (ai seguenti link potrete trovare gli altri articoli: #1 #2 #3 #4). Per farlo, vi parlerò degli ultimi due racconti che compongono Le storie di Vigàta e con le quali Camilleri, idealmente, ci porta dal periodo fascista del primo racconto alla caduta del muro di Berlino dell’ultimo.
Nel primo testo intitolato La fine della missione, il penultimo di questa serie dedicata a Vigàta, i protagonisti sono due: uno fisico, Totino Mascarà, e uno astratto, il fascismo domestico.

La storia di Totino viene brevemente riassunta nelle prime pagine del racconto: orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto da una coppia di zii che, alla loro morte, gli lasciano tutta la loro fortuna. Totino nel frattempo studia e diventa avvocato, il più bravo di Vigàta, che ha clienti fino a Palermo. Il protagonista sembra avere tutte le virtù del mondo a eccezione di una: «non s’addecideva a farsi zito», in altre parole non aveva intenzione di sposarsi.
Il secondo protagonista invece riguarda la penetrazione dell’egemonia fascista in ogni ambito della vita pubblica e privata dei cittadini. Ovverosia il controllo totale (tipico, appunto, dei totalitarismi) di tutto il percorso di vita di ogni singola persona “dalla culla alla tomba”.

Nel caso che ci interessa l’ingerenza della dittatura riguarda l’obbligo, presentato come solenne contributo alla Patria, per le coppie sposate di dare molti figli allo Stato. La mancanza di questi non è assolutamente vista di buon occhio, tanto che alcuni personaggi condividono con le loro consorti la frustrazione per non poter accedere ad avanzamenti di carriera proprio perché avere dei figli rappresenta un requisito essenziale.

“«[Il capo di gabinetto] mi fici sapiri che la so ‘ntenzioni era quella di promuovermi al posto di Pascutto, ma che non lo potiva fari».
«Pirchì?».
«Pirchì le disposizioni del partito fascista ordinano che, nelle graduatorie, il maritato senza figli devi essiri mittuto pinultimo».
«E l’ultimo chi è?».
«U’ celibi…»”

Da questa grave ingerenza nelle vite private, gli onesti abitanti di Vigàta cercano di uscirne nel modo per loro più conveniente. Tra le mogli, che a differenza dei loro sposi vivono concretamente il paese poiché, stando a casa tutto il giorno, creano e tessono il vero tessuto sociale della comunità, gira in gran segreto una voce nei riguardi di un miracoloso metodo che permette anche alle donne più sfortunate di rimanere incinte. Per descrivere questo metodo, Camilleri ricorre in maniera comica alla metafora assai allusiva del fucile da caccia: quando l’arma non spara, bisogna procurarsene un’altra che funzioni a dovere. E se nella coppia il cacciatore ha un fucile fuori uso, vien’ da sé che bisogna affidarsi a un altro cacciatore che abbia a disposizione tutte le cartucce.

In questo modo, tra la sala da pranzo e la sagrestia, le pie donne di Vigàta si adoperano affinché i loro mariti ricevano le giuste soddisfazioni dalla vita: chi una promozione, chi un erede e così via.
Ma il giovane Totino Mascarà, col suo bel lavoro da avvocato e la sua presidenza dell’associazione cattolica degli uomini di Vigàta, che ruolo ricopre in questa società segreta tutta al femminile?

Il secondo e ultimo racconto, dal titolo I duellanti, invece ci porta sulle spiagge assolate di Vigàta. I protagonisti, anche stavolta, sono due: Cecè e Michele. Il primo è un ingenuo giovanotto che per vivere fa il muratore d’inverno e il gelataio d’estate, sposatosi in tutta fretta a una donna che lo tradiva; mentre il secondo è… l’amante della moglie di Cecè!
I due si avvicendano sulle spiagge del paese perché, dopo essere stato consigliato dalla moglie di Cecè, anche Michele inizia a vendere gelati nel periodo della stagione estiva, rigorosamente dal primo giorno di giugno all’ultimo di agosto.

Cecè per parte sua, uomo modesto ma col senso dell’onore, non vuole innanzitutto essere sconfitto, anche dal punto di vista lavorativo, dall’uomo che lo ha reso lo zimbello del paese, e poi non vuole vedere scemare i propri guadagni dividendo con un altro venditore la platea di clienti.
Fra i due nasce un vero e proprio duello che vede messe a confronti le menti dei due sfidanti, ognuno preso anima e corpo dal tentativo di inventare la soluzione migliore per attirare il maggior numero di clienti: gelati con la sorpresa, gelati in abbonamento, gelati multipli, gelati per i padri, per le madri, per le famiglie piccole e grandi, gelati estratti a sorte, coi numeri della tombola… insomma, le provano davvero di tutti i colori tanto che, in una delle cabine dello stabilimento Nettuno viene imbastita una piccola sala scommesse.
Come conseguenza delle molte altre strategie che i duellanti usano per sconfiggere l’avversario, si arriva perfino a scomodare il podestà di Vigàta che, preso dalla disperazione, accetta il folle tentativo di organizzare una giuria popolare, composta di cento persone, che dovrà giudicare in tutta sincerità qual è il gelato più buono fra i due e decretare in questo modo e per sempre il vero vincitore.

In un passaggio davvero ben fatto, Camilleri ci mette davanti alle estreme conseguenze, davvero tragicomiche, delle procedure che la Pubblica Amministrazione mette in atto per assicurare la correttezza del giudizio che sarebbe avvenuto il quindici settembre, l’ultimo giorno della stagione balneare (prorogata a causa del grande caldo):

«Usanno le guardie comunali, il potestà avvirtì a tutti e cento che si dovivano apprisintari il quattordici sira, alle setti e mezza, al cinema tiatro “Splendor”. L’assenti sarebbiro stati esclusi dalla giuria. Dintra allo “Splendor” avrebbiro mangiato (cena offerta dal comune) e dormuto nelle pultrune della platea che erano commode. Sarebbi stato proiettati, a gratis, un film di Tarzan. L’indomani a matino la giuria sarebbi nisciuta alle dieci dallo “Splendor” scortata dalle guardie comunali per evitare scappatine nei bar lungo il percorso. […] La giuria fu assistimata davanti al “Nettuno”. La banna minucipali vinni disposta di lato. Il pubblico si shcierò davanti alle gabine e le guardie comunali faticaro a lassari ‘no spazio per i tricicli di Cecè e Micheli. All’unnici spaccate la banna attaccò “Giovinezza, giovinezza”, l’inno fascista, che fu cantato da tutti ‘n coro. Alla fine, il podestà detti il via al duello finali.»

Il risultato del duello, ovviamente, lo saprete solo leggendo questo imperdibile racconto. Vi basterà però sapere che, nonostante il risultato, Cecè e Michele hanno continuano a sfidarsi ben oltre il periodo fascista, fino a raggiungere, in età anziana, un delicato equilibrio fra il rispetto per l’avversario e la rivalità ardente.

Di feste del papà e di letteratura: “Papà Gambalunga” di Jean Webster

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo odierno desidero affrontare in un colpo solo due tipologie di testo che occupano una parte rilevante della produzione letteraria moderna: il romanzo epistolare e il romanzo per ragazzi (che oggi definiremmo young adults o giovani adulti).

L’occasione mi viene fornita da un classico statunitense che ho riscoperto da poco: Papà Gambalunga, ad opera di Jean Webster, in una piacevole edizione della Caravaggio Editore e a cura di Enrico De Luca.
La trama dell’opera, sicuramente già nota a molti di voi grazie all’omonima serie animata degli anni ’90, riguarda la giovane Jerusha (Judy) Abbott, una ragazza orfana che riceve da un misterioso benefattore l’opportunità della sua vita: lasciare per sempre l’istituto dove vive per frequentare il college. L’anonimo filantropo, della cui persona Judy riesce a vedere solo l’ombra deformata dai fari di un’auto e che le ispirerà il soprannome, non vuole alcunché in cambio ad eccezione di un biglietto di ringraziamento una volta al mese. Questi biglietti da subito si trasformano in vere e proprie lettere nelle quali Judy, gradatamente, inizia descrivendo la sua routine ma finisce confidando i suoi pensieri più profondi.

Jean Webster

Il romanzo epistolare, nella sua forma frammentaria, si presta eccellentemente alle esigenze narrative di Webster. Innanzitutto per la sua adesione alla realtà: Judy deve scrivere delle lettere e proprio queste sono riportate nel testo, creando una catena di singoli episodi. Secondo poi, la forma del testo che procede in questo modo permette a chi scrive di rappresentare tutti i risvolti della trama per vie traverse e originali di per sé, lavorando sui vuoti anziché sui pieni; mentre a chi legge permette di immergersi maggiormente nell’atmosfera del romanzo, grazie a una maggiore stimolazione della fantasia che riempie gli spazi lasciati tra una scena e l’altra.

Sul versante della letteratura per ragazzi, invece, Webster descrive magnificamente il trionfo dell’ingenuità, della spensieratezza ma anche l’importante processo di maturazione che riguarda tutti noi. Gli anni del college, cioè quelli compresi tra i 17 e i 21 anni circa, sono gli anni in cui dobbiamo mettere a fuoco chi siamo, quali sono i nostri principali punti di forza e come impiegarli all’interno di un disegno di vita coerente e soddisfacente per noi stessi. Tutto questo, nella descrizione del personaggio di Judy, appare chiaramente nelle sue lettere. Superata l’iniziale euforia per il nuovo mondo nel quale è stata catapultata, la giovane ragazza determina in maniera sempre più cosciente e matura quale sarà il suo destino e di ciò mette regolarmente al corrente il sempre più affezionato Papà Gambalunga.

Fanno parte, parimenti, dello sviluppo narrativo, anche altri personaggi secondari: a partire da Sally McBride (protagonista del seguito di questo romanzo, cioè Caro Nemico), poi Julia Rutledge-Pendleton e suo zio Jarvis. Questi personaggi, di cui ognuno incarna una determinata caratteristica, si alternano guadagnando più o meno spazio all’interno delle lettere di Judy, sino a giungere al gran finale che, se siamo stati lettori accorti, non ci coglie così tanto di sorpresa.

Papà Gambalunga rappresenta quindi un romanzo per ragazzi, un romanzo epistolare e allo stesso tempo un romanzo di formazione. Un testo che ritengo debba essere presente sulla scrivania di ogni ragazzo o ragazza alle prese col proprio sviluppo emotivo e psicofisico. Un testo nel quale ci accorgiamo che molte difficoltà dovremo affrontarle da soli, che nel corso della nostra maturità possiamo incontrare nuovi amici e scartarne altri; un romanzo dove ci viene insegnato che chi ci ama davvero, anche se da lontano, trova sempre il modo di aiutarci e di farci sentire la sua vicinanza.
Anche perché, in fondo, a tutti farebbe piacere avere un Papà Gambalunga!

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

“L’uomo senza ombra” di Colin Wilson: virtuosismi e filosofia della camera da letto

Di Andrea Carria

A chi mi ha seguito qui sul blog non sarà sfuggito che in questo inizio di 2021 ho passato molto del mio tempo da lettore in compagnia di Colin Wilson, di cui vi ho già parlato in due articoli dedicati a L’Outsider e a Riti notturni. Quest’ultimo libro, ricorderete, è il primo romanzo di una trilogia che la casa editrice Carbonio sta ripubblicando in italiano e che ha per protagonista Gerard Sorme, un giovane scrittore alter ego di Wilson. Il secondo volume della trilogia è uscito lo scorso dicembre, si intitola L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (Carbonio Editore, 2020, collana “Cielo Stellato”, traduzione di Nicola Manuppelli) ed è il libro di cui vi parlo oggi.

L’uomo senza ombra venne pubblicato in Inghilterra nel 1963, tre anni dopo l’uscita del primo volume. Vi ritroviamo molti dei personaggi conosciuti in Riti notturni, ma stavolta è lo stesso Gerard a parlarcene; il libro che il lettore ha tra le mani è infatti il suo diario privato giunto per vie traverse alla pubblicazione. Il fatto che si tratti di un diario lo rende molto diverso dal libro precedente sotto quasi tutti gli aspetti. La narrazione, che in Riti notturni costituiva la ragion d’essere dell’opera, riprende da dove si era interrotta ma, oltre a spostare il punto di osservazione, assume un andamento più incostante a vantaggio delle riflessioni di Gerard.

L’argomento al centro del diario è il sesso. Gerard è succube di una sorta di dipendenza sessuale che lo costringe a interessarsi di quasi ogni ragazza che vede. Reali o fantasiose che siano, scrivere delle sue avventure sessuali nel diario lo aiuta a guardare meglio dentro di sé e a riconoscere il significato nascosto dietro alle sue pulsioni. Oltre il godimento fisico, per lui molto importante, Gerard vede il sesso come una via privilegiata alla comprensione dei suoi istinti e, quindi, alla conoscenza di sé. Gerard è sempre molto acuto nelle sue riflessioni e il suo punto di vista sulle cose è sempre alternativo. La bellezza di leggere Wilson consiste proprio in questo: ciò che ha da dire non è una ripetizione né un riadattamento di idee di altri, quello che scrive è espressione di una mente abituata a pensare da sola e che non accetta compromessi riguardo alla libertà.

«Me ne sto seduto qui, in questa stanza, e il problema sembra allo stesso tempo immenso e inesistente. La vita è un deserto di libertà, ma poiché è un deserto, siamo troppo liberi. È come essere sospeso in un vuoto totale, senza gravità; puoi fare tutto ciò che vuoi, ed è proprio per questo che non fai niente, e ogni sforzo per cambiare posizione costa un’energia immensa perché non c’è nulla su cui fare leva. Provi a muovere il braccio all’indietro e tutto il corpo gira, riportando il braccio nella stessa posizione. A volte mi sono chiesto come certi scrittori potessero passare tutta la vita in uno stato immutabile di disperazione o debolezza. Adesso lo so: immaginano che la posizione fortuita in cui la libertà li ha gettati sia una legge dell’universo.»

Wilson, attraverso Sorme, dice la propria su alcuni temi classici del pensiero occidentale, confrontandosi con quelli che, fin dai tempi di L’Outsider, considera i suoi “santi letterari”. Molti di essi erano grandi amatori ed è a loro che Sorme si associa volentieri. Maschio bianco etero, il titolo di un romanzo di John Niven di qualche anno fa, è la scritta che anche Sorme avrebbe appeso fuori dal suo club qualora avesse pensato di fondarne uno.

Ciò che delle vicende di Riti notturni non aveva trovato spazio, data la diversa conformazione del libro, nel suo diario acquisisce una fisionomia intellettuale piena, e anche il personaggio di Gerard ne risulta irrobustito. Finalmente, vediamo quali pensieri e ragionamenti ispirano la sua empiria e il suo sensismo, e quello che si scopre è l’incessante lotta interiore di un giovane uomo che cerca di coniugare le aspirazioni della mente con i bisogni del corpo. L’acume di Sorme rende interessante questo antico dissidio con argomentazioni intelligenti e spiazzanti che non si sa mai dove condurranno.

In tutto questo non bisogna dimenticarci della parte narrativa dell’Uomo senza ombra, dove si alternano progressioni di trama e aneddoti. In questo libro, Wilson si è sentito più libero di azzardare e il suo stile, molto più maturo, ha dato prova di saper imprimere quelle variazioni di tono che invece gli erano sfuggite in Riti notturni. In questo la prima persona aiuta molto, permette una confidenzialità e una naturalezza che invece la terza, nella sua ricerca dell’obiettività, non può in nessun modo eguagliare.

I limiti di quest’opera sono, da un certo punto di vista, anche i suoi punti di forza. Il suo doppio profilo, intellettuale ed erotico, la rende una lettura consigliata per momenti scelti della giornata, mentre alcune considerazioni morali e punti di vista “sessisti” sono quelli che rivelano di più l’età anagrafica del libro. Concordo in pieno con la recensione di Francesco Pacifico su “la Repubblica”, secondo cui nessun editor, oggi, lascerebbe passare il machismo di certe pagine. C’è da augurarsi, adesso che Wilson non gode ancora del passaporto diplomatico dato dall’essere un classico, che le altre qualità dell’Uomo senza ombra siano sufficienti a mettere garofani nelle bocche da fuoco delle femministe più agguerrite, per arrivare integro e incolume al pubblico di oggi a cui naturalmente appartiene. Per il quale è comunque da vedere se a costituire il principale incentivo alla sua lettura saranno le turbolenze sessuali di Gerard o il fascino senza tempo di un uomo insaziabilmente affamato di libertà.

Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

“Riti notturni” di Colin Wilson: un noir esistenziale sulle rive del Tamigi

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa vi avevo presentato lo scrittore inglese Colin Wilson (1931-2013) parlandovi dell’Outsider, la sua prima, ambiziosissima opera; nell’articolo di oggi approfondiremo la sua conoscenza prendendo in esame Riti notturni, il romanzo con cui Wilson fece il proprio esordio nella letteratura e che la casa editrice Carbonio – in prima linea nel rispolverare l’opera wilsoniana in Italia – ha pubblicato nel 2019, con la traduzione di Nicola Manuppelli, nella collana “Cielo Stellato”.

In Inghilterra Riti notturni uscì nel 1960, quando Colin Wilson aveva ventinove anni. La gestazione del romanzo fu lunga: Wilson ne aveva cominciata la stesura all’inizio del decennio precedente e per circa un paio d’anni, tra 1954 e il 1956, lo portò avanti contemporaneamente alla scrittura dell’Outsider. Queste notazioni bibliografiche servono per ricostruire il contesto, ma ci aiutano anche a entrare “sotto la pelle” del libro, in quel reticolo di fitte corrispondenze intellettuali che Wilson traccia minuziosamente e che costituiscono il suo background di riferimento. Riprenderò il discorso tra un momento, ma non prima di avervi detto qualcosa riguardo alla trama di questo interessante romanzo.

Riti notturni è quello che oggi chiameremmo un thriller o, data la sua ambientazione metropolitana, un noir. Il protagonista è Gerard Sorme, un giovane, aspirante scrittore che in sella alla sua bicicletta percorre tutti i giorni le strade della Londra degli anni Cinquanta con la stessa disinvoltura con cui un coltello affonda nel burro. Del tutto solo ma anche felicemente libero da qualunque obbligo, la sua oziosa routine cambia all’improvviso quando si ritrova a investigare su un misterioso serial killer che, proprio come un Jack lo Squartatore redivivo, miete le sue vittime fra la popolazione femminile del quartiere di Whitechapel. Oltre a quelle letterarie (più millantate che praticate, verrebbe da dire), Sorme non ha vere aspirazioni investigative e se si interessa al caso è solo perché le persone a lui vicine rischiano di finire nei guai con la giustizia. Il principale indiziato è infatti Austin Nunne, un caro nonché eccentrico amico di Sorme. Nunne appartiene all’altissima borghesia londinese, vive come un dandy frequentando salotti e circoli, ma per la polizia è solo un omosessuale praticante il sadismo (due tratti più che sufficienti, al tempo, per far finire il nome di una persona negli schedari di Scotland Yard).
Per capire se e in quale misura Nunne sia coinvolto negli omicidi, Sorme darà fondo a tutte le sue energie dimostrando un grande senso dell’amicizia e della lealtà.

Quello di Sorme è un personaggio letterariamente molto interessante e che ricalca in una certa misura l’autore. Il suo profilo si comprende meglio tenendo sullo sfondo quello dell’outsider così come Wilson l’ha tratteggiato nel libro omonimo. Egli, dunque, è un intellettuale indipendente, un libero pensatore, un creativo per natura che però non si dimentica mai di vivere accumulando incontri ed esperienze. Si presenta come scrittore, ma per il resto non si dà etichette; l’unica – dichiarata peraltro con orgoglio – è quella di esistenzialista. E da buon esistenzialista, prima ancora dei libri, Sorme considera il mondo come l’unico scenario in cui agire. Troppo spesso liquidiamo l’esistenzialismo con la definizione fumosa di filosofia dell’esistenza, dimenticandoci invece quanto sia stato significativo anche come filosofia dell’azione e delle prese di campo. A differenza di molti altri, Sorme (e Wilson tramite lui) sembra invece essere perfettamente consapevole del nocciolo più autentico del pensiero esistenzialista (almeno di quello francese che Wilson ha come punto di riferimento); come Sartre, come Camus, anche lui, messo nella condizione di dover scegliere, antepone l’azione alla speculazione in quanto sa che nemmeno il migliore dei libri che potrà leggere o scrivere avrà mai lo stesso valore della concretezza dell’impegno in prima persona, dell’esperienza.

Parafrasando il titolo di un famoso scritto di Sartre, l’esistenzialismo di Sorme è un umanismo che ricorda agli uomini di essere pieni possessori delle proprie scelte e azioni. È così che il giovane si considera, e ciò che muove il suo interesse verso gli altri risponde al medesimo principio. D’altra parte, il suo coinvolgimento nel caso dei delitti di Whitechapel ha anche una dimensione intellettuale che completa e amplifica quella narrativa. Ho detto che per scrivere Riti notturni Wilson si sia ispirato alla storia di Jack lo Squartatore, ma questo è solo l’innesco; il modo di trattare l’omicidio e le considerazioni morali da cui scaturiscono le sue riflessioni hanno invece un altro nume tutelare, uno scrittore che ha usato l’espediente letterario dell’omicidio per creare alcune delle visioni metafisiche più portentose della letteratura occidentale: Dostoevskij.

Wilson era un grande ammiratore di Dostoevskij e dei suoi capolavori, e da parte sua Riti notturni ne tradisce una lettura molto approfondita, soprattutto di romanzi come Delitto e castigo e I demoni. Con una trama più semplice e filosoficamente meno densa, Wilson riesce infatti a mettere i lettori di fronte a un dilemma morale per niente facile da risolvere, ma soprattutto – ed è qui che secondo me la lettura di Dostoevskij emerge in particolar modo – ad allargare il discorso a temi come la giustizia, l’impunità e la presunzione di considerarsi superiori alla legge. Anche il principale subplot del libro, la storia del pittore Glasp (senza dubbio il più dostoevskijano di tutti i personaggi del romanzo), sembra modellata su una di quelle numerose storie di denuncia sociale su cui Dostoevskij era solito dilungarsi. Glasp è il tipico misantropo dostoevskijano burbero nei modi e che vive alla giornata, un uomo che sceglie l’autoemarginazione, che pensa che non ci sia niente nel mondo per cui valga davvero la pena di vivere, ma che poi, quando gli si presenta l’occasione, si profonde in slanci di romantico altruismo verso il prossimo.

Un fatto che ho trovato curioso è come l’attenta rimodulazione delle istanze esistenziali e morali svolta da Wilson a livello narrativo non abbia avuto invece seguito a livello stilistico. Lo schema narrativo che Wilson aveva in mente e a cui poi adegua la sua scrittura era quello del romanzo vecchia maniera; dal punto di vista formale non c’è infatti traccia – almeno in questo suo primo romanzo – né di modernismo letterario né di quell’ecletticità che generalmente si associa al suo nome, tanto da non seguire nemmeno quegli stessi autori che aveva eletto a modelli, e di cui aveva ripreso le idee, sulla strada della sperimentazione. Al contrario ho trovato sorprendente come la scrittura di Wilson si sia appropriata di tecniche e forme più tradizionali e compatte, di una scansione delle sequenze pedissequamente cronologica, di un andamento della prosa che procede in linea retta e che devia momentaneamente solo per seguire Sorme nelle sue avventure sessuali.

L’ecletticità tipica di Colin Wilson si ritrova altrove, nei contenuti, e Sorme è il suo principale divulgatore. Egli è il classico tipo che la pensa diversamente e che in parte vi ho già presentato, ma a differenza di Glasp (il quale potrebbe essere considerato il suo doppio romanzesco) conosce tanta gente, è aperto e generalmente disponibile, e in qualche modo si fa latore di un’etica sociale basata sul rispetto, sull’inclusione e sulla tolleranza. È un philosophe, un illuminista, ma non un iconoclasta intransigente alla Voltaire. Non ha peli sulla lingua e si impegna a non avere nemmeno pregiudizi; gli unici che ha sono delle eccezioni e si rovesciano su quelle categorie sociali che sbattono il mondo fuori dalla propria vita e vorrebbero rinchiudere anche il resto dell’umanità nel recinto del dogma. Franco e schietto, intellettualmente onesto con sé stesso, non si fa scrupoli a parlare di sesso, omosessualità e sadismo con chiunque, donne e preti compresi, dimostrando sempre libertà di pensiero ed equilibrio di giudizio. D’altronde, una volta riconosciuto dove stia il giusto, non esita a prendere posizione o ad appellarsi alla disobbedienza civile; e benché non distolga mai veramente lo sguardo da sé stesso, riesce comunque a mettersi nei panni degli altri.

Riti notturni è uno di quei libri i cui pregi e difetti coincidono perfettamente con quelli del suo protagonista. Sorme è un personaggio che affascina, che suscita il desiderio di conoscerlo meglio e che alimenta il rimpianto di non averlo come amico. Il consiglio che mi sento di dare ai lettori di Riti notturni è di andare oltre la trama, di guardare sotto e tutt’intorno a essa, di non cercare nelle sue pagine ciò che si chiede ai thriller e ai noir contemporanei. È probabile che il bibliofilo ne trarrà maggior diletto rispetto al lettore di bestseller (in alcuni punti i sessant’anni del libro si fanno sentire), ma penso anche che Wilson, l’outsider Wilson, non potesse chiedere niente di meno al suo romanzo; compiaciuto, ne avrebbe anzi sorriso.

Il 2020 in 10 libri: ricordi di un anno di letture

Di Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

Il 2020 è ormai agli sgoccioli e mai come quest’anno pure noi di Lo Specchio di Ego desideriamo voltare pagina. Quello di oggi è l’ultimo post dell’anno, e quindi speciale di per sé, così abbiamo pensato di dedicarlo alle letture più interessanti che abbiamo fatto negli ultimi 366 giorni. Alcuni libri che stiamo per presentarvi ve li abbiamo già raccontati, altri invece ve li proponiamo adesso per la prima volta.

[AC] Franco Cardini-Alessandro Vanoli, La via della seta. Una storia millenaria tra Oriente e Occidente (il Mulino, 2017). Si tratta di uno dei primi libri che ho acquistato e letto nel 2020, quando il Covid era ancora in Cina e io non avevo messo in conto che di lì a poco i libri avrebbero rappresentato l’unica possibilità di viaggiare. Quantunque questo libro vale sicuramente la lettura. Cardini e Vanoli tracciano un itinerario lunghissimo che addirittura supera i circa 7.000 chilometri che collegano il Mediterraneo all’Estremo Oriente, in quanto lo dispiegano anche temporalmente su più di due millenni di storia. Un racconto vivo, ricco di dettagli e di sorprese, erudito ma godibile prima di tutto, il loro; un parco dei divertimenti per qualunque appassionato di storia, il quale trova nelle pagine scritte a quattro mani da Cardini e Vanoli un piacere vero a cui non fa difetto un’esposizione chiara come poche e dalla grande capacità di sintesi.

[GLN] Stephen King, Le notti di Salem (Picwick, 2019). Quest’anno ho deciso di iniziare ad affrontare la mia paura del genere horror, dunque mi sono affidato al Maestro per eccellenza. Questo di King è un romanzo intrigante, a volte spietato, che ripercorre in chiave contemporanea le vicende di Dracula di Bram Stocker e letteralmente in grado di non farvi chiudere occhio (se perché non riuscite a smettere di leggere o perché sentite rumori sospetti fuori dalla porta, lo lascio decidere a voi) per tutta la notte…

[AC] Peter Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale (Adelphi, 2010). Quando poi siamo entrati in lockdown e avevamo tempo per quei mattoni che in tempi normali releghiamo in fondo alla libreria, il mio Guerra e pace è stato lui. Certo, le sue 600 pagine sono molto lontane dalle 1.500 che costituiscono il capolavoro di Tolstoj, eppure è stato proprio Il Grande Gioco di Hopkirk il libro più voluminoso che ho letto nel 2020. Negli occhi avevo ancora le meraviglie dell’Oriente in cui mi aveva condotto Cardini e Vanoli con libri come La via della seta, Quando guidavano le stelle e Samarcanda (di quest’ultimo ho parlato pure qui nel blog), e Hopkirk è stato dunque la naturale prosecuzione del percorso che avevo cominciato.

[GLN] Philip Roth, La macchia umana (Einaudi, 2014). Tra le mie peregrinazioni fuori dai confini nazionali, ho fatto diverse puntate negli Stati Uniti. Lì, grazie a un altro grande della letteratura mondiale, ho visto più da vicino il torbido mondo della provincia statunitense, quella dei pregiudizi, delle invidie e che segna, volenti o nolenti, tutti con un’indelebile macchia che ci portiamo avanti per tutta la vita.

[AC] Jennifer Pashley, Il caravan (Carbonio Editore, 2020). Ogni anno mi ripropongo di leggere più thriller e ogni anno, arrivato in fondo, mi accorgo di non aver mantenuto il proposito che mi ero fatto. Il 2020 tuttavia ha segnato una piccola eccezione per la quale ho scelto di nominare ambasciatore l’american thriller Il caravan, letto durante l’estate. Se avete seguito il blog vi ricorderete di questo romanzo, per il quale sostanzialmente ho speso belle parole. Sostanzialmente, sì, perché nella recensione che scrissi sollevai anche qualche criticità. Ciò nonostante, a distanza di mesi, sprazzi di questo romanzo continuano a riverberarsi nei miei ricordi, segno che i lati positivi del libro superano di gran lunga tutto il resto e che le recensioni a caldo non rappresentano mai l’ultima parola. Tra i ricordi più piacevoli del libro c’è il fascino indiscusso dell’America profonda, dei suoi spazi sconfinati dove tutto può accadere da un momento all’altro e che, anche solo leggendone, si ha l’impressione di poter partecipare di quel genuino senso di libertà che tanto armoniosamente si abbina con i suoi paesaggi. Se ancora non l’avete letto, vi consiglio dunque di farlo.

[GLN] Irène Némirovsky, La nemica (Elliot, 2013). Anche questo, come tutte le opere che sino ad ora ho letto di Némirovsky, è un libro pieno di umani sentimenti espressi nelle più semplici delle forme. Il talento di questa importante scrittrice deve ancora essere totalmente scoperto e, cosa più importante, riconosciuto globalmente. Oltre a essere, quindi, un piacere presentarla in questo articolo ritengo anche un compito morale diffondere sempre più i suoi scritti.

[AC] Costica Bradatan, Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi (Carbonio Editore, 2017). Se sui thriller devo ancora lavorare, riguardo ai saggi mi reputo invece piuttosto soddisfatto. Ve ne sarete accorti pure voi: finora ho riepilogato tre letture e solo una di queste è un romanzo. Ebbene, pare proprio che il trend espresso fin qui sia destinato a rimanere invariato visto che un saggio lo è pure questo di Costica Bradatan. In tutta onestà, ho trovato Morire per le idee una delle narrazioni filosofiche più avvincenti e originali che abbia mai letto. Non è il classico libro di filosofia, e anche i suoi personaggi non rispecchiano il profilo stereotipato del filosofo che se ne sta rintanato nella sua torre d’avorio. Nel libro di Bradatan i filosofi sono dei martiri; il suo interesse si rivolge a quell’esigua minoranza di pensatori che nel corso dei secoli ha incarnato il vero ideale della filosofia, quello di essere innanzitutto uno stile di vita di cui il filosofo è tenuto a dare testimonianza con l’esempio e, se necessario, con la propria morte.

[GLN] L.G. Luccone (a cura di), Sarà un capolavoro (Minimum fax, 2017). Il 2020 è stato anche l’anno dei percorsi biografici, il cui primo esemplare è quello della biografia, letteraria, di F. Scott Fitzgerald. In questo piacevole nonché prezioso volume curato da Leonardo Luccone abbiamo rivissuto gli episodi salienti della grande parabola che è stata la vita dell’autore di Gatsby e di Di qua dal paradiso. Un vero gioiellino che ogni appassionato di letteratura americana dovrebbe avere con sé.

[AC] Nicola Lagioia, La città dei vivi (Einaudi, 2020). Poco prima di Natale mi è finito tra le mani l’ultimo (e in generale molto atteso) libro dell’einaudiano Nicola Lagioia che, come tutti voi saprete, ricostruisce fatti e antefatti di uno dei casi di cronaca più efferati degli ultimi anni: l’omicidio di Luca Varani nel marzo 2016. Giunto in fondo, pensavo di dedicargli un articolo intero ma poi, visto il prevedibile fiorire di recensioni e approfondimenti che libri come questo trascinano per mesi, ho cambiato idea.
Comunque sia, ad avviso di uno che è incapace di conservare interesse per una notizia di cronaca per più di qualche ora, ritengo che l’autore abbia fatto un lavoro portentoso e di grandissimo equilibrio, sia intellettuale che stilistico. Il libro – un incrocio molto ben riuscito fra reportage e romanzo (Capote docet, ma secondo me Lagioia va perfino oltre) – rapisce il lettore senza aizzarne la morbosità: la parola appartiene sempre e solo ai protagonisti o ai testimoni della vicenda, e l’autore non dà mai la sensazione di voler sostituire la loro voce con la propria. Il suo tocco autoriale sta elegantemente altrove, e non solo nella prosa che, in quanto einaudiana, è semplicemente perfetta. Mi riferisco più che altro ai subplot che è riuscito a sviluppare in concomitanza con la non facile ricostruzione del caso, i quali irrorano il libro come una vena sotterranea d’acqua freschissima. Il migliore è il racconto della Roma così come il 2016 l’ha consegnata agli annali: una città-discarica attanagliata da immondizia e malavita, da gabbiani e degrado postmoderno, verso la quale lo scrittore ha comunque più parole d’amore che di denuncia.

[GLN] Virginia Woolf, Leggere, scrivere, recensire (La vita felice, 2015). Chiudo questa mia breve rassegna con il vademecum per il futuro, anche se questo libro l’ho letto nel 2019: come la più indiscussa voce letteraria della contemporaneità possa indicare la via a noi smarriti seguaci della penna. Nella sua raccolta di articoli, opinioni e pagine personali, Woolf crea un breviario del giovane scrittore, insegnandoci l’approccio fondamentale che dobbiamo assumere ogni qualvolta che abbiamo a che fare con le parole: un approccio scientifico, pulito e sommamente autocritico.

Prima di lasciarvi andare, permetteteci di ringraziarvi per tutte le vostre visite al blog (siete davvero tantissimi!) e di farvi i nostri migliori auguri di buon anno!
Ci vediamo nel 2021, e per l’esattezza il 4 gennaio con un nuovo articolo e un nuovo argomento; a presto!

Un classico per il 25 dicembre: il “Canto di Natale” di Charles Dickens

Di Gian Luca Nicoletta

Nei momenti di maggiore incertezza, quando il mondo che conosciamo si trova di fronte a un cambiamento generazionale imposto da motivazioni esterne come quello che stiamo vivendo dall’inizio del 2020, trovo confortante l’idea di una lettura che sia in grado di ricondurci alla nostra infanzia, quando tutto ci sembrava fermo, certo e immutabile nella sua statica presenza – nonostante quella presenza ci sembrasse allora così opprimente da far scaturire in noi una voglia di maturità che oggi, vigliaccamente, saremmo tentati di rinnegare.

La lettura che vi presento oggi è il grande classico della letteratura inglese natalizia: il Canto di Natale, o A Christmas Carol che dir si voglia, di Charles Dickens. La versione che ho io è quella del 2014 in inglese della Usborne Illustrated Originals ma, data la fama mondiale di quest’opera, oggi mi concentrerò su una disamina multi-mediale, cioè concentrandomi sui differenti mezzi di comunicazione grazie ai quali il racconto di Dickens è diventato un caposaldo della letteratura per l’infanzia e, più in generale, della poetica del Natale.

In principio c’era il testo.
Come ogni racconto, la culla del Canto di Natale è la carta: prima scritta a mano (siamo nel 1843) e poi stampata. Il supporto cartaceo del testo, particolarmente in un racconto pensato per i bambini, rappresenta il perfetto strumento per rispondere alle esigenze sociali e culturali dell’epoca. È bene ricordare, infatti, che nel XIX secolo la lettura esplicitava le proprie funzioni su due livelli: quello della lettura individuale e quello della lettura collettiva.
Il primo dei due, più recente nella genesi è oggi del tutto dominante, agisce sulla nostra sensibilità e sulla percezione che abbiamo del mondo che ci circonda e del modo di interpretarlo, di leggere i suoi segni.
Il secondo, oggi ridotto a sporadiche apparizioni, è stato quello che ha segnato generazioni e generazioni di ascoltatori prima che di lettori: il libro era un fatto sociale prima ancora che un oggetto dell’intimo come è oggi. Questo Dickens lo sapeva e, nel realizzare la sua opera, ha praticato un ribaltamento delle prospettive adottate, dal testo al pubblico e dal pubblico al testo. Se prendiamo, a titolo di esempio, la possibile dinamica durante una lettura pubblica di Mansfield Park di Jane Austen, dovremmo riconoscere che la prospettiva si muove dall’intimo di Fanny per arrivare all’intimo dell’eventuale pubblico, di ogni singolo spettatore. Nel Canto di Natale, invece, la prospettiva parte dall’intimo di Ebeneizer Scrooge per arrivare alla dimensione collettiva dell’intero pubblico.

Secolo nuovo, tecnologie nuove.
Con l’avvento del 1900 e il prepotente ingresso, nella comunicazione pubblica, di strumenti portentosi quali la cinepresa e, successivamente, la radio, ciò che prima era testo perde la sua componente più pesante per restare solamente corpo immateriale: voce, immagine. Facendo una semplice ricerca, infatti, possiamo scoprire che i primi adattamenti cinematografici del Canto di Natale vengono prodotti già nella prima decade del 1900. La dimensione pubblica della rappresentazione ancora permane, questo è evidente, ma ciò che deve necessariamente essere registrato è un restringimento della connessione pubblica all’interno dello stesso pubblico. Per meglio dire: dal momento che al posto di un lettore (un attore o chi stesso ha scritto l’opera) ci troviamo davanti a un telo sul quale vengono proiettate delle immagini o davanti a una scatola che emette solo dei suoni, viene a mancare un pezzo fondamentale della dinamica performer-pubblico. L’uditorio, pur nella sua molteplicità di elementi, si trova da solo e scivola non volente in una nuova dimensione individuale. Non c’è scambio, non c’è intesa né sintonia con chi enuncia le parole che formano il testo.

2001, odissea nello spazio (filmico).
Il nostro secolo, per chiudere questa rapida carrellata, è quello dei film in 3D. Il supporto cartaceo è diventato quasi del tutto inesistente e, allo stesso modo, la dimensione collettiva dell’esperienza del racconto. Anzi, la stessa dimensione individuale viene a sua volta schiacciata da un’altra ancor più ristretta, quella immersiva.
All’inizio ci trovavamo seduti in mezzo a una platea e ascoltavamo un attore, poi ci siamo trovati da soli, seppur insieme ad altre persone che a loro volta erano da sole, nel rapportarci a una macchina e, infine, siamo stati catapultati addirittura dentro alla macchina stessa. Quella che in principio era un’esperienza interamente legata al mondo immaginativo ora è prerogativa assoluta del mondo fisico: l’uso della fantasia viene drasticamente ridotto per implementare, al suo posto, l’intervento dei cinque sensi; a partire dalla vista. Particolarmente efficace fu, nel 2009, la versione in performance capture diretta da Robert Zemeckis e, tra i notabili, Jim Carrey e Gary Oldman.
Ciò non vuol dire che il progresso tecnologico ci ha condotti verso un’evoluzione sempre più asettica del nostro rapporto con la lettura (ricordo tonanti profezie che annunciavano la fine della civiltà per mano dell’ebook, cosa che non è successa), ma ciò che è indubitabile è che qualcosa è cambiato e siamo stati proprio noi a cambiarlo.

Attraverso questi sconvolgimenti sociali e culturali, tuttavia, un elemento rimane e rimarrà: il contenuto. Ciò che ci fa viaggiare con la fantasia e immergere in nuovi mondi restando fermi dove siamo. La tecnologia, nella mia visione modesta e parziale, altro non è che un supporto, qualcosa che veicola il contenuto del testo e, grazie al quale, possiamo conoscere e comprendere che cosa ha reso Scrooge così arido, qual è la metafora celata dietro ai tre Fantasmi del Natale passato, presente e futuro, qual è lo spirito che caratterizza l’aspetto più laico di una festività che, in concomitanza con la fine di un anno, ci fornisce gli strumenti per guardare più in là, attraverso la nebbia dell’incertezza che viviamo quotidianamente.

Frammenti sparsi di un’adolescenza negata: “Buio” di Anna Kańtoch

Di Andrea Carria

Quando ho letto la quarta di copertina di Buio, romanzo di Anna Kańtoch pubblicato recentemente da Carbonio Editore (collana “Cielo Stellato“, traduzione di Francesco Annicchiarico), ho subito capito che questo libro aveva qualcosa da dirmi. E così è stato. Lo chiarisco subito: il romanzo mi è piaciuto molto, tuttavia non sono sicuro di aver compreso tutto di esso né penso che l’autrice intendesse spianare la strada al lettore. A mio parere, ha preso comunque la decisione più giusta. Chi comincia a leggere Buio deve prima liberarsi di quello che crede di sapere o di aver intuito del libro, e seguire silenziosamente Anna Kańtoch nei suoi percorsi narrativi: tanto – vi dico anche questo – non riuscireste comunque ad anticiparla.

Buio è un romanzo inclassificabile, specializzato nel rimescolare le carte e intersecare i piani di lettura. La protagonista è una giovane donna che, una volta uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era ricoverata, viene ospitata a casa del fratello, facoltoso uomo d’affari, a Varsavia. Non avendo altre possibilità, la donna si fa andare bene quella sistemazione, sforzandosi di farsi vedere per quello che gli altri si attendono che sia. Così, mentre all’esterno cerca di dimostrare l’equilibrio ritrovato apparendo tranquilla e controllata, all’interno baluginii di un’antica inquietudine tornano minacciosamente a farsi strada attraverso la memoria. L’incontro con una sensitiva durante una seduta spiritica le fornirà la chiave per tornare indietro, fino alla sua infanzia.

Il ritorno della protagonista all’infanzia coincide con un luogo fisico ben preciso: Buio. Il posto dove tutto ebbe inizio e, in un certo senso, finì. Buio, la dimora in campagna di proprietà del padre della protagonista, dove la famiglia trascorreva l’estate tra giochi all’aria aperta e ipocriti ménage altoborghesi. Buio, dove la giovane e bella attrice di teatro, Jadwiga Rathe, trovò la morte e una bambina sul punto di diventare una donna rimase incastrata in fatti troppo più grandi di lei. È con quella preadolescente sensibile e schiva che la protagonista deve riallacciare i contatti, ma purtroppo la chiave che la sensitiva le ha fornito non era accompagnata da nessuna istruzione per l’uso. Tutto quello che riuscirà a scoprire dovrà rischiarlo in prima persona un passo dopo l’altro, dosando coraggio, intraprendenza e istinto.

Come ogni lettore auspica, Anna Kańtoch onora le aspettative del proprio pubblico con l’originalità che ci si aspetta da un libro come il suo, mettendo a punto una storia conturbante, raffinata e magica. Il mistero che avvolge la morte di Jadwiga è minuziosamente custodito dall’autrice, la quale arruola ogni elemento a sua disposizione per infittirlo. Kańtoch è molto brava nell’esercizio della suspense. La ginnastica a cui sottopone la tensione narrativa – caratterizzata da piccole rivelazioni subito camuffate o smentite – è vivace e intelligente durante tutto il libro; non si attarda in digressioni fine a loro stesse e rimane propedeutica allo svolgimento fino alla conclusione. I continui andirivieni nel tempo conferiscono dinamicità al romanzo, il quale non conosce tempi morti né ridondanze. In tutto questo, Anna Kańtoch riesce comunque a portare il discorso sempre dove vuole e come vuole, dando molto spazio ai flashback e ai ricordi, nonché a tutti i sottintesi narrativi che concernono ambedue.

Sfumature e sottintesi sono le tessere del mosaico che Anna Kańtoch sfida i lettori di Buio a ricomporre. Come ho detto in apertura, non sono sicuro di aver decodificato per intero questo romanzo, il quale si apre a molteplici chiavi di lettura. Ogni buon libro si presta a interpretazioni diverse fra loro, ma nel caso di Buio l’autrice si è divertita moltissimo a ricamare sull’indeterminatezza e sul dubbio. Dubbio prontamente assistito dalla protagonista stessa, la quale, in quanto ex paziente di una clinica psichiatrica, si fa portavoce di un punto di vista verso cui il lettore è subito autorizzato a diffidare. Quasi del tutto privo di appigli sicuri, più che incoraggiato, quest’ultimo si ritrova obbligato a interpretare dopo poche pagine, cercando in primo luogo di orientarsi tra il fitto gioco di rimandi inter- e paratestuali che l’autrice fa cominciare fin dal titolo. A tratti la scrittura di Anna Kańtoch si fa evocativa, in altri momenti diventa simbolica, in altri ancora ermetica. Non penso che da parte dell’autrice prevalga la volontà di rendersi imperscrutabile, quanto l’impossibilità – all’opposto – di essere più precisa e circostanziata di quello che è nelle condizioni di poter fare o mostrare. Da qui il gran numero di letture possibili, e tutte plausibili.

La mancanza di spiegazioni da parte di Anna Kańtoch non deve essere scambiata per quella reticenza che, come mero vezzo estetico, si insinua nelle opere di molti autori contemporanei; al contrario, la sua è la dimostrazione del raggiungimento di un limite gnoseologico e linguistico oltre il quale la ragione non può spingersi e la fantasia da sola non può reggersi. Kańtoch quel limite lo oltrepassa rare volte (e non senza timore) cercando alleati nel mondo dell’infanzia e del folklore. Nel romanzo il superamento di tale limite è chiaramente rappresentato dalla foresta – terreno di gioco dell’infanzia nonché luogo di apparizioni ed epifanie –, sul limitare della quale, come a guardia di un confine sacro e misterico, sorge la dimora di famiglia, simbolo della prosaicità borghese e di tutte le sue istanze omologatrici e razionalizzanti, tra cui, parafrasando Michel Foucault, quella clinicalizzazione di cui la protagonista conosce bene gli effetti.

In certi particolari relativi all’infanzia, Buio mi ha ricordato Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, un romanzo altrettanto ricco di sottintesi e che sono sempre tentato di rileggere. Anna Kańtoch è più distante dall’horror e dai fantasmi della mente rispetto a Jackson e più vicina invece al folklore, alla magia e all’esoterismo, eppure questa differenza tra le due si annulla nella grande capacità che hanno entrambe di raccontare le sfumature del mondo attraverso gli occhi dei preadolescenti, i quali vivono le turbolenze innescate dagli adulti con un fervore immaginativo che strizza gli occhi alle tenebre.

Queste sono alcune delle conclusioni a cui sono giunto io dopo la lettura di Buio. Ci sono anche numerosi elementi fantasy e un intrigante subplot LGBTQ di cui non ho avuto modo di dire, per cui non pretendo che quanto ho scritto in questa recensione sia completo; vista la sua profondità, mi basterebbe se fosse plausibile.

Un’opera come Buio ha molto da svelare e ogni lettore, sulla scorta della propria sensibilità e delle proprie esperienze, è destinato a ricostruirlo in tanti modi, tutti diversi. Il mio consiglio è di non fermarsi alla prima lettura; l’editoria corre veloce, i libri che arrivano oggi in libreria appartengono già a ieri e dedicarsi a una ri-lettura è l’esperienza meno consigliata da chiunque, blog letterari compresi. Nemmeno un libro che mette in discussione il concetto stesso dello scorrere del tempo come Buio può permettersi di sottrarsi a questa regola. A questo romanzo e alla sua sorprendente autrice – che grazie alla casa editrice mi auguro di poter presto intervistare – non resta che sperare che la platea ideale alla quale si rivolgono (quella dei degustatori di libri, dei lettori outsider, dei boicottatori dell’editoria mainstream) continui a praticare l’unico sport in cui, finora, ha saputo distinguersi: lo snobismo delle mode letterarie, delle classifiche e dell’editoria ultracommerciale.