I libri che salvano: “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Di Andrea Carria

 

E alla fine, eccoci. Questo 2019 non poteva passare senza che pure noi de Lo Specchio di Ego non affrontassimo l’argomento — il centenario dalla fondazione dei Fasci di combattimento: aspettavamo soltanto il libro giusto.

Molto più di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, fresco vincitore dell’ultimo Premio Strega, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri, 2019) dello storico Francesco Filippi è il libro che noi e l’Italia tutta stavamo aspettando. Mi permetto di dire così a nome non solo di chi, come me, pensa che il fascismo sia stato il capitolo più brutale e oscuro della storia del nostro Paese, ma anche a quello di tutti coloro che la pensano diversamente. Azzardo anzi a dire che loro lo aspettavano più degli altri perché gran parte delle opinioni che li portano a definirsi nostalgici, simpatizzanti o addirittura neofascisti sono alimentate dalle bugie che il fascismo per primo raccontava a proposito di sé stesso quando era al potere e che oggi, ahimè, hanno trovato la via di Internet e dei social per godere di nuova vita.

L’approccio scelto da Filippi è molto efficace: dedicare un capitolo a ciascuna delle maggiori bufale che circolano in Rete riguardo all’operato del fascismo — spesso facili da accettare perché già radicate nella vulgata —, confutandole una per una con rigore e pazienza. Che il suo sia un lavoro serio, e quindi ancora più necessario, lo dimostrano le riflessioni metodologiche contenute nella Premessa, dove è subito possibile farsi un’idea di quanta coscienza e discernimento siano stati impiegati:

«Mentre le fake news sul presente […] servono a indirizzare l’opinione del pubblico a cui sono rivolte, le false notizie sulla storia hanno lo scopo più profondo di rassicurare chi le accetta nei propri sentimenti, nelle proprie emozioni. Una balla sul passato è rassicurante, conferma sensazioni di cui altrimenti ci si vergognerebbe, fissando dei punti di riferimento tranquillizzanti, non importa se veri o falsi.
Scardinare una bufala di carattere storico ha perciò due effetti: il primo, correggere l’insieme delle informazioni sul passato che si utilizzano per costruire la propria memoria singola e quella collettiva; un uso che diremmo “neutro” o al più “riparatorio”. Il secondo effetto, più difficile da gestire, è quello da distruggere sicurezze e presunti dati di fatto in chi ascolta; fenomeno pericoloso, che può creare un muro di incomunicabilità. Non si scardina impunemente una certezza».

Mussolini ha fatto anche cose buone

Grazie a una scrittura chiara e un’esposizione sempre lucida, Filippi prende di petto sia i pezzi da novanta su cui si basa la riabilitazione del fascismo, sia i meriti meno noti attribuiti al regime — spesso vere e proprie leggende metropolitane — da cui gli italiani avrebbero comunque tratto grandi vantaggi. Si scopre così, come nel caso del sistema previdenziale, che il fascismo non solo rivendicò come proprie molte delle riforme che i governi dell’Italia liberale avevano studiato o addirittura già varato (facile grazie alla propaganda, la quale era efficacissima nel convincere gli italiani che il regime avesse introdotto strutture e servizi che prima non c’erano quando invece si era limitato a fascistizzare quelli che esistevano già, accentrandoli, cambiando loro il nome e senza estendere la platea dei beneficiari), ma anche che negli stessi settori più cari all’ideologia fascista Mussolini ottenne risultati discutibili e molto inferiori rispetto a quelli sbandierati con tanto vigore per convincere i cittadini riguardo all’infallibilità del Duce.

Non vi rovinerò il piacere di scoprire da soli quali e quante bugie vengono raccontate sul fascismo (anche per chi come me non ha mai dubitato della nefandezza del Ventennio, c’è da rimanere sorpresi), mi limiterò invece a citare tre o quattro elementi che Filippi ha individuato e che tutti dovrebbero sempre tenere a mente:

  1. molte delle bugie che si raccontano attualmente sul fascismo sono il frutto di quelle che il fascismo stesso raccontava a proposito di sé;
  2. quelle di recente invenzione, diffuse soprattutto dai social media, si spiegano con la necessità delle persone di credere a un passato confortante a fronte di un presente precario e insoddisfacente e di un futuro ancora più incerto;
  3. la massa enorme di notizie e rumors che la Rete diffonde, se da un lato rende velocissima la comunicazione, dall’altro non si cura minimamente della sua qualità, col risultato che mai come nell’epoca di Internet il destinatario dei messaggi si è ritrovato nella condizione paradossale di essere tanto lontano dalla fonte della notizia e così ben disposto a credere a essa;
  4. infine, se si considera che fin dagli esordi il fascismo «produsse la più grande contrazione di diritti civili degli italiani da quando esiste il concetto di diritto civile» e che, statistiche alla mano, fu senza ombra di dubbio «l’avvenimento più mortifero della storia di questo paese», il fascismo e Mussolini non sono mai stati “buoni”.

Cosa si può fare, dunque? Apparentemente molto poco. Una volta online, i contenuti non sono più gestibili e grazie all’interazione a cui ognuno di noi dà il proprio contributo iniziano a godere di vita propria. Gli stessi provider, del resto, incontrano grossissime difficoltà a tutelare gli utenti dai gravi abusi che riguardano la loro privacy, per cui pare evidente che la soluzione non può essere di tipo informatico. È possibile auspicare una maggiore cura da parte di chi scrive e condivide, ma pure qui le azioni praticabili sono limitatissime e quelle poche sono comunque destinate a infrangersi contro la malafede altrui. Un libro come quello di Francesco Filippi è un’ottima arma da opporre al pressappochismo e alla nostalgia senza cognizione né memoria dei nostri tempi, e sapere che nel giro di pochissimi mesi questo piccolo kit di pronto soccorso abbia già avuto ben sette edizioni lascia un po’ di spazio alla speranza.

Mussolini e Hitler 1938
Mussolini e Hitler a Monaco nel 1938

Ma di certo ancora non basta ed è quasi scontato dire che i rigurgiti a cui stiamo assistendo siano dovuti al fatto che nell’Italia del Dopoguerra un vero processo di “defascistizzazione”, come Filippi lo chiama, non sia mai avvenuto.

«La base di un possibile futuro totalitario passa anche dalla riabilitazione del passato totalitario. Mostrare la realtà di quel passato è un primo passo per evitare che quel passato diventi futuro».

Per finire, un appello ingenuo, senza speranza a tutti i nostalgici, gli apologeti, i giudici da bar e i leoni da tastiera che non leggeranno né il libro di Filippi né tanto meno questo articolo: prima di cestinare l’uno e l’altro per tornare a tuffarvi nel liquame di bufale e menzogne che la Rete vi propina, facciamo finta che per un attimo voi apriate il libro di Filippi e che guardiate in fondo alla pagina: là sotto troverete delle note al testo e queste saranno le vostre migliori amiche perché vi permetteranno, se gliene darete l’occasione, di verificare personalmente le fonti, di controllare se quello che Filippi ha scritto corrisponde o meno alla verità e magari di smentirlo se, mentre controllate, lo avrete colto in fallo. Pensateci: non è cosa da poco! Si tratta niente meno che della possibilità di controllare che quanto state leggendo sia attendibile, veritiero e dunque meritevole della vostra fiducia! Una possibilità, quella di informarsi verificando con i propri occhi, che i post di Internet a cui credete senza esitazioni non vi danno e che il fascismo che incensate vietò insieme alla libertà di esprimere la propria opinione.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale: una storia di bombe e provincia

Di Andrea Carria

All’indomani dell’Unità d’Italia, la Valtiberina o Alta Valle del Tevere (un triangolo di terra diviso a metà fra la Toscana orientale e l’Umbria settentrionale) era ancora una zona periferica e isolata. A partire dagli anni ’40 dell’Ottocento, i Granduchi si erano dati parecchio da fare per dotare la Toscana di una rete ferroviaria moderna ed efficiente, ma i loro sforzi si erano sempre concentrati altrove, tanto che la linea Firenze-Arezzo, la cosiddetta Ferdinanda, fu una delle ultime a essere aperte alla circolazione.

Vero è che la realizzazione di nuove infrastrutture nella Toscana sud-orientale era aggravata dalla politica antimoderna dello Stato Pontificio. Ciò era particolarmente evidente in Valtiberina, dove non si poteva concepire nessun progetto senza coinvolgere anche la parte umbra della vallata. I comuni altotiberini vedevano nella ferrovia un modo per rompere il forzato isolamento in cui erano stati lasciati negli ultimi secoli, e dopo il 1861 cercarono più volte di far includere nei piani del governo centrale i propri interessi. Certo, le possibilità non mancavano: la Valtiberina è un crocevia naturale fra quattro regioni, e la storia ha dimostrato che le cause dell’isolamento in cui è sprofondata con la fine del Rinascimento sono da imputare più alle scelte compiute che alla mancanza di opportunità. Ne è la riprova il fatto che, quando venivano pianificate le tratte ferroviarie che ancora oggi cuciono insieme l’Italia, la Valtiberina è stata sempre scartata in favore di altre zone (la Valdichiana, il Trasimeno, la parte inferiore dell’appennino umbro-marchigiano), oppure semplicemente ignorata perché alcune delle opere di cui si avvertiva il bisogno (un collegamento diretto con la Romagna, per esempio) furono realizzate molto tardivamente.

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La stazione di Arezzo nel 1886. I treni come questo, che partivano dal primo binario, erano diretti a Fossato di Vico

Fu così che, dopo ripetuti no, nel 1886 si giunse all’inaugurazione della Ferrovia dell’Appennino Centrale (F.A.C.), il cui comitato promotore era stato fondato appena otto anni prima, nel 1878. La ferrovia, che collegava Arezzo a Fossato di Vico, se da un lato faceva uscire la vallata dal proprio immobilismo logistico, dall’altro era a tutti gli effetti un contentino. Le ragioni di questa affermazione sono più di una. Tanto per cominciare la linea della F.A.C. era del tutto secondaria all’interno della rete ferroviaria nazionale, della quale peraltro non fece mai formalmente parte: responsabile della sua gestione era infatti un consorzio le cui basi erano costituite da capitali privati. Sul piano tecnico, inoltre, la F.A.C. era a binario unico e scartamento ridotto (detto in soldoni, i binari erano più stretti del 26% rispetto a quelli normali), il che permetteva, sì, di risolvere più agilmente i problemi posti dalla complessa orografia appenninica, ma all’arrivo nelle stazioni di raccordo con la Rete Ferroviaria Italiana (R.F.I), Arezzo da una parte e Fossato di Vico dall’altra (in quest’ultima località esistevano perfino due stazioni distinte), i treni non potevano transitare sui binari a scartamento normale, creando così rallentamenti e disagi durante le operazioni di trasbordo di passeggeri e merci.

Il percorso della Ferrovia dell’Appennino Centrale era lungo poco meno di 134 km e si snodava attraverso l’Umbria settentrionale e la Toscana orientale. Come abbiamo visto, uno dei terminal era il borgo appenninico di Fossato di Vico, una scelta tutt’altro che casuale. Già allora Fossato era infatti una delle stazioni della R.F.I. sulla linea Roma-Ancona, e per la F.A.C. rappresentava il punto di raccordo naturale. Prima di giungere alla stazione di Arezzo e congiungersi alla linea Roma-Firenze, il treno della F.A.C., per tutti il trenino, faceva, tra stazioni e caselli, ben trentuno fermate. Le principali erano in corrispondenza dei centri abitati più grandi: Gubbio, Umbertide, Città di Castello (dove si trovavano le officine sociali e la sede locale della direzione), Sansepolcro e Anghiari. I tratti più impervi erano quello fra le stazioni di Mocaiana e di Monte Corona, e quello fra le stazioni di Anghiari e Arezzo: in essi il trenino percorreva parecchi chilometri in mezzo a strette valli boscose scarsamente popolate, dove i torrenti e i dislivelli imponevano la costruzione di ponti, rampe e parecchie gallerie. Quasi la totalità di queste si trovava nel secondo dei due tratti, passante per la valle del torrente Cerfone: fu infatti l’ultimo a essere completato, ma anche quello che richiese il dispendio più grosso in termini di tempo, uomini e risorse (per la pericolosità rappresentata dei suoi dislivelli, nello spezzone compreso fra Arezzo e Palazzo del Pero venne introdotto un sistema di controllo della velocità). In compenso esistevano anche tratti pianeggianti dislocati, pure questi, in due aree ben distinte: la valle di Gubbio, da Branca a Mocaiana, e la valle del Tevere, da Monte Corona ad Anghiari, una valle ampia e lunga più del doppio rispetto alla precedente, dove la ferrovia passava il fiume in tre punti soltanto.

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Il tracciato della F.A.C. con le località più importanti in evidenza

L’intero percorso veniva coperto in tempi diversi a seconda della direzione: poco meno di cinque ore da Arezzo a Fossato, e circa cinque ore e mezzo da Fossato ad Arezzo. Il tempo in più serviva a rifornire la locomotiva di acqua e carbone (prima del passaggio al diesel, il sistema di trazione era a vapore), in quanto i convogli che provenivano da Fossato — a differenza di quelli provenienti da Arezzo, per i quali era previsto il cambio della locomotiva a Città di Castello — erano gli unici a percorrere tutta la linea. Nel 1936 fecero la loro comparsa le prime automotrici diesel, le quali, garantendo una velocità massima di 70 km/h rispetto ai 35 km/h di prima, abbatterono sensibilmente i tempi di percorrenza.

Malgrado quelli che i pendolari di oggi considererebbero autentici disagi, la popolazione dell’Alta Valle del Tevere trasse da subito importanti benefici dal passaggio della ferrovia. Gli spostamenti divennero più rapidi e più comodi per tutti, le merci poterono circolare molto più rispetto al passato, e per gli abitanti della parte toscana significò anche poter andare e venire dal proprio capoluogo in giornata. Per fare la stessa cosa, i loro corrispettivi umbri dovettero invece attendere fino al 1915, quando la F.A.C. venne agganciata, all’altezza della stazione di Monte Corona, dalla Linea Centrale Umbra, costituendo il primo — ma pur sempre tardivo — collegamento ferroviario tra Perugia e i comuni della Valtiberina umbra.

La Ferrovia dell’Appennino Centrale rimase attiva cinquantotto anni. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale i bombardamenti tanto dei tedeschi quanto degli Alleati arrecarono danni gravissimi al suo tracciato, causando ripetute interruzioni ai convogli. Le stazioni stesse vennero prese di mira. Emblematico è il caso di quella di Arezzo, completamente distrutta dagli intensi bombardamenti che si abbatterono sulla città nel dicembre del 1943: furono così devastanti che il trenino smise di raggiungere il proprio capolinea sei mesi prima della soppressione del servizio.
In generale fu l’intera linea della F.A.C. a essere gravemente danneggiata. Binari, ponti, stazioni, convogli: tutto ciò che finiva a tiro degli aerei veniva fatto saltare in aria. A fronte di una situazione simile, il 18 giugno 1944 il Ministero dei Trasporti dispose l’interruzione definitiva del servizio, e un anno dopo, con l’ordine di servizio n. 1 del 22 maggio 1945, la Società diede comunicazione che la ferrovia, visti gli ingenti danni subiti, non sarebbe stata ricostruita, ma che il personale licenziato avrebbe goduto di una «preferenza alla riassunzione per l’Esercizio della Umbertide-Sansepolcro».

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Ex galleria della F.A.C. in località Val de’ Gatti, nei pressi di Anghiari

Già allora i documenti governativi stavano dunque facendo emergere una volontà precisa: quella di ripristinare, in un futuro più o meno lontano, soltanto il collegamento fra i due vertici della Valtiberina e di convertirlo, magari, allo scartamento normale. L’ipotesi di ricostruire l’intera linea venne abbandonata fin dall’inizio, col risultato che le comunità delle valli appenniniche — più impervie da raggiungere e proprio per questo ancora più bisognose — tornarono al loro isolamento. Tra queste comunità c’era anche Gubbio. Se infatti i centri altotiberini vennero di nuovo collegati nel 1956 grazie al prolungamento fino a Sansepolcro della Linea Centrale Umbra, Gubbio rimase tagliata fuori da ogni relazione ferroviaria. Nei periodi successivi questa deficienza infrastrutturale non è mai stata risolta, e ancora oggi Gubbio, con i suoi trentamila abitanti e il suo turismo, è servita soltanto dalla strada gommata (credo infatti che non sia sufficiente che l’attuale stazione di Fossato di Vico ospiti nella propria segnaletica anche il nome di Gubbio, è un compromesso che funziona poco e male: la distanza fra le due località è di oltre venti chilometri!).

La F.A.C. è stata una delle pochissime linee ferroviarie dell’Italia Centrale distrutte durante la Seconda guerra mondiale a non essere ricostruita. Fu una scelta dettata dal disinteresse, dalla mancanza di opportunità e di risorse o dal mero calcolo sulla convenienza? Credo che nessuno di questi fattori debba essere scartato, anche se penso che la gestione privata della ferrovia abbia fatto scivolare agli ultimi posti la sua eventuale ricostruzione da parte della R.F.I., già oberata dal ripristino della propria rete ferroviaria.

Dopo pochi anni dalla chiusura, della Ferrovia dell’Appennino Centrale rimaneva ben poco. I materiali vennero riciclati nella ricostruzione dei paesi e delle case, le locomotive furono vendute a ditte private, la vegetazione si riappropriò del vecchio tracciato e iniziò a minacciare i vecchi caselli di campagna, sebbene molti dei quali, oggi, siano stati recuperati e trasformati in abitazioni private.

libro

Se questa storia vi ha interessato, potrete trovare maggiori informazioni nel volume di Mariano Garzi e Piero Muscolino La Ferrovia dell’Appennino Centrale – Linea Arezzo-Fossato, ricco di fotografie d’epoca e documenti. Purtroppo la seconda edizione di quest’opera (2002) è fuori commercio già da molti anni, e l’editore, al momento, pare non avere intenzione di ristamparla. Se sarete più fortunati di me, potreste trovarla in qualche mercatino dell’usato: io l’ho cercata a lungo, ma finora l’unica che sono riuscito a stringere fra le mani è la copia della biblioteca comunale di Anghiari.

Gli ebrei di San Nicandro, una storia dimenticata

Di Andrea Carria

 

Le pause caffè possono essere istruttive. La storia di cui infatti sto per parlarvi mi è stata raccontata durante una di queste da un collega, che in ufficio gode della meritata fama di dispensatore di aneddoti spassosi e di storie memorabili.

«Hai mai sentito parlare di San Nicandro?».
«No, non mi pare. Non so neanche dove sia. Perché?».

Mentre la macchinetta finiva di erogare i nostri caffè, il mio collega ha cominciato a raccontarmi la storia più improbabile che potesse esserci, i cui fatti sembravano essere usciti direttamente dalla sceneggiatura di un film. Due giorni dopo si presenta al lavoro con un libro: se avevo ancora dei dubbi — mi dice — questo me li avrebbe fatti sparire.

E il libro ce l’ho qui davanti ancora adesso, fresco di lettura. Non è un romanzo, ma un libro di storia, un saggio. Elena Cassin (1909-2011), l’autrice, è stata una storica delle religioni italiana, specializzata in culture mesopotamiche. Dopo aver conseguito il dottorato all’Università di Roma nel 1933, lasciò l’Italia per la Francia, dove condusse per intero la propria carriera accademica, divenendo membro di alcuni degli istituti di ricerca più prestigiosi d’Oltralpe, come l’École des Annales (fondata da Marc Bloch e Lucien Febvre negli anni Venti) e il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS).

Nel 1957 la Cassin pubblica in Francia un libro che si allontana dai suoi studi abituali e che racconta una storia alla quale è molto legata. Il libro si intitola San Nicandro: histoire d’une conversion, ma in Italia verrà pubblicato in un’edizione aggiornata solo nel 1995 dalla casa editrice Corbaccio, la stessa che ho consultato io. La Prefazione — molto utile e interessante — è di Alberto Cavaglion, uno dei nostri maggiori studiosi della storia e della cultura ebraiche. Ho scelto di ricordare questo dato perché, oltre a fornire validissime indicazioni di metodo, penso che la sua lettura sia quantomai propedeutica: la storia che introduce si sottrae infatti alle esperienze e alle categorie storiografiche note, colorando con sfumature inaspettate un periodo della storia del nostro paese in cui si è generalmente portati a non vederne.

Siamo nel 1935. San Nicandro è un paese del promontorio del Gargano abitato da gente semplice, principalmente braccianti agricoli e pastori. È un borgo collinare appartato, difficile da raggiungere, dove l’isolamento naturale è reso meno duro dalla presenza di altri piccoli centri nelle medesime condizioni, sparsi nei dintorni. Le città sono lontane, stanno in pianura (Foggia dista più di cinquanta chilometri; San Severo, da dove parte il trenino locale che serve San Nicandro e gli altri borghi del monte Gargano, poco meno di trenta). A San Nicandro vive Donato Manduzio. Ha cinquant’anni e da giovane ha combattuto nella Prima guerra mondiale, riportando una lieve invalidità che gli permette di percepire una piccola pensione. In compenso è stato proprio al fronte che Donato ha imparato a leggere e scrivere (è un uomo intelligente), e nelle giornate di ozio che la sua inabilità gli impone si dedica alla lettura di romanzi e libri di magia (ha fama di essere un abile guaritore, e in occasione delle feste paesane si reinventa anche come organizzatore di spettacoli).

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Donato Manduzio (1885-1948)

Negli anni Trenta il Gargano, terra con una tradizione mistica molto forte, è toccato, al pari di altre zone del Sud Italia, da alcuni moti di rinnovamento religioso. Uno dei gruppi più attivi sul territorio è quello valdese, i cui proseliti svolgono un’intensa opera di predicazione. Donato è uno dei primi sannicandresi a prestare ascolto alle loro parole e a frequentare i loro incontri. Al centro della fede valdese sta la parola di Dio, e un giorno Donato riceve da uno dei membri della congregazione una Bibbia. Questo regalo cambierà per sempre la sua vita: leggendo il libro, Donato apprende infatti verità sulle quali non aveva mai riflettuto prima, e in particolare si fa strada in lui la convinzione che la vera religione non sia quella cattolica che gli è stata trasmessa e neppure quella verso la quale vorrebbero attirarlo i suoi amici valdesi; il solo modo corretto di servire Dio, crede Donato, è quello degli ebrei così come viene descritto nell’Antico Testamento.

A questa lettura incredibilmente intensa della Bibbia, Donato fa seguire la scrittura di un diario dettagliatissimo e l’istituzione di pratiche devozionali vere e proprie (feste, cerimonie, diete e digiuni), che nelle sue intenzioni dovranno ristabilire il culto perduto del popolo d’Israele. Perduto, sì, perché Donato Manduzio, ingenuo come solo un provinciale di quel tempo poteva essere, è convinto che quello ebraico sia un popolo scomparso al pari dei babilonesi o degli egizi, e che lui e lo sparuto gruppo di sannicandresi che intanto ha convertito grazie alle sue doti di trascinatore siano gli unici seguaci rimasti di questa antica religione. A farlo accorgere dell’abbaglio che ha preso ci pensa un ambulante che ha per caso sentito ciò che Donato diceva a un altro convertito. Ebrei? Certo che ci sono! In città ne abitano tanti. A Bari, Napoli, Firenze, Roma… A Manduzio si apre un mondo. Se ci sono altri ebrei, lui deve conoscerli.

Comincia a scrivere lettere su lettere alle quali, all’inizio, fatica a ricevere risposte: il regime fascista impone agli ebrei italiani maggiore cautela e Donato Manduzio, questo sedicente ebreo spuntato dal nulla, potrebbe essere un provocatore o, peggio, una spia. Alla fine è il rabbino capo di Roma a scrivergli, ma si tratta ancora di una lettera che vuole mantenere le distanze. Le cose cambiano qualche tempo dopo con il nuovo rabbino David Prato, il quale decide di inviare a San Nicandro un suo delegato perché constati personalmente l’esistenza di un gruppo di ebrei nel promontorio del Gargano. Si tratta di Raffaele Cantoni, colui che per anni rimarrà il principale punto di riferimento della comunità di San Nicandro, fornendo i paramenti sacri con cui Donato può officiare i culti nella propria casa — di fatto riconosciuta da tutti come la sinagoga del paese —, i sillabari dove studiare la lingua ebraica e, non da ultimo, il proprio sostegno morale. Durante la guerra, quando il regime manderà Cantoni al confino sulle isole Tremiti, a solo una ventina di chilometri dalla costa garganica, Donato si incaricherà di rifornirlo con generi alimentari e di consumo per alleviare la sua detenzione.

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Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, il gruppo è ancora saldo sebbene diviso al proprio interno. I fascisti non hanno mai preso iniziative repressive, molto probabilmente perché stentano a comprendere ciò che sta avvenendo a San Nicandro e, tranne alcune convocazioni in Prefettura per Donato e altri suoi confratelli, non pensano di dover prendere la cosa troppo sul serio. Del resto come trattare, nella limitatissima casistica prevista dal regime, chi era italiano per nascita ma al tempo stesso si dichiarava ebreo?

«Qui si racconta una piccola storia, luminosa: come, da un cammino di tenebre, uscì una luce; una luce che brilla nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Durante tutto questo tempo, Donato non ha mai smesso di aggiornare il proprio diario. Esso è (ma sarebbe meglio dire era, giacché se ne sono da tempo perse le tracce) una via di mezzo fra il diario propriamente detto e una cronaca molto soggettiva della vita della comunità. Donato vi annota tutto ciò che reputa importante, ma i brani più numerosi riguardano i sogni e le visioni attraverso cui passerebbe il suo dialogo con Dio. Delle sue esperienze, che potremmo tranquillamente definire extrasensoriali, Donato fornisce descrizioni molto precise che scendono nel dettaglio. Gli scenari, che tendono a ripetersi con pochissime variazioni, sono mutuati dal mondo agricolo e pastorale tipico della realtà sannicandrese, e Donato, che spesso li invoca prima di prendere una decisione importante per la comunità, li tratta al pari di segni (dei veri e propri omina) o, in casi più rari, di ordalie.

Un fatto di fondamentale importanza si verifica nel settembre del 1943. Il fronte sta risalendo l’Italia ed entro la fine del mese Foggia e il Gargano passano definitivamente sotto il controllo degli Alleati. Anche da San Nicandro passano le divisioni angloamericane, e un giorno una di queste viene richiamata da una bandiera sventolante dove campeggia la stella di David. Sono Donato e gli altri che, come guidati da un istinto atavico che gli suggerisce cosa fare, improvvisano lo stendardo che gli varrà l’incontro, carico di conseguenze, con il maggiore Spitzer alias Phinn E. Lapide (il futuro autore di Mosè in Puglia, il primo libro sulla storia degli ebrei di San Nicandro) e il resto della Brigata Israeliana.

Ho parlato di incontro fondamentale perché da questo momento nel gruppo si fa ufficialmente strada il sionismo. Donato, che finora ha esercitato un ascendente fortissimo su tutti i fratelli grazie ai messaggi che Dio gli avrebbe inviato sotto forma di visioni e sogni, non pensa che il gruppo debba disperdersi in Palestina, ma ormai non può nemmeno zittire coloro che hanno un’opinione diversa dalla sua e sono già sul piede di partenza. L’ultimo rito che vede unita la comunità è la circoncisione rituale, avvenuta nell’agosto del 1946 ad opera del rabbino di Ravenna, intervenuto allo scopo. Ora che anche l’ultimo segno esteriore che differenziava gli ebrei di San Nicandro da tutti gli altri è stato cancellato, Donato Manduzio sente vicino il completamento della sua missione e può spegnersi in pace. La morte sopraggiunge il 15 marzo 1948, all’età di sessantatré anni.

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San Nicandro Garganico oggi

Scomparso il fondatore, la comunità segue il destino che il comportamento di alcuni suoi membri aveva tracciato. Molti partono per la Palestina insieme alle proprie famiglie, dando un contributo concreto alla creazione dello Stato di Israele: si istalleranno nei kibbutz e qualcuno combatterà perfino nella prima Guerra arabo-israeliana del 1948. Altri invece restano a San Nicandro, rispettando così la volontà di Donato.

L’edizione italiana del libro di Elena Cassin comprende diverse integrazioni rispetto a quella francese originaria. L’autrice riferisce, ad esempio, del suo ultimo viaggio in Israele compiuto nei primi anni Novanta, dove ha incontrato i discendenti dei sannicandresi emigrati nell’immediato Dopoguerra: sono indistinguibili dai loro coetanei israeliani e perfettamente integrati. I cambiamenti più sostanziali hanno riguardato invece San Nicandro, un paese che la Cassin trova molto mutato rispetto al borgo di braccianti che aveva conosciuto al tempo delle sue prime ricerche, e che è ormai del tutto proteso verso la modernità. Qui, fra case nuove e vie asfaltate, la studiosa scopre che quello che resta della comunità è costituito da sole donne, le quali vivono la religione ebraica in una versione privata e domestica il cui sforzo maggiore consiste nel cercare di educare i figli al rispetto della legge del Sinai. Oggi gli sparuti ebrei di San Nicandro sopravvivono più o meno allo stesso modo, con in più la consapevolezza di dover cercare di preservare a ogni costo la propria memoria.

A distanza di tanti anni, l’impresa di Donato Manduzio non smette di stupire. Essa infatti non ha costituito solo un unicum per quel che riguarda la storia delle conversioni, ma rappresenta anche un caso di studio interessantissimo per quel che concerne il contesto socio-politico avverso in cui si è realizzata. Uno degli aspetti meno trattati dal libro della Cassin sono proprio le modalità in cui l’ebraismo sannicandrese si è sviluppato nonostante il regime fascista, il quale, ricordiamolo, approvava proprio in quegli anni (1938) il Manifesto della Razza e le leggi razziali. Sarebbe interessante chiarire anche questo aspetto, e magari la direzione in cui muoversi potrebbe essere quella di inquadrare il fenomeno San Nicandro all’interno di un contesto storico più ampio, cercando, ossia, di vedere anche qualcosa in più rispetto all’unicità e al provincialismo di cui questa «piccola storia, luminosa» necessariamente è pervasa.

Un esempio di relazione fra personaggio e non-luogo: il ruolo del corpo in “Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini

Di Gian Luca Nicoletta

 

L’elemento che sicuramente caratterizza lo stile di Pasolini in Ragazzi di vita, a prescindere dal vocabolario scurrile, è quello corporeo. Lo stile narrativo, la prospettiva realistica che egli adotta, non mancano mai di concentrare l’attenzione sull’aspetto fisico dei suoi personaggi. Il primo che si può notare si trova nel secondo racconto della serie che forma questo romanzo, intitolato “Il Riccetto”:

«S’asciugò la faccia bagnata di pioggia, giovane e tutta rugosa, coi labbroni che gli pendevano…»

Gli elementi caratteristici che vengono forniti non riguardano il Riccetto, bensì un personaggio secondario che sparirà nel corso della narrazione. Fondamentali però sono gli aggettivi qui scelti da Pasolini, in particolare l’ossimoro riferito alla faccia giovane/rugosa utilizzato per caratterizzare il volto del ragazzo, “il napoletano”.
Ritengo l’espediente retorico importante poiché riassume perfettamente l’intero quadro storico che sta dietro alla narrazione delle avventure dei Ragazzi. L’elemento realistico è centrale, in quanto rimanda a una poetica ben più complessa che Pasolini fa sua e cioè la volontà di raccontare esattamente la realtà che vivono i giovani proletari romani. Il fatto che il napoletano sia giovane ma abbia allo stesso tempo la faccia rugosa è sinonimo di una condizione sociale e lavorativa estremamente degradata, che costringe tutti gli appartenenti agli strati più bassi della società, come per esempio i giovani, ad eseguire lavori molto faticosi che già provano le condizioni fisiche.

La Marana_Centro Studi Pier Paolo Pasolini
La Marana (fonte: Centro Studi Pier Paolo Pasolini)

Dunque in una prospettiva analitica nonché critica di una società spaccata e contraddittoria, vista dagli occhi di uno scrittore operante in un periodo dove la democrazia cristiana era in auge, l’attenzione per il dettaglio fisico è profondamente rilevante. I luoghi della Roma post-bellica del 1946 possono essere diversi l’uno dall’altro e distintivi delle classi sociali che lì abitano; ma un corpo giovane, semovente, smunto dal poco mangiare e con la pelle già segnata dalle fatiche del lavoro ha una capacità d’azione rappresentativa della realtà sociale coeva molto più efficace. Per questo il corpo assume un ruolo centrale: sia per ricoprire in pieno il suo valore rappresentativo sia come fulcro di una realtà che attorno ad essa crea il suo mondo.

Nei diversi contesti nei quali agiscono, i corpi di Pasolini raramente sono soli. Ovvero è quasi sempre presente un contatto, che può anche essere scontro in una lite, uno strattone per attirare l’attenzione, un gioco manesco. Il corpo, se non ha nulla con cui entrare in contatto, è come uno strumento muto: lo scambio fisico è il motore che porta avanti le azioni.

Tutto questo, e così introduco il secondo elemento critico, mette in campo una riflessione sugli scambi tra individui che agiscono nel non-luogo, cioè determinano il modo in cui si definisce una relazione. Il «non-luogo» di cui abbiamo già parlato altrove, è una condizione specifica degli spazi non-abitati, né vissuti da alcun essere umano. In particolare ce ne parla l’antropologo Marc Augé in un bellissimo testo (uno fra i tanti) dedicati al tema e alla categoria da lui stessa creata. Un esempio del rapporto fra questa categoria spaziale e umana e i nostri corpi, in Ragazzi di vita, ci viene proposto grazie al personaggio di Nadia:

«Nadia stava lunga sulla rena, ferma, con una faccia piena di odio contro il sole, il vento, il mare, e tutta quella gente che s’era venuta a metter sulla spiaggia come un’invasione di mosche s’una tavola sparecchiata. […] La Nadia stava distesa lì in mezzo con un costume nero, e con tanti peli, neri come quelli del diavolo, che gli s’intorcinavano sudati sotto le ascelle, e neri, di carbone, aveva pure i capelli e quegli occhi che ardevano inveleniti».

La presentazione di questo personaggio nel contesto artistico è molto importante, si capisce, specialmente se si vuole veicolare l’opinione del lettore o spettatore. In questo caso l’idea che affiora leggendo la descrizione di Nadia non conduce a un immaginario sensuale o erotico (cosa che in linea teorica avrebbe dovuto essere, dato che Nadia è una prostituta e viene chiamata da alcuni amici di Riccetto che hanno desiderio di perdere con lei la loro verginità). Il corpo della donna non viene mortificato, ma gli si attribuisce un’aria di volgarità che fa perdere la femminilità che invece ci si aspetterebbe per questo personaggio. Nadia non ha nulla a che vedere con una figura gentile: è impaziente, disturbata dalla mole di bagnanti e scocciata di dover sottostare ai desideri di tre giovani appena diventati adolescenti.

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Pasolini e i Ragazzi (fonte: Culturalife)

In questo senso, come accennavo prima, il personaggio Nadia incarna sia la personalità dell’individuo che si trova a interagire con uno spazio che non gli appartiene, sia la personalità che difficilmente può innescare relazioni di confronto con gli altri. I parallelismi e gli ossimori piacciono molto a Pasolini, questo è chiaro ed emblematico di tutta la sua attività creativa, della sua stessa vita, e ciò emerge anche da Nadia. Lei non si mescola con le persone, con la gente, non riesce e fare di sé una parte di un luogo. Facendo venir meno i punti teorici che Augé determina per i luoghi, la spiaggia sulla quale lei si trova diviene, quasi automaticamente, un non-luogo. Questo, così come ve ne ho parlato in merito a L’Estraneo di Tommaso Giagni, costituisce per me un altro punto in favore di una mia personalissima teoria critica: i non-luoghi non esistono di per sé stessi, ma sono determinati e determinabili sono in base alle relazioni che gli esseri umani che li frequentano vi intrattengono. Un luogo per una persona può essere un non-luogo per tante altre. La letteratura di Pasolini, come quella di Giagni, di Siti, di Less, ci aiuta a comprendere un aspetto molto importante dei noi esseri umani: definisce il mondo nel quale viviamo e ci aiuta, attraverso questa definizione, a comprenderlo.

Documenti d’archivio: quando la realtà diventa romanzo

Di Gian Luca Nicoletta

Vi è mai capitato di pensare che la vostra vita sia monotona, che non succeda mai niente di eccezionale? Oppure che quello che accade ai protagonisti di un romanzo, di un film, di una serie tv debba necessariamente rimanere nella sfera della finzione?

Ebbene, a me a volte è successo. Sì, quando mi trovavo rinchiuso in un limbo senza fine fatto di giorni tutti uguali, illimitate fotocopie di una parentesi senza eventi.

Credevo questo anche di molte altre vite, magari simili alla mia, ma il mio giudizio è nettamente cambiato quando, per il mio progetto di Servizio Civile, sono andato all’Archivio Diaristico Nazionale (ADN) di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo.

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Per chi di voi che non c’è ancora mai stato, consiglio vivamente una capatina in questo piccolo laboratorio della memoria. La Fondazione raccoglie e conserva un numero strabiliante di diari, racconti, ricordi scritti di intere generazioni di uomini e donne da tutta Italia.

Durante il mio soggiorno, cinque giorni bellissimi in un alberghetto dove sono stato coccolato e viziato, col favore di una leggera nevicata che ha incantato il piccolo paese in una bolla da souvenir di viaggio, ho avuto modo di attingere a piene mani dal catalogo dell’archivio. Lì ho incontrato moltissime persone e le loro storie: alcune drammatiche, alcune incredibilmente avventurose, altre serene.

In quel particolare frangente ho capito una cosa: pensiamo che la nostra vita sia noiosa solo perché manca una voce narrante. Come avrete ormai capito, sono un appassionato di saghe familiari (I Cazalet e La ricerca del tempo perduto in testa) ma se provassi a ridurre ai minimi termini le trame di questi romanzi lunghi migliaia di pagine se sommati insieme, cosa otterrei? Niente. Ci sono persone, litigate, viaggi, tazze di caffè. Forse qualche tradimento, qualche lutto. La vita.

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Proprio così: la vita quotidiana, quella di tutti i giorni, è il vero e unico romanzo. Frasi da film anni ’90 a parte, quello che voglio dire è che il semplice fatto di porre su un dispositivo riutilizzabile (sia esso una pagina bianca, un video, un file…) le impressioni della nostra vita, beh già quello è il motore primario ed essenziale della narrazione. Le nostre vite, forse gli esseri umani in generale, hanno bisogno di essere narrati e di vedere che le esperienze che li segnano sono condivisibili e condivise con altri. La rete di significato che costruiamo negli anni attorno a ciò che riteniamo sia la nostra esistenza, a un certo punto non è più autosufficiente e ha necessario bisogno di allacciarsi a quella di altri. Nascono così le storie, il riconoscimento di un evento, l’immedesimazione nella vita di un altra persona.

Presso l’ADN ho visto tantissime reti di significato allacciarsi l’una all’altra, senza che gli autori di quei testi ne fossero minimamente consapevoli. All’Archivio Diaristico Nazionale potrete fare incetta di racconti, di vite che somigliano alla vostra e dalla quale potete trarre spunto per la vostra storia. Non distante da lì (basta attraversare la piazza) si giunge al Piccolo Museo di Diario, dove sono conservati molti testi differenti e in particolare il lenzuolo di Clelia Marchi, un grande lenzuolo sul quale un’anziana signora rimasta vedova e sola ha iniziato a raccontare la propria vita per filo e per segno, inscenando il romanzo della sua esistenza in una forma del tutto nuova.

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Un viaggio in quel luogo rappresenta per chiunque un salto nei misteri atavici della scrittura che risiedono in ogni essere umano. L’atmosfera sospesa tra la magia e il mistero, fra l’austerità del luogo silenzioso e il numero infinito di voci assopite fra tutte quelle pagine, ci spinge a riflettere sul nostro rapporto con la scrittura e con la vita, ricordandoci che ogni vita merita di essere raccontata, non foss’altro che per ricordare a noi stessi che esistiamo.

Come disse una volta la mia professoressa di teoria della letteratura: «Prima scriviamo perché ci serve, poi scriviamo perché ci piace».

Il compromesso vittoriano: un’analisi a caldo ne “L’età vittoriana nella letteratura” di G. K. Chesterton

Di Gian Luca Nicoletta

Non è possibile affrontare lo studio della letteratura e della società vittoriana senza imbattersi, almeno una volta, in Gilbert Keith Chesterton il quale, insieme a Lytton Strachey, rappresenta uno dei massimi esponenti del pensiero critico britannico su quest’epoca.

Il saggio di cui vi parlo oggi è stato pubblicato per la prima volta nel 1913, dodici anni dopo la morte della regina che ha dato il nome a questa stagione (secondo me) d’oro della società moderna e una trentina d’anni prima che finissero gli strascichi di questo periodo in grado di impregnare e carpire scienza, arte, cultura e società. Perché l’età vittoriana questo è stato: un segmento di storia che ha coperto un lasso di tempo talmente lungo e che ha permeato la vita di almeno quattro generazioni di donne e uomini che, era ovvio già nelle sue premesse, non è stato possibile seppellire assieme alla sua sovrana.

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Judy Dench interpreta la Regina Vittoria nel film 2017 “Victoria & Abdul”, di Stephen Frears

Come Chesterton dice bene, iniziando la sua dissertazione fine e pungente, questo periodo storico è stato l’epoca del così detto “compromesso vittoriano”, una sorta di patto sociale che ha pacificato due fazioni che da più di un secolo in Europa si davano battaglia: la borghesia e l’aristocrazia. Nella sua spiegazione non è presente l’interpretazione che oggi è più in voga presso gli studiosi del settore, come nei manuali di letteratura inglese. Secondo questi, infatti, il “compromesso” nasce dalla coabitazione, in uno stesso schema sociale, della grande opulenza borghese dei capitani d’industria con la finanziera nera e il cilindro, dotati di grandi basette e favoriti; e i loro operai: poveri, costretti a vivere in grandi conglomerati abitativi privi di qualsiasi servizio fognario o tutela igienico-sanitaria; salari inesistenti e diritti nemmeno immaginabili dalle più fervide menti che sicuramente tra loro ci sono state ma che abbiamo perduto per sempre.

Chesterton, invece, fa risalire il germoglio del “compromesso” alla rivoluzione francese: nel 1789 la società borghese afferma la propria esistenza a danno della nobiltà e lo fa con un gesto violento. Una fetta, seppur piccola, del mondo di allora riesce ad appropriarsi di beni, servizi e soprattutto ricchezza. Sino ad allora nulla era stato loro concesso in termini di opportunità: si diventava ricchi per eredità ricevuta, mentre con l’inizio del XIX secolo si può diventar ricchi grazie alla propria intraprendenza. La classe borghese porta avanti la sua lotta contro la nobiltà e i privilegi che questa detiene: gestione diretta della stragrande maggioranza delle ricchezze, sia in termini economici che finanziari; privilegi ereditari; diritto di voto e di eleggibilità; addirittura (per quanto concerne l’Inghilterra) un ramo del Parlamento esclusivamente riservato a loro e che, nonostante importanti leggi approvate nel 1911, 1949 e 1999, porta ancora il nome di House of Lords.

In Inghilterra, nel 1837, sale al trono la Regina Vittoria. In tutta Europa, nel 1848, prende piede la “Primavera dei popoli”, anche conosciuta come “moti del ‘48”: un’ondata di rivoluzioni guidate dalla borghesia sempre più potente che voleva rovesciare i monarchi tornati sui troni dopo la Restaurazione. Chesterton evidenzia che tutto questo in Inghilterra non è avvenuto, perché? Perché le due parti in lotta, nobiltà e borghesia, sono giunte a un “compromesso”.

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La rivoluzione prevede, quasi per definizione, che un sistema politico e sociale attualmente vigente sia del tutto spazzato via e sostituito da uno nuovo. Il tutto, come si è detto per la rivoluzione del 1789, tramite un atto violento. Ciò in Inghilterra non è avvenuto: la nobiltà non è stata soppiantata dalla borghesia, ma le due si sono venute incontro. La nobiltà ha rinunciato ad alcuni suoi privilegi e stili di vita, ammettendo i ricchi borghesi nei propri salotti e castelli, permettendo loro di entrare in relazione con le più alte sfere del Regno Unito ma conservando pur sempre la maggior parte delle proprie prerogative in termini politici. Per contro, la borghesia ha rinunciato ad un potere prettamente politico per acquisirne uno economico (dunque politico anche se indirettamente): i borghesi si sono costruiti grandi e fastose dimore in campagna, hanno potuto prosperare economicamente. Effetto di questo, verso la fine del 1800 e sino agli anni ’20 e ’30 del secolo successivo, sarà il proliferare di matrimoni “socialmente misti”: borghesi all’apice della prosperità sposano nobili in decadimento. Il potere economico dei borghesi e l’estinzione di cospicue rendite fondiarie dei nobili ha permesso questo scambio, confondendo le due classi sociali e giungendo alla nascita di quella che potremmo definire una “borghesia nobile”. Esempio irripetibile nonché sintesi perfetta di questo clima politico e sociale fu l’intera famiglia Rothschild.La classe operaia, come abbiamo visto sopra, rimane miseramente dimenticata.

E ora la domanda: cosa c’entra tutto questo con la letteratura? Chesterton ci dice che questi effetti sociali sono riportati direttamente all’interno delle opere dei grandi scrittori vittoriani: Eliot, Collins, Dickens:

«Una delle caratteristiche essenziali dello spirito vittoriano fu la tendenza a sostituire gli estremi della tragedia e della comicità con una certa serietà più o meno soddisfatta. Lo si riscontra tanto in un certo mutamento in George Eliot quanto in una certa limitatezza o moderazione in Dickens. Quest’ultimo incarnava il Popolo, quale esso era nel Settecento e come in larga misura è ancora, a dispetto di tutti i discorsi a favore o contro le leggi sull’istruzione: comico, tragico, realistico, senza peli sulla lingua, molto più licenzioso nelle parole che nei fatti. È segno della forza e della pressione tacitamente esercitate dallo spirito della borghesia vittoriana che neppure a Dickens venne mai in mente di resuscitare la grossolanità verbale di Smollett o di Swift.»

In questo passaggio si conferma, quindi, l’effetto del “compromesso”: una pressione costante e silenziosa che porta all’annullamento dei caratteri più accesi della letteratura, in favore di uno stile molto più piatto, morigerato, di cui neppure scrittori di indiscussa levatura come Dickens riescono a rendersi conto, pur essendone immersi completamente.

«Qualcosa nella letteratura vittoriana lasciò davvero a desiderare, ma intuirlo è molto più facile che esprimerlo. Non si trattò tanto di una superiorità degli uomini di altre età rispetto ai vittoriani; si trattò di una superiorità dei vittoriani rispetto a se stessi. Gli individui erano ineguali. È forse questa la ragione per cui la società diventò ineguale; non saprei dirlo.»

Waddesdon Manor, dimora tutt’oggi di proprietà della famiglia Rothschild

Cos’è che lasciò a desiderare? La rivoluzione. Il compromesso vittoriano riuscì a disinnescare la bomba che era esplosa in molti altri Paesi europei come la Francia, gli stati mitteleuropei, la Prussia e gli stati italiani. Ma questo determinò anche una certa arretratezza politica rispetto al resto d’Europa. La circolazione delle idee socialiste prese piede in tutti questi Paesi, molto meno in Inghilterra. La mancanza di questa circolazione ha fatto sì che borghesia e nobiltà tenessero salde le proprie posizioni, almeno sino alla prima guerra mondiale. La contestazione di questo vecchio sistema fu meno incisiva rispetto a quello che succedeva oltremanica, si pensi alla Comune di Parigi o all’esperimento importante seppur di breve durata della Repubblica Romana.

Dal canto suo, Chesterton fu uno dei contestatori del vigente sistema sociale in Inghilterra. Non fu un socialista ma affermò il suo personale pensiero politico e diede vita al distributismo, una corrente politico-economica che puntava alla ridistribuzione non delle ricchezze, bensì dei mezzi di produzione di queste. Una corrente che ebbe un discreto successo negli ambienti intellettuali dove riuscì a penetrare e che in ogni caso rappresentò la cifra di quanto, anni dopo, l’intellettuale inglese affermerà: qualcosa “lasciò a desiderare”.

L’età vittoriana è stato questo: un’età di grandi progressi negli ambiti più disparati del sapere umano, ma anche un periodo di grandi contraddizioni e di non detti. Grande benessere ma anche grande disagio. Sfavillante vita sociale ma anche soffocanti convenzioni matrimoniali e sociali.

In un’ottica storica, sullo sfondo di migliaia di anni di civilizzazione, ha rappresentato un non nulla, e come tutte le epoche, così come la nostra, non è stata perfetta. Ma sono ammirevoli la lucidità e il distacco che Chesterton impiega nel descrivere un periodo storico che è stato il suo dall’inizio alla fine e che difficilmente è stato possibile criticare a così stretto giro dalla sua conclusione.

Letteratura vittoriana e contemporaneità, riflessioni su “Middlemarch” e sul mondo di oggi

di Gian Luca Nicoletta

[Riproponiamo qui un articolo di Gian Luca Nicoletta uscito sul blog letterario “Sul Romanzo”. Qui la versione originale]

 

Nel 2018 non ci si aspetterebbe di riscoprire in Middlemarch di George Eliot l’attualità della letteratura vittoriana. Eppure questo romanzo, pubblicato a puntate tra il 1871 e il 1872, presenta molte analogie con il mondo di oggi, se si osserva da vicino.

A partire dal contesto letterario nel quale questo romanzo vittoriano si colloca, si nota la tendenza della letteratura dell’epoca a dipingere la società moderna. Basta dare uno sguardo alla produzione europea e possiamo notare che, per esempio, Victor Hugo aveva già pubblicato Nôtre Dame de Paris e Les Misérables, mentre Alessandro Manzoni aveva da tempo terminato la redazione de I Promessi Sposi. Questi romanzi raccontano le vicende di personaggi verosimili e sono ambientati o in un passato storico (Nôtre Dame de Paris e I Promessi Sposi che tornano indietro di secoli) o recente (Les Misérables e, per l’appunto, Middlemarch che invece ci fanno viaggiare indietro nel tempo di quasi mezzo secolo rispetto alla pubblicazione).

Nel caso che qui mi interessa spiegare, il collegamento fra il romanzo di Eliot e gli elementi della società di oggi che vanno riscoperti sono molteplici. Primeggiano su tutti i problemi, le questioni complesse che allora come oggi i personaggi devono affrontare in quanto individui o gruppi.

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In Middlemarch, un problema essenziale per i personaggi è costituito dal denaro: la società vittoriana, strutturata e chiusa nei suoi confini tra classi sociali, vede nell’uomo che raggiunge l’apice del successo grazie all’accumulo di capitale il prototipo dell’uomo moderno, il perfetto prodotto della middleclass, la borghesia. Alcuni personaggi nati dalla penna di Eliot sono letteralmente ossessionati dai soldi: ci sono, specularmente, personaggi che traggono profitto da traffici illeciti per realizzare la propria fortuna di uomini d’affari, si guardi Nicholas Bulstrode, mentre altri, come Fred Vincy, che puntano pigramente a cospicue eredità per dedicarsi a una vita di agi e svaghi (appannaggio, questo, di una nobiltà ormai polverosa e provinciale, che trae il proprio prestigio dai privilegi, come nel caso di Sir James Chettam).

L’universo femminile, parimenti, è popolato da personaggi antitetici: ci sono donne che desiderano realizzare i propri sogni grazie a un lavoro onesto seppur non di prestigio, come Mary Garth, o altre che desiderano contrarre un matrimonio vantaggioso, e questo è il caso di Rosamond Vincy.

Meritano un’attenzione speciale i due coprotagonisti: Dorothea Brooke e Tertius Lydgate. Questi, in una società concentrata sul denaro e specialmente sulla sua mancanza, o sul bisogno di accumulare soldi, se si capovolge la prospettiva, mantengono alti i loro principi concentrandosi sui valori che guidano le loro azioni e i loro pensieri, diventando in questo modo gli eroi vittoriani di un romanzo epico moderno nel quale la grande sfida da affrontare è quella della propria realizzazione. Entrambi al servizio degli altri, entrambi impegnati a migliorare le condizioni di vita della collettività – seppur con mezzi e per vie molto diverse – fronteggiano le difficoltà di una società spesso cieca e sorda ai loro sforzi e alle loro denunce.

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Esiste un collegamento fra questi elementi (soldi, desiderio di realizzarsi, società per molti versi ostile) caratteristici di un testo che ha quasi centocinquant’anni, e il mondo di oggi?

A mio parere sì. Innanzitutto oggigiorno vediamo tornare in auge il problema del denaro: la crisi economica che ci stiamo faticosamente lasciando alle spalle ha creato una cesura nella società e nuovamente si ripresenta lo scontro fra coloro che utilizzano mezzi scaltri per ottenere il successo, altri che riescono a generare una facile rendita che permette loro una vita agiata, e infine coloro che si impegnano per ripristinare la dignità del lavoro che svolgono quotidianamente. Un esempio letterario di questo è il bel ritratto che ha fatto Walter Siti nel suo Il contagio: droga, ricatti e violenza sono le chiavi e le leve che permettono ai suoi personaggi di illudersi di essersi allontanati dal fondo periferico e abbandonato della città nella quale vivono e che li intrappola. Varietà sociale ed economica che viene rappresentata anche ne Il seggio vacante, punta letteraria da valorizzare per sdoganare l’immagine di una J. K. Rowling capace solo di creare storie fantasy.

Secondo: il conflitto con la società. Nel romanzo di Eliot la società è degli adulti, di coloro che si sono realizzati e di quelli che hanno il controllo del denaro, delle opportunità, in una certa prospettiva anche della vita degli altri. La sfida che i giovani si trovano a dover raccogliere è quella di riuscire a scalzare i loro padri, conquistare il proprio status sociale ma in maniera originale, non ripercorrendo le orme di chi li ha preceduti. Un complesso di Edipo allargato a un’intera generazione che deve fare i conti con i grandi e che nel corso del Novecento diventerà dominante. A questo proposito si noti che i personaggi che hanno il monopolio del presente, Nicholas Bulstrode, Peter Featherstone e Edward Casaubon, sono anziani proprietari terrieri, o banchieri e sono saldamente attaccati al loro primato nella società, mentre coloro che devono farsi strada sono i giovani che si ritrovano coinvolti in dinamiche di successione ereditaria, scontro familiare, ribellione per conquistare l’indipendenza.

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Nella società degli ultimi anni rivediamo le stesse dinamiche: una società globale controllata da adulti che tengono saldamente il monopolio del mondo che hanno ereditato, scontrandosi con le giovani individualità che cercano di autodeterminarsi in opposizione e in alternativa a loro. Le dinamiche individuali e di gruppo si sono riproposte, all’apparenza molto diverse ma in sostanza simili se non immutate dopo un secolo e mezzo da quelle che ritraeva George Eliot. Cosa significa questo? Che il mondo non è cambiato, che la nostra società è regredita a un periodo molto lontano dal nostro? Nient’affatto. Significa che lo scontro generazionale è sempre in atto, la sfida che ogni persona si ritrova a dover affrontare per autodeterminarsi in quanto essere individuale innanzitutto ma anche come parte di un gruppo viene periodicamente rinnovata. In Middlemarch, infatti, chi ha il coraggio di prendere in mano la propria vita riesce a raggiungere i suoi obiettivi, segnando una delle cifre caratteristiche della letteratura vittoriana. Non è mai facile e la realizzazione non giunge immediatamente, tuttavia questi personaggi giungono vittoriosi alla fine di un percorso. Da questo romanzo si può elaborare una riflessione sul mondo di oggi e sulla nostra contemporaneità, riscoprendo l’attualità di un’epoca non troppo lontana dalla nostra.

Una regione, un popolo e il loro libro: “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte

di Andrea Carria

Nella primavera dello scorso anno le librerie toscane hanno conosciuto quella che non saprei come definire se non parlando di un’invasione in piena regola. Credetemi, in tutta la regione non era rimasta una sola libreria dove si potesse entrare senza notarlo al primo sguardo, nemmeno mezza in cui gli espositori non grondassero di sue copie, poche – pochissime – quelle che non avessero le vetrine tappezzate con la sua copertina azzurra, la stessa che si ritrovava in cartoleria e perfino sugli scaffali dei supermercati! Responsabile e protagonista di tale invasione era la nuova edizione di Maledetti toscani dello scrittore pratese Curzio Malaparte (1898-1957), ripubblicato da Adelphi nel marzo 2017.

Maledetti toscani: uno dei motivi principali della visibilità accordata a questo volumetto dai librai della mia regione è senz’altro il “maledetti” del titolo, una delle poche parole che un toscano accolga senza polemiche al pari di un complimento. Solo un vero toscano, infatti, si culla nella propria cattiva nomea ed esibisce come un trofeo il disprezzo che gli viene riservato:

«Ma quello di cui più godiamo, è veder come tutti, italiani e stranieri, si meravigliano del disprezzo col quale noi [toscani] li ripaghiamo del sospetto e dell’inimicizia loro. Che non è un disprezzo nato a caso, né da ripicco o vanità, né da orgoglio: ma un disprezzo sentito, e risentito, allegro, ragionatissimo, e antico. E basta guardare un toscano come cammina, per capire di che stoffa sia fatto il suo disprezzo».

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Per Malaparte i tratti distintivi che identificano il toscano rendendolo quello che è sono due: l’intelligenza e la libertà. Che sono sempre intelligenza e libertà. Infatti, sebbene in Toscana queste due parole valgano spesso come sinonimi, il loro ordine non può essere invertito. Scrive Malaparte: «La libertà è un fatto dell’intelligenza: ed è quella che dipende da questa, non l’intelligenza dalla libertà». C’è bisogno d’altro per comprendere perché i toscani suscitino invidia a destra e a manca, perché siano malvisti da tutti?

Da tutti, ma con qualche eccezione; neppure i toscani sono abbastanza odiosi da non accattivarsi la simpatia di qualcuno. Quella degli umbri, per esempio, che con i toscani, vuoi la vicinanza, hanno molto in comune:

«Se non ci fossero gli umbri al mondo, e specialmente i perugini, noi toscani saremmo un mucchio di disgraziati, di figli di nessuno: ci sentiremmo soli sulla terra, e con la peste addosso. Perché, se fra tutti i popoli italiani che ci odiano e son gelosi di noi, non ci fossero gli umbri a volerci bene, saremmo veramente gli orfani d’Italia».

Ma la realtà è veramente questa? Da toscano mezzosangue (e l’altra metà non può che essere umbra), mi permetto di dire che le cose sono un po’ più complesse. Senza scomodare la storia, le Tavole eugubine e le solite, inevitabili antipatie (come la proverbiale inimicizia fra aretini e perugini), se in generale è vero che per i toscani sia una fortuna poter contare sugli umbri, spesso e volentieri sono proprio i toscani i primi a dimenticarsi di dimostrare la propria riconoscenza a questi vicini dal «festoso e bizzoso umor di cane». “Quelli dello Stato de sotto”, “quelli battezzati col sale grosso” sono alcuni degli epiteti che la mia memoria conserva; ma, se ovviamente non c’è nulla di male ad aver fatto parte dello Stato Pontificio, qualcosina da ridire ci sarebbe invece sul tono sdegnoso, sprezzante e talvolta incline alla superbia a cui si abbinano tali frecciate (ma non ci si lasci ingannare: da parte loro, gli umbri sanno come rispondere e, certo, non sono tipi avvezzi a nascondere le proprie antipatie dietro larghi sorrisi).

Posso ipotizzare che dinamiche di questo tipo interessino principalmente zone di confine come la mia, dove è sufficiente una manciata di chilometri per immergersi in ambienti identitari, storici e dialettali del tutto estranei gli uni dagli altri (se non ci siete mai stati, vi invito a venire in Valtiberina e fare un giro fra Sansepolcro e Città di Castello, per capire di cosa parlo), tuttavia è proprio la preoccupazione di distinguersi che ritrovo nei discorsi dei miei conterranei una delle caratteristiche più rappresentative di questa realtà di frontiera, la quale conferisce alla propria toscanità un valore più importante di quanto non avvenga, per esempio, nel cuore della regione, dove a fare la differenza non è tanto l’essere o il non essere toscano, bensì il modo migliore in cui esprimerlo – se da senese o da fiorentino, oppure da pisano, aretino, pratese, lucchese e così via.

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Neanche a dirlo, ogni città si considera migliore delle altre, e spesso le sue qualità sono accresciute dalle sfortune delle rivali. Sono motivi di goduria vera, anche se a volte possono portare con sé spiacevoli ricadute. A mero titolo di esempio, ricordo come sulle spiagge della Versilia e di altre località della costa tirrenica c’è chi abbia da ridire sui toscani d’entroterra che lì vanno a trascorrere l’estate: che se ne restino sulle loro colline, se il mare non ce l’hanno! In casi come questi – innumerevoli – l’ingiuria è sempre a fior di labbra, ma solo in Toscana può succedere che un affronto diventi alta letteratura: «Botoli trova poi, venendo giuso, / ringhiosi più che non chiede lor possa / e da lor disdegnosa torce il muso»: così Dante agli aretini che, sdegnati dall’Arno in piega sicura verso Occidente, nel XIV canto del Purgatorio paragona ai più rabbiosi fra i cani!

Un campanilismo spicciolo, a volte scurrile, spesso chiassoso, quello fra le città toscane, di cui, come si è appena visto, si hanno attestazioni salaci fin dall’epoca dei comuni medievali. Ma non è quanto troviamo in Maledetti toscani, dove invece è apprezzabile la maestria di Malaparte nel tenersi lontano dai luoghi comuni a cui la descrizione delle milleuno faziosità interne alla Toscana avrebbe potuto facilmente condurlo. Gli elogi a Prato, la sua città natale, sono tanto sentiti quanto obbligati; obbligati, sì, ma solo nel senso che non potrebbe essere altrimenti. Per Malaparte non ci sono infatti dubbi: che il pratese sia il migliore fra i toscani è qualcosa in più di una questione d’orgoglio, è una realtà oggettivamente assodata con cui lo scrittore può giocare e sperimentare a suo piacimento. «Io son di Prato, e m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo», scrive senza mezzi termini. Eppure è proprio Malaparte il primo ad andare oltre il campanilismo per affidarsi all’ironia, alla dissimulazione, all’espressività linguistica e soprattutto a un grande senso dello stile letterario.

Le belle pagine sulla gentilezza dei senesi, sulle vie di Livorno, sulla pazzia dei fiorentini non sarebbero potute essere scritte da un uomo con un gusto letterario più modesto e una fede meno salda nella superiorità di Prato sulle altre città della Toscana: nel primo caso, avremmo avuto brani scialbi e privi di quell’afflato emotivo con cui certi passi di Maledetti toscani riescono a incantare il lettore; nel secondo, avremmo avuto questa emotività rivolta unicamente dalla parte di Prato e dei pratesi, e il libro non sarebbe stato altrettanto libero e fresco, giacché freschezza e libertà nello scrivere sono esattamente come la freschezza e la libertà che contraddistinguono i toscani: quella che deriva dalla consapevolezza di essere quel che si è, nel bene e nel male. Quindi, se davvero i toscani, come vuole Malaparte, sono più intelligenti degli altri popoli, la loro intelligenza sta tutta nell’aver capito l’inutilità di spacciarsi per qualcosa di diverso dal vero. Non si diventa «la cattiva coscienza d’Italia» a caso: prima bisogna imparare a essere schietti con se stessi, solo allora sarà possibile esserlo con il resto degli altri.

«Poiché ogni uomo, come ogni popolo, se non vuole addormentarsi sull’àdipe, e affogar nella retorica, ha bisogno di qualcun che gli dica in faccia quel che si merita, quel che tutti pensano di lui e nessuno osa dirgli, se non dietro la schiena e a voce bassa.»

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In chiusura, mi si conceda un’illazione. Prima di esporla, chiedo preventivamente scusa ai fiorentini, ai senesi, ai lucchesi, ai pistoiesie a tutti gli altri toscani: vi prego, non l’abbiate a male. L’illazione è la seguente: e se questo carattere così schietto, cifra stessa della toscanità, i toscani lo debbano proprio ai pratesi? E se Prato non fosse per la Toscana quello che la Toscana è per il resto dell’Italia, ossia la sua cattiva coscienza? Città che ha fondato la propria fortuna sull’operosità dei suoi cenciaioli, Prato – sostiene Malaparte – è l’unica a non vergognarsi delle proprie origini e che per la sua singolare vocazione artigiana sa cosa poi ne è di tutte le bandiere, le uniformi e le ricche vesti che fanno la Storia: finire accatastate in montagne polverose di stracci. Che vantaggio sapere cosa ne sarà della gloria e del potere quando in vita gli uomini non fanno altro che contenderseli, quale privilegio avere così tanta consapevolezza da potersi permettere di urlare ai re ammantati: «A Prato hai da finire»! Non ci sono gioie e libertà più grandi di conoscere quale sarà la propria fine per averla vista in anticipo nei panni degli altri.

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Da pratese, Malaparte doveva aver ben chiaro tutto ciò. Se non l’ha messo nero su bianco fra i motivi per i quali pratese è meglio di qualunque altra paternità, è soltanto – ritengo – per non agevolare gratuitamente nessuno (a Prato sanno da dove arrivano le fortune): a quel punto, tutti vorrebbero infatti diventar cenciaioli e il segreto di come vanno le cose al mondo andrebbe dilapidato. I pratesi, del resto, «son sempre vissuti a parte, a modo loro, e non han mai fatto parentela con i popoli vicini». Altresì sono beceri per natura, «il popolo più bécero che sia in Toscana, anzi in Italia», sicché ogni tanto qualcosa scappa detta pure a loro. “Meglio lontani che vicini!”: a voce alta, a Prato, qualcuno l’avrà pure pensato; se poi un suo compare col gusto per la rima abbia pure aggiunto: “Meglio lontani che vicini, meglio cinesi che fiorentini!” questo non lo so per davvero, ma anche se fosse è un’altra storia.