È facile dire ‘assassino’ quando sei già dannato: “Gli osservati” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Dopo Il caravan, romanzo con cui si è fatta conoscere in Italia lo scorso anno, quest’estate Jennifer Pashley torna in libreria con il suo nuovo thriller Gli osservati, pubblicato sempre da Carbonio Editore nella traduzione di Anna Mioni.

Spring Falls, Stato di New York. Una segnalazione anonima avverte l’agente Kateri Fisher di andare a vedere cosa è accaduto nella proprietà dei Jenkins, nei boschi alla periferia della cittadina. Giunta sul posto Kateri si rende immediatamente conto che deve essere accaduto qualcosa di tragico, ma la scoperta più scioccante è il ritrovamento di una bambina chiusa in un ripostiglio in stato di shock. Chi ce l’ha messa e perché? Dov’è la sua famiglia? Nel terreno della proprietà vengono quindi rinvenute delle ossa semicarbonizzate, probabilmente umane. Probabilmente appartengono alla madre della bambina, Pearl. Ma chi ha potuto commettere un gesto tanto atroce? I Jenkins sono tra le famiglie più sbandate di Spring Falls; crimini, debiti e degrado segnano le esistenze di tutti loro, e non sarebbe una novità che con un background del genere si abbiano dei rigurgiti di violenza derivanti da antichi conti in sospeso. Ad attirare l’attenzione dell’agente Fisher e del suo collega Hurt è però la figura di Shannon Jenkins, il figlio maggiore della presunta vittima, del quale si sono perse le tracce. A ben guardare, Shannon è forse quello che poteva avercela di più con Pearl, donna problematica affetta da depressione cronica e dipendente dalla droga, e il fatto che sia sparito dalla circolazione non depone a suo favore. E poi c’è Birdie, la bambina, del quale in paese nessuno sapeva niente. Possibile che Pearl e Shannon l’avessero tenuta segregata in casa per tutto quel tempo occultandola al resto del mondo? Da chi dovevano nasconderla?

«Ce n’è uno in ogni città. Un solitario. Un outsider. Uno sconosciuto che è fuori posto; qualcuno che è piovuto in paese, sconnesso da chi è lì da generazioni. In qualche caso il forestiero rimane e impara ad adattarsi, e dopo anni nessuno più lo considera strano. A volte si cerca di trattenerlo, come per catturare un giovane daino che traballa ancora sulle zampe affusolate. Ma a un certo punto, sai che se ne deve andare. A un certo punto molli la presa e il daino segue il suo istinto. Fa quello per cui è nato.»

Con Gli osservati Jennifer Pashley riprende l’esplorazione della provincia rurale americana e dei suoi crimini. Ancora una volta quella del disagio sociale è la lente attraverso cui sceglie di osservare le distorsioni individuali e collettive che sono alla base delle sue storie. I personaggi che le animano sono individui ai margini, scarti sociali, persone alle quali la vita ha quasi sempre negato una seconda possibilità. Il crimine, la possibilità di ricorrervi è, nelle loro mani, uno strumento come qualunque altro. Non è una coincidenza né un caso né una scelta; per loro sembra quasi un destino, come se fossero stati marchiati a fuoco fin dalla nascita. Forse è proprio questo il tipo di lettura di cui Pashley ha maggiore esperienza, questo sulla pagina appare e fa la differenza. L’imprimatur che Jennifer Pashley dà ai suoi personaggi è forte. La sua capacità non si limita a modellare per loro dei caratteri ben definiti, ma arriva a fare di quei caratteri la voce stessa dei personaggi rendendo ciascuno di essi perfettamente riconoscibile nella propria individualità. Questo per dire che, sebbene i personaggi principali degli Osservati incarnino molti degli stereotipi tipici del giallo (il poliziotto tormentato con un passato nebuloso, il collega-amico con i sentimenti in bilico, il capro espiatorio che concentra sulla sua testa tutte le iatture del mondo), Pashley riesce comunque a dargli spessore con delle opportune iniezioni di personalità rendendo interessante la loro parte.

La sua predilezione per le trame provenienti dal mondo LGBTQ+ porta con sé profili di personaggi che si caratterizzano anche per il loro orientamento sessuale. Nonostante sia una storia ambientata in provincia, Pashley, come accade regolarmente nella narrativa americana, scava sotto la pelle di gay e lesbiche consegnando un loro ritratto a tutto tondo, e quindi più realistico, dove la notazione sessuale è solo un dato di fatto dal quale partire e non un evento da indagare a monte, magari facendo pure della scadente dietrologia psicopedagogica.

Jennifer Pashley © Martirene Alcantara

La trama del romanzo è avvincente, la sua struttura decisamente più solida di quella del Caravan nel quale, nonostante il piacevole ricordo che mi ha lasciato, avevo avvertito qualche scricchiolio. Un giallo è un’architettura, un meccanismo a orologeria dove tutto deve corrispondersi e integrarsi alla perfezione; dal punto di vista tecnico è uno dei generi che permette meno variazioni e anche il dettaglio più piccolo, se non si incastra o peggio ancora se non funziona, è come una trave nell’occhio in chi legge. Nel suo nuovo romanzo, Pashley ha mantenuto solo gli elementi funzionali allo svolgimento e ha fatto un buon lavoro sulla messa a punto degli ingranaggi. A essere rigorosi e pedanti, qualche nodo poteva ancora essere sciolto, ma questa valutazione non incide sulla buona – molto buona – qualità complessiva del libro.

La scrittura, ancora più pulita e nitida di quanto ricordassi, testimonia la crescita generale di Jennifer Pashley come scrittrice. Negli Osservati ha rinunciato ai brani più letterari che creavano i begli intarsi stilistici nella prosa del Caravan a favore di una scrittura più scarna e concisa. Anche in questo caso la scelta funziona. Il romanzo deve infatti una parte importante della sua fluidità a come l’autrice ha impostato la pagina, a come e dove le parole vanno a posizionarsi. Asciutta e composta, il prototipo di una pagina degli Osservati è un’alternanza pressoché stabile di brevi descrizioni e dialoghi snelli ben cadenzati.
Confermato, invece, il punto di vista sdoppiato sui fatti. La messa a punto maggiore si osserva proprio in questo caso; se infatti nel Caravan tale scelta aveva esposto il romanzo a un auto spoileraggio, questa volta Pashley è stata più accorta e la storia, pur procedendo su due binari, mantiene integra la suspence prendendosi maggiormente cura delle aspettative e delle esigenze di chi legge.

L’unica vera osservazione che faccio riguarda la trovata dickensiana del finale. Va bene, può starci, ma il personaggio che ne è l’ispiratore rimane forse troppo al buio, volutamente non si sa niente di lui e questo inficia la credibilità del suo gesto – anche se dall’altra parte lascia liberi di ricamare con l’immaginazione. Qualche dettaglio in più avrebbe reso felice l’istanza comportamentista della mia parte razionale – sulla quale, in questo caso, posso tuttavia passare rapidamente sopra. Da Jennifer Pashley continuo infatti a ricevere belle impressioni, quasi solo belle impressioni. Impressioni che, quando e se si sedimentano, diventano bei ricordi. E se un libro ne lascia, di bei ricordi, allora vuol dire che è un buon libro e che chi l’ha scritto vale.

“La lingua perduta delle gru” di David Leavitt: revival della New York gay degli anni ’80

Di Andrea Carria

Quando uscì a metà degli anni ’80, La lingua perduta delle gru era il primo romanzo di un giovane e sorprendente scrittore che doveva ancora essere etichettato. Alla fine, minimalista fu l’aggettivo che sembrava meglio rappresentare il suo stile, e si impose sugli altri; ancora adesso, navigando su Internet, capita di trovare il nome di David Leavitt abbinato a questa corrente letteraria malgrado sia stato lui stesso a rifiutare tale associazione, e personalmente concordo con lui: il minimalismo è un’altra cosa.

Non credo che questo romanzo abbia bisogno di presentazioni; forse però il tempo non ha mancato di svolgere il proprio lavoro nemmeno questo volta e quindi i più giovani possono anche non averne mai sentito parlare. Io stesso – che nel 1986 quando uscì ero… cioè non ero proprio niente, e che all’argomento ho dedicato anni di letture – l’ho incontrato abbastanza tardi. La presentazione – stringata, la mia, ma che nell’edizione mondadoriana in mio possesso è uno scritto centratissimo di Fernanda Pivano – potrebbe essere la seguente: romanzo cult per la comunità gay americana degli anni ’80, La lingua perduta delle gru ruota interamente intorno al doppio coming out che travolge quella che all’apparenza è una normalissima famiglia della media borghesia newyorkese. A rovesciare il vaso di Pandora è Philip, giovane redattore da poco diventato indipendente che decide di parlare del suo vero orientamento sessuale ai genitori solo dopo aver conosciuto Eliot, il ragazzo che ama e con cui spera di costruire qualcosa insieme. La sua confessione avrà delle conseguenze inaspettate. Rose, la madre, ha delle forti resistenze ad accettare la vera natura del figlio, ma presto i suoi pensieri tempestosi passano da quest’ultimo al marito Owen, che dalla sera in cui Philip ha fatto coming out non è più lo stesso.

L’omosessualità è sia il tema sia il contenitore del romanzo. Contenitore nel senso che contiene, delimita, esaurisce ogni direzione che prende la storia. Da questo punto di vista, La lingua perduta delle gru non è un testo centrifugo. I rivoli che sgorgano da un romanzo di oltre trecento pagine come questo possono essere molti e potrebbero andare veramente in ogni direzione, eppure non è questo il caso; al contrario essi confluiscono tutti verso il medesimo punto, il quale è anche la sorgente del libro, ovvero la sua ragion d’essere. Contenitore, infine, lo è anche in senso scenico, visto che le ambientazioni del romanzo sono tutte circoscritte a New York e agli storici luoghi di ritrovo omosessuali dell’East Village degli anni ’80.

Nonostante ciò il romanzo non comunica un senso di claustrofobia; l’effetto circoscrivente creato dalla scrittura di Leavitt suggerisce piuttosto un’idea di ordine, una volontà di (ri)mettere le cose al giusto posto. Una conseguenza secondaria degli anni di Reagan e della Thatcher o forse, più probabilmente, la fotografia che documenta l’evoluzione sociale allora in atto: dopo Stonewall, ecco la comunità gay newyorkese che si riorganizza intorno a vecchi e nuovi locali e che continua a subire il fascino della trasgressione, ma che adesso, allo stesso tempo, è impegnata soprattutto a gettare le basi per la costruzione di una nuova quotidianità di coppia fatta di lavoro, divertimento e di serie prospettive di convivenza da rinsaldare e allargare ogni giorno che passa.

Dei rivoli che citavo sopra, uno dei maggiori è forse quello che assume i contorni dello scontro generazionale in seno alla comunità gay – un passaggio di consegne che è sempre un po’ anche una resa dei conti. I giovani raccolgono i benefici delle lotte di chi li ha preceduti; dalla vita si aspettano di più e non vogliono più accontentarsi. Vivere per quello che si è non fa paura come una volta, né fa paura gettare sguardi audaci sul futuro. Sogni, progetti, desideri, nuovi diritti da conquistare: il loro orizzonte appare chiaro ed è scandito da queste parole. Lo spettro della solitudine, ormai, continua ad assillare solo chi non ha mai fatto pace con sé stesso e i codardi. E quei genitori (la maggioranza, sembra di capire) che non sono in grado di comprendere la natura dei propri figli, né tanto meno di supportare le libere scelte che quella stessa loro natura comporta.

In controluce rispetto a questa rinnovata voglia di vivere, come una nuvola che transita davanti al disco solare in un cielo altrimenti limpido, si staglia la sagoma tragica di chi a suo tempo non ce l’ha fatta, di quegli omosessuali che invece di combattere decisero di negarsi. Le pagine più toccanti del romanzo sono quelle in cui i giovani dimostrano con i fatti alla generazione dei loro padri che la bugia è solo una scelta e che a credere nel contrario si sono sempre sbagliati. Senza giudicare o indurre gli altri a farlo, Leavitt mette magistralmente in scena la tragedia degli omosessuali non dichiarati di mezza età quando per loro arriva il momento di fermarsi a guardare la propria vita e non trovano niente. La lucidità, il tatto, l’intelligenza e la sapienza scrittoria con cui l’autore ha narrato un tema così complesso sono degne di ammirazione, e in generale sono qualità che destina a tutte le scene topiche del romanzo comprese quelle di coming out, a mio parere tra le più riuscite dell’intera letteratura gay contemporanea.

Grazie alla misura e alla compostezza stilistica che sono a tutti gli effetti il marchio della sua prosa, con La lingua perduta delle gru David Leavitt ha mostrato uno spaccato sociale e psicologico incredibilmente convincente che non ha bisogno di orpelli. Forse è proprio questa mancanza di fronzoli – sia retorici sia linguistici sia strutturali –il richiamo maggiore di Leavitt al minimalismo, tuttavia anche riguardo a questo c’è da specificare. Il romanzo si caratterizza per una trama distesa e avvolgente in cui niente viene sacrificato o dà l’idea di esserlo. L’autore si prende la libertà di decidere i tempi e il ritmo della narrazione, di spaziare nella cronologia dei fatti, di indugiare su aspetti o situazioni precise fino a includere una sottotrama dotata di una propria autonomia e che dà il titolo allo stesso romanzo.

Se da una parte tutto ciò dilata la storia, dall’altro ne cementa la tenuta. Così, pur nella sua densità di fatti, resoconti e aneddoti, pur nella sua rilassatezza e morbidezza data da una scrittura che sembra avere il tempo dalla sua parte, La lingua perduta delle gru risulta essere un romanzo compatto che però sa accogliere il lettore fino a fargli spazio, fino a inglobarlo, per poi richiudersi elegantemente sopra di lui come una coperta; una calda coperta fatta di parole, gesti e umanità.

Uno schiaffo all’omofobia: “La memoria del corpo” di Carlo Deffenu

Di Andrea Carria

Non era nei miei programmi scrivere questo articolo oggi. Non lo era nemmeno finire a quel modo il libro di cui sto per parlarvi: una lettura che si è impossessata di me e del mio tempo impedendomi di alzare gli occhi dalla pagina. Letteralmente. Non era mia intenzione neanche far coincidere l’inizio e la fine di questa lettura nello stesso giorno: avevo altro da fare, altro a cui dedicarmi, e comunque, dopo un po’ che si sta leggendo, è normale avvertire il bisogno di interrompere per riposare gli occhi e la mente, e riprendere più avanti. È così per il 99,9% dei libri che leggo, non so voi, e niente mi lasciava presagire che con La memoria del corpo di Carlo Deffenu (Alter Ego Edizioni, 2018) sarebbe stato così diverso.

Sono in difficoltà a scrivere questa recensione, se così vogliamo chiamare queste mie parole: temo infatti che ogni cosa dirò possa sottrarvi il piacere della scoperta. Non so quindi bene quale piega prenderà il mio discorso, quali aspetti evidenziare e quali altri tacere, come rendervi partecipi di ciò che ho provato io senza fare spoiler o cadere nel retorico. Dovrò fare uno sforzo ulteriore e concentrarmi, ricordando che almeno per questa volta il mio interesse principale non è esprimere un giudizio letterario su questo libro bensì convincervi a leggerlo.

Sarebbe facile presentare La memoria del corpo come un romanzo di genere; lo è, su questo non c’è possibilità di sbagliarsi, tuttavia l’orizzonte che abbraccia è molto più vasto e il messaggio che trasmette non è stato pensato per rimanere chiuso dentro a un recinto. La storia maledetta di Sebastiano è il romanzo interrotto di tanti giovani uomini e donne vittime dell’odio e della violenza. Vittime dell’omofobia, una parola di cui, se non altro, ormai tutti conoscono il significato. A raccontare questa storia è Elsa, la madre di Sebastiano, una donna capace di una forza e di un coraggio infiniti, una mamma leonessa disposta a sacrificare ogni cosa cominciando proprio da sé stessa. Il suo diario è la chiave per accedere alla stanza segreta del figlio, per accedere alla sua vita di giovane uomo libero. Una vita – la sua – vissuta alla luce del sole più di tante altre, segnata da un coming out precoce e sempre riscaldata dall’amore. Elsa lo ha amato davvero, il suo Sebastiano; lo ha amato come ogni madre ama il proprio figlio, ma ha anche fatto qualcosa che non tutti i genitori che amano riescono a fare, e cioè rispettare i propri figli per ciò che sono.

«Sebastiano mi ha insegnato più di quanto io avrei voluto imparare. Mi ha spinto contro il muro della mia ignoranza e mi ha obbligato a mettermi in discussione. Lui non era un giocattolo da vestire, esibire, riempire di cose inutili. Lui sapeva amare, scegliere, determinare il suo piccolo mondo. Mi è stato maestro, e io, madre presuntuosa e cieca, mi sono dovuta arrendere per accogliere tra le mie braccia il vero volto che avevo partorito maledicendo il mondo.»

La memoria del corpo è una fiction ben riuscita, un buon compromesso fra invenzione e verosimiglianza dove si intuiscono suggestivi barlumi presi in prestito dalla vita reale. La tenuta del romanzo è solida, la struttura snella, coerente e sempre presente a sé stessa; i personaggi principali risultano ben caratterizzati e riescono nel compito tutt’altro che scontato di farsi amare da chi legge. Lo stile impiegato è quello della narrazione pura e, fatto salvo qualche espediente narrativo meno camuffato di altri (di cui comunque ci si dimentica presto) e qualche altra cosuccia qua e là, l’autore a mio avviso ha creato un’opera equilibrata e davvero meritoria, su cui (e non capita spesso) la pretenziosità non ha gettato nemmeno mezz’ala d’ombra.

Il romanzo di Deffenu esalta il valore della libertà e rivendica il diritto di ogni individuo ad autodeterminarsi scegliendo liberamente della propria vita. L’omofobia, al contrario, non riconosce alle persone gay e lesbiche questa libertà e usa la violenza (sia fisica che verbale) per scopi repressivi o persecutori. Le forme più edulcorate di omofobia mettono tra parentesi la violenza e si appigliano a pseudo argomentazioni di ordine morale, etico, religioso, pedagogico e addirittura parascientifico, per ricordare a chi se lo fosse dimenticato che esiste un’unica via e che tutto il resto o è disturbo o è depravazione. “Malattia” e “moda” sono le interpretazioni che a oggi resistono di più fra i benpensanti, i quali – forse dimentichi che l’American Psychiatric Association non consideri l’omosessualità un disturbo psichiatrico dal 1974 e che l’OMS l’abbia cancellata dal proprio elenco delle malattie mentali nel 1990 – oggi si arrangiano a dare la colpa al mancato allattamento al seno, ai vaccini (quasi un dovere ricordarlo in tempi di pandemia), oppure stabiliscono un collegamento assurdo e del tutto arbitrario tra essa e la pedofilia, come dimostrato dalla feroce propaganda aizzata di recente dal governo polacco, con tanto di cariche della polizia, contro la comunità LGBTQ locale.

Tutto questo per ricordare quali reazioni ancora suscita – nel 2020, quando nei supermercati si trovano i croccantini senza glutine pensati per il benessere di cani e gatti – il diritto a essere sé stessi, e di conseguenza a stare bene con la propria identità, di certe minoranze di persone.

«Se il mio amore è nero e sporco, se il mio amore è inutile e maledetto, se il mio amore è l’ombra di un cane randagio… se è tutto questo, come posso continuare a vivere senza sputarmi in faccia?»

Quando, nel romanzo, Sebastiano fa il suo ingresso nell’età adulta con le idee chiare riguardo al proprio orientamento sessuale, non fa altro che affermare sé stesso. Non sceglie niente perché non è nella condizione di poterlo fare, eppure quello sulla scelta è uno dei fraintendimenti più comuni che intossicano il dibattito sull’omosessualità. Per avere una scelta, è necessario che due alternative siano equivalenti o si trovino quantomeno sullo stesso piano. Inoltre, si ha una vera scelta fra due possibilità quando, a prescindere da quale prevarrà alla fine, nessuna delle due può interferire con l’essenza di una persona. È proprio per questo che parlare di scelta riguardo all’omosessualità è un errore concettuale: non si può scegliere qualcosa che va contro sé stessi, non si può scegliere di essere qualcuno di diverso da ciò che si è. Non si sceglie di essere gay più di quanto non si scelga di avere i capelli di un certo colore (e anche in questo caso non ci sarebbe comunque niente di male o di sbagliato); lo si è anche quando lo si ignora o si finge il contrario, e da tutto questo ognuno trae le sue conclusioni. Mi dispiace, ma su questa parola finisco sempre per dissentire. La scelta, per essere tale, deve prevedere un’alternativa diversa ma percorribile fino in fondo per la persona che si è veramente. È una parafrasi un po’ lunga, ma è l’unica possibile per descrivere e comprendere il vero significato della parola scelta, la quale non può che essere anche libera. Per chi è gay o lesbica, l’opzione di una vita che rispetti le consuetudini sociali non è una scelta, tanto meno una scelta libera, perché non costituisce un percorso che lui o lei possono imboccare per quello che sono davvero; è invece una censura, una castrazione che si autoinfliggono, o meglio una censura e una castrazione che loro stessi, spesso, si lasciano infliggere dagli altri. Le cose forse potrebbero cambiare se tutti (meglio molti, è più realistico) cominciassero a vedere l’omosessualità per quello che è davvero: un destino come un altro. Un destino che riconosci come tale prima di esserne pronto, e l’unica cosa che puoi decidere quando capisci che riguarda proprio te è se accoglierlo oppure combatterlo, tuttavia le cose non cambieranno per questo.

La storia di Sebastiano – una storia sorprendente, dolorosa, piena di vita, e che Carlo Deffenu racconta con bravura ed eleganza – è anche una storia che fa il punto sui passi avanti compiuti dalla rivendicazione dei diritti gay nella società italiana degli ultimi trent’anni. Dal larvatus prodeo degli anni Novanta, ai timidi sprazzi di visibilità dei primi anni Duemila, fino ai più recenti ribaltoni mediatici. Sassari e la Sardegna sono al tempo stesso la cornice e il patibolo di questo dramma. Un’isola tragica e bellissima, prigione naturale o paradiso a seconda dei punti di vista, ma pur sempre a due facce: ponte verso il resto del mondo e la modernità e, nello stesso momento, fortino inespugnabile di un’identità proterva, scolpita nel granito e lavata spesso col sangue. Ciascuna di queste due Sardegne ha il proprio focolare. Da una parte la campagna, ancora avvinghiata ai propri pregiudizi, brutalità e paure (a Capoterra come anche nel Wyoming o nello Yorkshire, tanto per citare due famosi esempi cinematografici); dall’altra la città, con la tolleranza di Sassari, le opportunità di Cagliari e la libertà di scegliere – questa volta sì – se vivere pubblicamente la propria storia o se, invece, scomparire nell’anonimato.

La memoria del corpo è un’opera densa di significati, una lettura su più livelli che sa come riunire intrattenimento e impegno. È un romanzo ma anche un appello, una rivendicazione, una denuncia, un grido, una protesta, nonché il riflesso di un’Italia tutt’ora indietro rispetto a sé stessa. Credo che l’apprezzamento di questo libro sia condizionato dalla vicinanza al tema, per cui la mia valutazione può non essere obiettiva. Starà a voi lettori e alla vostra sensibilità ricalibrare le impressioni che vi avrò suggerito con questo articolo. Lo ribadisco pure adesso prima di lasciarvi: il mio obiettivo oggi non era vestire i panni del critico oggettivo e ponderato, ma quelli di chi è stato illuminato da una scheggia di bellezza e punta tutto sulla persuasione per far sì che la medesima esperienza possano viverla anche le altre persone. Spero proprio di esserci riuscito e che vogliate fidarvi di me. Che siate madri, padri o figli, La memoria del corpo e Carlo Deffenu hanno qualcosa da dire a voi e a voi soltanto. Solo che ancora non sapete di cosa si tratti.

This is not America: “Il caravan” di Jennifer Pashley

Di Andrea Carria

Ogni libro ha un proprio periodo dell’anno; ce ne sono alcuni che hanno una stagione dentro ed è in quella che desiderano essere letti. Ero in cerca di un bel libro che sapesse di estate e sotto questo punto di vista Il caravan, primo romanzo di Jennifer Pashley (pubblicato lo scorso luglio da Carbonio Editore, collana “Cielo stellato”, traduzione di Anna Mioni), non ha tradito le mie attese.

Sudest degli Stati Uniti, giorni nostri. A South Lake le serate si sprecano nei bar e i dolori si annegano nell’alcol. Da quando ha perso la propria bambina in uno sciagurato incidente domestico, la ventitreenne Rayelle Reed segue alla lettera questo codice di comportamento; la sua famiglia e il resto della comunità le hanno dato esempi molto concreti in tal senso. È giovane ma dalle sue parti l’età è relativa; più che un conto è un compromesso fra noia e abbandono, per cui non ha tutti torti a pensare quello che pensa, e cioè che difficilmente si salverà. Le persone che più contavano nella sua vita non ci sono più, se ne sono andate: non solo sua figlia Summer, la perdita più grave che potesse subire, ma anche il proprio compagno Eli, la cui storia insieme non ha più potuto funzionare, e l’adorata cugina Khaki, colei che ha iniziato questa brutale serie di addii fuggendo di casa.

Come contraltare di una realtà così gretta, provinciale e meschina, la speranza in una seconda occasione è il miraggio che tiene a galla le vite di molti, laggiù. Gli sconfitti come Rayelle si guardano bene dal rivelarlo a sé stessi o agli altri (ogni giorno sulla strada gli animali finiscono sotto alle ruote delle auto per molto meno), eppure chi non è ancora perduto del tutto è obbligato a coltivare questo pensiero in segreto per mantenersi vivo. Rayelle non fa eccezione, ma quando l’opportunità che attende le si presenta quasi non la riconosce. Si chiama Couper, ha un discreto fascino, un nutrito catalogo di matrimoni falliti alle spalle e sta viaggiando di Stato in Stato con un caravan attaccato alla sua Gran Torino. Dice di essere un giornalista e di stare indagando sulle sparizioni di alcune ragazze, ma per Rayelle è soprattutto un uomo con cui passare una notte, e pazienza se per età potrebbe essere suo padre.
Quella notte si trasforma in un’intera estate. Di giorno Rayelle siede sul sedile passeggeri della Gran Torino e fa da assistente a Couper nella sua indagine, quando si fa buio divide con lui il piccolo letto del caravan. Non passa molto tempo prima che da questa strana convivenza spunti una piccola ma salutare ritualità domestica che, se non rimedia al passato, almeno ne lenisce il tormento. C’è perfino spazio per qualche sogno, l’importante è farselo bastare come tale. Il sole che spiove su quello squarcio di America sembra proprio voler regalare ai due amanti una vacanza dalle loro vite incasinate, eppure sia Rayelle che Couper sanno che nessuno dei due è la soluzione ai problemi dell’altro. La storia di un’estate non potrà riempire il vuoto che la ragazza ha dentro; prima o poi Couper se ne andrà e lei rimarrà di nuovo sola con i suoi fantasmi. Con un po’ di fortuna questa avventura potrebbe però ancora permetterle di scoprire dove si è cacciata sua cugina. Gli indizi che lei e Couper hanno raccolto sulle ragazze scomparse non sono confortanti, la polizia ancora non sa di avere a che fare con un serial killer, ma forse non è ancora tutto perduto e per Khaki può ancora esserci speranza. L’unica cosa che adesso conta è trovare il killer prima che lui trovi lei…

Come si evince dalla trama, Il caravan è sostenuto da una serie di premesse e circostanze importanti che lo proiettano nel solco della fiction realista. Jennifer Pashley investe molto nella ricostruzione della provincia americana e si sforza di trascinare il lettore nei grandi spazi aperti e nelle cittadine polverose e dall’aria stagnante che sfilano dietro ai vetri della Gran Torino, riuscendo a centrare il risultato con immagini vivide e neanche troppo stereotipate. Nonostante l’ambientazione che si è scelta per il suo primo romanzo sia una delle più logorate dall’uso, l’autrice ha fatto il possibile per non rimanere impigliata nelle solite inquadrature da film TV e alcuni degli interludi più originali a cui è ricorsa l’hanno premiata, svecchiando l’immagine appiattita che si è soliti importare dell’America.

«In una piccola città non si sfugge a niente. La città sa tutto, ma mai abbastanza. Sa di tutti i ragazzi con cui sei andata a letto, ma non quali di loro amavi. La gente si limita a ricostruirti dai frammenti, dagli scorci di te che ha intravisto in giro […]».

La sua scrittura trae la propria forza e bellezza dall’acceso contrasto che si concretizza sulla pagina. Lo squallore e la crudezza che lo sguardo di Rayelle cattura senza esprimere giudizi sono controbilanciati da schegge di inatteso lirismo e brani di acuta espressività. Il romanzo parla di vite reiette, di violenza domestica, di disagio postindustriale, ma lo stile scelto da Pashley per raccontarlo non si avvale di forme altrettanto torbide. I bambini e le bambine si divertono a fare i magnaccia, imparano il sesso per gioco imitando gli adulti, e a volte muoiono in stupidi incidenti; durante l’adolescenza molte ragazze hanno la loro prima gravidanza, e se non possono permettersi di tenere il bambino vanno ad abortire come andrebbero a farsi un tatuaggio; succede tutto questo nella provincia americana raccontata da Jennifer Pashley – una provincia religiosa, cristiana, ma senza redenzione –, eppure la sua scrittura non ferisce nemmeno una volta; se possibile, al contrario, essa cerca di curare, quasi come se il primo rimedio contro una realtà tanto cruda stia nella ricercatezza dello stile, nella sobria eleganza del linguaggio.

Se questi erano i punti di forza del romanzo, le caratteristiche che incidono più positivamente sul suo giudizio, le poche criticità che ho riscontrato riguardano quasi tutte lo sviluppo della trama. Il caravan non è un giallo né un poliziesco, ma Pashley ha forse investito troppo sulla componente investigativa del suo romanzo per scegliere una struttura narrativa che richiede lo svelamento dell’identità del killer dopo poche pagine. Il lettore viene spiazzato da questa verità giunta troppo presto e all’improvviso, e fa tutto ciò che è in suo potere per trovare un’altra spiegazione e intorbidire le acque, ma inutilmente. L’autrice ha predisposto per lui un percorso completamente diverso che prevede di seguire Rayelle e Couper mentre si avvicinano alla verità e regolano i conti con un killer ignoto a loro soltanto. Si tratta di uno svolgimento insolito e con una discreta percentuale di rischio; alla fine il lettore non si pente di averlo seguito perché la storia trova comunque il modo di farsi apprezzare sotto altri punti di vista, tuttavia i limiti di questa scelta producono le loro conseguenze e Pashley, secondo me, avrebbe potuto irrobustire altri elementi della trama per compensare la mancata suspense (eh sì, il finale è un po’ troppo annunciato…).

Come però ho detto il romanzo si fa perdonare in altro modo. Uno degli elementi più interessanti è lo sguardo tutto al femminile sugli eventi e sulle cose. Non ci sono né buoni né cattivi, ma quando una donna decide di fare del male non deve necessariamente vestire i panni della femme fatale; nel Caravan le donne possono essere davvero violente e perfino mortali, vanno in giro in pick-up e sfidando gli uomini sul loro stesso terreno, quello della delinquenza, in un confronto che mette in dubbio la presunta superiorità maschile arrivando a tingersi dei colori della parità di genere e dell’autodeterminazione della comunità LGBTQ. Anche qui certi passaggi scricchiolano un po’ – il realismo che ho elogiato prima nei riguardi dell’ambientazione e del contesto in questo caso avrebbe avuto bisogno di qualche accortezza in più –, eppure la prospettiva rimane interessante, colpisce per le sue intenzioni innovative e dietro di sé potrebbe comunque lasciare una scia.

Credo che del suo esordio romanzesco Jennifer Pashley abbia fatto bene a ritenersi soddisfatta (l’edizione americana è del 2015 e per questo romanzo ha ricevuto riconoscimenti e premi), e così credo che debbano esserlo oggi i suoi lettori italiani. Il caravan è un romanzo capace di intrattenere ma, a differenza di una semplice lettura estiva, non si esime dall’abbandonare la superficie delle cose per calarsi in acque più torbide e oscure traendone messaggi importanti.

Una particolarità: i dialoghi non hanno virgolette. Potrebbe trattarsi di una scelta stilistica dell’autrice oppure di una redazionale; è più probabile che sia la prima, comunque.

Prospettive LGBTQ e innovazione de “Il Lago dei Cigni”

Di Gian Luca Nicoletta

Quando ero all’università, durante un corso di filologia romanza, il professore ci disse che quando una scuola di critici esaurisce il discorso su un’opera arriva poi una persona con particolari doti che ne ribalta il punto di vista, rovescia l’intero paradigma e a quel punto l’opera studiata diventa una fonte rinnovata di interpretazioni e messaggi.
Questo è quanto è successo per Il Lago dei Cigni, intramontabile balletto musicato da Pëtr Il’ič Čajkovskij andato in scena per la prima volta nel celeberrimo teatro Bol’šoj di Mosca nel 1877 e che, nel 1995, ha visto il proprio paradigma ribaltato dal ballerino e coreografo inglese Matthew Bourne.
L’allestimento del ’95 riscosse un grande successo e diede il via a tutta una serie di rifacimenti della medesima opera da parte di altri coreografi in Italia, Svezia e altrove. La versione di cui vi parlo è quella filmata nel 2012.

Il Lago dei Cigni – atto II Fonte: swanlakecinema.com

Le musiche adottate e le linee principali della trama sono le medesime che caratterizzano il balletto forse più famoso del mondo, ma all’interno dell’allestimento tutta la rappresentazione è stata caricata di nuovi e profondi significati psicologici che danno all’intero cosmo del Lago dei Cigni una nuova impronta.
Innanzitutto c’è da registrare che in questa versione grande parte è assegnata alla recitazione delle parti. Non ci sono dialoghi, chiaramente, ma i ballerini rivestono maggiormente che in altri storici balletti il ruolo di veri e propri attori, il che alimenta l’annoso dibattito circa la “recitabilità” di questo genere di opera. Parte dell’opinione pubblica in materia di spettacoli tende infatti a scindere il ruolo del ballerino da quello dell’attore, considerando il primo solo dal collo in giù, quando in realtà anche il viso costituisce a tutti gli effetti una parte del proprio corpo che concorre all’interpretazione e che dunque non deve essere trascurata.
Secondo: la scelta di trasporre l’ambientazione della storia dal tradizionale paesaggio favolistico alla città contemporanea. Uno spostamento di scenario che corrisponde a un avvicinamento in termini geografici, sensoriali e intimi verso il pubblico che assiste, favorendo il coinvolgimento di tutti in un contesto familiare. I boschi e le lande incantate cedono il passo al giardino pubblico e al pub, i quali accolgono a loro volta personaggi perfettamente in linea con l’ambiente: ballerine di burlesque, marinai in licenza, ragazze in minigonna.

Tuttavia l’elemento che ha scatenato il vero e proprio rovesciamento riguarda il Cigno. Nella versione di Bourne questo è interpretato da un ballerino e il rapporto fra il cigno e il principe è narrato in chiave omosessuale. Il punto di vista adottato è quello di Siegfried, il quale assurge in questo modo a un pieno protagonismo all’interno dell’opera e si svincola dalla dipendenza verso Odette cui le versioni precedenti ci avevano abituati.

Richard Winsor e Dominc North interpretano, rispettivamente, il Cigno e il Principe. Fonte: tumblr

Sulla scena viene quindi disegnato un triangolo di personaggi principali al quale se ne accosta un quarto: dunque abbiamo il principe, la regina e il cigno; poi la spasimante del principe, una sorta di raffigurazione pallida e marginale di Odette dai tratti però marcatamente comici. La lente dell’analisi viene inclinata da Bourne per concentrarsi sul rapporto fra il principe e sua madre, ingabbiati nella contraddittoria relazione di un amore materno pur tuttavia distaccato, freddo, che trova una forte rappresentazione in un pas de deux tristemente intenso.

La dinamica che intercorre tra Siegfried e il Cigno si presta a più interpretazioni: i due intessono una fitta rete emotiva e fisica, basata sullo scambio di sguardi e coronata da un altro pas de deux ricco di pathos e in armonia con l’intero contesto scenografico. La natura del loro rapporto scaturisce da un profondo bisogno del principe di avere un contatto umano genuino alla cui origine sta la mancanza di affetto materno. Giunto al lago, Siegfried trova la sua metà e interagisce con questa non senza ostacoli, poiché la strada per accettare sé stessi è sempre tortuosa. Dopo che questo avviene, il principe può liberare la propria felicità che trova compimento in un assolo dai toni spensierati e carichi di fiducia per l’avvenire. Quello che nel mondo degli spettatori è un coming out, in quello di Siegfried è un ballo estatico di riappacificazione col sé.

Il resto è pura magia del Teatro. Attraverso una grazia e una raffinatezza magistrali e sublimi, nel corso dell’opera vengono affrontati i punti cruciali dell’essere omosessuale: dall’accettazione di sé stessi e della propria inviolabile natura, al rapporto con i nostri genitori e a quale ruolo questi giocano sul nostro sviluppo, dalle aspre battaglie che ognuno di noi deve affrontare per affermare il proprio diritto di esistere in questo mondo secondo la propria natura all’inevitabile conflitto che nasce nel nostro animo e il suo esito, incerto nella sua ineluttabilità.

Dotare quest’opera di una chiave interpretativa così importante e innovativa ha un doppio fondamentale scopo: il primo è quello di dare al pubblico altri strumenti per comprendere il mondo nel quale viviamo e la nostra natura di essere umani. Il secondo riguarda invece lo scardinamento di un’impostazione fissa nella sua autorevole storicità: il nuovo non sostituisce né cancella il vecchio, ma lo migliora e lo arricchisce coesistendo con esso. Legittimare l’interpretazione di un ballerino nell’allestimento di un caposaldo della cultura moderna vuol dire allargare le opzioni del possibile cui tutti noi possiamo attingere. Vuol dire spezzare l’anello di una catena fatta di costrizioni sociali e di ruoli da rispettare a discapito delle nostre naturali inclinazioni.
Significa dire in una lingua universale «tu puoi».

Isolamento: lo stare soli e l’esserlo in 15 personaggi da romanzo

Di Andrea Carria

Ricorderemo questo periodo per la paura e l’isolamento. Non eravamo più abituati a stare soli, credevamo che la vita sociale fosse un diritto, una libertà, una conquista inalienabile, ma non era così. Alla prima, grande crisi di portata mondiale siamo stati costretti a riscrivere le nostre abitudini, prendendo atto che molte di quelle che consideravamo necessità autentiche sono solo mode e stili di vita sacrificabili. Fortunatamente, grazie alla tecnologia e ai social, la nostra non è una vera solitudine: amici, parenti e fidanzati continuano a entrare e uscire dalle nostre case attraverso gli schermi dei computer e degli smartphone; la loro voce ci raggiunge al telefono in ogni momento e possiamo perfino ritrovare i loro volti per mezzo delle videochiamate. Così, se al mondo d’oggi è quasi impossibile sperimentare il vero isolamento, potrebbe essere incoraggiante convincersi che, nella peggiore delle ipotesi, siamo momentaneamente distanti gli uni dagli altri soltanto nello spazio.

I 15 esempi letterari che vi propongo oggi si ispirano a queste considerazioni. Mi piacerebbe che fossero 15 casi di isolamento o solitudine moderna su cui potessimo meditare tutti insieme (e magari andare anche a rileggere) in queste settimane di distanziamento sociale. Pure questo potrebbe essere un modo per sentirsi tutti un po’ meno soli e un po’ più uniti.

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1. Henry D. Thoreau. L’esempio da cui faccio partire la nostra, piccola rassegna letteraria non è un’opera di fiction ma un’esperienza realmente vissuta. Walden ovvero Vita nei boschi (1854) è un racconto autobiografico di Henry D. Thoreau, filosofo e scrittore americano che per circa due anni visse da solo in una capanna da lui costruita sulle rive del lago Walden, in Massachusetts. In questo fortunatissimo scritto, Thoreau concepisce l’isolamento che si è imposto come la strada per ritrovare un contatto diretto con la natura. Lavorando per sostenersi in un regime che si potrebbe definire di “autarchia naturale”, Thoreau ha ricordato ai suoi contemporanei la condizione originaria degli uomini, portando altresì testimonianza di come una vita buona e bella non abbia alcun bisogno delle comodità e degli eccessi di uno stile di vita progredito.

2. Fëdor M. Dostoevskij. Dostoevskij compare a buon diritto in questa rassegna facendo le veci dell’anonimo protagonista delle Memorie dal sottosuolo (1864). Precursore di tutti gli inetti del Novecento letterario, questo personaggio ha consapevolmente scelto di chiamarsi fuori dalla competizione sociale ritirandosi in disparte a covare il proprio risentimento verso il resto del mondo. A suo parere la società è in debito con lui: incompreso e dotato di una coscienza sensibilissima che definisce «ipertrofica», l’uomo del sottosuolo progetta in segreto la propria rivalsa, ma, quando finalmente arriva il momento di agire, esita e perde ogni motivazione, rintanandosi di nuovo a leccarsi le ferite: la cosa che sa fare meglio in assoluto, nonché l’unica che sia veramente in grado di consolarlo.

3. Des Eissentes. Questo distinto signore aristocratico è il protagonista di Controcorrente, romanzo di Karl-Joris Huysmans del 1884, il quale, annoiato del mondo e  del tutto disinteressato a esso, si crea un rifugio appartato che arreda secondo i propri gusti eccentrici. Des Eissentes è un esteta, uno studioso, ma è anche un vero egoista e un misantropo. L’isolamento, lui, se lo autoimpone perché profondamente sdegnato. Fin da piccolo ha dimostrato di avere interessi molto selettivi e, crescendo, si è reso conto, per giunta, che il mondo e gli uomini hanno ben poco di interessante da offrirgli. Rintanato nella sua dimora, Des Eissentes spende le sue giornate dirimendo sofisticati problemi estetici e attardandosi su aridi intellettualismi, a scapito non solo della sua umanità — ormai irrimediabilmente compromessa — ma anche della tessitura narrativa del romanzo, tecnicamente un antiromanzo che è anche il primo esempio di romanzo-saggio identificato dalla critica letteraria.

4. Septimus. L’isolamento di Septimus, personaggio specchio di Mrs Dalloway, protagonista dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf (1925), è l’isolamento in cui sono sprofondati migliaia, forse milioni di soldati alla fine della Prima guerra mondiale: incapaci di superare il dramma delle trincee, delle bombe e degli stenti, questi uomini condussero il resto delle proprie esistenze inseguiti dai fantasmi dei compagni morti e da una serie inimmaginabile di incubi. Nel romanzo, il destino tragico di Septimus rappresenta quello che Woolf vuole evitare alla sua protagonista, anch’essa schiacciata da una quotidianità disarmante in cui i fiori e i bei vestiti che la circondano servono solo a nascondere una solitudine che l’ipocrisia sociale impone di mettere al bando.

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5. Josef K. Con Kafka i casi di isolamento non si contano nemmeno; se fra tutti ho scelto di parlare del Processo (1925) è perché si tratta di un esempio che finora non abbiamo incontrato e che altrimenti non incontreremo. Josef K., impiegato bancario, scopre con sgomento di essere solo e impotente quando due inviati del tribunale gli notificano che è stato intentato un processo nei suoi confronti. Josef è incredulo, pensa si tratti di uno scherzo, ma quando i due uomini se ne vanno senza arrestarlo né avergli dato alcuna informazione riguardo all’entità del reato non sa più cosa pensare. Decide di mettersi subito in moto per cercare di capirne di più e magari di difendersi, ma ben presto si rende conto che a nulla varranno i suoi sforzi. Contro le inspiegabili e capziose procedure della macchina burocratica non esiste infatti rimedio, e all’individuo non resta che soccombere in silenzio abbandonato da tutti, perfino dalla razionalità.

6. Harry Haller. Se c’è un esempio che proprio non poteva mancare, questo porta il nome del protagonista del Lupo della steppa, famosissimo romanzo di Hermann Hesse del 1927. Un po’ personaggio di fantasia e un po’ alter ego dello scrittore, Haller è un intellettuale di mezza età in preda a una drammatica crisi esistenziale. Ha conosciuto il successo e la ricchezza, eppure adesso si ritrova a vivere nella stanza in affitto di una locanda, evitando accuratamente contatti e visite. Tuttavia non sono né ciò che ha perduto né l’isolamento attuale ad angustiarlo di più, quanto la sua duplice identità di borghese colto, da un lato, e quella di asociale misantropo, dall’altro. Proprio come un solitario lupo della steppa, anche lui si aggira guardingo e famelico ai margini della società, aspettando il momento propizio per compiere il balzo: da una parte oppure dall’altra.

7. Mersault. Con il protagonista dello Straniero, romanzo che ha rivelato Albert Camus nel 1942, l’isolamento diventa una questione di libertà. Mersault è un uomo normale, un impiegato di Algeri che ha perduto ogni bussola morale e metafisica, ma che in compenso ha scoperto di avere un raggio d’azione potenzialmente illimitato. Questa conquista — frutto di una maturazione riguardo al vero stato della realtà, nella quale l’uomo è solo con la sua libertà di agire — lo conduce dritto verso l’isolamento: l’isolamento dell’uomo libero e consapevole all’interno di una società ancora stretta nelle proprie credenze e convenzioni, verso le quali essa cercherà in tutti i modi di ricondurlo.

8. Corrado. C’è poi l’isolamento dettato dal senso di inadeguatezza nei confronti dei tempi che corrono, come quello descritto nella Casa in collina di Cesare Pavese (1948). Siamo nel pieno della Seconda guerra mondiale e Corrado, il protagonista, si ritira in campagna per mettersi preventivamente al riparo. Come Des Eissentes, anche lui cerca da solo l’isolamento, con la differenza però che Corrado è stato portato verso questa scelta dalle circostanze. In un mondo in guerra dove gli uomini sono chiamati a combattere, lui, professore, fa parte di quella minoranza che non ha mai dismesso gli abiti civili. Ciò è alla base del suo senso di inadeguatezza, della sua volontà di separarsi ulteriormente cercando asilo, per pudore, in campagna, dove sono rimasti solo donne, anziani e bambini, di fronte ai quali non dovrà più vergognarsi.

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9. Malone. L’isolamento clinico è la realtà raccontata in Malone muore, il secondo romanzo della trilogia di Samuel Beckett, pubblicato in Francia nel 1951. Cosa si sa di Malone? A dire il vero molto poco; di certo è che egli si trova costretto in un letto d’ospedale (ma potrebbe anche essere quello di un ospizio e perfino un manicomio), che è in là con gli anni, non ha la possibilità di muoversi e che tutto quel che rimane dei suoi averi sono una matita e della carta. Data la sua condizione, Malone inizia a scrivere: il risultato sono alcune delle pagine più belle, allucinate ed estranianti della letteratura mondiale.

10. Athos Fadigati. Da medico rispettabile a reietto: è questa la triste parabola di Athos Fadigati, personaggio del romanzo di Giorgio Bassani del 1958, Gli occhiali d’oro. Otorinolaringoiatra veneziano trapiantato a Ferrara, Fadigati precipita ai gradini più bassi della scala sociale a causa di un amore sciagurato: il ragazzo con cui ha una relazione si sta infatti prendendo gioco di lui, spillandogli denaro mentre ferisce senza pietà i suoi sentimenti. Quando la loro storia diventa di dominio pubblico, la situazione, già imbarazzante, precipita. La relazione finisce nel peggiore dei modi e Fadigati si ritrova solo e completamente emarginato a fare i conti con un’Italia, quella fascista degli anni Trenta, in cui un omosessuale che veniva scoperto come tale non poteva certo sperare in un futuro di rallegramenti.

11. La madre. Isolamento e paura sono l’unica realtà conosciuta dalla madre di Gonzalo Pirobutirro nella Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda (1963). Costretta a vivere con il figlio scontroso e irascibile, la donna ne subisce tanto gli sbalzi d’umore quanto il disprezzo manifesto in pagine ricolme di acrimonia e che in parte riflettono il vissuto biografico dell’autore. Il personaggio dell’anziana donna, che nel finale è vittima di un’incidente che il romanzo (mai compiuto) lascerà in sospeso, è una figura triste, subordinata e impotente che presenta fosche affinità con le problematiche attuali nei rapporti di genere.

12. George. In risposta ideale al romanzo di Bassani, inserisco quello di Christopher Isherwood Un uomo solo (1964), il cui protagonista, George, docente a Los Angeles, è seguito dalla penna dello scrittore lungo un’intera giornata. Solo dopo la scomparsa del proprio compagno, George si barcamena fra una routine che non ha più niente da dire e un lutto che non si lascia elaborare. La solitudine è un vuoto da riempire con sbronze e incontri occasionali, la vita un indumento vecchio e consunto che gli scivola di dosso — ma comunque senza fretta — tanto che il problema più grosso di George, che ha regolato da tempo i conti con la propria identità sessuale, è capire come poter sopravvivere fino alla morte.

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13. Saurau. Il principe Saurau è un personaggio centrale di Perturbamento, romanzo di Thomas Bernhard del 1967. Egli risiede nel suo castello in una vallata alpina della Stiria, in Austria, un luogo di per sé remoto e che favorisce l’isolamento. Nel castello, il principe vive da autorecluso: fuori — sostiene — è il luogo da dove provengono tutte le minacce e le insidie. Vittima in primo luogo della sua nevrosi, Saurau si comporta come se fosse costantemente sotto assedio, permettendo soltanto a pochissime e selezionatissime persone di varcare il cancello della propria dimora, nella quale il principe è prigioniero, sì, ma soltanto dei retaggi e delle allucinazioni partorite dalla sua mente.

14. Budai. L’isolamento dal quale viene inghiottito invece il professor Budai in Epepe di Ferenc Karinthy (1970), è un isolamento linguistico che inevitabilmente si allarga a tutta la sua sfera sociale. Le disavventure del professore iniziano quando un aereo sbagliato lo conduce in una metropoli sconosciuta e affollatissima dove le persone si esprimono in un idioma incomprensibile mai sentito prima. Il romanzo ruota intorno alle disavventure e agli sforzi inauditi di Budai per instaurare un primo contatto. La sua lotta testarda contro un isolamento che pare irreversibile è infatti l’unica possibilità che gli resta per tornare a far parte della società e riappropriarsi così anche della sua vita.

15. Roberto. Infine, includo in questa rassegna un personaggio nato dalla fantasia di Umberto Eco, che nel metaromanzo L’isola del giorno prima (1994) immagina la storia di un Robinson ante litteram — Roberto de la Grive; Roberto, appunto — che nel 1643 si salva da un naufragio rifugiandosi a bordo di una nave abbandonata nei remoti Mari del Sud. Inizialmente a fargli compagnia è padre Caspar, l’ultimo membro dell’equipaggio ancora in vita, ma, quando anche il religioso lo lascia, Roberto, assillato dai ricordi, dalle allucinazioni e da un progetto letterario a cui ormai si dedica anima e corpo, tocca i confini estremi dell’estraniazione umana. L’isola che può solo ammirare dalla nave è la misteriosa isola del giorno prima, l’isola dove ieri e oggi si congiungono quasi per magia, ma che Roberto, incapace a nuotare, sembra destinato a non poter raggiungere.

Il relativo nel diverso: “La dea Fortuna” di Ferzan Özpetek

Di Gian Luca Nicoletta

Il mio primo articolo di questo 2020 è incentrato su un film che ho visto di recente: La dea fortuna di Ferzan Özpetek, uscito da poco nelle nostre sale cinematografiche.

Il film è stato prodotto dalla Warner Bros col patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, è stato girato parte a Roma, parte nel santuario della dea Fortuna a Palestrina, nel Lazio, e parte a Bagheria, in Sicilia.

La trama, cui rivelerò per sommi capi per non rovinare il gusto della visione di nessuno, è questa: Alessandro e Arturo sono una coppia che vive a Roma da molti anni. Hanno una solida rete di amicizie nel loro quartiere ma vivono la loro vita nella tediosa routine di una relazione diventata ormai soffocante per entrambi. Già dai primi minuti del film si capisce infatti che i due sono ormai da tempo sentimentalmente distanti: hanno frequenti relazioni clandestine e l’uno è a conoscenza dei tradimenti dell’altro.
Accade un giorno che una loro cara amica, Annamaria, passa dal loro appartamento per lasciare in custodia i suoi due figli per qualche giorno, il tempo di fare alcune analisi in ospedale: da lì inizia lo svolgimento vero e proprio della trama che porterà alle grandi valutazioni sulla vita di ognuno dei personaggi, le quali sono, poi, il cuore del film.

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Devo dire che il film mi ha lasciato una piacevole sensazione nel suo complesso. Gli attori principali, Edoardo Leo nel ruolo di Alessandro, Stefano Accorsi in quello di Arturo, Jasmine Trinca in quello di Annamaria e l’interessante cammeo di Barbara Alberti nel ruolo di Elena, la madre di Annamaria, sono stati tutti bravi nel dare ai loro personaggi un’aria di quotidiana normalità.
Particolarmente riuscita trovo una scena nella quale si verifica una litigata doppia: da una parte ci sono Arturo e Alessandro che discutono già colmi del risentimento che nutrono l’un per l’altra e, dalla parte opposta, ci sono i due bambini che, negativamente influenzati dallo screzio fra gli adulti e che ancora devono imparare a gestire le loro emozioni, iniziano una furente lite.

In questo film ho trovato anche molto apprezzabile quello che ho definito nel titolo come il relativo nel diverso, scegliendo appositamente un termine provocatorio. Al centro del film sta il rapporto ormai deteriorato fra Alessandro e Arturo e lì si ferma la caratterizzazione. Non ci sono accenti sulla natura omosessuale, sul percorso che ha segnato la vita di entrambi: la loro unione viene mostrata come un mero dato di fatto e proprio grazie a questo ci si può concentrare su altro. Lo scarto non sta più nel tipo di coppia, ma nel come questa coppia gestisce la propria relazione, relativizzando un elemento che fino a qualche anno fa (e spesso ancora oggi) era il principale se non l’unico punto di attenzione narrativa. Arturo e Alessandro si annoiano come tante altre coppie, si tradiscono come tante altre coppie, si dicono frasi molto gravi e pesanti come tante altre coppie. Ci si sposta dalla forma al contenuto e questo trovo sia un grande segno di pregio per l’intero film.

LA DEA FORTUNA  (red.cultura)
LA DEA FORTUNA (red.cultura)

Tuttavia la mia recensione sarebbe incompleta se non parlassi di qualcosa che non mi è piaciuto: ho trovato un po’ affettate alcune scene marcatamente armoniose.
Come in ogni storia, la parabola deve eseguire il percorso positivo-negativo-positivo, dove rispettivamente troviamo armonia-contrasto-armonia; solo che in questo film c’è un quarto segmento negativo da aggiungere all’inizio.
Ciò che ho trovato appunto affettato, a tratti finto, è il secondo segmento della parabola, quello positivo/armonioso: Alessandro e Arturo sembrano aver ritrovato un equilibrio, dato dall’aria fresca che i bambini hanno portato con sé. Si può quindi vedere una serie di scene in cui quest’armonia primeggia grazie a grandi tavolate, balli festosi sotto la pioggia, tante risate. In particolare una sera Alessandro porta la pizza per cena e, come in un grande Mulino Bianco, si affaccia al balcone per chiamare gli amici, i quali, come se fossero tutti in attesa della sua chiamata, si sporgono da ogni angolo del palazzo nel quale vivono tutti insieme facendo grandi cenni e precipitandosi di corsa per il convivio.
Una scena, questa, che forse ci si poteva risparmiare sebbene abbia in fondo la sua funzione: quella di segnare un grande contrasto con la seconda parte del film. Infatti agli ambienti piccoli e pieni di gente allegra della casa della coppia si oppone con forza la grande villa di Elena, dove lei vive con la sua perfida solitudine.

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Villa Valguarnera, fonte: cntraveller.com

Dunque nel complesso, come ho anche detto sopra, trovo La dea fortuna un bel film: una storia che sicuramente meritava di essere raccontata e che Ferzan Özpetek ha saputo raccontare bene come al solito. I difetti non mancano ma, se seguiamo l’insegnamento e i temi di questo film, non possiamo che dedurne che nessuno di noi è perfetto, che ci si fa male anche quando ci si vuol bene e che, tutto sommato, questa vita sgangherata è sempre degna di essere vissuta.

L’età senza tempo dei sentimenti: “Cercami” di André Aciman

Di Andrea Carria

Ho appena finito Cercami di André Aciman e ringrazio l’autore per essere stato di parola quando aveva assicurato che avremmo ancora sentito parlare di Elio e Oliver, i due protagonisti di Chiamami col tuo nome. C’è voluto un po’ di tempo (12 anni), ma alla fine l’atteso sequel è arrivato; in Italia ancora sulle ali della fenice della casa editrice Guanda e nella traduzione di Valeria Bastia.

Il libro mi è piaciuto. All’inizio avevo timore che l’eredità ingombrante di Chiamami col tuo nome potesse giocare un brutto scherzo ad Aciman, facendogli prediligere soluzioni narrative fin troppo accondiscendenti verso le aspettative dei suoi lettori, invece il grande scrittore che egli è ha saputo guidare personaggi e pubblico soltanto sui sentieri che voleva. Il romanzo dimostra di avere un carattere proprio e indipendente dopo poche pagine, mentre la prima persona permette ancora una volta all’autore di violare con garbo, intelligenza e raffinatezza i segreti del cuore. La narrazione è affidata a quattro episodi distinti, in ciascuno dei quali la voce narrante assume il punto di vista di uno dei personaggi principali di Chiamami col tuo nome: il padre di Elio, Elio stesso e infine Oliver.

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L’apertura è affidata al genitore del protagonista, Samuel, ormai professore in pensione, che mentre sta viaggiando in treno tra Firenze e Roma fa un incontro che è destinato a togliere la sua vita dal binario morto in cui si era incanalata. È l’episodio più lungo e anche quello che sorprende di più; non tanto per quello che accade (di cui nulla vi svelerò perché dovete assolutamente andarvi a leggere il libro!), ma per il modo con cui Aciman sorprende il lettore, gettando sul palcoscenico della pagina un personaggio come Samuel che io non credevo potesse avere un futuro letterario da solista. Il ritorno di Elio si ha già sul finire di questa prima parte, sebbene si faccia attendere: lo troviamo cresciuto di una quindicina d’anni, adesso abita a Roma (città di cui Aciman parla ancora una volta con fascinazione) e si sta facendo strada nel mondo della musica con serate e concerti. Concerti come quello a cui il giovane assiste da spettatore alcuni anni dopo, quando fa la conoscenza di Michel, un avvocato parigino del doppio dei suoi anni con cui Elio inizia una relazione dalla quale però non sa bene cosa aspettarsi. Nella terza parte, ecco invece Oliver, intento a lasciare New York per il New Hampshire, dove la sua carriera accademica lo sta conducendo. Malgrado abbia raggiunto tutti i suoi obiettivi, Oliver non sembra trovarsi, e mentre gli amici che sono venuti a salutarlo affollano il suo appartamento, all’ex studente americano di lettere classiche bastano le note improvvise di un pianoforte per capire…

La quarta parte racchiude il finale del romanzo, dunque non ve ne parlerò. Vi parlerò invece di quali sono le caratteristiche che secondo me fanno di Cercami un bel libro. Per prima cosa il suo impianto narrativo: la suddivisione in episodi — quest’ultimi da me sommariamente riassunti per non fare dello spoileraggio molesto — conferisce dinamicità alla storia e permette di soddisfare la curiosità del lettore, il quale scopre così cosa è successo ai protagonisti sentendolo direttamente dalle loro parole. I salti temporali e geografici (Roma, Parigi, New York, Alessandria d’Egitto) sono ampiamente compensati dalla continuità narrativa intorno al tema portante del romanzo, l’amore, tema che André Aciman riesce a modulare sapientemente scegliendo con cura il momento in cui ricongiungere il presente con il passato attraverso ricordi, voci, luoghi e squarci di vita vissuta.

L’amore e i sentimenti sono il secondo aspetto su cui infatti voglio soffermarmi. La loro trattazione è il fil rouge che percorre il libro da cima a fondo. Il modo che l’autore ha di parlarne è unico perché non si limita ad andare in profondità, non si limita a guardare i sentimenti sopra, sotto e da tutte le angolazioni, no. Aciman fa una cosa molto diversa: egli lavora da fenomenologo del sentimento, descrivendo con ricchezza di linguaggio come l’emozione nasce e si manifesta alla coscienza dell’Io narrante per l’intera sua durata.
Ogni personaggio fornisce il proprio contributo, piccolo o grande che sia, alla tessitura di questa storia dalla trama delicata, calda, avvolgente e molto, molto proustiana. Le intermittenze del cuore, che Aciman conosce molto bene in qualità di studioso di Marcel Proust, sono infatti il centro, il motore del romanzo: come nella Recherche, i sentimenti hanno una propria memoria, riaffiorano insieme a una rosa di ricordi e hanno un riverbero profondo, imprevedibile, incontrollato, inarrestabile.

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Ma Proust non è il solo modello a cui André Aciman si ispira per dare forma alle sue pagine. Un altro è Virginia Woolf. Come per il personaggio di Mrs Dalloway, la parte che vede protagonista Samuel è infatti il resoconto di un’unica giornata in cui si riaffaccia l’intera vita del professore. Storie, amori, volti, rimpianti, parole, «veglie»… «tutto mescolato», proprio come dice Richard in The Hours, il film del 2001 ispirato al romanzo di Woolf.

Nonostante ciò, il monologo interiore registra un leggero arretramento rispetto a Chiamami col tuo nome, dove invece occupava la parte preponderante. In Cercami, al contrario, sono i dialoghi, che sanno restituire la vivacità del parlato con tutti i suoi dislivelli generazionali, la sorpresa più piacevole dello stile utilizzato da Aciman in questo suo ultimo romanzo.
Dal canto loro i personaggi sono realistici e ben caratterizzati. Elio e Oliver tornano dopo aver attraversato il lungo corridoio degli anni. Sono cresciuti e maturati. Oliver è forse quello che difende con maggior tenacia il suo lato nascosto, ed è a lui che da lettore avrei voluto porre più domande; Elio invece si mette completamente a nudo e di lui si apprezzano i chiaro scuri del carattere, magnificamente lasciati trasparire nel racconto della sua relazione con Michel. Quest’ultimo è un personaggio interessante e ben riuscito. Anche di lui avrei desiderato conoscere di più, sebbene una presenza più importante da parte sua avrebbe forse travalicato il suo ruolo narrativo, dunque va bene così. In generale le new entry reggono quindi il confronto con i protagonisti e in certe occasioni — vedi il caso di Miranda, di cui non ho parlato perché vorrei che la scopriste da soli — sottraggono loro lo scettro.

Quanto ai difetti, non ne ho di particolari da segnalare. I maggiori, a mio parere, riguardano alcuni eccessi adolescenziali nella prima parte e la mancanza di un vero scarto stilistico nel passaggio da un narratore all’altro, con il risultato che le parti del libro non sono caratterizzate a sufficienza a livello di scrittura per poter riconoscere nel racconto la voce di un personaggio da quella di un altro.
Come sequel di Chiamami col tuo nome, in Cercami mi è inoltre mancata la rievocazione del gioco che Elio e Oliver facevano da ragazzi, che era appunto quella di chiamarsi l’uno con il nome dell’altro. Le occasioni per farlo erano molteplici, eppure Aciman ha scelto di tenere fuori dal romanzo questo particolare. Peccato, sarebbe stato una rifinitura in più in un libro che, comunque, è già generosissimo di dettagli.

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La ricchezza di questo romanzo va infatti al di là della storia che racconta — la quale, come ho riscontrato personalmente, è e rimane l’interesse principale del lettore. C’è una saggezza, nelle parole di Aciman, che incanta e lascia disarmati. Fa quasi invidia l’abbondante varietà di parole tra cui egli può scegliere, quando, per parlare a loro volta di argomenti così delicati, la maggior parte delle persone compreso il sottoscritto è costretta a ricorrere a stereotipi e luoghi comuni.

In questo periodo di irrigidimento culturale e di antiquarie recrudescenze, André Aciman è l’aedo dell’amore di cui la nostra epoca ha bisogno. Con la sua prosa larga e discorsiva, una delle poche che sa aggiungere tempo al tempo, egli dimostra come quelli sull’amore siano discorsi senza soluzione di continuità. Un amore con la a maiuscola, assoluto, libero e senza aggettivi, che non cambia se a provarlo sono individui dello stesso sesso oppure diverso: Cercami è la dimostrazione letteraria di come i sentimenti siano la cosa che più ci rende simili gli uni agli altri, di come le parole siano le stesse perché è l’amore a essere sempre lo stesso, di come di fronte al tempo che scorre il sesso, le intenzioni e l’età siano solo alcuni degli inciampi più comuni in cui ci auguriamo di finire quando lasciamo che a guidare le nostre vite sia la paura di potersi raggiungere.

Di ieri, di oggi e di altri indirizzi: i “Tales of the city” di Armistead Maupin

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in una parte della produzione letteraria contemporanea che, vi confesso, non ho mai frequentato: la letteratura statunitense degli anni ’70.

Ciò che mi affascina dei nuovi mondi della narrativa che di volta in volta scopro nel corso delle mie esplorazioni letterarie, riguarda sempre almeno due aspetti:

1) la possibilità unica di vedere in che modo la voce di un autore o un’autrice trasmette la prima impressione di un cosmo di riferimenti culturali, storici, letterari e sociali;

2) la mia personale libertà di lettore, di critico e di autore di interpretare i segni e i motivi del romanzo che sto leggendo senza alcuno schema o preconcetto, positivo o negativo che sia, di altri scritti, di altre voci, di altri romanzi appartenenti alla stessa area. Per questo motivo è impossibile, almeno per me, leggere George Eliot senza pensare a Jane Austen, Eugenio Montale senza Giacomo Leopardi, Tommaso Giagni senza Walter Siti o Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf senza Marcel Proust.

Con l’opera di cui vi parlo oggi, invece, mi sono come ritrovato in una città completamente nuova e sotto diversi punti di vista. Innanzitutto il contesto geografico e il periodo storico: come ho scritto sopra, sono piuttosto digiuno di letteratura statunitense e di anni ’70 in generale, con la sola eccezione di un po’ di letteratura italiana. In secondo luogo, i riferimenti culturali e sociali. Pe quelli culturali prendete a titolo di esempio la storia della letteratura statunitense che potrebbe influenzare, e di sicuro in qualche misura ha influenzato, la stesura dell’opera, i ragionamenti che l’autore ha fatto prima di decidere l’esito di determinate azioni dei suoi personaggi. Invece in merito ai riferimenti sociali (che pure viaggiano parallelamente con quelli culturali), pensate all’immenso impatto che ha avuto la sola televisione sulla società: film, programmi, giochi a premi, reclami pubblicitarie: la società di massa e del benessere ha generato un cambiamento radicale nel modo di leggere e di scrivere.

Tutto questo in merito agli U.S.A. mi era ignoto prima di iniziare a leggere Tales of the City.

Ma come dico sempre, procediamo con calma. Tales of the City nasce come una raccolta di racconti scritti da Armistead Maupin e pubblicata a puntate sul San Francisco Chronicle. L’edizione che ho io — BUR contemporanea, 2019 — riporta i racconti della prima serie, nonché gli unici usciti a puntate nel 1978. I successivi sono stati pensati e pubblicati direttamente in volume sino alla loro trasposizione sul piccolo schermo a partire dal 1993 e, proprio quest’anno, al felice approdo su Netflix.

Nonostante si tratti di una serie di racconti, questi sono intimamente legati l’uno all’altro, tant’è che ai miei occhi l’intera opera altro non è che un vero e proprio romanzo. Il fulcro intorno al quale ruotano le vicende è la palazzina al numero 28 di Barbary Lane, la cui proprietaria, la signora Anna Madrigal, accoglie come in una famiglia tutti (o quasi) gli inquilini dei vari appartamenti e questi sono di conseguenza i quattro personaggi principali: Mary Ann, Michael detto “Mouse”, Mona e Brian. Mary Ann rappresenta la voce dell’ingenuità, la ragazza appena trasferitasi dall’asfittica Cleveland che entra in contatto per la prima volta con il libertinaggio sfrenato di San Francisco. Mouse, dal canto suo, ha il ruolo del giovane romantico che non vede l’ora di trovare l’uomo della sua vita con cui comprare una bella casa col giardino e un labrador. Mona, poi, è l’anima tormentata del gruppo: non ha chiara la sua identità, né familiare né sessuale, non sa bene cosa vuole dalla propria vita e cerca di farsi un’idea della faccenda attraverso l’utilizzo di droghe più o meno leggere e alla meditazione astrale. Brian, infine, è il gigante dal cuore tenero, un ragazzo che esce tutte le sere a caccia di prede ma che, in fondo, spera di trovare la donna in grado di fargli perdere la testa

Il mondo di San Francisco è ovviamente popolato da tanti altri personaggi, con ruoli più o meno rilevanti, ma che in un modo o nell’altro vedono le proprie vite intrecciarsi col nucleo di Barbary Lane. Dunque abbiamo il magnate della pubblicità, Edgar Halcyon, con la moglie Frannie e la figia Dede. Quest’ultima, poi, è sposata con l’egoista ed egocentrico Beauchamp Day. Fra gli altri ci sono poi anche Jon, il ginecologo, e D’orothea, la modella.

Grazie a questa ricchezza, data dall’eterogeneità di condizione sociale, culturale, di sesso e di genere, Maupin crea il campo all’interno del quale accoglie chi si appresta alla lettura dei Tales. Da lì muove e tira i fili delle sue trame per ricordare a noi e al mondo (a cominciare in particolare dal suo mondo, nel quale ancora si sentono gli strascichi e le anticipazioni dei grandi conflitti intergenerazionali degli anni ’60-’80) che nulla nella vita è dato per scontato e, soprattutto, che nulla rimane sempre uguale a sé stesso. Ogni singolo personaggio di questo colorato affresco attraversa una fase in cui la propria vita, per un motivo o per un altro, cambia radicalmente. La cosa che rimane in mano a noi è la possibilità di non farci sovrastare da questo cambiamento. Possiamo entrarci in conflitto, come fa Mona, tentare di attraversarlo senza rinunciare ai propri sogni come fanno Mouse e Mary Ann, possiamo anche pigramente guardarlo come Brian, oppure possiamo lasciarci trasportare senza smettere mai di essere onesti e coerenti con noi stessi, come la signora Madrigal.

La lettura di questo romanzo-raccolta di racconti è più che mai consigliata, specialmente in un momento storico come quello di oggi, dove difficilmente ci rendiamo conto di quanto sia costato il mondo nel quale viviamo, con tutti i difetti che ha ancora ma che sicuramente per tanti versi è assai migliore di quello che i nostri nonni e i nostri genitori si sono lasciati alle spalle.

“Il mondo fuori”: l’inizio della mia avventura!

Di Andrea Carria

Oggi, cari lettori, propongo a voi e a me stesso un’operazione abbastanza delicata: il libro di cui infatti sto per parlarvi è diverso da quelli che tratto di solito sul blog perché è mio! Come forse già saprete — e se vi fosse sfuggito questa è l’occasione giusta per informarvi — il mese di ottobre per me è cominciato con la pubblicazione del mio primo romanzo, Il mondo fuori!

La casa editrice che ha creduto in questo progetto è la Porto Seguro di Firenze, una casa editrice giovane, dinamica e non a pagamento. In Italia il mondo della media e piccola editoria è infatti diviso al suo interno in due grandi categorie: le case editrici a pagamento, ossia quelle che in cambio della pubblicazione del libro chiedono all’autore un contributo economico (spesso si tratta di un numero minimo di copie da acquistare), e le case editrici non a pagamento come la mia, vale a dire quelle che invece accettano tutti i rischi di una pubblicazione senza pretendere dall’autore esborsi di nessun tipo. Fortunatamente, è quello che è successo a me e al mio libro (fidatevi, la qualità di uno scritto non va da nessuna parte se non si ha la fortuna di imbattersi in qualcuno che sia disposto a dare fiducia al lavoro che si propone: purtroppo, tanti bravi autori di oggi devono scendere a compromessi con la difficile realtà editoriale italiana e riformulare, portafoglio alla mano, le proprie previsioni!). Pubblicando Il mondo fuori, la Porto Seguro ha infatti deciso di investire in un romanzo in cui crede per aver riconosciuto in esso del potenziale. Il merito quindi è più loro che mio. Da neo autore, posso solamente dire di essere consapevole di aver raggiunto un traguardo tutt’altro che scontato.

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Ma di cosa tratta il libro?, vi starete chiedendo. Per parlarne, comincerei da un brano che penso sia rappresentativo dello stile e del registro che ho impiegato nella scrittura di queste pagine:

«Fino a prova contraria respiro e i minuti debbono pur scorrere, dunque ho deciso di provare a dare un senso al mio ozio scrivendo queste pagine. Non so ancora se durerò o cosa ne verrà fuori, né intendo farmene un problema. Tutti i progetti che avevo fatto sulla vita sono sfumati uno dopo l’altro e questo mi ha insegnato a lavorare senza alcun piano, ad affidarmi all’istinto e a rimettere tutto nelle mani del Caso.»

La voce narrante dal tono disincantato è quella di M., il protagonista senza nome di questa storia. Il mondo fuori è un libro di rivalsa, che ingaggia un corpo a corpo serrato contro la solitudine e lo smarrimento di sé, rielaborando in chiave contemporanea un classico della letteratura: l’amore impossibile fra due persone. Questa volta l’attrazione scocca fra M., uomo maturo e scrittore fallito, e Stefano, un diciassettenne pieno di problemi che si sta lasciando andare alla deriva. Ognuno a modo suo, sia M. che Stefano sono vittime delle convenzioni sociali, e ancora di più delle gabbie mentali che si costruiscono da soli. Quello che ho cercato di descrivere con questo romanzo sono i muri contro cui vanno a sbattere le persone quando non sono sincere con sé stesse e foderano la loro esistenza con una matassa di bugie che presto o tardi è comunque destinata a dissolversi. Da questa base, che potrei definire teorica, è scaturita la narrazione stessa: una narrazione in prima persona, a cura del protagonista del romanzo e che nemmeno lui aveva previsto quando ha iniziato a scrivere. Procedendo con la lettura si assiste infatti a un graduale decentramento tematico e stilistico: l’analisi e le riflessioni che caratterizzano la prima parte si diradano man mano che il protagonista, inizialmente costretto dalle circostanze, si rimette in gioco dando ripetizioni a domicilio. Il suo diario-memoriale cambia così gradualmente forma e diventa una storia. Il romanzo che per tutta la vita ha inseguito e che non è mai riuscito a scrivere gli è arrivato adesso nella maniera più semplice e inaspettata. Nessuna grande trama, nessuna grande ambientazione, nessuna filosofia dietro, solo il racconto genuino e giornaliero di quello che sta vivendo insieme a Stefano, l’allievo di cui intanto si è innamorato.

Solo? In realtà, no. M. ha infatti troppi conti in sospeso per essere sincero oggi senza riscrivere parallelamente la storia della sua vita. I fatti del presente cominciano a dialogare segretamente con episodi lontani del passato, il quale risorge insieme alle sue bugie e rimescola tutte le carte. M. è davvero innamorato di Stefano oppure sta soltanto cercando di rivivere il primo amore della sua gioventù…? E, se sì, quale…? Mentre, dal canto suo, Stefano è realmente sincero con M. o è solo un opportunista che sta sfruttando le debolezze del suo insegnante…? E se addirittura il ragazzo non esistesse e tutto quanto non fosse altro che l’ennesima allucinazione di M…?

«Non si può lavorare e vivere soltanto per sé stessi. In qualunque progetto che si avvia, l’altro è contemplato fin dal principio. Chi si vieta perfino di pensarla, una vita riscaldata dall’affetto dell’altro, non avrà il cuore né la testa per progettare alcunché; oppure li impiegherà una sola volta per costruirsi un recinto bello alto, possibilmente angusto, con solidi pali e nessuna fessura fra di essi, e in quello starà tutto quanto il suo ingenium

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Detto ciò, non penso certo che il mio romanzo sia il romanzo che la narrativa italiana stesse aspettando! Sono un tipo molto critico con sé stesso e già all’indomani della stipula del contratto di edizione ero tentato di riscrivere il libro dalla radice! Nessun autore è mai completamente soddisfatto della propria opera e un esordiente, dopo l’entusiasmo iniziale, credo sia il più scontento di tutti. Ancora adesso, quando vado a rileggerlo, mi accorgo di cose che avrei scritto e trattato in maniera differente, vedo imprecisioni, approssimazioni, nodi narrativi non completamente sciolti, sviste e perfino refusi che mi fanno mordere le mani! Mi viene in mente cosa disse Gianni Vattimo in un programma culturale di Raidue di molti anni fa per spiegare il rapporto tra in-sé (oggetto) e per-sé (coscienza) nel pensiero di Jean-Paul Sartre: non appena un progetto si realizza, spiegava Vattimo, la coscienza dell’autore, se prima si identificava totalmente con esso, ora non si riconosce più nella cosa che ha creato perché nel frattempo si è accorta che il risultato finale somiglia, ma non è quello che aveva in mente. Scusate i riferimenti elevatissimi che ho usato per parlare di me, ma credetemi se vi dico che è proprio quello che ho provato anch’io in questa mia prima, piccola esperienza di scrittore!

Ma forse è l’ora di smettere con le autocritiche, altrimenti vi convincerete che il primo a sconfessare il romanzo sono proprio io! In realtà questa pubblicazione rappresenta il coronamento di un lavoro iniziato ormai cinque anni fa. Durante questo periodo il libro ha cambiato aspetto molte volte, ha subito integrazioni e tagli, ha accolto nuovi personaggi e ha modificato il loro nome più volte, eppure alla fine è rimasto sempre lo stesso libro: il libro di una persona per la quale la scrittura rappresenta un valore aggiunto alla propria vita e che ama così tanto quello che fa da pretendere sempre il massimo! Non è perfetto, ma ne vado fiero e spero che vi piacerà!

Mi auguro che questa presentazione vi abbia incuriosito e vi ringrazio tutti fin da ora. Non mi resta di augurarvi buona lettura e di ricordarvi che sono molto curioso di conoscere il vostro parere, di leggere le vostre recensioni, i vostri commenti e le vostre critiche a cominciare da qui, sul blog!

Andrea Carria, Il mondo fuori, Porto Seguro Editore, Firenze, 2019.

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