Le cinque regole per iniziare a scrivere, ovvero come ci si sporca le mani d’inchiostro

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di discutere con voi quelle che ritengo siano le cinque regole principali per iniziare a scrivere. Ci riflettevo da un po’ sulla necessità di scrivere un articolo del genere, e so bene che non è il primo di anzi una lunga lista che trattano lo stesso argomento. Tuttavia la voglia di scrivere c’è ed è tanta, dunque perché non mettere sul banco i miei attrezzi e vedere se anche voi usate gli stessi? Ne usciremo tutti arricchiti, dunque cominciamo!

La premessa immancabile è ormai sempre la stessa: quelle qui esposte non sono verità rivelate. La scrittura (quella letteraria, quella che piace a noi) è principalmente un processo creativo, dunque non esistono formule aritmetiche per ottenere l’opera perfetta. Quando ciò accadrà, se mai accadrà, allora riterrò giunto per me il momento di cercarmi un’altra occupazione.

1) Non serve avere in mente tutta la storia che volete raccontare: per scrivere basta veramente una briciola, una molecola d’idea. Quella che viene definitia intuizione, altro non è che la percezione di un collegamento tra due pensieri, un’accenno di associazione d’idee che stuzzica la nostra attenzione, neanche la fantasia. Spesso mi è capitato di sentire “vorrei scrivere ma non so bene come cominciare la storia”, “ho una mezza idea…”, beh quella mezza è già sufficiente!

2) Non soddisfate immediatamente la vostra voglia di scrivere: sembra strano e contraddittorio con l’obiettivo dell’articolo, ma così è. Quello di scrivere è un desiderio che si sente dentro e che fa bene all’anima: lo stesso Pirandello fu tra i primi a parlare della scrittura come terapia per i propri stati d’animo agitati o alterati, e lui ne aveva ben donde a causa del fragilissimo equilibrio psicofisico della moglie. Dunque se quel che volete scrivere è un testo che ambisca alla Letteratura, il consiglio che vi do e che sperimento tutti i giorni in prima persona è quello di non scrivere ogni volta che volete, e questo per un semplice motivo: se scriviamo quando vogliamo, finiremo per non scrivere mai. La stesura di un’opera (sia essa un romanzo, una poesia, una drammaturgia, una favola etc.) è un’attività che deve essere considerata molto seriamente fin dal suo principio, se volete che venga presa sul serio quando sarà completata. Quindi se decidete di partire da subito a briglia sciolta rischiate di scontrarvi rovinosamente con voi stessi quando l’entusiasmo sarà meno intenso, e posso garantirvi al 100% che quel momento arriverà: dubbi, poche idee o nessuna, poco tempo, poca intimità, sono i principali ostacoli sulla via della scrittura, bisogna essere preparati. Come?

3) Dedicate una parte fissa della vostra routine alla scrittura: prendete la vostra agenda, fisica o mentale non fa differenza, scorrete gli impegni e cercate anche solo quello spazietto piccolo piccolo nel quale però sapete che nessuno vi disturberebbe mai. Lì troverete terreno fertile per scrivere. Beneficerete della tranquillità necessaria per poter mettere in forma scritta le vostre idee. Io, per esempio, non ho tempo né energie per scrivere durante la settimana, dunque ho un appuntamento fisso con la mia scrittura tutti i weekend, nel pomeriggio dalle 14 alle 18. Questo ha secondo me un doppio beneficio: il primo è quello di sapere che ho del tempo gestito interamente da me e secondo le mie esigenze, il secondo è che passo tutta la settimana a pensare a quello che ho scritto il weekend precedente, arrivando pieno di idee all’appuntamento successivo.

4) Srivete su carta, non al computer. Lo so, faccio coming out e mi schiero con gli utilizzatori di carta e penna. Badate bene, il mio non è un partito preso, né una posizione da vecchia scuola tanto per fare del vintage: dico questo perché ho utilizzato entrambi i metodi e sono in grado di esprimere un parere oggettivo. La differenza nei due approcci non sta nella rapidità, nella versatilità o nell’essere più bohémien, ma si tratta di un fattore neurologico. La scrittura al computer (o comunque la scrittura su device) avviene, a livello cerebrale, in maniera diversa dalla scrittura su carta. Digitando le parole sulla tastiera andiamo molto più veloci che con la penna, il nostro cervello può elaborare le frasi più velocemente e questo ci consente di procedere speditamente nella stesura della nostra opera. Tuttavia la qualità dello scritto ne risente sensibilmente. Scrivendo a mano, al contrario, andiamo più lentamente e il nostro cervello è obbligato a stare fermo sulla stessa frase per più tempo. Questo si traduce in più tempo sulla struttura grammaticale, più tempo sulla sintassi, più tempo sul vocabolario scelto e sul lessico, in altre parole più tempo sul nucleo primordiale di ogni opera scirtta: la frase.

5) Leggete con sguardo critico: la lettura è parte integrante del processo di scrittura. Proprio come ascoltare musica lo è per chi canta, o andare al teatro e al cinema per chi recita. Non dobbiamo leggere solo per il gusto di farlo, ma dobbiamo leggere anche con l’idea di studiare come scrive l’autrice o l’autore dell’opera che teniamo fra le mani. Fate attenzione a come vengono descritte le emozioni, ad esempio, o a come vengono condotti i dialoghi. Immaginate ogni libro come una bottega nella quale potete entrare per osservare il maestro all’opera, un’occasione unica per apprendere il mestiere.

Ecco qui, questi sono i consigli che mi sento di dare per chi vuole iniziare a scrivere. Sono consigli che si basano sulla mia esperienza personale e che ho deciso di mettere a disposizione per dare una mano. Prossimamente ci concentreremo su un altro aspetto, le case editrici!

Di ieri, di oggi e di altri indirizzi: i “Tales of the city” di Armistead Maupin

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi entriamo in una parte della produzione letteraria contemporanea che, vi confesso, non ho mai frequentato: la letteratura statunitense degli anni ’70.

Ciò che mi affascina dei nuovi mondi della narrativa che di volta in volta scopro nel corso delle mie esplorazioni letterarie, riguarda sempre almeno due aspetti:

1) la possibilità unica di vedere in che modo la voce di un autore o un’autrice trasmette la prima impressione di un cosmo di riferimenti culturali, storici, letterari e sociali;

2) la mia personale libertà di lettore, di critico e di autore di interpretare i segni e i motivi del romanzo che sto leggendo senza alcuno schema o preconcetto, positivo o negativo che sia, di altri scritti, di altre voci, di altri romanzi appartenenti alla stessa area. Per questo motivo è impossibile, almeno per me, leggere George Eliot senza pensare a Jane Austen, Eugenio Montale senza Giacomo Leopardi, Tommaso Giagni senza Walter Siti o Pier Paolo Pasolini, Virginia Woolf senza Marcel Proust.

Con l’opera di cui vi parlo oggi, invece, mi sono come ritrovato in una città completamente nuova e sotto diversi punti di vista. Innanzitutto il contesto geografico e il periodo storico: come ho scritto sopra, sono piuttosto digiuno di letteratura statunitense e di anni ’70 in generale, con la sola eccezione di un po’ di letteratura italiana. In secondo luogo, i riferimenti culturali e sociali. Pe quelli culturali prendete a titolo di esempio la storia della letteratura statunitense che potrebbe influenzare, e di sicuro in qualche misura ha influenzato, la stesura dell’opera, i ragionamenti che l’autore ha fatto prima di decidere l’esito di determinate azioni dei suoi personaggi. Invece in merito ai riferimenti sociali (che pure viaggiano parallelamente con quelli culturali), pensate all’immenso impatto che ha avuto la sola televisione sulla società: film, programmi, giochi a premi, reclami pubblicitarie: la società di massa e del benessere ha generato un cambiamento radicale nel modo di leggere e di scrivere.

Tutto questo in merito agli U.S.A. mi era ignoto prima di iniziare a leggere Tales of the City.

Ma come dico sempre, procediamo con calma. Tales of the City nasce come una raccolta di racconti scritti da Armistead Maupin e pubblicata a puntate sul San Francisco Chronicle. L’edizione che ho io — BUR contemporanea, 2019 — riporta i racconti della prima serie, nonché gli unici usciti a puntate nel 1978. I successivi sono stati pensati e pubblicati direttamente in volume sino alla loro trasposizione sul piccolo schermo a partire dal 1993 e, proprio quest’anno, al felice approdo su Netflix.

Nonostante si tratti di una serie di racconti, questi sono intimamente legati l’uno all’altro, tant’è che ai miei occhi l’intera opera altro non è che un vero e proprio romanzo. Il fulcro intorno al quale ruotano le vicende è la palazzina al numero 28 di Barbary Lane, la cui proprietaria, la signora Anna Madrigal, accoglie come in una famiglia tutti (o quasi) gli inquilini dei vari appartamenti e questi sono di conseguenza i quattro personaggi principali: Mary Ann, Michael detto “Mouse”, Mona e Brian. Mary Ann rappresenta la voce dell’ingenuità, la ragazza appena trasferitasi dall’asfittica Cleveland che entra in contatto per la prima volta con il libertinaggio sfrenato di San Francisco. Mouse, dal canto suo, ha il ruolo del giovane romantico che non vede l’ora di trovare l’uomo della sua vita con cui comprare una bella casa col giardino e un labrador. Mona, poi, è l’anima tormentata del gruppo: non ha chiara la sua identità, né familiare né sessuale, non sa bene cosa vuole dalla propria vita e cerca di farsi un’idea della faccenda attraverso l’utilizzo di droghe più o meno leggere e alla meditazione astrale. Brian, infine, è il gigante dal cuore tenero, un ragazzo che esce tutte le sere a caccia di prede ma che, in fondo, spera di trovare la donna in grado di fargli perdere la testa

Il mondo di San Francisco è ovviamente popolato da tanti altri personaggi, con ruoli più o meno rilevanti, ma che in un modo o nell’altro vedono le proprie vite intrecciarsi col nucleo di Barbary Lane. Dunque abbiamo il magnate della pubblicità, Edgar Halcyon, con la moglie Frannie e la figia Dede. Quest’ultima, poi, è sposata con l’egoista ed egocentrico Beauchamp Day. Fra gli altri ci sono poi anche Jon, il ginecologo, e D’orothea, la modella.

Grazie a questa ricchezza, data dall’eterogeneità di condizione sociale, culturale, di sesso e di genere, Maupin crea il campo all’interno del quale accoglie chi si appresta alla lettura dei Tales. Da lì muove e tira i fili delle sue trame per ricordare a noi e al mondo (a cominciare in particolare dal suo mondo, nel quale ancora si sentono gli strascichi e le anticipazioni dei grandi conflitti intergenerazionali degli anni ’60-’80) che nulla nella vita è dato per scontato e, soprattutto, che nulla rimane sempre uguale a sé stesso. Ogni singolo personaggio di questo colorato affresco attraversa una fase in cui la propria vita, per un motivo o per un altro, cambia radicalmente. La cosa che rimane in mano a noi è la possibilità di non farci sovrastare da questo cambiamento. Possiamo entrarci in conflitto, come fa Mona, tentare di attraversarlo senza rinunciare ai propri sogni come fanno Mouse e Mary Ann, possiamo anche pigramente guardarlo come Brian, oppure possiamo lasciarci trasportare senza smettere mai di essere onesti e coerenti con noi stessi, come la signora Madrigal.

La lettura di questo romanzo-raccolta di racconti è più che mai consigliata, specialmente in un momento storico come quello di oggi, dove difficilmente ci rendiamo conto di quanto sia costato il mondo nel quale viviamo, con tutti i difetti che ha ancora ma che sicuramente per tanti versi è assai migliore di quello che i nostri nonni e i nostri genitori si sono lasciati alle spalle.

La saga dei Melrose, parte III: “Speranza”

Di Gian Luca Nicoletta

Riprende con questo articolo la serie dedicata alla famiglia Melrose, ideata dallo scrittore britannico Edward St Aubyn. Se vi foste persi una puntata, la potete recuperarle a questi link: parte I e parte II.

La dinamica di questo terzo episodio ruota interamente intorno a una festa. Uno dei personaggi che abbiamo incontrato nel primo volume riappare, invecchiato di circa una ventina d’anni e accompagnato da un facoltoso marito e una figlia. Il nostro protagonista, Patrick Melrose, è cresciuto e si trova ad avere circa trent’anni.

Questo, potrei dire, è quanto. Una festa e vecchi ritorni potrebbero sembrare pochi elementi per una trama, ma qui sta una delle qualità, secondo me imprescindibili, di un grande romanziere: essere in grado di far accadere di tutto nel giro di poche ore, dilatando il tempo interiore dei personaggi e di chi legge, facendo loro sembrare che in realtà siano passati dei secoli.

A questo proposito posso dirmi abbastanza certo di quali siano state le letture che St Aubyn aveva in mente quando ha scritto questo capitolo: Virginia Woolf e Marcel Proust. La prima, come ho scritto sopra, appare lampante dato lo svolgimento del romanzo nell’arco di un’intera giornata che vede il suo culmine nella festa di Bridgett, creando un filo diretto con Mrs Dalloway. Il secondo, più sotto traccia ma comunque visibile per chi ha letto l’opera massima dello scrittore francese, sta nella (ri)presentazione dei personaggi non solo attraverso i loro tratti fisici, ma soprattutto attraverso la mutazione di questi a seguito del passar degli anni. In particolare mi viene in mente l’ultimo volume della Ricerca del tempo perduto, ovverosia Il tempo ritrovato, episodio nel quale il protagonista ha la possibilità, dopo una lunga assenza, di incontrare vecchi amici cui il tempo non ha risparmiato nulla.

Nel caso di Patrick l’assenza è stata di otto anni, nei quali lui ha intrapreso il lungo e difficile percorso di disintossicazione dalla droga.

Gli occhi dai quali osserva il mondo, stavolta, sono ben diversi da quelli del giovane ricco e scapestrato. Lo sguardo è ugualmente disincantato, ma molto più consapevole. Consapevole perché se prima Patrick vedeva che attorno a sé non esisteva, non poteva esistere, una salvezza (che sia laica, religiosa, sociale…), ora si rende conto che senza la droga anche lui rientra fra tutti quelli che non possono ambire a una salvezza; e non perché la droga sia una fuga, ma più semplicemente perché offuscava la mente da questa ineluttabile verità.

Domina i suoi pensieri, come una presenza cancerogena di cui però non possiamo fare a meno, il ricordo del padre David. A quasi un decennio dalla sua scomparsa, Patrick è ancora tormentato dallo spettro del suo tirannico genitore, dalla sua smania di controllo degli altri per il gusto sadico di esserne il loro carceriere. Un uomo che, da figura oscura e imponente, viene descritta con maggiori distacco e lucidità, mostrando soprattutto le debolezze del mostro. Su questo elemento le riflessioni di Patrick inciampano ogni volta. Non ha alcun dubbio riguardo al fatto che il sentimento che nutrisse per suo padre fosse niente di diverso dall’odio, tuttavia c’è una zona della sua coscienza dove rimane difficile estirpare il naturale attaccamento per l’essere umano dal quale è stato generato e che, forse anche per convenzione sociale, ci sentiamo in obbligo di amare.

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Questi dubbi sono alimentati anche dalle frequentazioni di Patrick. Nell’arco della giornata che si concluderà con la festa, il rientro in scena di vecchi personaggi fornisce il perfetto espediente per giungere a nuove rivelazioni: essendo un adulto e parlando con altri adulti, Patrick viene finalmente messo a parte di molti segreti, storie tenute nascoste, che da un lato non fanno altro che arricchire il ritratto dell’uomo cattivo, ma dall’altro mostrano tratti caratteriali che mai nessuno avrebbe potuto immaginare e che mettono in dubbio l’intera rappresentazione fino ad allora data come certa.

Ciò che emerge da questa lettura, e che in ultima analisi giustifica il ricorso a un titolo che all’inizio può sembrare o del tutto inappropriato o un tipico caso di umorismo all’inglese, è che secondo St Aubyn gli esseri umani scelgono quasi in totale autonomia di essere prede o predatori. Le convenzioni sociali sono fortissime in ogni ambito, e dal punto di vista di ogni personaggio emerge prima o poi l’esplicita adesione a quel sistema di regole, valori e aspettative. Lo stesso vale per il modo in cui decidiamo di sottomettere qualcuno o di farci sottomettere: che sia la droga, un marito padrone o lo sguardo sprezzante di un ospite illustre, alla fine della giornata ci si rende conto — se siamo disposti ad accettare questa epifania — che c’è sempre una parte di noi che è inevitabilmente complice.

“È ancora possibile la poesia?” riflessioni sul discorso di Eugenio Montale

Di Gian Luca Nicoletta

 

Con questo articolo voglio approfondire uno degli aspetti accennati nell’articolo su Piero Gobetti. Nello specifico vi ho parlato di Eugenio Montale e, nell’ambito dei suoi innumerevoli successi letterari, del discorso che tenne il 12 Dicembre 1975 a Stoccolma, quando fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.

Montale non era uomo da ridursi ai saluti istituzionali, non in un’occasione tanto importante quanto la cerimonia d’assegnazione del Premio. E dunque, in quanto rappresentante dell’Italia all’estero e dell’intero mondo letterario, ha tratto un ottimo vantaggio dall’attenzione di cui godeva durante la serata per pronunciare un importante discorso che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia interrogarsi sul rapporto sempre più complesso fra società contemporanea e letteratura.

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«Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita.»

Sin dai primi paragrafi del suo discorso, Montale punta a mettere molti importanti temi al centro dell’attenzione. Con questo tono piuttosto profetico (e che pare rivolgersi al periodo che noi stiamo vivendo) e sospeso tra l’Utopia e la Catastrofe escatologica, si mettono a confronto due mondi a Stoccolma riuniti: quello letterario, incarnato dal vincitore e dall’Accademia stessa, e quello civile e politico, rappresentato dal Re di Svezia il quale, per tradizione, assegna fisicamente la preziosa medaglia. Che rapporto c’è tra i due, oggi? A un primo sguardo potremmo dire un rapporto di squilibrio numerico, poiché:

«infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di “far gemere i torchi” come dice un diffuso luogo comune.»

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Le persone che operano per migliorare il mondo attraverso vie differenti da quella letteraria ce ne sono, ma sono comunque insufficienti rispetto a quelle che contribuiscono alla diffusione di uno “spirito utilitario” della vita dell’uomo che lo conduce al ricatto, all’omicidio, a tutti quegli atti disastrosi che rendono la sua vita misera. Questo spirito è, credo, a un tempo il cancro e il futuro del nostro tempo; stando alla visione di Montale. Questi infatti, dopo aver tratteggiato per grandi linee la storia dell’evoluzione della poesia sin dai canti tribali, passando per la poesia provenzale e siciliana, per arrivare alle più moderne innovazioni stilistiche italiane e inglesi, giunge a un punto in cui, anche a seguito di eventi terribilmente devastanti come la Seconda Guerra Mondiale e in particolare il lancio delle bombe atomiche, l’Arte smette di essere tale ma si trasforma in oggetto, prodotto. Questo perché il meccanizzarsi della nostra intera esistenza, l’appiattimento sociale e psicologico sul sistema industriale della creazione in serie di benessere, ha influito inevitabilmente su tutti gli artisti che, loro malgrado, vivono nello stesso mondo degli altri esseri umani.

«Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza.»

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Colpa di questo abbrutimento dei costumi e dell’etica (per non dire morale) è dei nuovi sistemi di comunicazione, a partire dalla televisione (e il povero Eugenio non ha vissuto abbastanza per vedere l’avvento dei social network!) che crea un vero e proprio distaccamento tra l’essere umano e la sua realtà, fatta di un mondo esteriore nel quale agisce ma anche di un mondo interiore nel quale deve riflettere, pensare, creare. Grazie, però, al lavoro incessante di quelle persone che non vogliono cedere all’abbattimento della propria individualità umana, della propria indipendenza critica e poetica, rappresentati e difesi da istituzioni quali l’Accademia di Svezia, che hanno il merito di restituire  all’Arte e alla poesia la sua essenza non-di-serie, è possibile sperare in un rapporto dialogico fra queste due sovra-culture mondiali: da una parte la distruzione dell’individuo e, dall’altra, la sua difesa. Tuttavia è bene ricordare che nemmeno le sale intrise di cultura dell’Accademia di Svezia sono immuni dallo spirito utilitario accennato sopra: come infatti saprete, quest’anno non ci sarà alcun premio per la Letteratura per via delle ripercussioni, sull’intera Accademia, di alcune denunce per molestie sessuali rivolte al marito di uno dei membri. Dunque Montale ha dato prova di lungimiranza quando parlava dei nostri mali e questa, senza dubbio, è una delle caratteristiche principali dei veri Poeti:

«L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtà l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinatario. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. […] Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione.»

Questa cultura che deve agire da “argine e riflessione” ha un obiettivo molto semplice, in realtà: quello di ricordare a tutti noi, a partire dai suoi creatori, gli scrittori in primis, che indipendentemente dal credo religioso o meno, dalla propria filosofia di vita, dalla propria storia personale, laica o atea che sia, nessuno di noi gode di un particolare privilegio rispetto non solo agli altri, ma rispetto all’intero sistema nel quale si vive (l’ecosistema, per dirla in termini biologici). Compito dell’essere umano è indubbiamente quello di elevarsi, tentare di raggiungere le vette più alte del proprio spirito, del proprio intelletto. Per farlo ha bisogno di tornare con i piedi per terra ma puntando lo sguardo in alto, conscio del fatto che, infondo, “Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione“.

Agosto, dolce Agosto…!

Cari lettori,

Agosto, si sa, è il mese delle vacanze e anche noi de “Lo Specchio di Ego” siamo sensibili al loro richiamo. Solo per questa settimana la cadenza regolare delle pubblicazioni sul blog subirà un piccolo slittamento, ma torneremo pienamente operativi già da Martedì 28 Agosto con un nuovo articolo!

Auguriamo a tutti voi buone letture e buone vacanze!

 

Andrea Carria e Gian Luca Nicoletta

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