Un’infaticabile esplorazione del pensiero: “Religione e ribellione” di Colin Wilson

Di Andrea Carria

Colin Wilson è sempre il benvenuto sul blog e possiamo ormai dire che da noi occupa una posizione speciale. Quando abbiamo pensato al sottotitolo Storie di letteratura e filosofia era proprio ad autori come lui che ci ispiravamo e da cui volevamo farci guidare: outsider del pensiero che stracciano i confini tra le discipline e che individuano connessioni dove tuti gli altri vedono solo differenze inconciliabili.

Religione e ribellione, ripubblicato recentemente da Carbonio Editore nella traduzione di Nicola Manuppelli, apparve in Inghilterra nel 1957, l’anno dopo la pubblicazione dell‘Outsider, di cui questo libro rappresenta di fatto la continuazione. Nel 1956 L’Outsider fu un vero caso editoriale e Wilson, che molti vedevano come una promessa della letteratura inglese, ebbe il suo momento di gloria. Purtroppo per lui fu di breve durata; l’Inghilterra del tempo, come ha spiegato Wilson stesso, aveva una grande voglia di rinnovamento culturale e in alcuni casi ciò la rese fin troppo incline all’acclamazione. Così, quando Religione e ribellione fece la propria comparsa, il libro non venne valutato per il suo valore intrinseco (così come non lo fu L’Outsider, sebbene per le ragioni opposte), ma venne bensì affossato per “compensare” alle lodi (ora immeritate) che a Wilson erano state frettolosamente attribuite all’esordio. Questa serie di triangolazioni storiche e culturali, su cui lo stesso Colin Wilson è tornato più volte nelle prefazioni alle ristampe dei suoi libri, ha fatto sì che per molto tempo né il pubblico né la critica abbiano potuto maturare un’opinione fondata e oggettiva della sua produzione letteraria, condannandolo a quel ruolo di parvenu incompreso di cui però Wilson ha sempre trovato il modo di fregiarsi.

Narratore e saggista, è forse proprio in quest’ultima veste che secondo me Colin Wilson risulta più incisivo. Nei suoi scritti letterari e filosofici ritrovo ogni volta il gusto autentico per la scoperta e forse, ancora di più, quello per l’esplorazione. La potenza di Wilson, che passa direttamente dalle pagine dell’Outsider a quelle di Religione e ribellione, sta proprio nel fatto che egli si senta libero di spaziare e di rivolgersi in qualunque direzione. Ancora prima di essere filosofico o letterario, il suo problema è di ordine antropologico: l’outsider, l’individuo che non si sente parte di…, è una persona in carne e ossa di cui però si trova traccia nei romanzi e nei libri di filosofia; è una persona in carne e ossa che ha avuto il volto di quello scrittore, di quel filosofo, di quel compositore, di quel pittore o di quel poeta, e infatti le biografie sono una delle fonti privilegiate utilizzate da Wilson. Ma è anche un problema storico in quanto non si è né si diventa outsider se mancano certe condizioni; e la condizione necessaria che Wilson individua proprio in Religione e ribellione è la «crisi spirituale di una civiltà materialmente prospera».

Basterebbe questo per vedere nell’outsider l’ipostasi stessa del Novecento – così come il flâneur può essere considerato l’ipostasi antropomorfa del tardo Ottocento urbano –, eppure Wilson non sembra supportare questa facile conclusione. Per lui l’outsider è, sì, un prodotto storico, ma non un prodotto storico cronologicamente delimitato, né una tappa dell’evoluzione; piuttosto è un modo di essere ovvero di porsi verso la realtà circostante, una forma di resistenza e quindi di ribellione qualora questa realtà scivoli verso l’ottundimento. Quello di cui infatti prendiamo coscienza leggendo Religione e ribellione è che ogni secolo ha avuto le sue crisi e che in ogni tempo ci sono stati intelletti che si sono posti di traverso rispetto alla corrente della storia, per il beneficio di tutti quanti. Per dirla con le parole di Wilson stesso,

«Se una civiltà è spiritualmente malata, l’individuo soffre della stessa malattia. Se è abbastanza sano da combattere, diventa un outsider».

Se i patroni del primo volume erano state figure come Shaw, Blake, Wells, in Religione e ribellione Wilson allarga ulteriormente il proprio pantheon. Proprio perché il problema dell’outsider è un problema che attraversa tutta quanta la storia e la sua materia «è un movimento verso la scienza del vivere», Wilson prende in esame figure di tutte le epoche molto diverse fra loro. In particolare analizza il loro rapporto con la religione, la quale è sempre stata vista da molti outsider come un modo per risolversi cercando di diventare degli insider. Ancora una volta, Wilson non ha paura di confrontarsi con i nomi più grandi e passare sotto la lente d’ingrandimento le loro biografie.

I saggi di Colin Wilson, e Religione e ribellione lo conferma, sono una massa eterogenea e in costante movimento di capitale intellettuale. Wilson potrebbe essere considerato un autore prolisso secondo gli standard moderni, tuttavia se seguiamo davvero i suoi ragionamenti fino in fondo ci accorgiamo che quello che da lontano potrebbe sembrare una ripetizione, in realtà è un nuovo modo di approcciare il problema, un nuovo punto di vista che a seconda dei casi fa luce oppure rimette tutto in discussione. Più che libri di tesi, i suoi sono libri di idee. Credo che non si offenderebbe se gli obiettassi che lancia più idee di quante ne riesca a chiarire. Wilson – e anche questo lo ha ribadito a più riprese – non ha mai creduto davvero che sarebbe venuto a capo del problema dell’outsider; lo vedeva come un problema troppo vasto e sfuggente, oltre che come la vera missione della sua attività di scrittore.

Franco e schietto proprio come il suo alter ego letterario Gerard Sorme, nonché intellettualmente onesto con sé stesso, Wilson è sempre stato pronto a rivedere le sue posizioni e, semmai, a ripartire daccapo. Le prefazioni che scrisse alle ristampe dell’Outsider così come di Religione e ribellione danno la misura morale e intellettuale dell’uomo. Sono documenti preziosi e ricchi di informazioni, oltre che biograficamente salienti; io le considero delle vere e proprie integrazioni al testo che instaurano con esso un dialogo dinamico che quasi mai è facoltativo (un modo garbato, il mio, per dirvi che vanno lette). Scritte spesso a distanza di molti anni, considero le prefazioni di Wilson così importanti perché sono la dimostrazione che l’outsider non ha rappresentato una fase nel suo percorso letterario e filosofico, e neppure un entusiasmo giovanile passeggero.

Sono d’altronde persuaso che Wilson avesse qualche problema con la parola fine. Leggendolo, e questo riguarda tanto i suoi saggi quanto le sue opere narrative, non tradisce mai l’intenzione di voler giungere da qualche parte, di arrivare e quindi di fermarsi. Idee tante e pure chiare, ma nessuna era mai definitiva. Era un viaggiatore, un esploratore del pensiero. Se fosse nato negli Stati Uniti, molto probabilmente avremmo parlato di lui come di quel Filosofo che la Beat Generation, a essere rigorosi, non ha mai veramente avuto.

La saga dei Melrose, parte V: “Lieto fine”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi finisce, dopo molto più tempo del previsto, la nostra serie di articoli dedicati al ciclo I Melrose di Edward St Aubyn e pubblicata in Italia da Neri Pozza, collana Bloom.

Il ritardo è dovuto a questioni interne della saga che, come ho descritto in alcuni articoli precedenti (questi i link al primo, secondo, terzo e quarto) hanno cambiato parzialmente la prospettiva del narratore, facendomi perdere temporaneamente l’interesse nella prosecuzione della lettura. Ad ogni modo, non c’è di che preoccuparsi: l’epilogo di questa saga vale lo sforzo e anche qualche delusione – congenita in moltissimi romanzi – in due o tre punti.

Questo ultimo volume, dall’emblematico titolo Lieto fine, segna la conclusione del lungo percorso che ha condotto Patrick Melrose sulla via della piena consapevolezza di sé. Questo episodio è speculare al primo per molti versi: primo fra tutti, il funerale di Eleanor Melrose, la madre di Patrick, le cui esequie riempiono l’intero arco della narrazione. Proprio come in Non importa l’evento sul quale tutto si incardinava era la cremazione del padre David, in questo ultimo libro il protagonista ripercorre nuovi episodi della sua vita, e altri più vecchi e già visti, alla luce delle considerazioni inedite che la scomparsa della madre comporta.

Anna Madeley e Benedict Cumberbatch nell’adattamento prodotto da Sky di “Patrick Melrose”

Temporalmente, la storia si colloca in una data ben precisa: il 9 aprile 2005. Questo elemento ci viene fornito dalla zia materna di Patrick, Nancy, che redarguisce il nipote per la pessima scelta del giorno del funerale di sua sorella facendo notare che tutti sono al matrimonio del Principe di Galles e che dunque non potranno partecipare al loro evento familiare.

Fuor di battuta o di esagerazione in stile britannico (comunque inapplicabile a questo caso poiché Nancy è statunitense), questo elemento dà il pretesto a St Aubyn per iniziare il lungo di giro di flashback dei principali invitati al funerale e, proprio prendendo come esempio la zia Nancy, viene approfondita la storia gloriosa, per parte di madre, della famiglia di Patrick: una famiglia dai possedimenti e dal patrimonio a dir poco faraonico, che per mezzo di un matrimonio infelice ha condotto al legame con delle antiche famiglie della ormai decaduta nobiltà europea. Tutto questo però non interessa Patrick, così come non interessava a Eleanor che anzi, proprio sul letto di morte pregò il figlio di non dire a nessuno che sua madre era una duchessa.

Edward St Aubyn. Photo credit: wwd.com

Questi elementi si collegano in maniera interessante con l’amalgama dei pensieri della contemporaneità: da una parte abbiamo i personaggi come Patrick, Mary, Annette, che vivono e ricordano gli ultimi anni della defunta: la sua malattia, l’inesorabile decadimento, la fine di un mondo legato, rispettivamente per ogni personaggio, alla fanciullezza, alla maturità e all’anzianità della donna. Nancy, invece, rappresenta la paladina del rimpianto, dell’invidia e della non accettazione del cambiamento dei tempi.

Ogni nuovo personaggio che fa il suo ingresso nella cappella dove sta per tenersi la cerimonia allarga di più le crepe della rimembranza di Patrick: i suoi soggiorni in Provenza, il periodo di cura in una comunità per alcolisti e malati di depressione, scene di una vita familiare che ambiva a essere felice ma che, per colpa degli oscuri fantasmi del passato, mina costantemente la quotidianità che con fatica viene costruita.

Chi legge si ritrova nella stessa situazione del protagonista: assiste in diretta a un mondo che si sfalda, conta più persone morte che vive e non è affatto sicuro di non essere il prossimo sulla lista. Siamo messi di fronte a un’amara verità: prima o poi tutti noi rimarremo orfani, saremo totalmente soli e liberi da ogni tipo di vincolo terreno con la nostra famiglia.

Se però è vero che il nostro albero familiare perde le proprie radici, è pur vero che da quello stesso albero vengono generati dei frutti. Questi sono rappresentati da Robert e Thomas, i due bambini del protagonista che, con la loro innata arguzia e senza nessun pelo sulla lingua, riescono a sgonfiare le tensioni che si creano nell’aria e fra i personaggi. Rimettono in prospettiva tutte le borie degli adulti, ridicolizzano atteggiamenti ormai inveterati nell’animo e, non senza una certa crudele inconsapevolezza, ci fanno fare delle docce fredde per le quali saremo loro grati.

In fin dei conti, se siamo abbastanza maturi e coraggiosi da lasciarci passare sopra i nostri traumi e le aspre battaglie che abbiamo condotto e conduciamo contro la nostra famiglia, potremmo renderci in grado di comprendere e apprezzare pienamente il Lieto fine delle nostre vicende.

Un monito vecchio più di un secolo per il nostro pianeta: “La guerra dei mondi” di H.G. Wells

Di Gian Luca Nicoletta

Ad oggi sono moltissime le esperienze che tutti noi abbiamo fatto, tramite prodotti creativi e letterari, di mondi extraterrestri e di creature aliene. Il mio tentativo odierno è di risalire un po’ all’origine di questo filone proponendovi la lettura di un grande classico: La guerra dei mondi di H.G. Wells.

Questo racconto fantascientifico con dei tratti horror fu pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1897-98, a puntate come era costume all’epoca. In Italia la medesima opera arriverà, in volume, agli inizi del secolo successivo.

La storia ci riporta le vicende di un anonimo narratore protagonista che, una notte di inizio estate e osservando il pianeta Marte assieme a un amico astronomo, vede delle misteriose fumate essere sprigionate da un punto non meglio precisato del Pianeta Rosso. Dopo qualche giorno, nelle campagne di Woking, vicino Londra, si assisterà all’impatto di misteriosi cilindri metallici.

Questi cilindri, come ci viene presto rivelato, altro non sono che delle navicelle all’interno delle quali si trovano i marziani, pronti a esplorare il nostro pianeta per valutare se sia fornito di tutte le condizioni ambientali necessarie per far vivere gli alieni.

H. G. Wells fotografato da George Charles Beresford, 1920

Questa ricerca di un ambiente più sano è la prima delle grandi anticipazioni, quasi profetiche, che Wells inserisce nel suo racconto. Il protagonista-narratore è un giornalista scientifico e a più riprese, col suo stile chiaro e semplice, prende il sopravvento per dare spiegazioni a chi legge e in questo modo scopriamo molti interessanti dettagli: i marziani sono costretti ad abbandonare il proprio pianeta perché, a causa dell’imponente sviluppo tecnologico a scapito dell’ecosistema, le condizioni ambientali non sono più tollerabili.

Vi ricorda qualcosa?

Sin da subito la coesistenza fra umani e marziani assume tratti violenti: i marziani hanno portato con sé delle armi assai potenti e si muovo sui tripodi: capsule metalliche che poggiano su tre alte gambe. Fra le estensioni di questi tripodi vi è anche un tentacolo metallico sul quale viene installato il temibile “raggio ardente”, un raggio di calore estremo frutto della totale conversione della luce e pertanto invisibile. Per rendere in maniera efficace la potenza di quest’arma Wells ricorre a molte e minuziose descrizioni, ma ritengo che la più efficace sia una semplice similitudine che si trova nei primi paragrafi: “il piombo scorreva come acqua”.

Gli esseri umani vengono paragonati a formiche e, in proporzione alle formiche stesse, Wells descrive l’interesse che gli invasori alieni provano nei nostri confronti: praticamente nessuno.

Inizia una lunga fuga: il protagonista scappa, dopo aver salvato la moglie portandola da amici, ma la sua vita viene messa più volte in pericolo.

La guerra dei mondi nella recente edizione della collana “I primi maestri del fantastico”, RBA Italia

Nella dinamica della narrazione, i capitoli del protagonista si alternano con altri il cui protagonista è suo fratello, e in questo modo Wells ci fornisce un punto di vista duplice sugli effetti che questa invasione ha comportato nella nostra società: il terrore diminuisce man mano che ci si allontana dai luoghi dell’invasione, salvo poi arrivare in tutta la sua potenza quando la folla di fuggiaschi, ormai indomabile, contagia con la propria paura tutti i cittadini della provincia di Londra e, poi, della capitale stessa.

Nelle descrizioni, che occupano gran parte dell’opera poiché – non lo dimentichiamo – ci troviamo ancora nel pieno della stagione dei grandi romanzi descrittivi del XIX secolo, si toccano punte che ambiscono al romanzo distopico: lande deserte, paesaggi urbani disabitati, i poveri esseri umani che si incontrano o sono morti o hanno abbandonato ben presto la civiltà per garantirsi la sopravvivenza.

Ma come ci si può salvare da un’invasione aliena? Wells, da conoscitore del mondo scientifico qual era, ci dà una risposta tanto semplice quanto efficace.

Tuttavia, per saperla, dovrete leggere il libro.

La guerra dei mondi rappresenta la pietra sulla quale viene fondato il genere fantascientifico. Un racconto nel quale la vicenda puramente narrativa scalza quasi del tutto l’indagine psicologica e interiore dei personaggi. Le grandi descrizioni paesaggistiche servono da grimaldello per aprire lo sguardo su altri mondi, dove la scienza e la fantasia collidono creando nuove sfumature per interpretare la nostra vita e, soprattutto, per ricaricare il bisogno che abbiamo di proteggere (sta a voi scegliere il senso) il nostro pianeta.

*L’immagine in evidenza è presa dalla serie The war of the worlds prodotta da BBC One.

La letteratura è una paladina della giustizia o un freddo sicario? La parola a Walter Siti che va “Contro l’impegno”

Di Gian Luca Nicoletta

Da qualche mese è uscito nelle librerie, per Rizzoli, un interessante saggio di Walter Siti e dal titolo già di per sé emblematico: Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura. Un testo critico (sia nel senso del suo valore che nell’operazione che porta avanti) per chiunque abbia desiderio di provare a cambiare la prospettiva con cui osserva il mondo.
L’aspetto maggiormente privilegiato è, si capisce, quello letterario. A una chiara esposizione dei fatti, Siti intreccia ricche osservazioni personali e tecniche che mostrano in maniera netta come il mestiere del critico letterario (miseramente sulla via dell’estinzione) sia ancora assai prezioso per la comprensione del mondo che viviamo.

Il mondo di oggi viene descritto per quel che è: un luogo popolato da grandi masse che di volta in volta si identificano nel popolo del “politicamente corretto” o del “partito politico” o degli “utenti Facebook” e così via. Gli scrittori e le scrittrici, così come chi legge, non sfuggono a questa categorizzazione e anzi, nell’affermare la propria autonomia autoriale, non fanno che stare al gioco delle grandi masse. In questa maniera le opere di letteratura si mescolano al giornalismo d’inchiesta e il giornalismo si lascia contaminare sempre più da strutture narrative e fraseologiche tipiche della narrativa; i dibattiti in televisione diventano l’unico luogo nel quale formarsi un’idea e chi vi sta dentro, per poter affermare la propria figura intellettuale, viene presentato come il massimo esperto di qualunque cosa («Ormai l’etichetta “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno», scrive).

Crediti dell'immagine: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Ma qual è l’obiettivo di un testo di questa natura? Di saggi e pamphlet aspramente critici contro l’utilizzo che facciamo della letteratura siamo pieni e ne abbiamo di esempi illustri (possiamo trovarne un valido antecedente nel discorso che tenne Eugenio Montale il 12 dicembre del 1975 per l’assegnazione del Nobel per la Letteratura), tuttavia quel che è importante dire, a mio modesto parere, è che questi testi o quantomeno la loro missione debbono ricevere un aggiornamento: essere rielaborati e riadattati per i tempi che stiamo vivendo, in modo da rinnovare la presa che esercitano sulle nostre menti.

A che pro scrivere di Michela Murgia o di Roberto Saviano se questi, all’apice delle loro carriere, riescono ad attrarre grandi masse di lettori e lettrici? Semplice, risponde Siti: occorre scrivere di loro e criticare il loro lavoro se, nelle opere che producono, la minoranza che un tempo difendevano si è trasformata in una maggioranza schiacciante, dimenticando l’inversione dei ruoli.

Che cosa significa? Significa che compito di un letterato non è solo quello di dar voce a chi non ne ha, ma dare voci a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, vengono nascosti. Buoni e cattivi, ricchi e poveri, deboli e potenti.

Non si deve aver paura di cambiare bandiera, ma anzi: chi fa letteratura è eminentemente libero da qualsiasi bandiera. Un soldato incivile, senza legge e senza dio, che setaccia l’animo umano non alla ricerca di qualcosa che è socialmente aberrante o intimamente onorevole, no. Deve ricercare tutto quello che, molto semplicemente, non va. Trovare l’ossimoro, la contraddizione che ci caratterizza in quanto esseri umani e farla emergere nella sua splendente oscurità.

Per concludere, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura rappresenta un altro bel regalo che Walter Siti ha fatto a tutti noi. Un sano ritorno a una letteratura che scuote le menti di chi legge non solo per far prendere atto di una situazione di fatto, ma per far nascere una riflessione profonda, scattare quel meccanismo critico – colpevolmente abbandonato da molti di noi oggigiorno – che ci fa ragionare prima di prendere una qualsiasi posizione su un tema. Anche questa è una lettura vivamente consigliata, utile per svegliarci un po’!

Crediti della prima immagine nel testo: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Come un rombo che ci sveglia: torna Roma con le parole di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

Con grandissimo piacere vi presento, nell’articolo di oggi, un’intervista fatta a Tommaso Giagni, già autore dei romanzi L’estraneo e Prima di perderti cui abbiamo dedicato spazio negli anni passati.

Da qualche settimana è tornato nelle librerie con la sua ultima fatica letteraria, I tuoni, un romanzo forte, che si impone a chi lo legge con la sua cruda semplicità stilistica che, allo stesso tempo, apre a profonde riflessioni e a torsioni di stomaco degne solo delle migliori opere della narrativa contemporanea.

Anche questo romanzo è ambientato a Roma e anche questa volta Giagni ci presenta una città ferita ma allo stesso tempo fiera, madre e matrigna, capace di sorprenderci con i suoi scorsi paesaggistici che rivelano le anime torbide e splendenti di chi li popola.

GIAN LUCA NICOLETTA: Cominciamo con una domanda facile: in questo tuo nuovo romanzo, I tuoni, ritornano in maniera dominante la Roma Capitale (che da sola può ambire a un vero e proprio ruolo di coprotagonista) e i corpi. Corpi nella loro solidità, nella loro potente carica fisica. Come spieghi questo collegamento?

TOMMASO GIAGNI: Mica tanto facile… Direi che Roma e il corpo, nel romanzo, sono oggetto di uno stesso processo: la scoperta delle possibilità e delle complessità. Riguardo Roma: ho cercato di mostrare la città nella sua interezza, nelle sue sfumature che dai margini arrivano al centro. Riguardo il corpo: di sicuro questa scoperta tocca Manuel, che l’ha sempre tenuto a bada; in parte tocca anche Flaviano, Donatella e Abdou: i primi per la disinvoltura che col corpo hanno, l’altro perché ci ha subìto ferite serie. 

Mettiamo da una parte Manuel e Abdoulaye e, dall’altro, Flaviano e Donatella. I primi due incarnano gli emigrati che osservano gli abitanti di Roma ma che, seppur spaventati, desiderano integrarsi. I secondi, al contrario, sono gli abitanti che subiscono questa immigrazione. Flaviano trova la sua dimensione entrando in simbiosi con Manuel e Abdoulaye, mentre Donatella proviene da una famiglia che si considera spodestata dal proprio quartiere. Ci stai dicendo che l’identità di Roma – dell’Italia – è diventata più sfaccettata o forse vuoi denunciare che quell’identità l’abbiamo perduta?

L’identità è qualcosa di sfaccettatissimo e in continua trasformazione. Ma qui la migrazione e la questione etnica pesano molto meno della questione sociale. Le differenze fra i tre ragazzi (Donatella è un altro conto), che ci sono e sono importanti, si riflettono nella tripartizione del Quartiere: il Rettangolo di case popolari di Flaviano, la Spina di ex negozi occupati di Manuel e la Grotta di ex cantine e garage occupati di Abdou. Eppure, i tre sono dalla stessa parte della barricata.

In questo romanzo ci sono molti elementi del testo che si collegano al tuo libro d’esordio, L’estraneo, attraverso citazioni, sdoppiamenti e fusioni. La citazione dell’omaggio a Luciano Liboni (rispettivamente alle pagine 97 dell’Estraneo e 120 dei Tuoni), lo sdoppiamento del protagonista in Manuel e Abdoulaye, la fusione di Marianna e Alba in Donatella, e si potrebbe andare avanti. I tuoni rappresenta il seguito ideale dell’Estraneo, forse una sua integrazione, o cosa?

Di sicuro, oltre al gioco con Liboni, ci sono degli elementi profondi che ricorrono. Direi che questo libro è figlio dei dieci anni trascorsi da quando scrissi L’estraneo (allora: 2008-2012, qui 2018-2021): per me come persona e come autore, e per la società. La crisi e l’impoverimento, la nuova dialettica tra quartieri di relegazione e quartieri dei centri commerciali. Un salto in avanti, che naturalmente dialoga con il mio percorso.

In questo libro, come nell’altra tua opera Prima di perderti, dedichi ampio spazio nell’investigare i rapporti padre-figlio dove spesso il primo sovrasta il secondo in maniera più o meno evidente, più o meno aggressiva. Ritieni che si tratti di un tema centrale da evidenziare socialmente o si tratta di un corollario all’esperienza che vivono i tuoi protagonisti?

Il rapporto tra padri e figli, più che essere un mio tema, è un tema della società umana. Un nodo cruciale, che nei Tuoni si manifesta nel conflitto che costruisce l’identità (ovviamente Manuel) ma anche nella cura (se pensiamo alla dolcezza di Flaviano col padre).

Gli elementi naturali che emergono dal romanzo sono tre: i tuoni, appunto, l’acqua e il fuoco. Sia Manuel che Abdoulaye hanno esperienze dirette e drammatiche con tutti e tre, mentre Flaviano che pure vive e condivide le esperienze con i suoi amici, ne resta irrimediabilmente fuori. Perché questo scarto? Perché questi tre amici, alla fine, non possono essere considerati come un trio omogeneo?

Omogeneo no, ma il trio è sorprendentemente unito – dalla stessa parte, ripeto. Poi, ognuno ha le proprie specificità e per affinità ed esperienze i legami non sono in perfetto equilibrio, come sempre all’interno di un gruppo di amici. Aggiungerei la terra, agli elementi che individui: Donatella che dalla terra sembra venire e che odora di grano.

Gli ultimi due capitoli del romanzo si svolgono in ambientazioni dal tono quasi epico. Inutile dire che alcuni fatti danno a chi legge una profonda soddisfazione emotiva che ci fa esclamare “se l’è meritato!” ma questa soddisfazione apre a una riflessione più grande e che ci porta alla conclusione di questa intervista: nel mondo del Quartiere, della Roma abbandonata e sfregiata ma pur tuttavia fiera, è più importante la giustizia o la vendetta?

I due capitoli finali sono l’anima di questo romanzo, al lettore chiedo la pazienza di arrivare in fondo. Sto ricevendo reazioni molto diverse a quelle pagine, mi interessa che per te prevalga la soddisfazione. Per risponderti: diciamo che con la giustizia non ci sarebbe bisogno di vendetta – che resta per me un gesto pieno di fascino.

I tuoni, di Tommaso Giagni, è pubblicato da Ponte alle Grazie e lo potrete trovare in forma cartacea e in ebook.

Tensione metafisica e promiscuità letteraria: intervista a Franco Perrelli su “Solo” di August Strindberg

Intervista a cura di Andrea Carria

La solitudine è una condizione che si fa strada nella coscienza anche quando si è in mezzo agli altri. Il protagonista di Solo, romanzo di August Strindberg del 1903, se ne rende conto all’inizio del libro durante una rimpatriata fra vecchi amici:

«Quando finalmente ci separammo sulla porta, sentimmo la necessità di farlo in fretta e non, come in passato, di prolungare la riunione in un caffè. Evidentemente, i ricordi di gioventù non avevano avuto quell’effetto eccitante che ci si era aspettati. Tutto ciò ch’era passato non era che lo strame sul quale il presente cresceva ed era uno strame già riarso, sfruttato, che cominciava a imputridire.
E si notava pure che nessuno parlava più dell’avvenire, ma solo del tempo andato, per la semplice ragione che ci si trovava già in quel futuro che si era sognato e intanto non si poteva più immaginarne un altro.»

La seconda cosa che il protagonista del romanzo scopre è che la solitudine, spesso, ha a che fare con l’invecchiamento, ovvero con la perdita della capacità – o della motivazione necessaria per farlo – di immaginarsi ancora un futuro. Questo libro, asciutto nella forma ma non nei contenuti, è un libro ricco che richiede un’ottima qualità del tempo per essere apprezzato in tutte le sue sottigliezze, e oggi io avrò il piacere e l’onore di chiedere a Franco Perrelli (professore ordinario di Discipline dello Spettacolo ed Estetica presso l’Università degli Studi di Bari, tra i massimi esperti di August Strindberg nonché traduttore del libro per conto di Carbonio Editore – collana “Origine“) di aiutarmi in questo percorso intrigante e sfaccettato.

ANDREA CARRIA. Per quanto si sia confrontato con generi letterari diversi, la carriera di Strindberg, così come la sua fama, sembra essere legata soprattutto alla drammaturgia. Dove si colloca un testo come Solo all’interno della sua produzione in prosa e in quale rapporto sta con il resto delle sue opere?

FRANCO PERRELLI. Indubbiamente, testi come Il padre e La signorina Giulia sono entrati nei repertori teatrali, ma Strindberg percorreva consapevolmente tutti i generi dall’interno e persino in controsenso. C’è una sua lettera del 1907, nella quale confessa che «il segreto di tutti i miei racconti, novelle e favole è che sono dei drammi», e, in ogni caso, si può individuare, nella sua opera, il filo rosso di una pulsione creativa costante, che collega narrativa e drammaturgia, ma persino pittura e chimica (praticate dal nostro autore con pari passione).

Prof. Franco Perrelli.

Il rapporto del protagonista con la solitudine – una sorta di alter ego dell’autore, come lei stesso precisa nell’introduzione – è particolare. Egli non si considera una vittima, non vive da condannato la sua condizione, né tantomeno crede che essa sia un’ingiustizia del mondo nei suoi confronti. Da parte sua, io ci vedo consapevolezza del tempo che scorre inesorabile e una sostanziale accettazione delle sfortune che possono rovesciarsi sulla vita di chiunque. Non voglio dipingere il ritratto di uno stoico, tuttavia una sorta di ciceroniana senectus di fronte ai passaggi inevitabili dell’esistenza io ce la vedo. Vorrei chiederle qual è il suo punto di vista e come Strindberg ha trattato la solitudine negli altri suoi scritti.

La solitudine strindberghiana (che spesso, nei fatti, è una solitudine tra la folla) è soprattutto una condizione estetica e sperimentale dell’artista moderno, che costruisce il proprio mondo e i propri valori partendo da un’esperienza individuale e percettiva radicale. Non stupisce che Strindberg sia stato uno dei primi a recepire (pur in maniera soggettiva) il messaggio nietzschiano, approssimativamente mediato da Georg Brandes, e che, nel folgorante carteggio col pensatore sull’orlo della follia, abbia parlato soprattutto di solitudine intellettuale. È su questa traccia che Strindberg ha poi scritto romanzi come Sul mare aperto del 1889-90 (ma, in fondo, anche Solo), nei quali – come già osservava il filosofo Antonio Banfi – la crisi del nichilismo appare comunque più grave e inceppata che mai, perché la liberazione dell’uomo che si supera interferisce inestricabilmente con l’aspirazione dell’individuo a trascendersi metafisicamente, piombando così nella contraddizione e nell’Assurdo.

Leggere Solo fa venire in mente Controcorrente di Huysmans. In entrambi, il protagonista decide consapevolmente di ritirarsi dalla scena pubblica riducendo al minimo ogni interazione umana. Oltre a ciò, tuttavia, i protagonisti dei due romanzi non hanno altro in comune; laddove quello di Solo mantiene infatti un vago senso di appartenenza alla società, l’altro sprofonda sempre più nella misantropia. Dopo questo accostamento iniziale, l’alter ego strindberghiano – con il suo vissuto, la sua saggezza e la sua morale – mi è sembrato, a dire il vero, più vicino a Montaigne, tanto che alcuni brani di Solo mi hanno ricordato certe pagine degli Essais. Secondo lei è possibile un’eco fra questi due autori oppure i riferimenti di Strindberg erano altri?

Certo che sì. Huysmans è l’ispiratore di un’ampia corrente letteraria (e di conversione religiosa ed estetica) che lambisce e influenza direttamente Strindberg, spingendolo vieppiù oltre i confini del naturalismo. Anche Montaigne rientra fra le sue letture principali, sebbene negli scritti strindberghiani sia poco menzionato. Tuttavia, in una nota del Diario occulto del 9 novembre 1896, Strindberg riporta: «Letto Montaigne, come desideravo e mi sono confortato». Un’eco, personalmente filtrata, di questi autori c’è senz’altro anche in Solo.

Montaigne e Huysmans mi danno l’occasione di porle anche un’altra domanda. Fra i molti generi letterari sperimentati da Strindberg vi è il romanzo-saggio, un genere che si fa cominciare con la pubblicazione di Controcorrente nel 1884 e che lo stesso drammaturgo svedese ha poi contribuito a definire. Mi riferisco in particolare a Inferno, spesso portato come esempio di romanzo-saggio insieme a Controcorrente, L’uomo senza qualità o I sonnambuli. Anche un testo come Solo ha un profilo saggistico abbastanza spiccato che emerge in pagine come quelle su Balzac. Non so, ma a me sembra impossibile tenere lontano il nome di Strindberg da quello dei suoi colleghi francesi…

Strindberg non è uno scrittore “classico”; per antonomasia, è un autore promiscuo. La promiscuità è ontologica in Strindberg proprio per il suo indifferenziato transitare dalla prosa alla poesia (vedi Solo, per l’appunto), dal dramma al romanzo, dalla pittura alla chimica ecc. Il transito o il pellegrinaggio fra screziate esperienze diviene la cifra della sua esistenza e di una scrittura, che a sua volta si fa promiscua. Un esempio per tutti: in Bandiere nere, romanzo scritto subito dopo Solo, il capitolo XVII contiene una dimostrazione di alchimia e basta, senza nessuna narrazione in senso proprio o lato. In questa indifferenza per l’omogeneità compositiva, potremmo trovare i germi della postmodernità, almeno come la intende Umberto Eco, sostanzialmente nelle forme della più disinvolta contaminazione dei livelli retorici. Strindberg non incanta certo per l’equilibrio delle sue opere, ma proprio per il loro squilibrio. Sa cosa diceva Kafka? «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto. Egli mi tiene come un bambino sul braccio sinistro. Vi sto seduto come un uomo su una statua. Dieci volte in pericolo di scivolare giù, all’undicesimo tentativo siedo saldamente, sono sicuro e ho un ampio orizzonte». Chi ha a che fare con Strindberg deve abituarsi al pericolo di scivolare giù fino a trovare un personale equilibrio.

E c’è poi il rapporto con la città che l’ha visto nascere e diventare un grande scrittore. In un’epoca in cui fa la sua comparsa la figura letteraria del flâneur, anche Strindberg ci offre degli scorci di Stoccolma frutto delle passeggiate solitarie del suo alter ego. Che rapporto aveva Strindberg con Stoccolma, anche alla luce dell’incipit di questo libro: «Dopo dieci anni di soggiorno in provincia, eccomi di nuovo nella mia città natale, a pranzo, a tavola con vecchi amici»?

Stoccolma, il suo arcipelago sono il luogo privilegiato di tanta letteratura (e pittura) strindberghiana. L’autore stesso, quando viveva in patria e come narra in Solo, nel corso delle sue passeggiate in città, accumulava materiali per la scrittura. Una peculiarità di quello che poi ritroviamo sulla pagina e, segnatamente in Solo, è che Stoccolma lo riporta sovente soprattutto ai tempi dell’infanzia. Spesso, infatti, la città sonnacchiosa, periferica, smorzata dell’infanzia si sovrappone o traspare dietro l’immagine della Stoccolma moderna che comincia a formarsi negli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento. Sì, Stoccolma si direbbe più un ambiente della psiche o della memoria che un luogo della geografia.

Veduta di Stoccolma.

Comunque, a definire Solo, io continuo a essere in difficoltà. Romanzo, memoir, diario, saggio, poesia… è un libro che accoglie e integra tutti questi generi ma che, alla fine, non appartiene a nessuno di essi. Ci sono anche diverse autocitazioni, tanto che – scherzando – si potrebbe dire che in qualche modo rappresenti una sorta di curriculum dell’autore. Ma qual era il vero scopo di questo scritto? Leggendolo, si ha la netta impressione di venire messi a parte di un messaggio sicuramente importante che però l’autore esita a rendere esplicito…

L’impressione promiscua di Solo, come ho detto prima, è l’inevitabile esito di uno scrittore promiscuo. Quanto al messaggio, direi che l’autore intende comunicare che sotto la quotidianità urge una metafisica misteriosa ovvero che la vita di tutti i giorni ha echi e vibrazioni che ci riportano alla chiamata di altre forze o Potenze con le quali, oscuramente, ha a che fare ogni destino umano. Da qui il bilanciamento appunto di quotidiano e di mistero; di esplicito e occulto o – come Strindberg diceva della sua pittura – la compresenza di esoterico ed essoterico in ogni esperienza della vita. In sintesi: la vita è in luce, ma proprio per questo ha le sue ombre. Ecco una lezione di Strindberg.

Trovo che il finale sia molto bello; penso di non sbagliarmi se dico che è uno dei momenti letterari più elevati del libro. La convergenza narrativa, temporale e tematica della scena mi ha fatto pensare a ciò che Solo potrebbe rappresentare: una summa, un testamento letterario, un lascito redatto qualche anno in anticipo, ma senza un destinatario definito… è così?

Esattamente così. Ma i destinatari del lascito ci sono – e siamo noi.

*E. Munch, August Strindberg, 1892, olio su tela, Museo Nazionale di Stoccolma.

Là dove perì l’innocenza: “L’età incerta” di Leslie P. Hartley

Di Andrea Carria

Quando ho iniziato a leggere L’età incerta di Leslie P. Hartley (Neri Pozza, 2021) avevo deciso di non informarmi sulla trama. Non è molto che mi sono accorto di indirizzare le mie scelte librarie prescindendo dalla quarta di copertina; sarà un effetto non previsto dei ripetuti lockdown che hanno ammazzato il mio spirito di esplorazione e avventura, costringendomi a cercare compensazione altrove, in primo luogo nei libri.

Il titolo, L’età incerta, mi faceva già intravedere orizzonti che mi sarebbe piaciuto esplorare da vicino, ponendo il libro di Hartley sulla stessa scia dei capolavori del romanzo di formazione del XX secolo. E non mi ero sbagliato; il romanzo, pubblicato nel 1953 quando Hartley era un affermato scrittore e critico letterario ormai prossimo ai Sessanta, narra la storia di Leo Colston, un ragazzino la cui iniziazione alla vita adulta arriva troppo presto e in modo traumatico.

Il romanzo, molto ottocentesco nel suo intreccio, comincia con un Leo ormai anziano che ritrova fortuitamente il diario che teneva quando era ragazzo. Questo avvenimento rappresenta l’innesco di un doloroso viaggio indietro nel tempo che riporterà il protagonista all’estate dei suoi tredici anni a Brandham Hall, quando la sua vita cambiò per sempre.

«Agli occhi della mia mente i ricordi sepolti di Brandham Hall sono macchie di luce e oscurità, come un chiaroscuro; solo con uno sforzo riesco a vederli a colori. Ci sono cose che so, anche se non so come, e cose che ricordo. Certe cose sono radicate nella mia mente come fatti, ma non riesco a collegarle a nessuna immagine, e poi ci sono immagini non sostenute da eventi che ritornano in modo ossessivo, come il paesaggio di un sogno.»

È l’estate del 1900. Leo, che veniva da un anno scolastico tormentato, accetta l’invito dell’amico Marcus Maudsley di passare un periodo di vacanza a Brandham Hall, la tenuta della sua famiglia, nelle bucoliche campagne del Norfolk. Dopo lo spaesamento iniziale dovuto all’accoglienza in un ambiente socialmente più elevato e a un piccolo incidente di vestiario, Leo entra in piena sintonia con lo stile di vita dei Maudsley traendo tutti i benefici dall’essere l’ospite più giovane di una delle famiglie più altolocate e rispettabili della contea. La vacanza assume presto i toni e i contorni di un idillio, e Leo da parte sua sfrutta al meglio tutte le occasioni che gli si presentano per mettersi in mostra e guadagnare l’approvazione dei suoi anfitrioni. In particolare il ragazzo cerca di ottenere le attenzioni di Marian, la sorella maggiore di Marcus, una giovane affascinante e dai modi gentili che non manca mai di compiacere l’ospite con regali e attenzioni di ogni tipo. Leo, del tutto inesperto di cose d’amore, ne rimane innocentemente infatuato, tanto da non riuscire a riconoscere il secondo fine che si cela dietro alle gentilezze di Marian. L’unico favore che la ragazza gli chiede di ricambiare è infatti quello di portare alcuni suoi messaggi e lettere al fattore dei Maudsley, Ted Burgess, un incarico che Leo, almeno all’inizio, accetta volentieri. Il secondo fine di Marian, facile da immaginare, alla fine diventa chiaro anche allo stesso Leo, che da quel momento inizia a fare di tutto per allontanare Marian da Ted – e il disonore dal resto della famiglia Maudsley.

L’età incerta, come dicevo prima, è un romanzo con un impianto narrativo tradizionale che ricalca i modelli letterari vittoriani. La sua struttura compatta e lineare è un’applicazione di metodologia manualistica, una dimostrazione esemplificatrice di teoria narrativa. Le sequenze del romanzo sono scandite da tempi esatti, quasi geometrici, e gli eventi rispondono a un climax perfettamente sincronizzato. Queste caratteristiche fanno di L’età incerta un romanzo nel senso più tradizionale e ortodosso del termine, un’opera che dichiara la propria appartenenza spirituale al passato già con la sua struttura.

Nonostante questa presentazione rischi di farlo passare per un romanzo datato e poco allettante, L’età incerta è in realtà un libro avvincente che deve molto all’abilità e al gusto del suo autore, il quale, con una scrittura che esprime saggezza e conoscenza delle cose del mondo, sa come alimentare la curiosità di chi legge. La trama è semplice e anche l’epilogo non nasconde quasi sorprese, malgrado Hartley abbia provato a dare una sferzata imprevista proprio nel finale con un paio di colpi di teatro (la cosa meno riuscita di un romanzo fino a quel momento senza sbavature, almeno a mio parere); eppure, annunciato quanto lo si voglia, il finale produce comunque un’eco emotiva prodigiosa che si riverbera per alcuni lunghi momenti dopo essere giunti in fondo.

Lo sforzo stilistico maggiore prodotto da Hartley è quello di guardare gli avvenimenti con gli occhi di un preadolescente ormai diventato adulto. È un lavoro di fino che deve stare in equilibrio fra la memoria e l’interpretazione a posteriori da una parte, e il naturalismo psicologico e quello cognitivo dall’altro. Nel complesso il risultato è buono, anzi molto credibile, così come lo è il tentativo di ricreare lo spirito che si instaura a quell’età fra i ragazzi e che si osserva, innanzitutto, nel modo che hanno di parlare, infarcito di prese in giro, nomignoli ingiuriosi e piccole cattiverie gratuite.

Dal punto di vista dei contenuti, L’età incerta è un’opera ricca dove vanno in scena una serie di critiche dirette al sistema educativo tradizionale. Anziché le istituzioni scolastiche, sono le famiglie a rappresentare, in questo caso, luoghi che possono rivelarsi incomprensibilmente ostili, dove bambini e ragazzi, trattati come piccoli adulti, vengono messi nella condizione di non poter comunicare (perché non ascoltati), ritrovandosi isolati e alla mercé delle decisioni altrui. Il punto più basso di questo meccanismo educativo, da cui poi discendono tutte le sventure che colpiscono i personaggi del romanzo, si ha quando bambini e ragazzi vengono coinvolti nelle faccende dei grandi, i quali commettono il doppio errore di approfittarsi della loro ingenuità e, contestualmente, di sopravvalutarla.

Una storia verosimile e senza tempo, custode di una lezione universale sulle tappe della vita, i sentimenti traditi, la perdita dell’innocenza e le responsabilità che ogni adulto ha nei confronti dei più giovani: Leslie P. Hartley ha raccontato tutto questo in un romanzo di grande compostezza stilistica ed emotiva che tuttavia tocca corde finissime lasciando, oltre a un ottimo ricordo, un senso di rinnovata consapevolezza riguardo agli alfabeti nascosti della vita.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte V: Camilleri, “La fine della missione” e “I duellanti”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi chiudiamo la prima parte della nostra rassegna siciliana (ai seguenti link potrete trovare gli altri articoli: #1 #2 #3 #4). Per farlo, vi parlerò degli ultimi due racconti che compongono Le storie di Vigàta e con le quali Camilleri, idealmente, ci porta dal periodo fascista del primo racconto alla caduta del muro di Berlino dell’ultimo.
Nel primo testo intitolato La fine della missione, il penultimo di questa serie dedicata a Vigàta, i protagonisti sono due: uno fisico, Totino Mascarà, e uno astratto, il fascismo domestico.

La storia di Totino viene brevemente riassunta nelle prime pagine del racconto: orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto da una coppia di zii che, alla loro morte, gli lasciano tutta la loro fortuna. Totino nel frattempo studia e diventa avvocato, il più bravo di Vigàta, che ha clienti fino a Palermo. Il protagonista sembra avere tutte le virtù del mondo a eccezione di una: «non s’addecideva a farsi zito», in altre parole non aveva intenzione di sposarsi.
Il secondo protagonista invece riguarda la penetrazione dell’egemonia fascista in ogni ambito della vita pubblica e privata dei cittadini. Ovverosia il controllo totale (tipico, appunto, dei totalitarismi) di tutto il percorso di vita di ogni singola persona “dalla culla alla tomba”.

Nel caso che ci interessa l’ingerenza della dittatura riguarda l’obbligo, presentato come solenne contributo alla Patria, per le coppie sposate di dare molti figli allo Stato. La mancanza di questi non è assolutamente vista di buon occhio, tanto che alcuni personaggi condividono con le loro consorti la frustrazione per non poter accedere ad avanzamenti di carriera proprio perché avere dei figli rappresenta un requisito essenziale.

“«[Il capo di gabinetto] mi fici sapiri che la so ‘ntenzioni era quella di promuovermi al posto di Pascutto, ma che non lo potiva fari».
«Pirchì?».
«Pirchì le disposizioni del partito fascista ordinano che, nelle graduatorie, il maritato senza figli devi essiri mittuto pinultimo».
«E l’ultimo chi è?».
«U’ celibi…»”

Da questa grave ingerenza nelle vite private, gli onesti abitanti di Vigàta cercano di uscirne nel modo per loro più conveniente. Tra le mogli, che a differenza dei loro sposi vivono concretamente il paese poiché, stando a casa tutto il giorno, creano e tessono il vero tessuto sociale della comunità, gira in gran segreto una voce nei riguardi di un miracoloso metodo che permette anche alle donne più sfortunate di rimanere incinte. Per descrivere questo metodo, Camilleri ricorre in maniera comica alla metafora assai allusiva del fucile da caccia: quando l’arma non spara, bisogna procurarsene un’altra che funzioni a dovere. E se nella coppia il cacciatore ha un fucile fuori uso, vien’ da sé che bisogna affidarsi a un altro cacciatore che abbia a disposizione tutte le cartucce.

In questo modo, tra la sala da pranzo e la sagrestia, le pie donne di Vigàta si adoperano affinché i loro mariti ricevano le giuste soddisfazioni dalla vita: chi una promozione, chi un erede e così via.
Ma il giovane Totino Mascarà, col suo bel lavoro da avvocato e la sua presidenza dell’associazione cattolica degli uomini di Vigàta, che ruolo ricopre in questa società segreta tutta al femminile?

Il secondo e ultimo racconto, dal titolo I duellanti, invece ci porta sulle spiagge assolate di Vigàta. I protagonisti, anche stavolta, sono due: Cecè e Michele. Il primo è un ingenuo giovanotto che per vivere fa il muratore d’inverno e il gelataio d’estate, sposatosi in tutta fretta a una donna che lo tradiva; mentre il secondo è… l’amante della moglie di Cecè!
I due si avvicendano sulle spiagge del paese perché, dopo essere stato consigliato dalla moglie di Cecè, anche Michele inizia a vendere gelati nel periodo della stagione estiva, rigorosamente dal primo giorno di giugno all’ultimo di agosto.

Cecè per parte sua, uomo modesto ma col senso dell’onore, non vuole innanzitutto essere sconfitto, anche dal punto di vista lavorativo, dall’uomo che lo ha reso lo zimbello del paese, e poi non vuole vedere scemare i propri guadagni dividendo con un altro venditore la platea di clienti.
Fra i due nasce un vero e proprio duello che vede messe a confronti le menti dei due sfidanti, ognuno preso anima e corpo dal tentativo di inventare la soluzione migliore per attirare il maggior numero di clienti: gelati con la sorpresa, gelati in abbonamento, gelati multipli, gelati per i padri, per le madri, per le famiglie piccole e grandi, gelati estratti a sorte, coi numeri della tombola… insomma, le provano davvero di tutti i colori tanto che, in una delle cabine dello stabilimento Nettuno viene imbastita una piccola sala scommesse.
Come conseguenza delle molte altre strategie che i duellanti usano per sconfiggere l’avversario, si arriva perfino a scomodare il podestà di Vigàta che, preso dalla disperazione, accetta il folle tentativo di organizzare una giuria popolare, composta di cento persone, che dovrà giudicare in tutta sincerità qual è il gelato più buono fra i due e decretare in questo modo e per sempre il vero vincitore.

In un passaggio davvero ben fatto, Camilleri ci mette davanti alle estreme conseguenze, davvero tragicomiche, delle procedure che la Pubblica Amministrazione mette in atto per assicurare la correttezza del giudizio che sarebbe avvenuto il quindici settembre, l’ultimo giorno della stagione balneare (prorogata a causa del grande caldo):

«Usanno le guardie comunali, il potestà avvirtì a tutti e cento che si dovivano apprisintari il quattordici sira, alle setti e mezza, al cinema tiatro “Splendor”. L’assenti sarebbiro stati esclusi dalla giuria. Dintra allo “Splendor” avrebbiro mangiato (cena offerta dal comune) e dormuto nelle pultrune della platea che erano commode. Sarebbi stato proiettati, a gratis, un film di Tarzan. L’indomani a matino la giuria sarebbi nisciuta alle dieci dallo “Splendor” scortata dalle guardie comunali per evitare scappatine nei bar lungo il percorso. […] La giuria fu assistimata davanti al “Nettuno”. La banna minucipali vinni disposta di lato. Il pubblico si shcierò davanti alle gabine e le guardie comunali faticaro a lassari ‘no spazio per i tricicli di Cecè e Micheli. All’unnici spaccate la banna attaccò “Giovinezza, giovinezza”, l’inno fascista, che fu cantato da tutti ‘n coro. Alla fine, il podestà detti il via al duello finali.»

Il risultato del duello, ovviamente, lo saprete solo leggendo questo imperdibile racconto. Vi basterà però sapere che, nonostante il risultato, Cecè e Michele hanno continuano a sfidarsi ben oltre il periodo fascista, fino a raggiungere, in età anziana, un delicato equilibrio fra il rispetto per l’avversario e la rivalità ardente.

Di feste del papà e di letteratura: “Papà Gambalunga” di Jean Webster

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo odierno desidero affrontare in un colpo solo due tipologie di testo che occupano una parte rilevante della produzione letteraria moderna: il romanzo epistolare e il romanzo per ragazzi (che oggi definiremmo young adults o giovani adulti).

L’occasione mi viene fornita da un classico statunitense che ho riscoperto da poco: Papà Gambalunga, ad opera di Jean Webster, in una piacevole edizione della Caravaggio Editore e a cura di Enrico De Luca.
La trama dell’opera, sicuramente già nota a molti di voi grazie all’omonima serie animata degli anni ’90, riguarda la giovane Jerusha (Judy) Abbott, una ragazza orfana che riceve da un misterioso benefattore l’opportunità della sua vita: lasciare per sempre l’istituto dove vive per frequentare il college. L’anonimo filantropo, della cui persona Judy riesce a vedere solo l’ombra deformata dai fari di un’auto e che le ispirerà il soprannome, non vuole alcunché in cambio ad eccezione di un biglietto di ringraziamento una volta al mese. Questi biglietti da subito si trasformano in vere e proprie lettere nelle quali Judy, gradatamente, inizia descrivendo la sua routine ma finisce confidando i suoi pensieri più profondi.

Jean Webster

Il romanzo epistolare, nella sua forma frammentaria, si presta eccellentemente alle esigenze narrative di Webster. Innanzitutto per la sua adesione alla realtà: Judy deve scrivere delle lettere e proprio queste sono riportate nel testo, creando una catena di singoli episodi. Secondo poi, la forma del testo che procede in questo modo permette a chi scrive di rappresentare tutti i risvolti della trama per vie traverse e originali di per sé, lavorando sui vuoti anziché sui pieni; mentre a chi legge permette di immergersi maggiormente nell’atmosfera del romanzo, grazie a una maggiore stimolazione della fantasia che riempie gli spazi lasciati tra una scena e l’altra.

Sul versante della letteratura per ragazzi, invece, Webster descrive magnificamente il trionfo dell’ingenuità, della spensieratezza ma anche l’importante processo di maturazione che riguarda tutti noi. Gli anni del college, cioè quelli compresi tra i 17 e i 21 anni circa, sono gli anni in cui dobbiamo mettere a fuoco chi siamo, quali sono i nostri principali punti di forza e come impiegarli all’interno di un disegno di vita coerente e soddisfacente per noi stessi. Tutto questo, nella descrizione del personaggio di Judy, appare chiaramente nelle sue lettere. Superata l’iniziale euforia per il nuovo mondo nel quale è stata catapultata, la giovane ragazza determina in maniera sempre più cosciente e matura quale sarà il suo destino e di ciò mette regolarmente al corrente il sempre più affezionato Papà Gambalunga.

Fanno parte, parimenti, dello sviluppo narrativo, anche altri personaggi secondari: a partire da Sally McBride (protagonista del seguito di questo romanzo, cioè Caro Nemico), poi Julia Rutledge-Pendleton e suo zio Jarvis. Questi personaggi, di cui ognuno incarna una determinata caratteristica, si alternano guadagnando più o meno spazio all’interno delle lettere di Judy, sino a giungere al gran finale che, se siamo stati lettori accorti, non ci coglie così tanto di sorpresa.

Papà Gambalunga rappresenta quindi un romanzo per ragazzi, un romanzo epistolare e allo stesso tempo un romanzo di formazione. Un testo che ritengo debba essere presente sulla scrivania di ogni ragazzo o ragazza alle prese col proprio sviluppo emotivo e psicofisico. Un testo nel quale ci accorgiamo che molte difficoltà dovremo affrontarle da soli, che nel corso della nostra maturità possiamo incontrare nuovi amici e scartarne altri; un romanzo dove ci viene insegnato che chi ci ama davvero, anche se da lontano, trova sempre il modo di aiutarci e di farci sentire la sua vicinanza.
Anche perché, in fondo, a tutti farebbe piacere avere un Papà Gambalunga!

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?