Là dove perì l’innocenza: “L’età incerta” di Leslie P. Hartley

Di Andrea Carria

Quando ho iniziato a leggere L’età incerta di Leslie P. Hartley (Neri Pozza, 2021) avevo deciso di non informarmi sulla trama. Non è molto che mi sono accorto di indirizzare le mie scelte librarie prescindendo dalla quarta di copertina; sarà un effetto non previsto dei ripetuti lockdown che hanno ammazzato il mio spirito di esplorazione e avventura, costringendomi a cercare compensazione altrove, in primo luogo nei libri.

Il titolo, L’età incerta, mi faceva già intravedere orizzonti che mi sarebbe piaciuto esplorare da vicino, ponendo il libro di Hartley sulla stessa scia dei capolavori del romanzo di formazione del XX secolo. E non mi ero sbagliato; il romanzo, pubblicato nel 1953 quando Hartley era un affermato scrittore e critico letterario ormai prossimo ai Sessanta, narra la storia di Leo Colston, un ragazzino la cui iniziazione alla vita adulta arriva troppo presto e in modo traumatico.

Il romanzo, molto ottocentesco nel suo intreccio, comincia con un Leo ormai anziano che ritrova fortuitamente il diario che teneva quando era ragazzo. Questo avvenimento rappresenta l’innesco di un doloroso viaggio indietro nel tempo che riporterà il protagonista all’estate dei suoi tredici anni a Brandham Hall, quando la sua vita cambiò per sempre.

«Agli occhi della mia mente i ricordi sepolti di Brandham Hall sono macchie di luce e oscurità, come un chiaroscuro; solo con uno sforzo riesco a vederli a colori. Ci sono cose che so, anche se non so come, e cose che ricordo. Certe cose sono radicate nella mia mente come fatti, ma non riesco a collegarle a nessuna immagine, e poi ci sono immagini non sostenute da eventi che ritornano in modo ossessivo, come il paesaggio di un sogno.»

È l’estate del 1900. Leo, che veniva da un anno scolastico tormentato, accetta l’invito dell’amico Marcus Maudsley di passare un periodo di vacanza a Brandham Hall, la tenuta della sua famiglia, nelle bucoliche campagne del Norfolk. Dopo lo spaesamento iniziale dovuto all’accoglienza in un ambiente socialmente più elevato e a un piccolo incidente di vestiario, Leo entra in piena sintonia con lo stile di vita dei Maudsley traendo tutti i benefici dall’essere l’ospite più giovane di una delle famiglie più altolocate e rispettabili della contea. La vacanza assume presto i toni e i contorni di un idillio, e Leo da parte sua sfrutta al meglio tutte le occasioni che gli si presentano per mettersi in mostra e guadagnare l’approvazione dei suoi anfitrioni. In particolare il ragazzo cerca di ottenere le attenzioni di Marian, la sorella maggiore di Marcus, una giovane affascinante e dai modi gentili che non manca mai di compiacere l’ospite con regali e attenzioni di ogni tipo. Leo, del tutto inesperto di cose d’amore, ne rimane innocentemente infatuato, tanto da non riuscire a riconoscere il secondo fine che si cela dietro alle gentilezze di Marian. L’unico favore che la ragazza gli chiede di ricambiare è infatti quello di portare alcuni suoi messaggi e lettere al fattore dei Maudsley, Ted Burgess, un incarico che Leo, almeno all’inizio, accetta volentieri. Il secondo fine di Marian, facile da immaginare, alla fine diventa chiaro anche allo stesso Leo, che da quel momento inizia a fare di tutto per allontanare Marian da Ted – e il disonore dal resto della famiglia Maudsley.

L’età incerta, come dicevo prima, è un romanzo con un impianto narrativo tradizionale che ricalca i modelli letterari vittoriani. La sua struttura compatta e lineare è un’applicazione di metodologia manualistica, una dimostrazione esemplificatrice di teoria narrativa. Le sequenze del romanzo sono scandite da tempi esatti, quasi geometrici, e gli eventi rispondono a un climax perfettamente sincronizzato. Queste caratteristiche fanno di L’età incerta un romanzo nel senso più tradizionale e ortodosso del termine, un’opera che dichiara la propria appartenenza spirituale al passato già con la sua struttura.

Nonostante questa presentazione rischi di farlo passare per un romanzo datato e poco allettante, L’età incerta è in realtà un libro avvincente che deve molto all’abilità e al gusto del suo autore, il quale, con una scrittura che esprime saggezza e conoscenza delle cose del mondo, sa come alimentare la curiosità di chi legge. La trama è semplice e anche l’epilogo non nasconde quasi sorprese, malgrado Hartley abbia provato a dare una sferzata imprevista proprio nel finale con un paio di colpi di teatro (la cosa meno riuscita di un romanzo fino a quel momento senza sbavature, almeno a mio parere); eppure, annunciato quanto lo si voglia, il finale produce comunque un’eco emotiva prodigiosa che si riverbera per alcuni lunghi momenti dopo essere giunti in fondo.

Lo sforzo stilistico maggiore prodotto da Hartley è quello di guardare gli avvenimenti con gli occhi di un preadolescente ormai diventato adulto. È un lavoro di fino che deve stare in equilibrio fra la memoria e l’interpretazione a posteriori da una parte, e il naturalismo psicologico e quello cognitivo dall’altro. Nel complesso il risultato è buono, anzi molto credibile, così come lo è il tentativo di ricreare lo spirito che si instaura a quell’età fra i ragazzi e che si osserva, innanzitutto, nel modo che hanno di parlare, infarcito di prese in giro, nomignoli ingiuriosi e piccole cattiverie gratuite.

Dal punto di vista dei contenuti, L’età incerta è un’opera ricca dove vanno in scena una serie di critiche dirette al sistema educativo tradizionale. Anziché le istituzioni scolastiche, sono le famiglie a rappresentare, in questo caso, luoghi che possono rivelarsi incomprensibilmente ostili, dove bambini e ragazzi, trattati come piccoli adulti, vengono messi nella condizione di non poter comunicare (perché non ascoltati), ritrovandosi isolati e alla mercé delle decisioni altrui. Il punto più basso di questo meccanismo educativo, da cui poi discendono tutte le sventure che colpiscono i personaggi del romanzo, si ha quando bambini e ragazzi vengono coinvolti nelle faccende dei grandi, i quali commettono il doppio errore di approfittarsi della loro ingenuità e, contestualmente, di sopravvalutarla.

Una storia verosimile e senza tempo, custode di una lezione universale sulle tappe della vita, i sentimenti traditi, la perdita dell’innocenza e le responsabilità che ogni adulto ha nei confronti dei più giovani: Leslie P. Hartley ha raccontato tutto questo in un romanzo di grande compostezza stilistica ed emotiva che tuttavia tocca corde finissime lasciando, oltre a un ottimo ricordo, un senso di rinnovata consapevolezza riguardo agli alfabeti nascosti della vita.

Sussurri di identità: “La Figurante” di Pauline Klein

Di Andrea Carria

Che valore ha la vita per una Figurante e in quale rapporto si pone con essa? Credo che il senso del libro di Pauline Klein La Figurante (Carbonio Editore, 2021, traduzione di Lisa Ginzburg) possa essere racchiuso in questa domanda. Una domanda che bene o male ci poniamo tutti, ma che in pochi esplorano con la franchezza e la lucidità che Pauline Klein si concede nel suo libro.

Il capitolo di apertura in cui la protagonista assiste alla nascita di una relazione in treno fra due ragazzi ha qualcosa di ipnotico. La descrizione è pari a quella di un’etologa che osserva per la prima volta le abitudini di corteggiamento di una coppia di animali. Circospezione, discrezione e distacco sono gli atteggiamenti che caratterizzano la sua osservazione. Il distacco, soprattutto, è ciò che rivela l’esistenza della barriera, lo scarto evoluzionistico che separa e distingue l’uomo dall’animale: lì ci siete voi e qui ci sono io; voi siete quello e io sono questo. Attraverso la descrizione di una scena che apparentemente non la riguarda, la protagonista, senza nemmeno nominarsi, offre al lettore una presentazione dettagliata di sé stessa. Io – è come se dicesse mentre riporta ciò che vede – sono quella che guarda gli altri vivere. Io sono quella che siede in disparte, silenziosamente accanto al finestrino, mentre là fuori la vita sfreccia. Io sono quella per cui la vita, quella stessa vita che dovrei definire mia, è un’esperienza demandata – non saprei per quale ragione – che passa dalle azioni e dalle scelte degli altri. Io sono questa. Io sono la Figurante. E sto cercando di diventare un’altra fin da quando ho memoria.

La Figurante ha un nome e una storia. Si chiama Camille Tazieff ed è una giovane donna a cui l’imprinting alla vita è stato dato da una famiglia sfasciata. L’infanzia e l’adolescenza Camille le passa a Parigi con la madre, una donna ambigua per la quale l’apertura mentale e la tolleranza sono più intenzioni che atteggiamenti concreti. Come per la protagonista di La straniera di Claudia Durastanti, un libro col quale La Figurante trovo sia imparentato, anche per Camille una prima boccata d’aria fresca giunge a New York, dove ottiene il suo primo incarico di lavoro in una galleria d’arte. Mettere un oceano in mezzo tra sé e gli elementi più tossici della sua vita permette a Camille di rivolgere uno sguardo diverso sul mondo e sulle possibilità che offre, facendo coincidere questa apertura con il suo momento di maggiore maturazione. Le tappe successive del suo percorso risentiranno di questa prima esperienza veramente indipendente e anche il suo ritorno a Parigi, quando avverrà, sarà un ritorno diverso che gradualmente la metterà nella condizione non solo di vedere le cose da un’altra prospettiva, ma anche di provare a cambiarle.

«Avevo lanciato i dadi a caso, pregando perché ad attendermi ci fosse qualcosa di più grande di me. Avevo seriamente creduto di vivere davanti l’ignoto. Invece più invecchio, più l’avvenire si restringe in una sconcertante prevedibilità. Da ragazza avevo creduto di imbastire una forma di disordine, un modo sicuro di seminare il panico così da imbrogliare da sola il tracciato e distogliere l’attenzione da quanto mi attendeva. Sfuggire a quanto mi veniva richiesto mescolando le carte che per forza di cose avevo ereditato e che avrebbero composto la mia vita. Disfare anziché fare.»

Il personaggio di Camille dà forma e respiro al libro, plasmando una pagina dopo l’altra. Sebbene il suo racconto sia una rivendicazione dall’inizio alla fine, un atto di emancipazione di genere, la pretesa di un riconoscimento che passa anche attraverso il sesso, Camille non ha alcun bisogno di gridare, di atteggiarsi a vittima o di portare la trasgressione (da cui comunque si sente attratta) a livello pubblico. Dignità e consapevolezza la sostengono anche nei momenti di disagio maggiore; il suo modo di reagire ai colpi ricevuti è di volgerli a proprio vantaggio, trasformandoli in un investimento su sé stessa; tutto le serve, tutto viene da lei usato per risorgere dalle proprie ceneri. Il più grande contrasto – il quale secondo me è il vero artefice del carattere di tutto il libro – è quello tra la compostezza innata di Camille e le difficoltà che incontra nel suo percorso accidentato verso l’individualizzazione. Segno che non sempre le rivoluzioni più grandi nella vita delle persone si annunciano con spari e cacofonie; possono anche vestire abiti civili e proclamarsi in fanfare di sussurri.

Camille mantiene il tono che le è proprio anche quando passa a temi che possono creare imbarazzo.

«Il sito YouPorn era stato creato cinque anni prima, nel 2006. Mi sdraiai sul letto e accesi il computer. Il disorientamento esistenziale di fronte all’offerta di categorie era già di per sé piacevole. Trovai il sito davvero ben fatto e sebbene gli si sia spesso obiettato – come più in generale ai film pornografici – da esser fatto da uomini per uomini, io al contrario amavo l’idea che fossero loro a occuparsene, a svolgere il lavoro, che questa particolare visione del mondo fosse loro riservata, che fossero loro a cercare quello che si presume procuri godimento ai più.»

Il sesso, ad esempio, è un argomento fondamentale nella sua storia ed è proprio il tono a rendere i suoi resoconti in propositi così autentici. Si percepisce che arrivare a parlare di uomini e di sesso è il risultato di un approdo lento e sofferto, di una conquista che ha ottenuto poco a poco e a caro prezzo, di una confessione che ha seguito un percorso non facile prima di depositarsi sulla pagina.

Grazie alla sua scrittura pulita ed elegante, Pauline Klein rende al meglio la personalità sfaccettata e complessa di Camille, rimanendo peraltro alla larga dalla tentazione della prolissità verso cui la scrittura intimistica può facilmente scivolare. Le riflessioni della protagonista risuonano solenni nella pagina e dettano il ritmo della lettura. Un ritmo lento, anzi un ritmo che deve accordarsi col bisogno della mente di centellinare tutti i significati del libro – di cogliere le trasformazioni di un giovane spirito entusiasta del proprio divenire.

Di feste del papà e di letteratura: “Papà Gambalunga” di Jean Webster

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo odierno desidero affrontare in un colpo solo due tipologie di testo che occupano una parte rilevante della produzione letteraria moderna: il romanzo epistolare e il romanzo per ragazzi (che oggi definiremmo young adults o giovani adulti).

L’occasione mi viene fornita da un classico statunitense che ho riscoperto da poco: Papà Gambalunga, ad opera di Jean Webster, in una piacevole edizione della Caravaggio Editore e a cura di Enrico De Luca.
La trama dell’opera, sicuramente già nota a molti di voi grazie all’omonima serie animata degli anni ’90, riguarda la giovane Jerusha (Judy) Abbott, una ragazza orfana che riceve da un misterioso benefattore l’opportunità della sua vita: lasciare per sempre l’istituto dove vive per frequentare il college. L’anonimo filantropo, della cui persona Judy riesce a vedere solo l’ombra deformata dai fari di un’auto e che le ispirerà il soprannome, non vuole alcunché in cambio ad eccezione di un biglietto di ringraziamento una volta al mese. Questi biglietti da subito si trasformano in vere e proprie lettere nelle quali Judy, gradatamente, inizia descrivendo la sua routine ma finisce confidando i suoi pensieri più profondi.

Jean Webster

Il romanzo epistolare, nella sua forma frammentaria, si presta eccellentemente alle esigenze narrative di Webster. Innanzitutto per la sua adesione alla realtà: Judy deve scrivere delle lettere e proprio queste sono riportate nel testo, creando una catena di singoli episodi. Secondo poi, la forma del testo che procede in questo modo permette a chi scrive di rappresentare tutti i risvolti della trama per vie traverse e originali di per sé, lavorando sui vuoti anziché sui pieni; mentre a chi legge permette di immergersi maggiormente nell’atmosfera del romanzo, grazie a una maggiore stimolazione della fantasia che riempie gli spazi lasciati tra una scena e l’altra.

Sul versante della letteratura per ragazzi, invece, Webster descrive magnificamente il trionfo dell’ingenuità, della spensieratezza ma anche l’importante processo di maturazione che riguarda tutti noi. Gli anni del college, cioè quelli compresi tra i 17 e i 21 anni circa, sono gli anni in cui dobbiamo mettere a fuoco chi siamo, quali sono i nostri principali punti di forza e come impiegarli all’interno di un disegno di vita coerente e soddisfacente per noi stessi. Tutto questo, nella descrizione del personaggio di Judy, appare chiaramente nelle sue lettere. Superata l’iniziale euforia per il nuovo mondo nel quale è stata catapultata, la giovane ragazza determina in maniera sempre più cosciente e matura quale sarà il suo destino e di ciò mette regolarmente al corrente il sempre più affezionato Papà Gambalunga.

Fanno parte, parimenti, dello sviluppo narrativo, anche altri personaggi secondari: a partire da Sally McBride (protagonista del seguito di questo romanzo, cioè Caro Nemico), poi Julia Rutledge-Pendleton e suo zio Jarvis. Questi personaggi, di cui ognuno incarna una determinata caratteristica, si alternano guadagnando più o meno spazio all’interno delle lettere di Judy, sino a giungere al gran finale che, se siamo stati lettori accorti, non ci coglie così tanto di sorpresa.

Papà Gambalunga rappresenta quindi un romanzo per ragazzi, un romanzo epistolare e allo stesso tempo un romanzo di formazione. Un testo che ritengo debba essere presente sulla scrivania di ogni ragazzo o ragazza alle prese col proprio sviluppo emotivo e psicofisico. Un testo nel quale ci accorgiamo che molte difficoltà dovremo affrontarle da soli, che nel corso della nostra maturità possiamo incontrare nuovi amici e scartarne altri; un romanzo dove ci viene insegnato che chi ci ama davvero, anche se da lontano, trova sempre il modo di aiutarci e di farci sentire la sua vicinanza.
Anche perché, in fondo, a tutti farebbe piacere avere un Papà Gambalunga!

Qualcosa su John Niven: intrattenimento o letteratura? Uno sguardo su “Maschio bianco etero”

Di Gian Luca Nicoletta

Il mondo dei libri, si sa, è diviso in due fra quei testi che fanno parte della letteratura e quegli altri, spesso demonizzati, che fanno in apparenza solo intrattenimento. Da quando i critici più eminenti (a partire da De Sanctis e Croce fino a Contini, Ferroni, Asor Rosa e Quondam) hanno iniziato e continuato a dividere la miscellanea della letteratura in queste due categorie per la redazione dei manuali di studio, ci si è sempre domandati se davvero un testo che fa letteratura debba anche intrattenere e se, viceversa, un testo che intrattiene abbia anche l’obbligo di fare della letteratura.
La questione che soggiace a questo interrogativo è molto vecchia e ancora irrisolta: parlo infatti del canone letterario. Secondo quali criteri, un romanzo o una poesia (per non parlare poi delle sceneggiature teatrali, che aprono altri spazi di questa faccenda) va etichettato con l’uno o l’altro nominativo? Quanto ci può essere di strettamente scientifico e tecnico che possa mettere tutti d’accordo in maniera indubitabile, così come è indubitabile il fatto che un pezzo di pietra sia di tufo o di marmo?

Questo interrogativo è tornato alla mia mente mentre leggevo il romanzo Maschio bianco etero di John Niven, edito per la prima volta in Italia nel 2014 da Einaudi (prima edizione inglese nel 2013).
Era da tempo infatti che non mi dedicavo a una lettura che fosse prettamente intrattenitrice, cioè che non avesse altro obiettivo che farmi passare piacevolmente delle ore, senza farmi pensare a molto.
Ma, mi domando sempre, se quest’opera è stata pubblicata da Einaudi – che di certo ne ha visti di esperti di letteratura passare dalle proprie scrivanie negli uffici di Torino – un motivo dovrà pur esserci, e dunque mi sono messo a riflettere sull’effettivo valore letterario di questo romanzo.
Tuttavia, come al solito, conviene procedere con ordine.

Inizierò col dire che Maschio bianco etero non brilla per la sua originalità: il protagonista, Kevin Marr, è il classico scrittore di mezza età che ha fatto un mucchio di soldi con la sua prima opera e che poi, inebetito dal denaro e dal successo, si è adagiato sugli allori vivendo di rendita, romanzi secondari che hanno avuto successo più per il suo nome che per i loro contenuti, e sceneggiature per i magnati di Hollywood. Conduce una vita del tutto sregolata, scandita da happy hour deliranti a base di superalcolici e droghe pesanti, perenne preda della sua inguaribile satiriasi che l’ha portato a ben due divorzi. Un tipo del genere sarebbe il fratello nascosto di Patrick Melrose (prima edizione inglese nel 1992), o quello più grande e più scafato di Marcus Goldman (prima edizione inglese nel 2012). In altre parole: un prototipo che abbiamo già visto altrove.

La vicenda di Marr, parimenti, non è in sé e per sé particolarmente originale: dopo anni passati a fare la bella vita a Los Angeles, il fisco chiede il conto e per pagare le tasse Kevin è costretto ad accettare un premio letterario che lo obbliga a trasferirsi per un anno in un’università inglese per insegnare scrittura creativa (e siamo già a metà volume). Durante questo soggiorno, in cui sarà costretto per motivi squisitamente geografici a riavvicinarsi alla sue famiglie – quella da cui proviene e quella che ha mandato al macero col primo divorzio – Kevin in qualche modo sarà obbligato anche a ripercorrere le sue origini, a rivivere i propri ricordi e forse, se i fumi dell’alcol glielo consentiranno, a fare un bilancio della propria vita.

John Niven

Insomma: in buona sostanza non ci sono elementi, tranne sporadiche metafore molto apprezzabili, che farebbero pensare a Maschio bianco etero come a un’opera di letteratura tout court. Tuttavia è proprio grazie a quest’opera che ho ripreso, almeno in linea teorica, le mie personali riflessioni su quali sono gli obiettivi di quest’arte e come, concretamente, possiamo esprimerla. La letteratura deve farci riflettere? Se questa è la sua missione, allora Niven ci è riuscito, è innegabile. La letteratura deve aprire nuovi orizzonti interpretativi sulla natura umana? In questo caso il giudizio non può che essere negativo, perché non ci viene detto nulla che già non ci abbia raccontato qualcun altro prima di lui.

Se invece ribaltiamo la prospettiva e vogliamo misurare il valore di questo romanzo secondo il parametro dell’intrattenimento, il discorso cambia totalmente. Tutte le vicende sono narrate con uno stile e un lessico molto accattivanti. Le riflessioni di Kevin non sono prive di una vena sarcastica, irriverente e meravigliosamente menefreghista che ci fa pensare che sì, anche noi in fondo siamo d’accordo con lui. Ed è lo stesso Kevin, durante una delle sue riflessioni, a dichiarare in maniera schietta e concisa che è questo il vero e ultimo obiettivo di uno scrittore che voglia avere successo: scrivere di quello che la gente vuole sentire, dare al pubblico lettore ciò che vuole, perché per quello sarà disposto a sborsare un bel po’ di soldi.

Queste affermazioni, inutile negarlo, danno parecchio materiale sul quale riflettere e in tutta sincerità non mi sento neanche di dire che si tratti di totali baggianate. Ma ecco, ancora una volta il quesito si ripropone e probabilmente porta in sé già una parte della risposta: ho letto un’opera di intrattenimento, o un’opera di letteratura?

“L’uomo senza ombra” di Colin Wilson: virtuosismi e filosofia della camera da letto

Di Andrea Carria

A chi mi ha seguito qui sul blog non sarà sfuggito che in questo inizio di 2021 ho passato molto del mio tempo da lettore in compagnia di Colin Wilson, di cui vi ho già parlato in due articoli dedicati a L’Outsider e a Riti notturni. Quest’ultimo libro, ricorderete, è il primo romanzo di una trilogia che la casa editrice Carbonio sta ripubblicando in italiano e che ha per protagonista Gerard Sorme, un giovane scrittore alter ego di Wilson. Il secondo volume della trilogia è uscito lo scorso dicembre, si intitola L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme (Carbonio Editore, 2020, collana “Cielo Stellato”, traduzione di Nicola Manuppelli) ed è il libro di cui vi parlo oggi.

L’uomo senza ombra venne pubblicato in Inghilterra nel 1963, tre anni dopo l’uscita del primo volume. Vi ritroviamo molti dei personaggi conosciuti in Riti notturni, ma stavolta è lo stesso Gerard a parlarcene; il libro che il lettore ha tra le mani è infatti il suo diario privato giunto per vie traverse alla pubblicazione. Il fatto che si tratti di un diario lo rende molto diverso dal libro precedente sotto quasi tutti gli aspetti. La narrazione, che in Riti notturni costituiva la ragion d’essere dell’opera, riprende da dove si era interrotta ma, oltre a spostare il punto di osservazione, assume un andamento più incostante a vantaggio delle riflessioni di Gerard.

L’argomento al centro del diario è il sesso. Gerard è succube di una sorta di dipendenza sessuale che lo costringe a interessarsi di quasi ogni ragazza che vede. Reali o fantasiose che siano, scrivere delle sue avventure sessuali nel diario lo aiuta a guardare meglio dentro di sé e a riconoscere il significato nascosto dietro alle sue pulsioni. Oltre il godimento fisico, per lui molto importante, Gerard vede il sesso come una via privilegiata alla comprensione dei suoi istinti e, quindi, alla conoscenza di sé. Gerard è sempre molto acuto nelle sue riflessioni e il suo punto di vista sulle cose è sempre alternativo. La bellezza di leggere Wilson consiste proprio in questo: ciò che ha da dire non è una ripetizione né un riadattamento di idee di altri, quello che scrive è espressione di una mente abituata a pensare da sola e che non accetta compromessi riguardo alla libertà.

«Me ne sto seduto qui, in questa stanza, e il problema sembra allo stesso tempo immenso e inesistente. La vita è un deserto di libertà, ma poiché è un deserto, siamo troppo liberi. È come essere sospeso in un vuoto totale, senza gravità; puoi fare tutto ciò che vuoi, ed è proprio per questo che non fai niente, e ogni sforzo per cambiare posizione costa un’energia immensa perché non c’è nulla su cui fare leva. Provi a muovere il braccio all’indietro e tutto il corpo gira, riportando il braccio nella stessa posizione. A volte mi sono chiesto come certi scrittori potessero passare tutta la vita in uno stato immutabile di disperazione o debolezza. Adesso lo so: immaginano che la posizione fortuita in cui la libertà li ha gettati sia una legge dell’universo.»

Wilson, attraverso Sorme, dice la propria su alcuni temi classici del pensiero occidentale, confrontandosi con quelli che, fin dai tempi di L’Outsider, considera i suoi “santi letterari”. Molti di essi erano grandi amatori ed è a loro che Sorme si associa volentieri. Maschio bianco etero, il titolo di un romanzo di John Niven di qualche anno fa, è la scritta che anche Sorme avrebbe appeso fuori dal suo club qualora avesse pensato di fondarne uno.

Ciò che delle vicende di Riti notturni non aveva trovato spazio, data la diversa conformazione del libro, nel suo diario acquisisce una fisionomia intellettuale piena, e anche il personaggio di Gerard ne risulta irrobustito. Finalmente, vediamo quali pensieri e ragionamenti ispirano la sua empiria e il suo sensismo, e quello che si scopre è l’incessante lotta interiore di un giovane uomo che cerca di coniugare le aspirazioni della mente con i bisogni del corpo. L’acume di Sorme rende interessante questo antico dissidio con argomentazioni intelligenti e spiazzanti che non si sa mai dove condurranno.

In tutto questo non bisogna dimenticarci della parte narrativa dell’Uomo senza ombra, dove si alternano progressioni di trama e aneddoti. In questo libro, Wilson si è sentito più libero di azzardare e il suo stile, molto più maturo, ha dato prova di saper imprimere quelle variazioni di tono che invece gli erano sfuggite in Riti notturni. In questo la prima persona aiuta molto, permette una confidenzialità e una naturalezza che invece la terza, nella sua ricerca dell’obiettività, non può in nessun modo eguagliare.

I limiti di quest’opera sono, da un certo punto di vista, anche i suoi punti di forza. Il suo doppio profilo, intellettuale ed erotico, la rende una lettura consigliata per momenti scelti della giornata, mentre alcune considerazioni morali e punti di vista “sessisti” sono quelli che rivelano di più l’età anagrafica del libro. Concordo in pieno con la recensione di Francesco Pacifico su “la Repubblica”, secondo cui nessun editor, oggi, lascerebbe passare il machismo di certe pagine. C’è da augurarsi, adesso che Wilson non gode ancora del passaporto diplomatico dato dall’essere un classico, che le altre qualità dell’Uomo senza ombra siano sufficienti a mettere garofani nelle bocche da fuoco delle femministe più agguerrite, per arrivare integro e incolume al pubblico di oggi a cui naturalmente appartiene. Per il quale è comunque da vedere se a costituire il principale incentivo alla sua lettura saranno le turbolenze sessuali di Gerard o il fascino senza tempo di un uomo insaziabilmente affamato di libertà.

Nel freddo mondo del Nord: “La caduta del re” di Johannes V. Jensen

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in un mondo ben lontano dal nostro, e per due importanti motivi. Il primo è meramente cronologico, poiché ci troviamo a cavallo fra il quindicesimo e il sedicesimo secolo; il secondo è di tipo geografico: Nord Europa, Danimarca per l’esattezza.

Il romanzo che ci porta così lontani è La caduta del re (Carbonio Editore, 2021, collana “Origine” e traduzione di Bruno Berni), opera di Johannes V. Jensen, scrittore ritenuto fra i più grandi nella letteratura danese nonché, nel 1944, vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

Quest’opera si presenta, sin dalle prime pagine, come un romanzo a più voci: il protagonista è Mikkel Thøgersen, un uomo a metà strada fra il vagabondo e il filosofo. La sua personalità è tormentata da sentimenti e pensieri profondi, fra i quali non manca l’amore intenso per Susanna, ma il suo corpo è maggiormente incline alle esperienze terrene più diverse: dal furto per rimediare qualcosa da mangiare al dormire all’aperto sul prato di un cimitero. Assieme a lui vediamo altri personaggi, cui per vie traverse Jensen non manca di farci intendere il loro punto di vista, come Otte Iversen, un soldato, oppure il giovane principe di Danimarca, il futuro re Cristiano II.

Di particolare pregio, in quest’opera, è la ricostruzione storica non solo dei fatti, ma anche dei luoghi, degli usi e dei costumi danesi nel Medioevo. Direi quasi che Jensen opera una vera e propria ricostruzione spirituale di quello scorcio di mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

A partire dalla descrizione della città di Copenaghen, essenzialmente un villaggio sulle palafitte, che fa eco alla più famosa “Parigi a volo d’uccello” di Nôtre-dame de Paris di Victor Hugo, chi legge si ritrova immerso del tutto nell’atmosfera fredda e fangosa che si viveva all’epoca. Percepiamo bene le case fatte in legno, la prossimità (per non parlare di promiscuità) fra gli spazi domestici dedicati al lavoro e quelli dedicati alla vita privata. La mescolanza della vita e della morte in un periodo storico in cui ancora si temevano i cimiteri all’interno delle mura cittadine – cosa che sarà sistemata solo nel 1804 col napoleonico editto di Saint-Cloud.

In questo contesto così ricco e sfaccettato, gli occhi di chi legge vengono traghettati lungo un percorso per certi versi talmente arduo e caratterizzato dalle tinte del sangue, della violenza e della crudezza, che quasi si potrebbe parlare di un’assimilazione di questi imponenti scenari a dei gironi danteschi dove tutte le anime mortali si scannano a vicenda nell’eterna reiterazione dei peccati commessi in vita. In La caduta del re, ciò che emerge è la pericolosità degli esseri umani, la loro spregiudicatezza se calati in un mondo all’interno del quale è il più forte ad avere sempre la meglio. Gli esseri umani vengono messi a nudo sotto le luci più fredde e i loro maggiori difetti ci vengono presentati quasi a farci studiare anatomicamente il nostro animo più oscuro.

A questa approfondita disamina ovviamente il contesto storico offre il destro. Il mondo medioevale era un mondo dove il rapporto col sangue e col dolore era praticamente quotidiano: si nasceva e si moriva in casa, la medicina era del tutto priva delle tecniche antidolorifiche che oggi pratichiamo dandole quasi per scontate, i rapporto di ogni natura (da quelli fra signore e servo a quelli fra uomo e donna) erano condotti sotto la costante atmosfera di una violenza da perpetrare dal superiore ai danni dell’inferiore.

Che siate digiuni di letteratura nordica, o che ne siate degli esperti navigatori, la lettura di questo romanzo indubbiamente vi fornirà validi spunti per riflettere sulla nostra specie in una funzione diacronica, elementi per arricchire la storia del nostro continente o, nella peggiore delle ipotesi, un eccellente diversivo per passare il vostro tempo libero.
Per qualsiasi scopo deciderete di sfruttare quest’opera, non ne rimarrete delusi.

Chiamatelo pure fantasy, se volete: intervista ad Anna Kańtoch, autrice di “Buio”

Intervista a cura di Andrea Carria

Questa intervista, cari lettori, ve l’avevo preannunciata e quest’oggi sono davvero felice di poter mantenere la promessa.

La lettura di Buio (Carbonio Editore, 2020, trad. di Francesco Annicchiarico) e la recensione che ne scrissi lo scorso dicembre (vedi qui) mi avevano lasciato con così tanti interrogativi che mi sarebbe dispiaciuto enormemente non dare loro una risposta. Interrogativi sani e positivi, dove non c’è alcun ma in sospeso e che si riassumono in un’unica, agognata richiesta: “dimmi di più; mi hai talmente stregato che come minimo me lo devi!”.
Nella mia esperienza di lettore, ciò avviene solo quando ci si imbatte nell’opera di qualcuno che ha la scrittura nel sangue e che quando scrive un libro ci riversa tutta la sua autenticità. In Buio, Anna Kańtoch ha sicuramente dato prova di una grande raffinatezza e potenza immaginativa; nell’intervista che state per leggere, ho scoperto che queste sue qualità si poggiano su una consapevolezza artistica molto sviluppata e su idee altrettanto chiare in merito alla letteratura, all’arte, alla libertà e a molto altro ancora.

ANDREA CARRIA. Quando arriva in fondo a un romanzo, il lettore di solito vuole che tutto (o quasi) gli sia chiaro. Perché sia possibile, l’autore non deve essere stato soltanto coerente nello sviluppo dei fatti e preciso nel descriverli, ma deve anche aver fornito spiegazioni convincenti riguardo agli avvenimenti. Nel caso del tuo libro tutto ciò non accade. Si arriva in fondo e le domande, anziché trovare una risposta, si moltiplicano. È un rischio grosso per chi scrive; il lettore può pensare di essere stato preso in giro, considerarsi tradito e risentirsi. Io, Anna, voglio però tranquillizzarti: nel tuo romanzo tutto questo non è avvenuto. Sono arrivato in fondo piacevolmente inebriato, addirittura irretito dal modo in cui, rimescolando continuamente le carte, non fornivi spiegazioni sicure e mi imponevi di darmi una risposta da solo, qualunque potesse essere. Non sono molti i libri che possono permettersi di sostenere un gioco del genere, o comunque di farlo in una maniera così brillante, ma Buio è senza dubbio uno di questi. Come lo spieghi?

ANNA KAŃTOCH. Penso che non sia il destino di tutti i libri quello di avere un chiarimento finale, e penso che non tutti i lettori se lo aspettino. L’attesa di una conclusione è un elemento tipico della letteratura di genere, dal fantasy al giallo, ma ciò non vale necessariamente per quella generalista. Lavorando su Buio, mi sono trovata di fronte a questo problema. Mentre lo scrivevo, davo via via i capitoli da leggere alle persone della sezione letteraria del Club del Fantastico di Slesia di cui faccio parte e ogni volta mi sentivo dire cose tipo “è scritto bene, ma non si capisce dove vada a parare”. Ci ero rimasta un po’ male, ma allo stesso tempo poco convinta di aggiungere eventuali chiarimenti. Per me questo libro doveva essere così, misterioso e, nelle mie intenzioni, questo sarebbe dovuto essere il suo fascino. E così, alla fine, mi sono resa conto che non volevo più essere solo una scrittrice di fantasy. O perlomeno non di fantasy puro, ma di qualcosa di ibrido che sapesse stare dentro e fuori al genere contemporaneamente. Devo dire che questo mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo: ero finalmente libera dalla dittatura del finale. Amo i libri di questo tipo e so che in genere i lettori non hanno problemi con la mancanza di un finale tradizionale, se il libro possiede altre qualità che invoglino la lettura. Come una lingua particolarmente curata, un certo tipo di atmosfera offre la possibilità di ricomporre da sé la trama come un puzzle. Ed è questo l’effetto che ho cercato di ottenere con Buio.

Nel romanzo ci sono due capitoli nettamente distinti da tutti gli altri. Sono consecutivi, collocati in fondo al libro: il 18 “Inverno 1863, quando il bosco prese vita” e il 19 “Al falò”. Entrambi si riferiscono alla storia o al folklore polacchi, e a livello narrativo costituiscono uno snodo molto importante. C’è poi la distinzione tra “Polonia Falsa” e “Polonia Reale” a cui i personaggi accennano in alcuni luoghi del romanzo. Senza fare spoiler, mi piacerebbe che tu ce ne parlassi.

Il 1863 è l’anno di un evento noto in Polonia come Insurrezione di gennaio. All’epoca la Polonia era sparita dalle mappe geografiche, accorpata alle potenze confinanti tra cui emergeva l’impero russo, contro cui si mosse quell’insurrezione. L’esercito zarista riuscì a reprimere i moti, ma la rivolta fu comunque un evento capace di costituire e mantenere in vita la consapevolezza nazionale dei polacchi. Grazie a tutto ciò, l’idea di Polonia è rimasta viva e dopo la Prima guerra mondiale si è riusciti a ricreare un nuovo Stato polacco, libero. Libertà che, purtroppo, è durata poco più di vent’anni, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con l’occupazione e poi la cortina di ferro, e col Paese finito nuovamente nell’orbita di controllo di una potenza straniera. La gran parte della trama di Buio si svolge entro quegli anni di libertà. Non è una scelta casuale, la Polonia del mio libro è in qualche modo ritagliata fuori dalla Storia (non dirò il come e il perché proprio per evitare spoiler), così come quel periodo di inizio secolo sembrò una parentesi di libertà ricavata entro una minore o maggiore sottomissione ad altri Paesi.

In Buio tu racconti tante sensibilità diverse. C’è la sensibilità verso l’infanzia, la sensibilità verso la passione omoerotica, la sensibilità verso le persone più fragili come Staś, la sensibilità verso la cura dei pazienti con problemi psichiatrici. Sensibilità o diversità che dir si voglia, quello che mi interessa dire è che il caleidoscopio emotivo raccontato nel romanzo mi ha sorpreso molto e le parole che tu hai usato per rappresentare ciascuna situazione le ho trovate sempre appropriate e scelte con cura. Esiste un motivo preciso per cui hai scelto di dare spazio a tante sensibilità diverse nello stesso romanzo oppure il fatto che si siano incontrate è stato solo un caso?

Penso che le persone che si trovino a essere in qualche modo “diverse”, che sia per via della loro sensibilità, per l’orientamento sessuale o per dei disturbi psichici, vedano la realtà da un’altra prospettiva, e a volte anche cose che gli altri non riescono a percepire. Buio è il racconto di un mondo diverso, ma in modo subliminale; una realtà altra, non come ce la si aspetta. Sono dell’idea che siano proprio le persone per natura diverse a notare per prime quel qualcosa che non va in una realtà così. Devo ammettere tuttavia che non è stata una scelta del tutto consapevole, all’inizio erano solo personaggi adatti alla storia che volevo raccontare.

Per te che ne sei l’autrice, c’è un modo privilegiato di leggere Buio oppure ogni lettore ha la facoltà di interpretarlo liberamente individuando chiavi di lettura alternative alle quali, magari, nemmeno tu hai mai pensato?

Quando ho iniziato a scrivere Buio, avevo in testa l’idea di scrivere un libro di fantascienza. Atipico, intendiamoci, privo di alcuni elementi tipici del genere come ad esempio altri mondi o tecnologie avanzate, ma pur sempre fantascienza. Tuttavia mi sono resa conto velocemente che le persone attorno a me interpretavano la storia in un modo completamente diverso da quello che avevo in mente io. E mi è piaciuto molto, perché alcune di queste interpretazioni erano veramente molto interessanti. Per questo non impongo mai la mia visione, a meno che qualcuno non me lo chieda esplicitamente. Ho l’impressione che la forza di questo libro stia proprio nel fatto che ognuno possa costruire la propria storia a partire dagli elementi presentati.

In Polonia, i tuoi lettori ti conoscono molto bene. Sei considerata una tra le scrittrici più interessanti della tua generazione; un’autrice pluripremiata, proiettata verso l’innovazione e la letteratura fantasy; una donna intellettualmente impegnata a conferire, tramite i propri libri, piena dignità e autonomia al punto di vista femminile sulle cose. Volevo chiederti se ti riconosci in questa descrizione o se c’è altro che il pubblico italiano dovrebbe sapere di te.

Forse si può aggiungere che sono una grande fan dei romanzi gialli, io stessa ne ho scritto qualcuno. Alcuni classici (un po’ nello stile di Agatha Christie), altri fantastici. Una volta, durante una presentazione, mi è venuto un po’ da ridere pensando che non riesco a scrivere un libro senza che la chiave finale sia un misterioso omicidio. In effetti, anche in Buio uno dei punti principali è la morte di Jadwiga Rathe, ma l’enigma più importante del romanzo è l’essenza del mondo in cui si svolgono gli avvenimenti. In un certo senso possiamo dire che anche Buio è un romanzo giallo, anche se molto, molto atipico.

Attualmente la situazione politica e sociale in Polonia mostra risvolti abbastanza preoccupanti. Non voglio spostare troppo l’attenzione dal tuo libro, ma è proprio Buio a spingermi a parlare di questo. Una delle sottotrame del romanzo riguarda infatti l’innamoramento di una dodicenne per una giovane donna – lo abbiamo anticipato prima. Tu lo racconti nel modo più naturale e casto possibile, ma non credo che questo basti a non suscitare reazioni in un Paese come il tuo, che è uno dei più omofobi d’Europa. Com’è parlare dell’omosessualità nella Polonia di oggi? Ci sono delle aree di tolleranza o farlo è semplicemente impossibile? Quando è stato pubblicato, Buio ha ricevuto delle critiche per questo?

Ho ricevuto delle critiche, ma non legate all’omosessualità, quanto a una possibile allusione alla pedofilia, dal momento che a un certo punto del libro emerge una certa tensione erotica tra una donna adulta e una ragazzina, se non addirittura una bambina. Ci ho pensato un po’ e ho dato ragione alla persona che mi criticava, anche se d’altra parte penso che il libro si difenda da solo da un’accusa del genere, considerato chi siano quei due personaggi l’una per l’altra e il modo in cui è emersa l’attrazione tra loro. Per quanto riguarda l’omosessualità, esistono spazi per parlarne in sicurezza in Polonia, il già citato Club del Fantasy di Slesia è uno di questi, ad esempio. Invece, parlando del cosiddetto fandom, quello polacco è un ambiente molto variegato, ci sono quelli con i quali è meglio non dichiarare apertamente la propria appartenenza a una qualsiasi minoranza, ma anche molte altre persone aperte e tolleranti. Credo che Buio abbia raggiunto soprattutto questo secondo gruppo di persone.

Nella storia delle nazioni, le fasi caratterizzate da chiusura, ottusità e conservatorismo politico possono abbattersi sull’arte e la letteratura in molti modi diversi, e non tutti – almeno in teoria – sono negativi. Ovviamente una possibilità è la paralisi, con gli scrittori che si ritrovano costretti a raccontare solo ciò che riceve l’approvazione da parte dell’establishment, oppure a non raccontare affatto. Un’altra possibilità è però quella di volgere la situazione a proprio vantaggio facendo della letteratura una forma di resistenza in grado di creare nuove possibilità espressive e di rinnovare la tradizione letteraria nazionale molto più a fondo di quanto si sarebbe potuto fare altrimenti – e da quello che ho capito tu appartieni al gruppo di chi lotta per questo obiettivo ogni giorno. Qual è la tua opinione in proposito?

In Polonia la letteratura fantastica, ovvero il genere a cui più spesso vengo associata, ha una lunga storia di lotta con la censura. Negli anni del comunismo, si impiegavano elementi fantastici in letteratura per criticare il potere, senza farlo apertamente. E non di rado capitava che quei libri fossero davvero buoni. Dirò di più: ci sono autori che scrivevano meglio quando facevano attenzione alla censura di quanto non abbiano scritto dopo, senza di essa. Ovviamente non voglio dire che la censura sia una cosa buona né desiderabile, sono del tutto contraria a ogni sua forma, ma è interessante vedere quanto possa essere beffarda la realtà che ci circonda. Oggi non esiste una vera e propria censura, anche se non mancano delle forme di pressione, per esempio da parte della Chiesa cattolica. Per fortuna, almeno dal loro punto di vista, il fantastico è un settore talmente di nicchia da non attirare le attenzioni del potere, e così possiamo scrivere quello che ci pare.

Si ringrazia per la traduzione Francesco Annicchiarico e Salvatore Greco (Nova Books Agency).

Partire dal noto per affrontare l’ignoto: “I doni della vita” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

Con gran piacere inauguro la stagione 2021 del nostro blog con il duecentesimo articolo, un altro piccolo grande traguardo della nostra avventura.
Per farlo mi affido alle parole di un’autrice che stimo molto e che, come ho scritto in altre occasioni, merita una continua riscoperta da parte del grande pubblico: sto parlando di Irène Némirovsky e dell’opera che oggi vi presento, I doni della vita.

Nell’edizione che ho io, Adelphi 2012, questo romanzo viene presentato come “una prova generale” di Suite francese poiché i due romanzi furono scritti contemporaneamente. Infatti questi due testi dialogano attraverso rappresentazioni di dinamiche sociali, scene, raffigurazioni paesaggistiche e umane che, potremmo dire, fanno quasi di due opere una sola.
A differenza del romanzo che l’ha riconsacrata agli onori della letteratura europea, I doni della vita non presenta un titolo nebuloso ma anzi, già ci lascia intendere, nel suo complesso, quale sarà il grande insegnamento che Némirovsky vuole lasciarci.

Protagonista di quest’opera è l’intera famiglia Hardelot, la quale si è insediata nel piccolo paesino di Saint-Elme da tempo immemore, diventando uno dei capisaldi del luogo. Il capo della famiglia è il vecchio signor Hardelot che, grazie a una fortunata intuizione, è riuscito alla fine del 1800 a far fiorire da una piccola cartiera di provincia un vero e proprio polo industriale che dà lavoro a quasi tutti gli abitanti del paese e della zona. Da lui è nato un figlio maschio, Pierre, e da quest’ultimo un altro maschio, Guy, e una femmina, Colette. Lateralmente a questo ramo principale, ovviamente, abbiamo tutti gli altri Hardelot con le loro piccole storie, intrecci, “nascite, matrimoni e testamenti”.

La parabola temporale che comprende gli avvenimenti si stende dai primi anni del 1900 sino al 1943 circa: in questo lasso di tempo vediamo, piuttosto rapidamente, il mondo cambiare al ritmo forsennato delle due guerre mondiali mentre gli Hardelot, dalle loro belle case col giardino, tentano in tutti i modi di resistergli anche se ognuno, a proprio modo e spesso inconsciamente, apporta una piccola modifica al mondo che vive, contribuendo così al passaggio da una generazione all’altra.
Ogni personaggio è dotato di una propria caratteristica in rapporto al tempo: il vecchio signor Hardelot rappresenta la più feroce intransigenza a ogni minima modificazione dello status quo; il figlio Pierre è al contrario il personaggio che osa sfidare le convenzioni sposando Agnès, la quale a sua volta incarna lo spirito critico ma silenzioso di tutte le persone che non sono ben accolte nella famiglia del proprio coniuge; dall’altra parte c’è anche Simone, una donna risoluta e spesso glaciale, ma che nasconde una profonda solitudine che il tempo non fa che accrescere nel suo inesorabile accompagnarla verso la vecchiaia; personaggio del tutto speculare rispetto a sua figlia Rose, che invece fa della tenerezza e del calore le sue cifre fondamentali.

Come ho detto prima, gli Hardelot – e più in generale tutto il paesino di Saint-Elme che rappresenta metaforicamente il resto del mondo – assistono alla storia che si srotola davanti ai loro occhi nel corso della prima e della Seconda guerra mondiale. Il leitmotiv che collega tutti i personaggi, e dunque la caratteristica umana e psicologica che li determina, è quello della ripresa. Come ci riprenderemo? Quando? Cosa faremo? Queste domande sono ricorrenti nei dialoghi e nei pensieri di tutti i personaggi e da ogni parte si costruisce il grande mosaico della risposta: dai doni della vita. Doni che vanno intesi come tutti gli elementi primariamente concreti, ma poi anche spirituali che un essere umano incontra nell’arco della propria esistenza: innanzitutto la propria persona, poi il lavoro, un pezzo di terra, una persona con cui condividere le fatiche, la propria famiglia, un figlio, una madre. Per comprendere meglio questo concetto può essere utile soffermarci sul titolo originale dell’opera, Les Biens de ce monde, letteralmente “I beni di questo mondo” dove per bene possiamo ricorrere alla definizione Treccani di «ogni mezzo atto alla soddisfazione dei bisogni dell’uomo» (definizione n. 6a).

Dunque la ripartenza necessaria che segue ogni momento di crisi trova la sua soluzione prima e ultima negli esseri umani: una soluzione pragmatica, sebbene provenga da un romanzo, a tratti utilitaristica addirittura, ma in grado di rimettere ogni lettore al centro del proprio essere e consapevole, ancora una volta, che il mondo nel quale vive è sempre più spesso il diretto prodotto delle azioni che compie.
Rileggendo le ultima pagine del romanzo, mi è tornato in mente il monologo finale di Rosella O’Hara quando, distrutta dal dolore, si ricorda che per rinascere dovrà ripartire da Tara. In questa prospettiva, potremmo definire I doni della vita la versione europea di Via col vento: l’opera del superamento della crisi, della speranza consapevole, un inno alla resilienza.

Il 2020 in 10 libri: ricordi di un anno di letture

Di Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

Il 2020 è ormai agli sgoccioli e mai come quest’anno pure noi di Lo Specchio di Ego desideriamo voltare pagina. Quello di oggi è l’ultimo post dell’anno, e quindi speciale di per sé, così abbiamo pensato di dedicarlo alle letture più interessanti che abbiamo fatto negli ultimi 366 giorni. Alcuni libri che stiamo per presentarvi ve li abbiamo già raccontati, altri invece ve li proponiamo adesso per la prima volta.

[AC] Franco Cardini-Alessandro Vanoli, La via della seta. Una storia millenaria tra Oriente e Occidente (il Mulino, 2017). Si tratta di uno dei primi libri che ho acquistato e letto nel 2020, quando il Covid era ancora in Cina e io non avevo messo in conto che di lì a poco i libri avrebbero rappresentato l’unica possibilità di viaggiare. Quantunque questo libro vale sicuramente la lettura. Cardini e Vanoli tracciano un itinerario lunghissimo che addirittura supera i circa 7.000 chilometri che collegano il Mediterraneo all’Estremo Oriente, in quanto lo dispiegano anche temporalmente su più di due millenni di storia. Un racconto vivo, ricco di dettagli e di sorprese, erudito ma godibile prima di tutto, il loro; un parco dei divertimenti per qualunque appassionato di storia, il quale trova nelle pagine scritte a quattro mani da Cardini e Vanoli un piacere vero a cui non fa difetto un’esposizione chiara come poche e dalla grande capacità di sintesi.

[GLN] Stephen King, Le notti di Salem (Picwick, 2019). Quest’anno ho deciso di iniziare ad affrontare la mia paura del genere horror, dunque mi sono affidato al Maestro per eccellenza. Questo di King è un romanzo intrigante, a volte spietato, che ripercorre in chiave contemporanea le vicende di Dracula di Bram Stocker e letteralmente in grado di non farvi chiudere occhio (se perché non riuscite a smettere di leggere o perché sentite rumori sospetti fuori dalla porta, lo lascio decidere a voi) per tutta la notte…

[AC] Peter Hopkirk, Il Grande Gioco. I servizi segreti in Asia Centrale (Adelphi, 2010). Quando poi siamo entrati in lockdown e avevamo tempo per quei mattoni che in tempi normali releghiamo in fondo alla libreria, il mio Guerra e pace è stato lui. Certo, le sue 600 pagine sono molto lontane dalle 1.500 che costituiscono il capolavoro di Tolstoj, eppure è stato proprio Il Grande Gioco di Hopkirk il libro più voluminoso che ho letto nel 2020. Negli occhi avevo ancora le meraviglie dell’Oriente in cui mi aveva condotto Cardini e Vanoli con libri come La via della seta, Quando guidavano le stelle e Samarcanda (di quest’ultimo ho parlato pure qui nel blog), e Hopkirk è stato dunque la naturale prosecuzione del percorso che avevo cominciato.

[GLN] Philip Roth, La macchia umana (Einaudi, 2014). Tra le mie peregrinazioni fuori dai confini nazionali, ho fatto diverse puntate negli Stati Uniti. Lì, grazie a un altro grande della letteratura mondiale, ho visto più da vicino il torbido mondo della provincia statunitense, quella dei pregiudizi, delle invidie e che segna, volenti o nolenti, tutti con un’indelebile macchia che ci portiamo avanti per tutta la vita.

[AC] Jennifer Pashley, Il caravan (Carbonio Editore, 2020). Ogni anno mi ripropongo di leggere più thriller e ogni anno, arrivato in fondo, mi accorgo di non aver mantenuto il proposito che mi ero fatto. Il 2020 tuttavia ha segnato una piccola eccezione per la quale ho scelto di nominare ambasciatore l’american thriller Il caravan, letto durante l’estate. Se avete seguito il blog vi ricorderete di questo romanzo, per il quale sostanzialmente ho speso belle parole. Sostanzialmente, sì, perché nella recensione che scrissi sollevai anche qualche criticità. Ciò nonostante, a distanza di mesi, sprazzi di questo romanzo continuano a riverberarsi nei miei ricordi, segno che i lati positivi del libro superano di gran lunga tutto il resto e che le recensioni a caldo non rappresentano mai l’ultima parola. Tra i ricordi più piacevoli del libro c’è il fascino indiscusso dell’America profonda, dei suoi spazi sconfinati dove tutto può accadere da un momento all’altro e che, anche solo leggendone, si ha l’impressione di poter partecipare di quel genuino senso di libertà che tanto armoniosamente si abbina con i suoi paesaggi. Se ancora non l’avete letto, vi consiglio dunque di farlo.

[GLN] Irène Némirovsky, La nemica (Elliot, 2013). Anche questo, come tutte le opere che sino ad ora ho letto di Némirovsky, è un libro pieno di umani sentimenti espressi nelle più semplici delle forme. Il talento di questa importante scrittrice deve ancora essere totalmente scoperto e, cosa più importante, riconosciuto globalmente. Oltre a essere, quindi, un piacere presentarla in questo articolo ritengo anche un compito morale diffondere sempre più i suoi scritti.

[AC] Costica Bradatan, Morire per le idee. Le vite pericolose dei filosofi (Carbonio Editore, 2017). Se sui thriller devo ancora lavorare, riguardo ai saggi mi reputo invece piuttosto soddisfatto. Ve ne sarete accorti pure voi: finora ho riepilogato tre letture e solo una di queste è un romanzo. Ebbene, pare proprio che il trend espresso fin qui sia destinato a rimanere invariato visto che un saggio lo è pure questo di Costica Bradatan. In tutta onestà, ho trovato Morire per le idee una delle narrazioni filosofiche più avvincenti e originali che abbia mai letto. Non è il classico libro di filosofia, e anche i suoi personaggi non rispecchiano il profilo stereotipato del filosofo che se ne sta rintanato nella sua torre d’avorio. Nel libro di Bradatan i filosofi sono dei martiri; il suo interesse si rivolge a quell’esigua minoranza di pensatori che nel corso dei secoli ha incarnato il vero ideale della filosofia, quello di essere innanzitutto uno stile di vita di cui il filosofo è tenuto a dare testimonianza con l’esempio e, se necessario, con la propria morte.

[GLN] L.G. Luccone (a cura di), Sarà un capolavoro (Minimum fax, 2017). Il 2020 è stato anche l’anno dei percorsi biografici, il cui primo esemplare è quello della biografia, letteraria, di F. Scott Fitzgerald. In questo piacevole nonché prezioso volume curato da Leonardo Luccone abbiamo rivissuto gli episodi salienti della grande parabola che è stata la vita dell’autore di Gatsby e di Di qua dal paradiso. Un vero gioiellino che ogni appassionato di letteratura americana dovrebbe avere con sé.

[AC] Nicola Lagioia, La città dei vivi (Einaudi, 2020). Poco prima di Natale mi è finito tra le mani l’ultimo (e in generale molto atteso) libro dell’einaudiano Nicola Lagioia che, come tutti voi saprete, ricostruisce fatti e antefatti di uno dei casi di cronaca più efferati degli ultimi anni: l’omicidio di Luca Varani nel marzo 2016. Giunto in fondo, pensavo di dedicargli un articolo intero ma poi, visto il prevedibile fiorire di recensioni e approfondimenti che libri come questo trascinano per mesi, ho cambiato idea.
Comunque sia, ad avviso di uno che è incapace di conservare interesse per una notizia di cronaca per più di qualche ora, ritengo che l’autore abbia fatto un lavoro portentoso e di grandissimo equilibrio, sia intellettuale che stilistico. Il libro – un incrocio molto ben riuscito fra reportage e romanzo (Capote docet, ma secondo me Lagioia va perfino oltre) – rapisce il lettore senza aizzarne la morbosità: la parola appartiene sempre e solo ai protagonisti o ai testimoni della vicenda, e l’autore non dà mai la sensazione di voler sostituire la loro voce con la propria. Il suo tocco autoriale sta elegantemente altrove, e non solo nella prosa che, in quanto einaudiana, è semplicemente perfetta. Mi riferisco più che altro ai subplot che è riuscito a sviluppare in concomitanza con la non facile ricostruzione del caso, i quali irrorano il libro come una vena sotterranea d’acqua freschissima. Il migliore è il racconto della Roma così come il 2016 l’ha consegnata agli annali: una città-discarica attanagliata da immondizia e malavita, da gabbiani e degrado postmoderno, verso la quale lo scrittore ha comunque più parole d’amore che di denuncia.

[GLN] Virginia Woolf, Leggere, scrivere, recensire (La vita felice, 2015). Chiudo questa mia breve rassegna con il vademecum per il futuro, anche se questo libro l’ho letto nel 2019: come la più indiscussa voce letteraria della contemporaneità possa indicare la via a noi smarriti seguaci della penna. Nella sua raccolta di articoli, opinioni e pagine personali, Woolf crea un breviario del giovane scrittore, insegnandoci l’approccio fondamentale che dobbiamo assumere ogni qualvolta che abbiamo a che fare con le parole: un approccio scientifico, pulito e sommamente autocritico.

Prima di lasciarvi andare, permetteteci di ringraziarvi per tutte le vostre visite al blog (siete davvero tantissimi!) e di farvi i nostri migliori auguri di buon anno!
Ci vediamo nel 2021, e per l’esattezza il 4 gennaio con un nuovo articolo e un nuovo argomento; a presto!

Nel Paese dei ghiacci e dei thriller: intervista a Ruth Lillegraven, autrice di “Fiordo profondo”

Intervista a cura di Andrea Carria

È la prima volta che intervisto un’autrice di thriller e, devo proprio confessarlo, un brivido lungo la schiena, a un certo punto, l’ho avvertito. È la suggestione, lo so, ma quando il tuo esordio è un’intervista con l’autrice di un thriller norvegese, capite pure voi che non è solo una suggestione, che non è solo un brivido, sono proprio le gambe che si fanno di cera.

La chiacchierata che ho fatto con la scrittrice Ruth Lillegraven sul suo romanzo Fiordo profondo, recentemente tradotto in italiano da Carbonio Editore (2020, traduzione di Andrea Romanzi), ha superato le mie già alte aspettative, in un susseguirsi di argomenti, spunti e suggestioni.

ANDREA CARRIA: Voi scandinavi avete un vero talento per i thriller, per i noir, per i polizieschi. Stieg Larsson, Henning Mankell, Camilla Läckberg, Liza Marklund, Jo Nesbø, Anne Holt e ora Ruth Lillegraven… Io lavoro in una biblioteca pubblica e posso confermarti che i lettori italiani adorano i vostri libri. Se tu e i tuoi colleghi avete un segreto, penso che ve lo teniate ben stretto. Tuttavia, cosa puoi dirci della vocazione scandinava per questo genere letterario? È solo una coincidenza oppure esiste una ragione precisa?

RUTH LILLEGRAVEN: È bello per me scoprire che ai lettori italiani piacciano i nostri libri. Ammetto che è stato molto commovente per me sperimentare l’interesse e la serietà con cui l’Italia ha accolto quello che, per ora, è il mio primo romanzo poliziesco! Sono davvero molto grata per tutto ciò.
Quello che penso riguardo al successo dei thriller scandinavi è che quando qualcuno fa per la prima volta qualcosa di nuovo poi finisce per ispirare gli altri e creare un spazio adatto per la prosecuzione di quell’esperienza. In realtà è una cosa abbastanza comune in molti settori e in molti ambiti. Se ben ricordo, negli anni ’70, Sjøwall e Wahlöö sono stati la prima coppia di giallisti svedesi a diventare famosa ispirando poi tutti gli altri, tanto da permettere ai polizieschi svedesi di rimanere in prima fila per molto tempo. Ho però sentito anche spiegazioni diverse, come per esempio il fatto che per una lunga parte dell’anno i Paesi scandinavi siano bui e freddi, e ispirerebbero i noir più degli altri generi letterari; oppure c’è chi vede la causa nel fatto che i Paesi del Nord Europa siano ricchi e privilegiati, e che solo in Paesi del genere le persone possono trasformare omicidi e alti fatti dolorosi in intrattenimento… Trovo che questa sia un’ipotesi interessante, tuttavia è un dato di fatto che la narrativa poliziesca venga scritta (e letta) in tutto il mondo. Forse però qualcosa di vero c’è e potrebbe risiedere nel contrasto che emerge tra il nostro Welfare State privilegiato e tutto ciò che si agita al di sotto di esso… Forse è a questa discrepanza che noi scrittori scandinavi siamo interessati, e si spera che lo stesso interesse lo provino i lettori dei nostri libri. Comunque, non è facile a dirsi.

Abbiamo detto che Fiordo profondo, il tuo romanzo, è un poliziesco, tuttavia la tua scrittura privilegia gli aspetti psicologici e sociali piuttosto che quelli più cruenti. Niente bagni di sangue, niente dettagli raccapriccianti, niente violenza “gratuita”, per così dire. Da questo punto di vista, il tuo romanzo è molto “pulito”, le scene di autentica violenza sono tutte essenziali e non sono nemmeno moltissime. Pensi che se tu non fossi stata norvegese e il tuo romanzo non fosse ambientato a Oslo, forse questa intervista sarebbe iniziata in modo diverso?

Hmm, penso che anche questa sia una domanda molto interessante – ma anche abbastanza difficile… dei due, forse sei tu quello più adatto a rispondere!
È vero, parte del mio libro è molto più simile a un qualsiasi altro romanzo che a un giallo, tuttavia credo che questo valga per molti thriller psicologici. In fondo, il campo del crimine è alquanto vasto: alcuni sono molto violenti e privilegiano l’azione, altri sono più storici, altri ancora più psicologici e via dicendo. È vero anche che sono più interessata a ciò che le persone hanno dentro, a ciò che le rende quello che sono o che le motiva, a come il loro passato condizioni le loro vite piuttosto che a parlare e a descrivere la violenza. Sebbene non siano uccisioni alla Jo Nesbø o alla Kepler, è pur vero che nel mio libro ho inserito parecchi omicidi, anche diversi tra loro come tipologia. Una grande differenza rispetto ai tradizionali thriller nordici è che in Fiordo profondo non seguo nessun agente di polizia. La mia prospettiva è quella di una coppia, marito e moglie, che sembra vivere una vita – privilegi a parte – normale. In Norvegia, ancora non sono stati scritti molti thriller psicologici o noir ambientati fra le mura domestiche, e io volevo scriverne uno. Però volevo anche che fosse un ibrido, cioè che avesse elementi sia del thriller politico sia del “nature noir”. E poi volevo anche che la mia coppia avesse i genitori, dei figli, un lavoro, e che si scontrasse con problemi più grandi di quelli che possono capitare in una storia d’amore, sebbene pure l’evolversi del loro rapporto costituisca una parte importante del libro.

Scrivere un thriller non è semplice: tutti i pezzi devono incastrarsi alla perfezione e ogni contraddizione è vietata. Tu hai scritto un libro da differenti punti di vista: due principali e altri secondari – ne ho contati almeno cinque. Come mai questa scelta?

Be’, mi è sempre piaciuto scrivere in prima persona e penso che farlo con un thriller psicologico sia abbastanza normale. Il genere stesso richiede l’intuizione da parte di una mente per essere interessante. Fiordo profondo è partito dall’idea che volevo raccontare la storia di una giovane coppia che sembra funzionare bene ma che in realtà nasconde parecchi segreti. Mi piace molto mostrare quanto l’una veda diversamente la propria vita insieme rispetto a come la vede l’altro, e mi piace pure quanto sia differente la medesima situazione se raccontata da due prospettive completamente diverse. Clara e Haavard, i miei due protagonisti, hanno personalità e background abbastanza divergenti. Quanto alle prospettive secondarie, esse sono arrivate dopo, quando ho capito di averne bisogno per dare una forma all’intero puzzle. Il noir è un genere complicato e tecnico da scrivere, richiede molta pianificazione e tanta trama. Per me era una novità, e anche se l’ho trovato davvero difficile posso dire che come esperienza è stata estremamente interessante e divertente.

Fiordo profondo è un romanzo socialmente impegnato, lo dimostra il fatto che tu parli frequentemente di molti problemi che affliggono la società norvegese attuale. Volevo chiederti se, mentre costruivi la trama, avessi intenzione di sfatare qualche luogo comune o pregiudizio, ad esempio riguardo all’immigrazione e al razzismo.

Non proprio. Ovviamente è un bene che un poliziesco racconti cosa accade nella società, che possa dirci o insegnarci qualcosa, ma questo non era l’obiettivo principale. Volevo raccontare una storia interessante e ben scritta sui miei due protagonisti e i loro segreti, su come i traumi del passato possano segnare le persone. La violenza sui bambini – che è l’argomento centrale del libro – è un problema importante ma non così discusso. Vorrei specificare che maltrattamenti e cose del genere accadono a ogni livello sociale e in tutti gli ambienti, e poiché avevo lavorato otto anni come scrittrice di discorsi in un ministero volevo anche usare questa esperienza per ricreare i luoghi in cui ho ambientato parte del romanzo, il ministero della Giustizia (il quale comunque è diverso dal ministero in cui ho lavorato). Inoltre, mi interessava mostrare quanto, in un luogo come quello, i media dettino l’agenda di tutti coloro che ci lavorano, quanto le cose che vengono diffuse dai media stessi siano spesso semplificate o polarizzate.

Il tuo romanzo affronta due grandi problemi sociali: la violenza sui bambini, per prima, e l’immigrazione, dopo. Entrambi i problemi sono molto sentiti anche in Italia, quindi volevo domandarti: cosa puoi dirci sul dibattito sociale e politico su questi due argomenti in Norvegia?

Certo, abbiamo problemi di questo tipo come in tutti gli altri paesi, anche se qui qualche privilegio in più ce lo abbiamo. Anche in Norvegia il dibattito sull’immigrazione è acceso, proprio come lo è dappertutto. Il governo attuale si è dimostrato molto rigido sull’immigrazione, parecchie persone trovano tutto questo penoso e inquietante, altri invece insistono che, anche così, rimaniamo comunque un Paese liberale. Per quanto riguarda gli episodi di violenza sui minori, penso che sia un argomento meno dibattuto e poco evidenziato, non so come sia dalle altre parti. Proprio per questo motivo è stato interessante poter mettere nel libro qualcosa in più riguardo a questo argomento.

Il titolo italiano del tuo libro è interessante perché ha due significati: il fiordo inteso come il posto affascinante dove si svolgono molte sequenze della storia, ma anche il posto dove si nasconde l’anima ancestrale della Norvegia. Il fiordo è sia il luogo dove vivono brave persone come Leif, sia il luogo dove spuntano le cose più indicibili. Ciò detto, quanto può essere profondo un fiordo norvegese, psicologicamente e socialmente parlando?

Ah, che bella sintesi offre questa tua prospettiva! Per rispondere brevemente – forse troppo brevemente – a una domanda così impegnativa, direi che il fiordo, come metafora dell’anima umana e della società, può essere davvero molto profondo e oscuro, ed è esattamente questa la ragione per cui è impossibile poterne ottenere una visione realistica.

Foto: © Ann sissel Holte

Nel tuo romanzo i personaggi femminili sono dominanti. Tutti sono caratterizzati da luce o ombra, ma solo le donne sembrano colpite nel loro lato più femminile, diciamo così, quello che tradizionalmente ha a che vedere con i sentimenti e il prendersi cura. Tenendo conto di questo dato, dove collocheresti Fiordo profondo sulla scena del femminismo contemporaneo? In che rapporti sei con il femminismo?

Io mi considero una femminista in molti modi; penso che la maggior parte delle donne che conosco lo sia. Ma non sono mai stata una manifestante, direi piuttosto che sono stata e sono una femminista “silenziosa”. Mentre scrivevo il romanzo, non ho avuto molte occasioni per riflettere su questo aspetto. Clara però è una donna con tante capacità diverse, e lo stesso vale per il personaggio di Sabiya. Sono entrambe donne molto intelligenti e molto brave nel lavoro che fanno. Nel caso di Clara, volevo che lei fosse acuta e severa, un po’ fredda e un po’ distaccata, non la solita donna “debole e bisognosa”, non il solito prototipo della vittima femminile, insomma. Se ho pensato al femminismo mentre scrivevo Fiordo profondo, l’ho quindi fatto da questa prospettiva.
Per quanto invece attiene alla prima parte della tua domanda, non saprei, spero di aver compreso quello che intendevi dire. Di certo, non trovo le donne di oggi “bloccate” nel lato più tipico e femminile della loro personalità, quello che tu hai definito “dei sentimenti e del prendersi cura”. Poi, certo, la mia protagonista non risponde a questo canone, è anzi l’esatto contrario di quella tipologia di donna: Clara è una moglie e una madre in carriera, ed è molto presa dal proprio lavoro; è questo il dato più saliente di lei. Suo marito Haavard e suo padre Leif sono tipi molto più premurosi e cordiali sotto tutti gli aspetti; forse quello che intendevi tu è una conseguenza del forte contrasto che scaturisce se si paragona il personaggio di Clara con i due uomini della sua vita.

C’è però anche un altro forte contrasto, ed è quello alla base del libro che vede coinvolte Clara e sua madre Agnes. Come spieghi il fatto che Clara finisca per adottare gli stessi comportamenti di sua madre pur non avendo fatto altro che criticarli per tutta la vita? Distante, poco presente, poco affettuosa, interessata soltanto alla sua carriera… come genitore, Clara ha molti difetti e il motivo è che lei somiglia ad Agnes, sebbene lo neghi. Tanto per dirne una, lei si occupa dei diritti dei minori per lavoro, ma poi si rende conto di come si comporta, da madre, con i propri figli? Secondo te, perché le persone tendono a ripetere gli stessi errori dei loro genitori quando poi arriva il loro turno?

Certo, Clara è figlia di sua madre, per cui ha ereditato alcuni dei suoi lati meno affascinanti come l’essere distante dai figli. Questo è naturale non solo perché ha il DNA di Agnes, ma anche perché non ha avuto nessuna madre che le abbia insegnato a diventare una brava madre. Ci sono però anche molte differenze tra loro due: Agnes, per esempio, non ha mai avuto una carriera e non ha quasi mai lavorato in vita sua. Nel romanzo facciamo la sua conoscenza come paziente di un ospedale per persone con disturbi mentali, ed è lì da trent’anni! Se invece guardiamo alla figlia, vediamo che lei è riuscita a costruirsi una famiglia e a realizzarsi nel lavoro, tanto che, dopo anni passati al ministero della Giustizia come burocrate, il ministro in persona le chiede di entrare in politica. Per molti versi, Clara è l’opposto di sua madre, però ha sicuramente anche qualcosa di lei e in alcune cose le somiglia. E poi, è vero, forse si preoccupa più dei bambini in generale che dei suoi figli. Ha avuto un’infanzia difficile e nel romanzo si impara a comprendere quanto tutto ciò abbia influenzato la persona che è diventata; accade più spesso di quanto si possa credere. Ciascuno di noi, quasi tutti per la verità, è il prodotto dei genitori e del tipo di infanzia che ha avuto – non sempre, certo, ma spesso è così.
Tornando invece alla premessa che hai fatto nella domanda, devo dire che il conflitto tra Clara e Agnes è una parte importante del romanzo, però non dimenticare che Clara ha anche un padre, Leif, con il quale ha un rapporto molto amoroso e profondo. Penso che Leif sia l’unica persona al mondo a cui Clara si senta davvero vicina e dalla quale dipenda. È questo rapporto padre-figlia che volevo in realtà descrivere, e costituisce l’altra metà della base su cui poggia il mio libro. Nel nuovo romanzo che sto scrivendo (e che sarà pubblicato l’anno prossimo), questo triangolo Leif-Clara-Agnes rimane al centro della storia, e uno spazio altrettanto importante lo avrà il rapporto di Clara con i suoi figli, che sono due gemelli.

Tu hai collezionato molte differenti esperienze letterarie, dalla poesia al romanzo passando per la drammaturgia, e ora ecco un thriller come Fiordo profondo. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Mi hai appena detto che avremo presto un sequel, ho capito bene?

Esattamente! Scrivo dal 2005 e durante tutto questo tempo ho scritto molti libri. Anche se sognavo di scriverne uno da tanto tempo, Fiordo profondo è stato il mio primo giallo. Al momento sto cercando di terminare il secondo capitolo della storia, dove torneranno molti personaggi del primo libro; dovrebbe essere pubblicato nel 2021 (probabilmente in primavera, almeno qui in Norvegia). Il mio piano è di farne una trilogia. Allo stesso tempo, sto lavorando anche a una serie incentrata sui crimini dell’infanzia da una prospettiva ambientale; i primi due volumi sono usciti quest’anno, insieme a una raccolta di poesie dedicate a questo strano 2020 e alla pandemia (altri due libri arriveranno sempre nel 2021). Mi piace scrivere poesie e mi piace anche scrivere drammi, quindi credo che continuerò a scrivere cose diverse anche in futuro; il tempo ce lo dirà.
Scrivere un giallo è stata una bella esperienza, così come lo è stata essere tradotta in italiano e in altre lingue; spero proprio di poterlo fare per molti anni a venire. E spero anche, quando il mondo sarà tornato alla normalità, di poter visitare l’Italia e incontrare i lettori italiani.