Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte V: Camilleri, “La fine della missione” e “I duellanti”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi chiudiamo la prima parte della nostra rassegna siciliana (ai seguenti link potrete trovare gli altri articoli: #1 #2 #3 #4). Per farlo, vi parlerò degli ultimi due racconti che compongono Le storie di Vigàta e con le quali Camilleri, idealmente, ci porta dal periodo fascista del primo racconto alla caduta del muro di Berlino dell’ultimo.
Nel primo testo intitolato La fine della missione, il penultimo di questa serie dedicata a Vigàta, i protagonisti sono due: uno fisico, Totino Mascarà, e uno astratto, il fascismo domestico.

La storia di Totino viene brevemente riassunta nelle prime pagine del racconto: orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto da una coppia di zii che, alla loro morte, gli lasciano tutta la loro fortuna. Totino nel frattempo studia e diventa avvocato, il più bravo di Vigàta, che ha clienti fino a Palermo. Il protagonista sembra avere tutte le virtù del mondo a eccezione di una: «non s’addecideva a farsi zito», in altre parole non aveva intenzione di sposarsi.
Il secondo protagonista invece riguarda la penetrazione dell’egemonia fascista in ogni ambito della vita pubblica e privata dei cittadini. Ovverosia il controllo totale (tipico, appunto, dei totalitarismi) di tutto il percorso di vita di ogni singola persona “dalla culla alla tomba”.

Nel caso che ci interessa l’ingerenza della dittatura riguarda l’obbligo, presentato come solenne contributo alla Patria, per le coppie sposate di dare molti figli allo Stato. La mancanza di questi non è assolutamente vista di buon occhio, tanto che alcuni personaggi condividono con le loro consorti la frustrazione per non poter accedere ad avanzamenti di carriera proprio perché avere dei figli rappresenta un requisito essenziale.

“«[Il capo di gabinetto] mi fici sapiri che la so ‘ntenzioni era quella di promuovermi al posto di Pascutto, ma che non lo potiva fari».
«Pirchì?».
«Pirchì le disposizioni del partito fascista ordinano che, nelle graduatorie, il maritato senza figli devi essiri mittuto pinultimo».
«E l’ultimo chi è?».
«U’ celibi…»”

Da questa grave ingerenza nelle vite private, gli onesti abitanti di Vigàta cercano di uscirne nel modo per loro più conveniente. Tra le mogli, che a differenza dei loro sposi vivono concretamente il paese poiché, stando a casa tutto il giorno, creano e tessono il vero tessuto sociale della comunità, gira in gran segreto una voce nei riguardi di un miracoloso metodo che permette anche alle donne più sfortunate di rimanere incinte. Per descrivere questo metodo, Camilleri ricorre in maniera comica alla metafora assai allusiva del fucile da caccia: quando l’arma non spara, bisogna procurarsene un’altra che funzioni a dovere. E se nella coppia il cacciatore ha un fucile fuori uso, vien’ da sé che bisogna affidarsi a un altro cacciatore che abbia a disposizione tutte le cartucce.

In questo modo, tra la sala da pranzo e la sagrestia, le pie donne di Vigàta si adoperano affinché i loro mariti ricevano le giuste soddisfazioni dalla vita: chi una promozione, chi un erede e così via.
Ma il giovane Totino Mascarà, col suo bel lavoro da avvocato e la sua presidenza dell’associazione cattolica degli uomini di Vigàta, che ruolo ricopre in questa società segreta tutta al femminile?

Il secondo e ultimo racconto, dal titolo I duellanti, invece ci porta sulle spiagge assolate di Vigàta. I protagonisti, anche stavolta, sono due: Cecè e Michele. Il primo è un ingenuo giovanotto che per vivere fa il muratore d’inverno e il gelataio d’estate, sposatosi in tutta fretta a una donna che lo tradiva; mentre il secondo è… l’amante della moglie di Cecè!
I due si avvicendano sulle spiagge del paese perché, dopo essere stato consigliato dalla moglie di Cecè, anche Michele inizia a vendere gelati nel periodo della stagione estiva, rigorosamente dal primo giorno di giugno all’ultimo di agosto.

Cecè per parte sua, uomo modesto ma col senso dell’onore, non vuole innanzitutto essere sconfitto, anche dal punto di vista lavorativo, dall’uomo che lo ha reso lo zimbello del paese, e poi non vuole vedere scemare i propri guadagni dividendo con un altro venditore la platea di clienti.
Fra i due nasce un vero e proprio duello che vede messe a confronti le menti dei due sfidanti, ognuno preso anima e corpo dal tentativo di inventare la soluzione migliore per attirare il maggior numero di clienti: gelati con la sorpresa, gelati in abbonamento, gelati multipli, gelati per i padri, per le madri, per le famiglie piccole e grandi, gelati estratti a sorte, coi numeri della tombola… insomma, le provano davvero di tutti i colori tanto che, in una delle cabine dello stabilimento Nettuno viene imbastita una piccola sala scommesse.
Come conseguenza delle molte altre strategie che i duellanti usano per sconfiggere l’avversario, si arriva perfino a scomodare il podestà di Vigàta che, preso dalla disperazione, accetta il folle tentativo di organizzare una giuria popolare, composta di cento persone, che dovrà giudicare in tutta sincerità qual è il gelato più buono fra i due e decretare in questo modo e per sempre il vero vincitore.

In un passaggio davvero ben fatto, Camilleri ci mette davanti alle estreme conseguenze, davvero tragicomiche, delle procedure che la Pubblica Amministrazione mette in atto per assicurare la correttezza del giudizio che sarebbe avvenuto il quindici settembre, l’ultimo giorno della stagione balneare (prorogata a causa del grande caldo):

«Usanno le guardie comunali, il potestà avvirtì a tutti e cento che si dovivano apprisintari il quattordici sira, alle setti e mezza, al cinema tiatro “Splendor”. L’assenti sarebbiro stati esclusi dalla giuria. Dintra allo “Splendor” avrebbiro mangiato (cena offerta dal comune) e dormuto nelle pultrune della platea che erano commode. Sarebbi stato proiettati, a gratis, un film di Tarzan. L’indomani a matino la giuria sarebbi nisciuta alle dieci dallo “Splendor” scortata dalle guardie comunali per evitare scappatine nei bar lungo il percorso. […] La giuria fu assistimata davanti al “Nettuno”. La banna minucipali vinni disposta di lato. Il pubblico si shcierò davanti alle gabine e le guardie comunali faticaro a lassari ‘no spazio per i tricicli di Cecè e Micheli. All’unnici spaccate la banna attaccò “Giovinezza, giovinezza”, l’inno fascista, che fu cantato da tutti ‘n coro. Alla fine, il podestà detti il via al duello finali.»

Il risultato del duello, ovviamente, lo saprete solo leggendo questo imperdibile racconto. Vi basterà però sapere che, nonostante il risultato, Cecè e Michele hanno continuano a sfidarsi ben oltre il periodo fascista, fino a raggiungere, in età anziana, un delicato equilibrio fra il rispetto per l’avversario e la rivalità ardente.

Sussurri di identità: “La Figurante” di Pauline Klein

Di Andrea Carria

Che valore ha la vita per una Figurante e in quale rapporto si pone con essa? Credo che il senso del libro di Pauline Klein La Figurante (Carbonio Editore, 2021, traduzione di Lisa Ginzburg) possa essere racchiuso in questa domanda. Una domanda che bene o male ci poniamo tutti, ma che in pochi esplorano con la franchezza e la lucidità che Pauline Klein si concede nel suo libro.

Il capitolo di apertura in cui la protagonista assiste alla nascita di una relazione in treno fra due ragazzi ha qualcosa di ipnotico. La descrizione è pari a quella di un’etologa che osserva per la prima volta le abitudini di corteggiamento di una coppia di animali. Circospezione, discrezione e distacco sono gli atteggiamenti che caratterizzano la sua osservazione. Il distacco, soprattutto, è ciò che rivela l’esistenza della barriera, lo scarto evoluzionistico che separa e distingue l’uomo dall’animale: lì ci siete voi e qui ci sono io; voi siete quello e io sono questo. Attraverso la descrizione di una scena che apparentemente non la riguarda, la protagonista, senza nemmeno nominarsi, offre al lettore una presentazione dettagliata di sé stessa. Io – è come se dicesse mentre riporta ciò che vede – sono quella che guarda gli altri vivere. Io sono quella che siede in disparte, silenziosamente accanto al finestrino, mentre là fuori la vita sfreccia. Io sono quella per cui la vita, quella stessa vita che dovrei definire mia, è un’esperienza demandata – non saprei per quale ragione – che passa dalle azioni e dalle scelte degli altri. Io sono questa. Io sono la Figurante. E sto cercando di diventare un’altra fin da quando ho memoria.

La Figurante ha un nome e una storia. Si chiama Camille Tazieff ed è una giovane donna a cui l’imprinting alla vita è stato dato da una famiglia sfasciata. L’infanzia e l’adolescenza Camille le passa a Parigi con la madre, una donna ambigua per la quale l’apertura mentale e la tolleranza sono più intenzioni che atteggiamenti concreti. Come per la protagonista di La straniera di Claudia Durastanti, un libro col quale La Figurante trovo sia imparentato, anche per Camille una prima boccata d’aria fresca giunge a New York, dove ottiene il suo primo incarico di lavoro in una galleria d’arte. Mettere un oceano in mezzo tra sé e gli elementi più tossici della sua vita permette a Camille di rivolgere uno sguardo diverso sul mondo e sulle possibilità che offre, facendo coincidere questa apertura con il suo momento di maggiore maturazione. Le tappe successive del suo percorso risentiranno di questa prima esperienza veramente indipendente e anche il suo ritorno a Parigi, quando avverrà, sarà un ritorno diverso che gradualmente la metterà nella condizione non solo di vedere le cose da un’altra prospettiva, ma anche di provare a cambiarle.

«Avevo lanciato i dadi a caso, pregando perché ad attendermi ci fosse qualcosa di più grande di me. Avevo seriamente creduto di vivere davanti l’ignoto. Invece più invecchio, più l’avvenire si restringe in una sconcertante prevedibilità. Da ragazza avevo creduto di imbastire una forma di disordine, un modo sicuro di seminare il panico così da imbrogliare da sola il tracciato e distogliere l’attenzione da quanto mi attendeva. Sfuggire a quanto mi veniva richiesto mescolando le carte che per forza di cose avevo ereditato e che avrebbero composto la mia vita. Disfare anziché fare.»

Il personaggio di Camille dà forma e respiro al libro, plasmando una pagina dopo l’altra. Sebbene il suo racconto sia una rivendicazione dall’inizio alla fine, un atto di emancipazione di genere, la pretesa di un riconoscimento che passa anche attraverso il sesso, Camille non ha alcun bisogno di gridare, di atteggiarsi a vittima o di portare la trasgressione (da cui comunque si sente attratta) a livello pubblico. Dignità e consapevolezza la sostengono anche nei momenti di disagio maggiore; il suo modo di reagire ai colpi ricevuti è di volgerli a proprio vantaggio, trasformandoli in un investimento su sé stessa; tutto le serve, tutto viene da lei usato per risorgere dalle proprie ceneri. Il più grande contrasto – il quale secondo me è il vero artefice del carattere di tutto il libro – è quello tra la compostezza innata di Camille e le difficoltà che incontra nel suo percorso accidentato verso l’individualizzazione. Segno che non sempre le rivoluzioni più grandi nella vita delle persone si annunciano con spari e cacofonie; possono anche vestire abiti civili e proclamarsi in fanfare di sussurri.

Camille mantiene il tono che le è proprio anche quando passa a temi che possono creare imbarazzo.

«Il sito YouPorn era stato creato cinque anni prima, nel 2006. Mi sdraiai sul letto e accesi il computer. Il disorientamento esistenziale di fronte all’offerta di categorie era già di per sé piacevole. Trovai il sito davvero ben fatto e sebbene gli si sia spesso obiettato – come più in generale ai film pornografici – da esser fatto da uomini per uomini, io al contrario amavo l’idea che fossero loro a occuparsene, a svolgere il lavoro, che questa particolare visione del mondo fosse loro riservata, che fossero loro a cercare quello che si presume procuri godimento ai più.»

Il sesso, ad esempio, è un argomento fondamentale nella sua storia ed è proprio il tono a rendere i suoi resoconti in propositi così autentici. Si percepisce che arrivare a parlare di uomini e di sesso è il risultato di un approdo lento e sofferto, di una conquista che ha ottenuto poco a poco e a caro prezzo, di una confessione che ha seguito un percorso non facile prima di depositarsi sulla pagina.

Grazie alla sua scrittura pulita ed elegante, Pauline Klein rende al meglio la personalità sfaccettata e complessa di Camille, rimanendo peraltro alla larga dalla tentazione della prolissità verso cui la scrittura intimistica può facilmente scivolare. Le riflessioni della protagonista risuonano solenni nella pagina e dettano il ritmo della lettura. Un ritmo lento, anzi un ritmo che deve accordarsi col bisogno della mente di centellinare tutti i significati del libro – di cogliere le trasformazioni di un giovane spirito entusiasta del proprio divenire.

Di feste del papà e di letteratura: “Papà Gambalunga” di Jean Webster

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo odierno desidero affrontare in un colpo solo due tipologie di testo che occupano una parte rilevante della produzione letteraria moderna: il romanzo epistolare e il romanzo per ragazzi (che oggi definiremmo young adults o giovani adulti).

L’occasione mi viene fornita da un classico statunitense che ho riscoperto da poco: Papà Gambalunga, ad opera di Jean Webster, in una piacevole edizione della Caravaggio Editore e a cura di Enrico De Luca.
La trama dell’opera, sicuramente già nota a molti di voi grazie all’omonima serie animata degli anni ’90, riguarda la giovane Jerusha (Judy) Abbott, una ragazza orfana che riceve da un misterioso benefattore l’opportunità della sua vita: lasciare per sempre l’istituto dove vive per frequentare il college. L’anonimo filantropo, della cui persona Judy riesce a vedere solo l’ombra deformata dai fari di un’auto e che le ispirerà il soprannome, non vuole alcunché in cambio ad eccezione di un biglietto di ringraziamento una volta al mese. Questi biglietti da subito si trasformano in vere e proprie lettere nelle quali Judy, gradatamente, inizia descrivendo la sua routine ma finisce confidando i suoi pensieri più profondi.

Jean Webster

Il romanzo epistolare, nella sua forma frammentaria, si presta eccellentemente alle esigenze narrative di Webster. Innanzitutto per la sua adesione alla realtà: Judy deve scrivere delle lettere e proprio queste sono riportate nel testo, creando una catena di singoli episodi. Secondo poi, la forma del testo che procede in questo modo permette a chi scrive di rappresentare tutti i risvolti della trama per vie traverse e originali di per sé, lavorando sui vuoti anziché sui pieni; mentre a chi legge permette di immergersi maggiormente nell’atmosfera del romanzo, grazie a una maggiore stimolazione della fantasia che riempie gli spazi lasciati tra una scena e l’altra.

Sul versante della letteratura per ragazzi, invece, Webster descrive magnificamente il trionfo dell’ingenuità, della spensieratezza ma anche l’importante processo di maturazione che riguarda tutti noi. Gli anni del college, cioè quelli compresi tra i 17 e i 21 anni circa, sono gli anni in cui dobbiamo mettere a fuoco chi siamo, quali sono i nostri principali punti di forza e come impiegarli all’interno di un disegno di vita coerente e soddisfacente per noi stessi. Tutto questo, nella descrizione del personaggio di Judy, appare chiaramente nelle sue lettere. Superata l’iniziale euforia per il nuovo mondo nel quale è stata catapultata, la giovane ragazza determina in maniera sempre più cosciente e matura quale sarà il suo destino e di ciò mette regolarmente al corrente il sempre più affezionato Papà Gambalunga.

Fanno parte, parimenti, dello sviluppo narrativo, anche altri personaggi secondari: a partire da Sally McBride (protagonista del seguito di questo romanzo, cioè Caro Nemico), poi Julia Rutledge-Pendleton e suo zio Jarvis. Questi personaggi, di cui ognuno incarna una determinata caratteristica, si alternano guadagnando più o meno spazio all’interno delle lettere di Judy, sino a giungere al gran finale che, se siamo stati lettori accorti, non ci coglie così tanto di sorpresa.

Papà Gambalunga rappresenta quindi un romanzo per ragazzi, un romanzo epistolare e allo stesso tempo un romanzo di formazione. Un testo che ritengo debba essere presente sulla scrivania di ogni ragazzo o ragazza alle prese col proprio sviluppo emotivo e psicofisico. Un testo nel quale ci accorgiamo che molte difficoltà dovremo affrontarle da soli, che nel corso della nostra maturità possiamo incontrare nuovi amici e scartarne altri; un romanzo dove ci viene insegnato che chi ci ama davvero, anche se da lontano, trova sempre il modo di aiutarci e di farci sentire la sua vicinanza.
Anche perché, in fondo, a tutti farebbe piacere avere un Papà Gambalunga!

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

“L’uomo senza ombra” di Colin Wilson: virtuosismi e filosofia della camera da letto

Di Andrea Carria

A chi mi ha seguito qui sul blog non sarà sfuggito che in questo inizio di 2021 ho passato molto del mio tempo da lettore in compagnia di Colin Wilson, di cui vi ho già parlato in due articoli dedicati a L’Outsider e a Riti notturni. Quest’ultimo libro, ricorderete, è il primo romanzo di una trilogia che la casa editrice Carbonio sta ripubblicando in italiano e che ha per protagonista Gerard Sorme, un giovane scrittore alter ego di Wilson. Il secondo volume della trilogia è uscito lo scorso dicembre, si intitola L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (Carbonio Editore, 2020, collana “Cielo Stellato”, traduzione di Nicola Manuppelli) ed è il libro di cui vi parlo oggi.

L’uomo senza ombra venne pubblicato in Inghilterra nel 1963, tre anni dopo l’uscita del primo volume. Vi ritroviamo molti dei personaggi conosciuti in Riti notturni, ma stavolta è lo stesso Gerard a parlarcene; il libro che il lettore ha tra le mani è infatti il suo diario privato giunto per vie traverse alla pubblicazione. Il fatto che si tratti di un diario lo rende molto diverso dal libro precedente sotto quasi tutti gli aspetti. La narrazione, che in Riti notturni costituiva la ragion d’essere dell’opera, riprende da dove si era interrotta ma, oltre a spostare il punto di osservazione, assume un andamento più incostante a vantaggio delle riflessioni di Gerard.

L’argomento al centro del diario è il sesso. Gerard è succube di una sorta di dipendenza sessuale che lo costringe a interessarsi di quasi ogni ragazza che vede. Reali o fantasiose che siano, scrivere delle sue avventure sessuali nel diario lo aiuta a guardare meglio dentro di sé e a riconoscere il significato nascosto dietro alle sue pulsioni. Oltre il godimento fisico, per lui molto importante, Gerard vede il sesso come una via privilegiata alla comprensione dei suoi istinti e, quindi, alla conoscenza di sé. Gerard è sempre molto acuto nelle sue riflessioni e il suo punto di vista sulle cose è sempre alternativo. La bellezza di leggere Wilson consiste proprio in questo: ciò che ha da dire non è una ripetizione né un riadattamento di idee di altri, quello che scrive è espressione di una mente abituata a pensare da sola e che non accetta compromessi riguardo alla libertà.

«Me ne sto seduto qui, in questa stanza, e il problema sembra allo stesso tempo immenso e inesistente. La vita è un deserto di libertà, ma poiché è un deserto, siamo troppo liberi. È come essere sospeso in un vuoto totale, senza gravità; puoi fare tutto ciò che vuoi, ed è proprio per questo che non fai niente, e ogni sforzo per cambiare posizione costa un’energia immensa perché non c’è nulla su cui fare leva. Provi a muovere il braccio all’indietro e tutto il corpo gira, riportando il braccio nella stessa posizione. A volte mi sono chiesto come certi scrittori potessero passare tutta la vita in uno stato immutabile di disperazione o debolezza. Adesso lo so: immaginano che la posizione fortuita in cui la libertà li ha gettati sia una legge dell’universo.»

Wilson, attraverso Sorme, dice la propria su alcuni temi classici del pensiero occidentale, confrontandosi con quelli che, fin dai tempi di L’Outsider, considera i suoi “santi letterari”. Molti di essi erano grandi amatori ed è a loro che Sorme si associa volentieri. Maschio bianco etero, il titolo di un romanzo di John Niven di qualche anno fa, è la scritta che anche Sorme avrebbe appeso fuori dal suo club qualora avesse pensato di fondarne uno.

Ciò che delle vicende di Riti notturni non aveva trovato spazio, data la diversa conformazione del libro, nel suo diario acquisisce una fisionomia intellettuale piena, e anche il personaggio di Gerard ne risulta irrobustito. Finalmente, vediamo quali pensieri e ragionamenti ispirano la sua empiria e il suo sensismo, e quello che si scopre è l’incessante lotta interiore di un giovane uomo che cerca di coniugare le aspirazioni della mente con i bisogni del corpo. L’acume di Sorme rende interessante questo antico dissidio con argomentazioni intelligenti e spiazzanti che non si sa mai dove condurranno.

In tutto questo non bisogna dimenticarci della parte narrativa dell’Uomo senza ombra, dove si alternano progressioni di trama e aneddoti. In questo libro, Wilson si è sentito più libero di azzardare e il suo stile, molto più maturo, ha dato prova di saper imprimere quelle variazioni di tono che invece gli erano sfuggite in Riti notturni. In questo la prima persona aiuta molto, permette una confidenzialità e una naturalezza che invece la terza, nella sua ricerca dell’obiettività, non può in nessun modo eguagliare.

I limiti di quest’opera sono, da un certo punto di vista, anche i suoi punti di forza. Il suo doppio profilo, intellettuale ed erotico, la rende una lettura consigliata per momenti scelti della giornata, mentre alcune considerazioni morali e punti di vista “sessisti” sono quelli che rivelano di più l’età anagrafica del libro. Concordo in pieno con la recensione di Francesco Pacifico su “la Repubblica”, secondo cui nessun editor, oggi, lascerebbe passare il machismo di certe pagine. C’è da augurarsi, adesso che Wilson non gode ancora del passaporto diplomatico dato dall’essere un classico, che le altre qualità dell’Uomo senza ombra siano sufficienti a mettere garofani nelle bocche da fuoco delle femministe più agguerrite, per arrivare integro e incolume al pubblico di oggi a cui naturalmente appartiene. Per il quale è comunque da vedere se a costituire il principale incentivo alla sua lettura saranno le turbolenze sessuali di Gerard o il fascino senza tempo di un uomo insaziabilmente affamato di libertà.

“Riti notturni” di Colin Wilson: un noir esistenziale sulle rive del Tamigi

Di Andrea Carria

Pochi giorni fa vi avevo presentato lo scrittore inglese Colin Wilson (1931-2013) parlandovi dell’Outsider, la sua prima, ambiziosissima opera; nell’articolo di oggi approfondiremo la sua conoscenza prendendo in esame Riti notturni, il romanzo con cui Wilson fece il proprio esordio nella letteratura e che la casa editrice Carbonio – in prima linea nel rispolverare l’opera wilsoniana in Italia – ha pubblicato nel 2019, con la traduzione di Nicola Manuppelli, nella collana “Cielo Stellato”.

In Inghilterra Riti notturni uscì nel 1960, quando Colin Wilson aveva ventinove anni. La gestazione del romanzo fu lunga: Wilson ne aveva cominciata la stesura all’inizio del decennio precedente e per circa un paio d’anni, tra 1954 e il 1956, lo portò avanti contemporaneamente alla scrittura dell’Outsider. Queste notazioni bibliografiche servono per ricostruire il contesto, ma ci aiutano anche a entrare “sotto la pelle” del libro, in quel reticolo di fitte corrispondenze intellettuali che Wilson traccia minuziosamente e che costituiscono il suo background di riferimento. Riprenderò il discorso tra un momento, ma non prima di avervi detto qualcosa riguardo alla trama di questo interessante romanzo.

Riti notturni è quello che oggi chiameremmo un thriller o, data la sua ambientazione metropolitana, un noir. Il protagonista è Gerard Sorme, un giovane, aspirante scrittore che in sella alla sua bicicletta percorre tutti i giorni le strade della Londra degli anni Cinquanta con la stessa disinvoltura con cui un coltello affonda nel burro. Del tutto solo ma anche felicemente libero da qualunque obbligo, la sua oziosa routine cambia all’improvviso quando si ritrova a investigare su un misterioso serial killer che, proprio come un Jack lo Squartatore redivivo, miete le sue vittime fra la popolazione femminile del quartiere di Whitechapel. Oltre a quelle letterarie (più millantate che praticate, verrebbe da dire), Sorme non ha vere aspirazioni investigative e se si interessa al caso è solo perché le persone a lui vicine rischiano di finire nei guai con la giustizia. Il principale indiziato è infatti Austin Nunne, un caro nonché eccentrico amico di Sorme. Nunne appartiene all’altissima borghesia londinese, vive come un dandy frequentando salotti e circoli, ma per la polizia è solo un omosessuale praticante il sadismo (due tratti più che sufficienti, al tempo, per far finire il nome di una persona negli schedari di Scotland Yard).
Per capire se e in quale misura Nunne sia coinvolto negli omicidi, Sorme darà fondo a tutte le sue energie dimostrando un grande senso dell’amicizia e della lealtà.

Quello di Sorme è un personaggio letterariamente molto interessante e che ricalca in una certa misura l’autore. Il suo profilo si comprende meglio tenendo sullo sfondo quello dell’outsider così come Wilson l’ha tratteggiato nel libro omonimo. Egli, dunque, è un intellettuale indipendente, un libero pensatore, un creativo per natura che però non si dimentica mai di vivere accumulando incontri ed esperienze. Si presenta come scrittore, ma per il resto non si dà etichette; l’unica – dichiarata peraltro con orgoglio – è quella di esistenzialista. E da buon esistenzialista, prima ancora dei libri, Sorme considera il mondo come l’unico scenario in cui agire. Troppo spesso liquidiamo l’esistenzialismo con la definizione fumosa di filosofia dell’esistenza, dimenticandoci invece quanto sia stato significativo anche come filosofia dell’azione e delle prese di campo. A differenza di molti altri, Sorme (e Wilson tramite lui) sembra invece essere perfettamente consapevole del nocciolo più autentico del pensiero esistenzialista (almeno di quello francese che Wilson ha come punto di riferimento); come Sartre, come Camus, anche lui, messo nella condizione di dover scegliere, antepone l’azione alla speculazione in quanto sa che nemmeno il migliore dei libri che potrà leggere o scrivere avrà mai lo stesso valore della concretezza dell’impegno in prima persona, dell’esperienza.

Parafrasando il titolo di un famoso scritto di Sartre, l’esistenzialismo di Sorme è un umanismo che ricorda agli uomini di essere pieni possessori delle proprie scelte e azioni. È così che il giovane si considera, e ciò che muove il suo interesse verso gli altri risponde al medesimo principio. D’altra parte, il suo coinvolgimento nel caso dei delitti di Whitechapel ha anche una dimensione intellettuale che completa e amplifica quella narrativa. Ho detto che per scrivere Riti notturni Wilson si sia ispirato alla storia di Jack lo Squartatore, ma questo è solo l’innesco; il modo di trattare l’omicidio e le considerazioni morali da cui scaturiscono le sue riflessioni hanno invece un altro nume tutelare, uno scrittore che ha usato l’espediente letterario dell’omicidio per creare alcune delle visioni metafisiche più portentose della letteratura occidentale: Dostoevskij.

Wilson era un grande ammiratore di Dostoevskij e dei suoi capolavori, e da parte sua Riti notturni ne tradisce una lettura molto approfondita, soprattutto di romanzi come Delitto e castigo e I demoni. Con una trama più semplice e filosoficamente meno densa, Wilson riesce infatti a mettere i lettori di fronte a un dilemma morale per niente facile da risolvere, ma soprattutto – ed è qui che secondo me la lettura di Dostoevskij emerge in particolar modo – ad allargare il discorso a temi come la giustizia, l’impunità e la presunzione di considerarsi superiori alla legge. Anche il principale subplot del libro, la storia del pittore Glasp (senza dubbio il più dostoevskijano di tutti i personaggi del romanzo), sembra modellata su una di quelle numerose storie di denuncia sociale su cui Dostoevskij era solito dilungarsi. Glasp è il tipico misantropo dostoevskijano burbero nei modi e che vive alla giornata, un uomo che sceglie l’autoemarginazione, che pensa che non ci sia niente nel mondo per cui valga davvero la pena di vivere, ma che poi, quando gli si presenta l’occasione, si profonde in slanci di romantico altruismo verso il prossimo.

Un fatto che ho trovato curioso è come l’attenta rimodulazione delle istanze esistenziali e morali svolta da Wilson a livello narrativo non abbia avuto invece seguito a livello stilistico. Lo schema narrativo che Wilson aveva in mente e a cui poi adegua la sua scrittura era quello del romanzo vecchia maniera; dal punto di vista formale non c’è infatti traccia – almeno in questo suo primo romanzo – né di modernismo letterario né di quell’ecletticità che generalmente si associa al suo nome, tanto da non seguire nemmeno quegli stessi autori che aveva eletto a modelli, e di cui aveva ripreso le idee, sulla strada della sperimentazione. Al contrario ho trovato sorprendente come la scrittura di Wilson si sia appropriata di tecniche e forme più tradizionali e compatte, di una scansione delle sequenze pedissequamente cronologica, di un andamento della prosa che procede in linea retta e che devia momentaneamente solo per seguire Sorme nelle sue avventure sessuali.

L’ecletticità tipica di Colin Wilson si ritrova altrove, nei contenuti, e Sorme è il suo principale divulgatore. Egli è il classico tipo che la pensa diversamente e che in parte vi ho già presentato, ma a differenza di Glasp (il quale potrebbe essere considerato il suo doppio romanzesco) conosce tanta gente, è aperto e generalmente disponibile, e in qualche modo si fa latore di un’etica sociale basata sul rispetto, sull’inclusione e sulla tolleranza. È un philosophe, un illuminista, ma non un iconoclasta intransigente alla Voltaire. Non ha peli sulla lingua e si impegna a non avere nemmeno pregiudizi; gli unici che ha sono delle eccezioni e si rovesciano su quelle categorie sociali che sbattono il mondo fuori dalla propria vita e vorrebbero rinchiudere anche il resto dell’umanità nel recinto del dogma. Franco e schietto, intellettualmente onesto con sé stesso, non si fa scrupoli a parlare di sesso, omosessualità e sadismo con chiunque, donne e preti compresi, dimostrando sempre libertà di pensiero ed equilibrio di giudizio. D’altronde, una volta riconosciuto dove stia il giusto, non esita a prendere posizione o ad appellarsi alla disobbedienza civile; e benché non distolga mai veramente lo sguardo da sé stesso, riesce comunque a mettersi nei panni degli altri.

Riti notturni è uno di quei libri i cui pregi e difetti coincidono perfettamente con quelli del suo protagonista. Sorme è un personaggio che affascina, che suscita il desiderio di conoscerlo meglio e che alimenta il rimpianto di non averlo come amico. Il consiglio che mi sento di dare ai lettori di Riti notturni è di andare oltre la trama, di guardare sotto e tutt’intorno a essa, di non cercare nelle sue pagine ciò che si chiede ai thriller e ai noir contemporanei. È probabile che il bibliofilo ne trarrà maggior diletto rispetto al lettore di bestseller (in alcuni punti i sessant’anni del libro si fanno sentire), ma penso anche che Wilson, l’outsider Wilson, non potesse chiedere niente di meno al suo romanzo; compiaciuto, ne avrebbe anzi sorriso.

Frammenti sparsi di un’adolescenza negata: “Buio” di Anna Kańtoch

Di Andrea Carria

Quando ho letto la quarta di copertina di Buio, romanzo di Anna Kańtoch pubblicato recentemente da Carbonio Editore (collana “Cielo Stellato“, traduzione di Francesco Annicchiarico), ho subito capito che questo libro aveva qualcosa da dirmi. E così è stato. Lo chiarisco subito: il romanzo mi è piaciuto molto, tuttavia non sono sicuro di aver compreso tutto di esso né penso che l’autrice intendesse spianare la strada al lettore. A mio parere, ha preso comunque la decisione più giusta. Chi comincia a leggere Buio deve prima liberarsi di quello che crede di sapere o di aver intuito del libro, e seguire silenziosamente Anna Kańtoch nei suoi percorsi narrativi: tanto – vi dico anche questo – non riuscireste comunque ad anticiparla.

Buio è un romanzo inclassificabile, specializzato nel rimescolare le carte e intersecare i piani di lettura. La protagonista è una giovane donna che, una volta uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era ricoverata, viene ospitata a casa del fratello, facoltoso uomo d’affari, a Varsavia. Non avendo altre possibilità, la donna si fa andare bene quella sistemazione, sforzandosi di farsi vedere per quello che gli altri si attendono che sia. Così, mentre all’esterno cerca di dimostrare l’equilibrio ritrovato apparendo tranquilla e controllata, all’interno baluginii di un’antica inquietudine tornano minacciosamente a farsi strada attraverso la memoria. L’incontro con una sensitiva durante una seduta spiritica le fornirà la chiave per tornare indietro, fino alla sua infanzia.

Il ritorno della protagonista all’infanzia coincide con un luogo fisico ben preciso: Buio. Il posto dove tutto ebbe inizio e, in un certo senso, finì. Buio, la dimora in campagna di proprietà del padre della protagonista, dove la famiglia trascorreva l’estate tra giochi all’aria aperta e ipocriti ménage altoborghesi. Buio, dove la giovane e bella attrice di teatro, Jadwiga Rathe, trovò la morte e una bambina sul punto di diventare una donna rimase incastrata in fatti troppo più grandi di lei. È con quella preadolescente sensibile e schiva che la protagonista deve riallacciare i contatti, ma purtroppo la chiave che la sensitiva le ha fornito non era accompagnata da nessuna istruzione per l’uso. Tutto quello che riuscirà a scoprire dovrà rischiarlo in prima persona un passo dopo l’altro, dosando coraggio, intraprendenza e istinto.

Come ogni lettore auspica, Anna Kańtoch onora le aspettative del proprio pubblico con l’originalità che ci si aspetta da un libro come il suo, mettendo a punto una storia conturbante, raffinata e magica. Il mistero che avvolge la morte di Jadwiga è minuziosamente custodito dall’autrice, la quale arruola ogni elemento a sua disposizione per infittirlo. Kańtoch è molto brava nell’esercizio della suspense. La ginnastica a cui sottopone la tensione narrativa – caratterizzata da piccole rivelazioni subito camuffate o smentite – è vivace e intelligente durante tutto il libro; non si attarda in digressioni fine a loro stesse e rimane propedeutica allo svolgimento fino alla conclusione. I continui andirivieni nel tempo conferiscono dinamicità al romanzo, il quale non conosce tempi morti né ridondanze. In tutto questo, Anna Kańtoch riesce comunque a portare il discorso sempre dove vuole e come vuole, dando molto spazio ai flashback e ai ricordi, nonché a tutti i sottintesi narrativi che concernono ambedue.

Sfumature e sottintesi sono le tessere del mosaico che Anna Kańtoch sfida i lettori di Buio a ricomporre. Come ho detto in apertura, non sono sicuro di aver decodificato per intero questo romanzo, il quale si apre a molteplici chiavi di lettura. Ogni buon libro si presta a interpretazioni diverse fra loro, ma nel caso di Buio l’autrice si è divertita moltissimo a ricamare sull’indeterminatezza e sul dubbio. Dubbio prontamente assistito dalla protagonista stessa, la quale, in quanto ex paziente di una clinica psichiatrica, si fa portavoce di un punto di vista verso cui il lettore è subito autorizzato a diffidare. Quasi del tutto privo di appigli sicuri, più che incoraggiato, quest’ultimo si ritrova obbligato a interpretare dopo poche pagine, cercando in primo luogo di orientarsi tra il fitto gioco di rimandi inter- e paratestuali che l’autrice fa cominciare fin dal titolo. A tratti la scrittura di Anna Kańtoch si fa evocativa, in altri momenti diventa simbolica, in altri ancora ermetica. Non penso che da parte dell’autrice prevalga la volontà di rendersi imperscrutabile, quanto l’impossibilità – all’opposto – di essere più precisa e circostanziata di quello che è nelle condizioni di poter fare o mostrare. Da qui il gran numero di letture possibili, e tutte plausibili.

La mancanza di spiegazioni da parte di Anna Kańtoch non deve essere scambiata per quella reticenza che, come mero vezzo estetico, si insinua nelle opere di molti autori contemporanei; al contrario, la sua è la dimostrazione del raggiungimento di un limite gnoseologico e linguistico oltre il quale la ragione non può spingersi e la fantasia da sola non può reggersi. Kańtoch quel limite lo oltrepassa rare volte (e non senza timore) cercando alleati nel mondo dell’infanzia e del folklore. Nel romanzo il superamento di tale limite è chiaramente rappresentato dalla foresta – terreno di gioco dell’infanzia nonché luogo di apparizioni ed epifanie –, sul limitare della quale, come a guardia di un confine sacro e misterico, sorge la dimora di famiglia, simbolo della prosaicità borghese e di tutte le sue istanze omologatrici e razionalizzanti, tra cui, parafrasando Michel Foucault, quella clinicalizzazione di cui la protagonista conosce bene gli effetti.

In certi particolari relativi all’infanzia, Buio mi ha ricordato Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, un romanzo altrettanto ricco di sottintesi e che sono sempre tentato di rileggere. Anna Kańtoch è più distante dall’horror e dai fantasmi della mente rispetto a Jackson e più vicina invece al folklore, alla magia e all’esoterismo, eppure questa differenza tra le due si annulla nella grande capacità che hanno entrambe di raccontare le sfumature del mondo attraverso gli occhi dei preadolescenti, i quali vivono le turbolenze innescate dagli adulti con un fervore immaginativo che strizza gli occhi alle tenebre.

Queste sono alcune delle conclusioni a cui sono giunto io dopo la lettura di Buio. Ci sono anche numerosi elementi fantasy e un intrigante subplot LGBTQ di cui non ho avuto modo di dire, per cui non pretendo che quanto ho scritto in questa recensione sia completo; vista la sua profondità, mi basterebbe se fosse plausibile.

Un’opera come Buio ha molto da svelare e ogni lettore, sulla scorta della propria sensibilità e delle proprie esperienze, è destinato a ricostruirlo in tanti modi, tutti diversi. Il mio consiglio è di non fermarsi alla prima lettura; l’editoria corre veloce, i libri che arrivano oggi in libreria appartengono già a ieri e dedicarsi a una ri-lettura è l’esperienza meno consigliata da chiunque, blog letterari compresi. Nemmeno un libro che mette in discussione il concetto stesso dello scorrere del tempo come Buio può permettersi di sottrarsi a questa regola. A questo romanzo e alla sua sorprendente autrice – che grazie alla casa editrice mi auguro di poter presto intervistare – non resta che sperare che la platea ideale alla quale si rivolgono (quella dei degustatori di libri, dei lettori outsider, dei boicottatori dell’editoria mainstream) continui a praticare l’unico sport in cui, finora, ha saputo distinguersi: lo snobismo delle mode letterarie, delle classifiche e dell’editoria ultracommerciale.

“Il libro della creazione” di Sarah Blau: Bildungsroman e contemporaneità

Di Andrea Carria

Se c’è un genere letterario che può essere declinato in forme pressoché infinite, il romanzo di formazione o Bildungsroman è sicuramente uno dei più plasmabili. Tra le meglio codificate che esistano, la sua struttura apparentemente rigida in realtà si sposa perfettamente con il respiro ampio e avvolgente tipico del romanzesco, respiro che proprio i momenti topici del romanzo di formazione incarnano compiutamente. Ma il Bildungsroman è innanzitutto un romanzo, e in quanto tale accoglie al proprio interno innumerevoli possibilità di variazione. L’unico vero paletto si ha a livello della trama e riguarda la trasformazione del protagonista. Per quanto necessaria, la trasformazione (un tempo si sarebbe parlato di crescita) può tuttavia avvenire in molti modi diversi, ed è qui che entrano in gioco quelle variazioni che contribuiscono a fare di questo genere letterario un autentico ever green.

La lettura di Il libro della creazione di Sarah Blau (Carbonio Editore, 2020, traduzione di Elena Loewenthal) mi ha spinto verso queste considerazioni dopo averne apprezzato quella che, a mio parere, costituisce la caratteristica più interessante di questo romanzo: la fusione armoniosa di tradizione e contemporaneità.

Il soggetto alla base del romanzo deriva infatti dalla tradizione ebraica più antica, anzi dalla leggenda. La leggenda è quella del golem, di cui la cultura e la letteratura ebraiche sono piene di riferimenti, alcuni dei quali famosissimi, com’è il caso del romanzo di Gustav Meyrink del 1925, ambientato a Praga e intitolato Il Golem.
A evocare la creatura questa volta è Telma, una giovane insegnante israeliana profondamente insoddisfatta della sua vita. Ingabbiata in una famiglia tradizionale e osservante, ferita nei sentimenti e succube di una cugina che rappresenta tutto quello che lei stessa vorrebbe essere, per Telma tutto cambia con la morte della nonna materna, la quale le lascia un’eredità davvero importante: la casa, nella quale la ragazza si trasferisce, e un libro molto speciale e potente in grado di donare la vita…

Investita da questo straordinario lascito ma ancora incapace di guidare la propria vita dove vorrebbe, Telma, all’ennesima umiliazione, decide di testarne l’efficacia. Con la terra del cimitero dove riposa la nonna impasta un corpo, lo modella in tutte le sue parti e sotto alla lingua gli deposita un cartiglio con la parola segreta che gli donerà la vita. Creare un golem è un’operazione estremamente complessa e pericolosa, a cui Telma adempie con fin troppa disinvoltura ed egoismo. Un golem infatti è una creatura con uno spirito proprio che si rafforza giorno dopo giorno. Chi lo crea non lo fa per gioco né per capriccio, ma solo in condizioni di bisogno estremo per l’intero popolo ebraico. Telma avrebbe dovuto saperlo, invece usa il potere più grande che esiste – un potere che sfida apertamente l’operato di Dio – per assecondare le proprie frustrazioni. Ma la sua leggerezza potrebbe costarle molto cara. Shaul, il nome che ha scelto per il golem che ha creato, diventa più forte ogni giorno che passa, e presto potrebbe ribellarsi all’autorità della sua creatrice mettendo in serio pericolo non solo lei ma anche le persone che la circondano.

Come romanzo, Il libro della creazione è un’opera ambivalente che alterna momenti di autenticità e altri di stasi prolungata. Sarah Blau mostra il meglio di sé alle prese con le dinamiche famigliari confezionando ritratti indimenticabili. La precisione con cui descrive le ruggini e le gelosie tra parenti offrono uno spaccato di vita domestica credibilissimo e in cui il lettore facilmente si rispecchia. Anche la caratterizzazione dei personaggi deve molto alla realtà: ciascuno di essi è perfettamente calato nella piccola parte che recita, e tutti insieme costituiscono un fondale di volti e di voci così ben fatto da tenere a galla il romanzo e spingere il lettore verso la conclusione.

C’è infatti da dire che, pur essendo un romanzo che fa perno su un elemento di fantasia, Il libro della creazione deve la maggioranza dei suoi punti di forza alle scene e alle situazioni verosimiglianti. La parte fantastica, che qui dovrebbe essere quella propriamente romanzesca, è invece un po’ annacquata. Sarah Blau indugia molto – davvero troppo – sulla fragilità e le circonvoluzioni mentali di Telma, torna spesso sui medesimi concetti e fa andare avanti la storia con il contagocce. Il risultato, alla lunga, è un inevitabile calo di tensione e una perdita di presa sul lettore, il quale si ritrova a poche pagine dalla fine ancora in attesa di quello scatto che ogni romanzo ha il dovere di compiere. Quando arriva, il momento clou è abbastanza ordinario e non sorprende più di tanto. Come altrove, anche qui le circonvoluzioni mentali della protagonista ritardano gli eventi e sottraggono loro spazio, tanto da precipitarli anonimamente verso il finale.

Un discorso a parte merita la lingua letteraria di Sarah Blau, una lingua ricca, sfaccettata, abituata a giocare con le parole, ma anche irriverente e provocatoria. La provocazione linguistica è uno dei terreni su cui la scrittrice porta la sua sfida alla tradizione. Contemporaneo e anticonformista, il romanzo illumina con le parole ciò che religione, costumi e usanze relegano da millenni nell’indicibile; e l’illuminazione avviene, riesce proprio perché tali inserti fanno parte di un tessuto linguistico di grande equilibrio. Le figure retoriche e di linguaggio sono interessanti, alcune invero molto belle; godere di certe sfumature in traduzione non è per niente scontato, ecco perché vale la pena di sottolineare anche il lavoro svolto dalla traduttrice Elena Loewenthal, a sua volta scrittrice raffinata, la quale non si è limitata a tradurre in italiano parole e frasi, ma anche il carattere dell’opera.
A parziale compensazione di ciò che la trama si dimentica di fare in termini di dinamicità interviene il passaggio frequente di Telma, protagonista e voce narrante, dalla prima alla terza persona; una scelta stilistica che vuole rimarcare la spaccatura fra Io e Sé che percorre il suo personaggio ricordando non da ultimo che Il libro della creazione, in quanto Bildungsroman, è anche un discreto romanzo psicologico.

Ricapitolando, Il libro della creazione di Sarah Blau è un’opera che, se da una parte ha mostrato qualcosa di nuovo nel romanzo di formazione facendo coabitare modernità e retaggi millenari, dall’altra ha anche inflazionato il punto di vista dell’io narrante rendendolo prolisso e a volte persino sterile. Autentico e calibrato nella descrizione delle scene domestiche, la sua presenza diviene inopportuna in altre parti del libro fino a entrare in competizione con la trama stessa. La componente romanzesca è oggettivamente risicata; il golem, il pezzo forte del romanzo, quello che si carica di più aspettative, ha sicuramente risvolti metaforici e psicologici da ricercare, ma all’atto pratico rimane un convitato di pietra, un personaggio che l’autrice non sempre sa bene dove menare.
Sarah Blau, che proprio nelle prime pagine del romanzo ha invece dimostrato di avere nelle corde un lessico famigliare da far invidia per freschezza e autenticità, ha secondo me innestato un romanzo debole (la storia del golem) su un altro (la storia di Telma e della sua famiglia) che avrebbe potuto essere molto più avvincente, decretando l’inabissamento di quest’ultimo senza riuscire a rafforzare più di tanto il primo.

L’ultima El Dorado e i suoi abitanti: “Paravion” di Hafid Bouazza

Di Andrea Carria

Paravion. Un nome che non capita di sentire tutti i giorni, ma per gli abitanti di un remoto villaggio del Marocco questa parola preannuncia delizie e tesori. I lettori italiani desiderosi di sogni speziati e di notti punteggiate dalle stelle possono scoprire la loro Paravion leggendo il romanzo omonimo di Hafid Bouazza, pubblicato da Carbonio Editore sul finire dell’estate scorsa per la collana “Cielo Stellato” (traduzione di Laura Pignatti).

Cos’è Paravion? Dove si trova? Per quanto il nome possa suonare piacevole alle orecchie, in realtà non esiste nessun luogo sulla terra che si chiami a quel modo. La cosa è molto strana se si considera che gli abitanti del villaggio ci credono fermamente, e generazione dopo generazione tutti gli uomini, chi prima chi dopo, partono per raggiungerlo lasciando a casa mogli e figli. Nessuno di loro sa quando si rivedranno, se si rivedranno. Sono emigranti (gli emigranti di una generazione fa) e l’unico mezzo che possiedono per mantenere i contatti con casa è la posta; di tanto in tanto danno notizie di sé ai familiari scrivendo una lettera, ma pure in questo caso nessuno sa dire quanto tempo sia passato dall’ultima busta o quando arriverà la prossima.

Questo evento è di importanza fondamentale e rappresenta molto più della semplice venuta di una lettera. È infatti con l’arrivo della posta al villaggio che la leggenda di Paravion si ravviva ogni volta. Perché PAR AVION è esattamente la scritta stampigliata sulla busta con cui mogli e madri, figli e figlie vedono tornare a casa le parole dei propri cari.

Per gli abitanti del villaggio – tutta gente pratica, superstiziosa e terrena – le conclusioni sono rapide e inevitabili. Paravion esiste ed è il nome del luogo dove i loro uomini sono andati in cerca di miglior fortuna: l’El Dorado, la città scintillante e prodiga di opportunità descritta nei racconti, nella quale anche le donne vivono fuori casa e hanno una posizione. Al villaggio, nessuno e nessuna sospetta la verità. Nessuna e nessuno intende la cosa per quella che è davvero, ossia che i loro mariti, i loro padri e i loro figli si trovano semplicemente all’estero, che quest’estero coincide con un’idea di Occidente che non trova riscontri da nessuna parte, e che il nome in cui ripongono tanti sogni e speranze indica soltanto il modo in cui le lettere hanno viaggiato per tanti chilometri fino a casa: per via aerea, proprio quel che PAR AVION significa in francese.

Questa ingenuità è uno degli espedienti letterari più interessanti del libro, nonché un elemento che richiama subito l’attenzione sulla singolare cifra stilistica che lo caratterizza. Paravion è un romanzo contemporaneo che strizza l’occhio alla fiaba, un genere del quale Hafid Bouazza ripropone, in dosaggi differenziati, ambientazioni, personaggi e linguaggio. Le atmosfere sospese, a metà strada fra il sogno e la realtà, fra il miraggio e la dura vita quotidiana, compongono la cornice entro cui si muovono Baba Baluk e la sua famiglia. Uno scenario fiabesco ma anche onirico, concepito per creature letterarie aeriformi, per personaggi che sono più credibili quando si librano in aria sui loro tappeti volanti rispetto a quando sono a terra, con i piedi nella polvere. Anche il modo in cui la narrazione procede ricorda la cadenza della fiaba, riscontrabile nell’abbondanza di descrizioni (mirate e anche molto particolareggiate), nell’indeterminatezza di tempo e luoghi, nei salti temporali tra un episodio e l’altro, e in generale nel piglio riassuntivo con cui viene sbrigata la successione dei fatti.

Come ci si aspetta da uno scrittore che omaggia la fiaba e l’antichissima tradizione dei racconti orali, anche lo stile di scrittura di Hafid Bouazza guarda indietro nel tempo, a epoche letterarie che la modernità ha ormai superato. La ricchezza di descrizioni è pervasiva e sottrae molto spazio a tutto il resto, trama compresa, la quale si camuffa (e a volte si perde) in mezzo a un labirinto sensoriale fatto di immagini, suoni, odori e tessiture che l’autore, evidentemente, si compiace molto di evocare. Tutto ciò che si presta a essere descritto, a essere esperito attraverso i sensi trova spazio nelle pagine di Paravion, e Bouazza se ne avvale (anche) per dare prova delle sue indiscutibili abilità letterarie. Molti brani possiedono una musicalità innata che si conserva persino in traduzione; righe e paragrafi sono in realtà versi e strofe di un linguaggio poetico interiore a cui Hafid Bouazza naturalmente attinge quando scrive. Può non piacere, eppure il romanzo non soffre per questo; soffre, piuttosto, per la mancanza di spinta nelle prime 60-70 pagine (che è più di un terzo del libro, comunque), nelle quali il lettore, se non riesce a bearsi del bello stile e delle sue metafore mirabilmente cesellate, rischia di stizzirsi per la poca sostanza romanzesca che ha incontrato fino a quel momento.

L’idea originaria del romanzo era e rimane ottima. La storia di come è nata la leggenda di Paravion, l’epopea dell’emigrazione e la mitizzazione dell’Occidente da parte dei popoli che vivono sulla sua soglia vengono presentate o raccontate da un punto di vista particolarissimo che meriterebbe l’attenzione di tutti. Hafid Bouazza, figlio di immigrati marocchini in Olanda, ha narrato (e criticato) i risvolti identitari ed emotivi di una realtà che conosce perché è la sua, e che continua a interessare milioni di persone in tutto il mondo. Ciò conferisce credibilità alla sua opera (l’edizione olandese risale al 2002), e nello sforzo che ha compiuto per rievocare gli scenari e le atmosfere della sua terra d’origine (sforzo, in questo frangente, coronato dal pieno successo) rispecchia un sentimento molto comune fra gli appartenenti alla cosiddetta “seconda generazione“.

Purtroppo la sinergia singhiozzante fra argomento, stile e respiro complessivo dell’opera non è di grande aiuto all’identificazione da parte di chi legge e, anzi, rischia di fallire l’appuntamento con quella parte di pubblico non direttamente coinvolta, per la quale la sensibilizzazione a un tema potrebbe passare anche dal coinvolgimento letterario provato.

“Alla ricerca del principe Dracula” di Kerri Maniscalco

Di Martina Conti

Non tutti i principi e le principesse indossano la corona anche se vivono in un castello, alcuni di essi inforcano il bisturi…

Il libro che ha reso famoso Bram Stoker, Dracula, è l’emblema dell’opera vittoriana di genere horror e dalle ambientazioni gotiche che ha sfruttato le paure e i desideri atavici dei lettori per presentare la leggendaria figura del vampiro che semina il terrore in Transilvania e a Londra.
Le leggende, il folklore popolare e la fama del libro hanno però offuscato e reso meno noto l’uomo che ha prestato il volto al personaggio letterario: il Conte Vlad III Dracula, protettore del principato di Valacchia dove sorge l’odierna Romania.
Nonostante non fosse nato nobile, si era guadagnato il titolo di Conte in quanto proprietario terriero e strenuo difensore dagli attacchi degli Ottomani. Il suo nome, in terra natia, è sempre stato legato alla fama di eroe di guerra sanguinario e spietato che faceva ricorso a metodi poco ortodossi per sbarazzarsi dei nemici: il soprannome che i romeni gli avevano affibbiato, Țepeș (impalatore), era legato alla sua abitudine di lasciar morire dissanguati i propri nemici infilzandoli a dei pali.

Questo è quello che, nell’immaginario vittoriano, ha nutrito e dato forma alla leggenda del vampiro che si credeva non vivesse solo nelle pagine del libro che portava il suo nome.

È da questa leggenda che muove i passi il secondo libro di Kerri Maniscalco, Alla ricerca del Principe Dracula, volume che prosegue nella narrazione delle avventure di Audrey Rose e Thomas nel loro viaggio in Romania, appena pochi mesi dopo aver svelato l’identità del sanguinario Jack lo Squartatore e aver posto fine al suo “Autunno del Terrore”.
Entrambi i protagonisti sono decisi a lasciarsi alle spalle gli efferati crimini che hanno sconvolto Londra per studiare le vittime di omicidi e stragi esclusivamente sui tavoli operatori dell’accademia di Medicina Legale e Scienze Forensi del Castello di Bran, la più rinomata in Romania e che si trova all’interno dell’antica dimora del Conte Vlad III Dracula. A tal proposito pare non essere un caso il fatto che l’accademia sembra accogliere molti tra i discendenti della famiglia reale proprio della casata Vlad Dracula. Ed è in questo tetro castello che iniziano a verificarsi strane sparizioni e morti che vengono imputate al leggendario vampiro.

Questa seconda avventura presenta una trama degna di un romanzo giallo che si intreccia spesso con il genere horror e, infatti, il sangue e il mistero raggiungono i due protagonisti già sull’Orient Express, il treno che li porterà in Transilvania: una terra in cui il folklore è tanto radicato che metterà a dura prova Audrey Rose, la quale faticherà a distinguere la realtà dalla fantasia. Il fatto che lei sia l’unica donna a voler intraprendere gli studi forensi, inoltre, la isola dagli altri compagni, allontanandola persino da Thomas per qualche tempo.

Mentre gli omicidi proseguono, il nome di Dracula viene sussurrato con terrore poiché tutti i cadaveri vengono ritrovati dissanguati: Thomas e Audrey Rose sanno di non potersi fidare di nessuno e di dover invece far affidamento solo sul legame che li unisce e sulla loro abilità di usare la logica.
Non appena si abituano al rettore scorbutico, al principe Nicolae che disegna Audrey Rose come una vampira e al professor Radu, che crede fermamente nel folklore, Audrey Rose e Thomas si scoprono non solo compagni d’avventura ma anche amici e innamorati grazie ai saggi consigli della sorella di lui, Daciana, che fa loro visita mentre sta compiendo il Grand Tour. Il lettore può riconoscere un’alleata dei due protagonisti anche nella serva Ileana, dalla quale sarà divertente e piacevole imparare un ampio vocabolario romeno per poi lasciarsi andare a un po’ di frivolezze attraverso il personaggio di Anastasia, unico raggio di luce in un ambiente cupo come quello descritto.

I luoghi che ci vengono descritti hanno il pregio di arrivare alla nostra fantasia attraverso la narrazione in prima persona e, perciò, vengono interiorizzati e riportati al lettore attraverso la lente delle emozioni di Audrey Rose.
Quando uno dei personaggi principali viene ritrovato morto, mangiato vivo da un nuvolo di pipistrelli vampiro allevati nel castello, i nostri novelli Sherlock e Watson sembrano i soli in grado di poter svelare l’identità del principe Dracula nel contemporaneo tentativo di fermare l’assassino che cerca lo sconosciuto discendente dell’Impalatore, mettendo in gioco perfino la loro stessa vita.

Libri come questo sono scritti sia per trascinarci in un universo fantastico che ci fa conoscere meglio noi stessi e le nostre paure sia per renderci consapevoli della realtà che ci circonda. Un’operazione che l’autrice fa attraverso un uso scaltro e intelligente di carta e inchiostro, non senza prendere una chiara posizione a favore dei diritti LGBT+ grazie alla presenza di due donne, dal ruolo di certo non secondario, che sono legate da un amore saffico che viene presentato come una delle tante sfumature che questo sentimento può assumere.
Consigliamo perciò questo libro perché i due principali pilastri su cui si regge sono la trama da romanzo poliziesco con innesti del genere horror e l’intreccio amoroso: il lettore è chiamato a sciogliere assieme ai due protagonisti un giallo dai tratti decisamente macabri e a riconoscere la modernità del legame che unisce Audrey Rose e Thomas. I due infatti imparano a conoscersi come individui lontani dagli obblighi della società londinese e lei in particolare saggia le proprie forze come persona che non ha bisogno di nascondersi dietro a un uomo per esprimere la sua opinione, proprio dinnanzi agli occhi del lettore.