Il turismo con stile di un gentleman inglese: “La via per l’Oxiana” di Robert Byron

Di Andrea Carria

Il mio interesse per l’Asia Centrale lo paragonerei al moto delle maree: come loro, anch’esso ritorna però lo fa in modo meno regolare e prevedibile. La sua più recente manifestazione è stata la lettura che ho fatto di La via per l’Oxiana (Adelphi, 2005), il diario che Robert Byron (1905-1941) redasse durante il suo viaggio in Oriente fra il 1933 e il 1934.

Per gli appassionati di letteratura di viaggio i nomi di Byron e di quello che è il suo libro più famoso rappresentano delle pietre miliari. Oltre a essere un capolavoro letterario in senso proprio, La via per l’Oxiana è infatti considerato un modello, uno di quei libri che, da soli, sono in grado di ridefinire i canoni del genere cui appartengono. Lo stesso Robert Byron era un personaggio sui generis. Figlio di un diplomatico inglese di alto livello e quindi membro del milieu forse più agiato al mondo, Byron impersonava al meglio il prototipo del britannico snob geneticamente allergico alla modestia che la letteratura vittoriana del secolo precedente aveva provveduto a canonizzare. Il suo snobismo però era già sceso a compromessi con le trasformazioni storiche e sociali in atto. Nato nel 1905, Robert Byron aveva fatto in tempo sia a ereditare il passato sia ad assorbire l’anticonformismo e lo spirito di protesta più tipici del XX secolo, facendosi espellere perfino da Oxford, dove studiava, per i suoi atteggiamenti ribelli.
Come scrittore e critico d’arte, Byron ebbe un ruolo tutt’altro che secondario; il suo apporto allo studio dell’arte orientale e bizantina viene tutt’ora riconosciuto, mentre il suo valore come scrittore di viaggio, più lento ad affermarsi, nella seconda metà del secolo ha trovato un promotore infallibile ed entusiasta in Bruce Chatwin, del quale l’edizione Adelphi di La via per l’Oxiana riporta in apertura un saggio davvero molto bello.

Robert Byron iniziò a scrivere il suo diario a Venezia il 20 agosto 1933, da dove sarebbe salpato il suo piroscafo per l’Oriente. Dopo una sosta a Cipro, Byron raggiunse la sponda est del Mediterraneo passando in Palestina, Siria e Libano, per poi raggiungere l’Iraq, la Persia e l’Afghanistan (Oxiana è il nome storico della contrada più settentrionale di questo paese), rientrando infine in Inghilterra via India.

«Da queste parti il turista è ancora un’anomalia. Se uno viene in Siria da Londra per affari, dev’essere ricco. Se uno poi ci viene senza motivi d’affari, dev’essere ricchissimo. Nessuno si cura se la località vi piace, o se non la potete soffrire e perché. Siete semplicemente un turista, come un farabutto è un farabutto, una variante parassitica della specie umana, che esiste per essere munta, come una mucca da latte o un albero della gomma.»

La via per l’Oxiana è un libro con un carattere ben definito, plasmato e rifinito dalla personalità sfaccettata ed esuberante del suo autore. Il suo stile, che non si lascia incasellare, riproduce quello che era lo stile di vita stesso di Byron, un uomo – lo hanno descritto i suoi contemporanei – animato da forti contrasti nel quale era possibile trovare erudizione accademica, snobismo aristocratico e humor britannico in proporzioni capricciosamente volubili. Ogni pagina di La via per l’Oxiana è un caleidoscopio di informazioni. Arte, storia, antropologia, attualità politica, geografia, costumi; la penna di Byron è meno schifiltosa di quanto non voglia dare a sembrare, ma comunque rimane sempre un passo o due indietro rispetto al suo sguardo. Il quale riesce a cogliere l’essenza di un luogo oppure di un personaggio anche quando la sua mente esita poi a metterla per iscritto, forse per una sorta di rispetto verso la cultura orientale che tanto lo affascinava. Il ritratto, si sa, è una pratica bandita dalle religioni e dalle culture semitiche, e Byron, con la sua scrittura marcatamente visiva, aveva sulla punta della propria penna tutta la tavolozza di un pittore.

Di ritratti Byron, comunque, ne confeziona uno quasi a ogni pagina. Delle centinaia, forse migliaia, di personaggi che incontra, l’autore produce una serie di bozzetti folgoranti e spassosi. I migliori sono quelli in cui riporta anche i dialoghi, tutti infarciti di sagacia e disincanto. Sono proprio divertenti e belli da leggere, e l’impressione è che lo stesso Byron si sia divertito molto a scriverli. Se invece che come autore di scritti teorici ed estetici si fosse dedicato al romanzo, questa sua capacità di impressionare i particolari più salienti gli sarebbe tornata molto utile per costruire dei personaggi indimenticabili.

A Byron, invece, interessavano l’arte e in particolare l’architettura. Le sue descrizioni dei monumenti delle città che visita durante il viaggio sono impareggiabili. A lui non interessa nulla dell’oggettività o del parere degli altri; ciò che asserisce è la visione di come le cose gli si sono mostrate nella luce dell’Oriente, e il solo altro fatto che può influenzare ciò che scrive sono i suoi stati d’animo. Le pagine del diario abbondano quindi di espressionismo e romanticismo, ma anche di quella decadenza europea masticata da tutti gli intellettuali della sua generazione.

«È un magro conforto ricordare che la Mesopotamia fu anticamente un paese di straordinaria ricchezza, fecondo di arti e di invenzioni, patria ospitale ai sumeri, ai seleucidi e ai sasanidi […]; da quell’epoca fino ai giorni nostri la Mesopotamia è rimasta un paese di fango, ma senza l’unico vantaggio possibile del fango, la fertilità. È una pianura di fango, talmente piatta che un solo airone che si riposa su una zampa, vicino a uno dei rari fili d’acqua in un fossato, dà l’impressione di essere alto come un’antenna della radio. Da questa pianura sorgono villaggi e città di fango. I fiumi sono fango liquido. L’aria è costituita di fango rarefatto in gas. Le persone hanno il colorito del fango, portano vestiti color fango, e il loro copricapo nazionale non è altro che un tortino di fango standardizzato. Baghdad è la degna capitale di questo paese favorito dagli dèi. Si nasconde in una nebbia fangosa; quando la temperatura scende sotto i 43° gli abitanti si lamentano del freddo e tirano fuori le pellicce. Ai nostri giorni è giustamente famosa per una sola particolarità: un tipo di foruncolo che impiega nove mesi a guarire e lascia la cicatrice.»

Quando passa a descrivere le persone, alla bellezza della sua prosa si aggiungono i pregiudizi che ci si può aspettare da un giovane uomo bianco e altolocato degli anni Trenta. Byron, però, lo fa da esteta, ovvero con intelligenza e buon gusto, ma soprattutto è abile a stemperare la supposta superiorità occidentale che esibisce (nonché la propria, naturale arroganza) con l’ironia, l’allusione, la dissimulazione e un certo grado di libertinismo intellettuale di cui molto doveva compiacersi. A volte è difficile perfino stabilire chi siano i veri bersagli dei suoi strali: colui che in apparenza è il criticato può infatti essere solo lo specchio che Byron usa per rifrangere le sue frecciate contro i veri destinatari – l’Occidente, la Gran Bretagna, la scelleratezza di certe politiche imperialistiche e, forse, anche sé stesso.

La via dell’Oxiana è il libro d’oro di una stagione giunta ormai ben oltre il suo tramonto. Cinque anni dopo la conclusione del viaggio, sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale (lo stesso Byron sarebbe morto nel 1941 per il siluramento del piroscafo su cui stava viaggiando da parte di un U-Boot tedesco), e anche il Medio Oriente e l’Asia Centrale ne sarebbero stati investiti. Il Levante – un nome abusato ma sfuggente di cui Amin Maalouf in Il naufragio delle civiltà (La nave di Teseo, 2020) ha saputo dare una definizione fra le più belle che abbia letto – al tempo di Byron era comunque già finito. Gli odiati protettorati inglesi e francesi che si sostituirono al crollo dell’Impero ottomano, e che permisero a Byron e a molti altri europei del tempo di raggiungere le loro Oxiana per turismo, furono l’anticamera dei disordini che si consumano ininterrottamente in quella funestata parte di modo da ormai più di cento anni.

Tutte le strade portano in India: il “Grande Gioco” di inglesi e russi in Asia Centrale nel XIX secolo

Di Andrea Carria

Quando Dino Buzzati immaginò l’arrivo dei tartari dal deserto (un arrivo destinato a non verificarsi), forse non aveva considerato che la stessa cosa aveva valore anche a parti invertite. Se infatti nei secoli passati l’Occidente ha temuto più volte un’invasione da parte delle orde mongole, nell’Ottocento i discendenti di quei cavalieri hanno provato un’inquietudine simile per la comparsa all’orizzonte dei reggimenti russi o inglesi. I quali erano a loro volta costantemente sul chi vive, in quanto ogni esitazione, ogni rinuncia poteva essere sfruttata contro di loro dai rivali.

Il racconto della rivalità anglo-russa in Asia durante il XIX secolo è la storia del Grande Gioco o Torneo delle Ombre, come veniva chiamato in Russia: una competizione mai ufficializzata che di fatto ha scritto parte della storia di un intero continente. Il Grande Gioco (Adelphi, 2004) è pure il titolo del libro di Peter Hopkirk nel 1990: un volume ponderoso in cui il giornalista inglese è riuscito a raccontare in modo dettagliato e stupendamente appagante oltre cento anni di imperialismo europeo in Asia centrale.

Poche pagine, ed ecco subito la prima sorpresa. Che Napoleone avesse manie di grandezza ipertrofiche e che perseguisse l’annientamento della sua rivale storica, la Gran Bretagna, non è un mistero, ma che avesse addirittura progettato insieme allo zar Paolo di invadere l’India passando dalla Persia è una nota curiosa che si perde nel gran polverone sollevato da tutte le sue imprese. Imprese fa rima con sorprese, e la storia del Grande Gioco è una sequenza pressoché ininterrotta di entrambe. Per parlare di esso si potrebbe anche scegliere di ripercorrere le vite avventurose dei suoi eroi: sarebbe una narrazione avvincente ma che in questa sede ci porterebbe troppo lontano. Hopkirk dà comunque grande risalto ai protagonisti e li segue nelle loro peripezie in quelli che al tempo erano alcuni dei luoghi più remoti della Terra (e che in molti casi lo sono tutt’ora). È una storia che si compone di centinaia di fili, questa: fili solitari come lo erano molti degli uomini che presero parte al Grande Gioco da ambo le parti (ufficiali, esploratori, avventurieri, cartografi, agenti diplomatici o sotto copertura, spie, infiltrati, mercenari, contrabbandieri), ma che tutti insieme formano un arazzo vasto quanto il continente al centro della contesa.

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Per destreggiarsi in una storia tanto lunga, aggrovigliata e percorsa da migliaia di rivoli è necessario procedere con ordine e fissare qualche elemento. A inizio Ottocento la Gran Bretagna controllava l’India, ma i suoi territori non erano amministrati direttamente dalla Corona bensì dalla British East India Company, una compagnia a capitale privato che nel 1860 fu costretta a cedere alla regina Vittoria, appena proclamata imperatrice dell’India, la gestione delle colonie, che da quel momento avrebbero ospitato un viceré.

Per tutto questo periodo (e pure dopo) la Russia non smise di guardare verso Oriente nemmeno per un istante. A livello diplomatico i rapporti con la Gran Bretagna erano altalenanti ma in genere cordiali, e il fatto che i comandanti russi si fossero specializzati nel praticare una politica aggressiva diametralmente opposta a quella ufficiale fin troppo rassicurante, non disorientò né infastidì più di tanto gli inglesi, veterani di intrighi internazionali. L’India era l’obiettivo. Dal primo degli ufficiali all’ultimo dei cosacchi dello zar, lo sapevano tutti, era il più comune fra gli oggetti di discussione fra la truppa; e se durante una missione un agente russo incontrava un collega-rivale inglese da qualche parte sulle montagne o nel deserto, lo invitava a bere nella sua tenda e, sorridendo, lo informava che probabilmente la prossima volta si sarebbero sparati l’uno contro l’altro sul campo di battaglia.

A voce era facile, ma prima di giungere in vista dei contrafforti montuosi che difendevano l’India occorreva attraversare migliaia e migliaia di chilometri di deserti e di montagne inaccessibili, terre senza legge dove spadroneggiavano regnanti indigeni che si arricchivano grazie alle razzie e alla schiavitù. Per la Russia i regni musulmani dell’Asia centrale (khanati) rappresentavano da tempo una spina nel fianco di cui sbarazzarsi, ma le estati torride e gli inverni rigidissimi che si registravano al centro del Continente rendevano impraticabile un’invasione da parte di un esercito moderno con tanto di artiglieria al seguito. Dopo i fallimenti clamorosi delle prime campagne contro il khan di Khiva, fu solo con la presa di Tashkent nel 1865 che lo zar ebbe la forza e l’organizzazione necessarie per intraprendere l’avanzata verso est a lungo rincorsa. In una manciata di anni l’Impero russo incorporò tutti i khanati che si estendevano fra il Caspio e lo Xingjiang (il cosiddetto Turkestan cinese, abitato da popolazioni di etnia e lingua turche con fede musulmana), espugnando o convincendo alla resa città leggendarie come Khiva (il mercato di schiavi più importante dell’Asia centrale), Bukhara e Samarcanda. Saldamente attestato nel suo quartier generale a Tashkent, guidava l’espansione il generale von Kaufman, passato alla storia come “l’architetto” dell’Impero russo in Asia.

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Lord George Curzon, Viceré dell’India dal 1899 al 1905

Era dai tempi di Caterina la Grande che gli zar sognavano di mettere le mani sull’India, terra dalle ricchezze favolose che rappresentava la trave nell’occhio di tutti i rivali della Gran Bretagna, e finalmente la Russia si stava progressivamente avvicinando alle sue frontiere all’impressionante ritmo di centocinquanta chilometri quadrati al giorno. Ma cosa si stava facendo a Londra e nella sede del governo coloniale a Calcutta, nel frattempo? C’è da dire che per tutta la durata del Grande Gioco l’Inghilterra mantenne una visione prettamente difensiva delle proprie manovre in Asia, manovre che erano volte — tutte — a prevenire un’aggressione russa del subcontinente. L’attesa gravida di minaccia alla Buzzati valeva così non solo per i khanati, poi effettivamente inglobati nell’Impero zarista, ma anche per la Gran Bretagna, la quale considerava i suoi possedimenti asiatici fatalmente esposti alle brame del colosso settentrionale. Le mire russe sull’India erano conosciute sia a Londra che a Calcutta, e sebbene i russofobi ne ingigantissero il pericolo, ogni volta che gli eserciti indiani si mossero dalle guarnigioni di frontiera fu per scongiurare il rischio che Pietroburgo si aprisse una via per l’India attraverso i deserti, le steppe e i sistemi montuosi del Nord. Peter Hopkirk, nel cui libro privilegia il punto di vista britannico, sembra infatti scartare l’ipotesi che le spedizioni inglesi di quel periodo avessero fini espansionistici, e infatti le presenta più come un’incombenza che come un’opportunità da cogliere al volo. L’interesse territoriale del Parlamento e della Corona era limitato all’India; se ne avevano uno anche per l’Asia centrale esso era soltanto commerciale e da ottenere con la diplomazia, non certo con le armi.

Ciò non toglie che le armi, gli inglesi, le abbiano usate più di una volta e che esse abbiano procurato nuovi territori all’Impero. La prima, grande guerra combattuta dai sudditi di Sua Maestà durante il Grande Gioco fu quella in Afghanistan nel 1839. Al tempo il paese era retto da una monarchia indipendente, ma le ingerenze russe nella politica afghana destarono parecchie preoccupazioni negli inglesi, i quali pronosticavano un’imminente annessione di Kabul da parte dello zar. Per scongiurare quest’esito, le truppe della Compagnia invasero l’Afghanistan da sud e insediarono sul trono un sovrano di loro gradimento. La crisi sembrava essere stata risolta brillantemente e con tempismo, se non che una rivolta popolare mal gestita e la coalizzazione delle varie fazioni tribali trasformarono l’Afghanistan in una trappola mortale e l’invasione nella peggiore disfatta militare da parte delle truppe britanniche in Asia.

L’assetto geopolitico che Londra riteneva ideale per i suoi interessi asiatici prevedeva una cintura di stati cuscinetto retti da sovrani filoinglesi lungo tutta la frontiera settentrionale dell’India: in questo modo, se i russi si fossero spinti troppo a sud, avrebbero comunque trovato la strada sbarrata da fedeli alleati di Sua Maestà. Questa necessità cresceva via via che le missioni diplomatiche e commerciali scoprivano che le catene montuose che saldavano il subcontinente all’Asia non erano inviolabili come si era sempre creduto. Il Pamir, il Karakorum, l’Hindu Kush e lo stesso Himalaya erano sistemi montuosi imponenti ma di cui si conosceva poco o nulla, per cui la fama che circondava la loro impenetrabilità era più una supposizione che una certezza verificata. Fu proprio durante il Grande Gioco che le esplorazioni geografiche conobbero una stagione particolarmente intensa. Vennero mappate intere aree, scoperti nuovi valichi e nuove valli, testata la navigabilità di numerosi fiumi e si constatò che quasi mai le distanze presunte venivano confermate dalle misurazioni sul campo, tanto che tra un punto e l’altro della carta — si scoprì — potevano nascondersi interi reami fino ad allora ignoti.

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L’Impero britannico durante la sua massima espansione all’inizio del XX secolo

In tutto questo gli asiatici non avevano voce in capitolo. Alleati oggi e pedine sacrificabili domani, i regni dei khan e dei maraja erano lo strumento con cui russi e inglesi si facevano guerra per interposta persona. I sovrani locali venivano scelti dagli uni o dagli altri in base ai propri interessi, e destituiti se non convenivano più o diventavano troppo minacciosi. Gli inglesi in questo erano maestri, e tolta la disfatta afghana dimostrarono una spregiudicatezza e una tempistica d’intervento quasi chirurgica.

Alla fine i russi non giunsero mai in India e nemmeno vi si avvicinarono. L’ultima corsa riguardò il Tibet, paese semiautonomo dell’Impero cinese che gli inglesi, con la solita preoccupazione di anticipare i generali dello zar, invasero nel 1904. Nello stesso anno scoppiò la guerra tra Russia e Giappone, un conflitto che mostrò al mondo tutta la debolezza e l’impreparazione delle armate russe, le quali fino ad allora avevano dimostrato la loro presupposta invincibilità soltanto contro paesi con armamenti desueti. La cocente sconfitta contro i giapponesi e i gravi problemi sociali che si preparavano all’orizzonte segnarono l’uscita di scena della Russia dal Grande Gioco. Da parte sua l’Inghilterra mantenne tutti i suoi possedimenti in Oriente e, all’inizio del nuovo secolo, si confermava essere la maggiore potenza mondiale.

Se volete conoscere altro a proposito di questa storia così ricca e affascinante, le letture non mancano. In lingua inglese esistono numerosi resoconti di viaggio, diari e pamphlet scritti dagli stessi protagonisti del Grande Gioco o da cronisti coevi, ma probabilmente non sono così facilmente reperibili. A trent’anni di distanza, il libro di Peter Hopkirk resta ancora oggi un’opera imprescindibile che vi regalerà a ogni pagina il piacere di una lettura intensa. Personalmente lo considero uno dei più bei libri che abbia letto negli ultimi anni. Se invece desiderate qualcosa di più letterario, sono due i romanzi che non possono mancare alla vostra lista: Michele Strogoff di Jules Verne (l’edizione italiana più recente è quella Mondadori del 2016) e Kim di Rudyard Kipling, il romanzo che ha contribuito a rendere l’espressione Grande Gioco così popolare.

Immagine in copertina: Edwin Lord Weeks, Along the Gaths, Mathura, 1880 ca, Los Angeles County Museum of Art

La Perla delle Città: viaggio a Samarcanda insieme a Franco Cardini

Di Andrea Carria

La tentazione è forte: cominciare a parlare della città di Samarcanda dalla celebre canzone di Roberto Vecchioni è, per un italiano, quasi un atto dovuto. Ognuno di noi ha le sue note nelle orecchie e almeno una volta l’ha canticchiata. È un patrimonio nazionale… anzi un Patrimonio dell’Umanità. Sì, perché Samarcanda non è solo una canzone o un luogo leggendario, ma una città vera fatta di pietra e mattoni, di marmo e maioliche, di cupole e minareti, di maestose arcate e altri monumenti di straordinaria bellezza.

Mi piacerebbe dirvi che l’articolo di oggi è il frutto di un viaggio compiuto in prima persona in Uzbekistan, ma mentirei. Se però anche i libri possono essere un viaggio — anzi, sono un viaggio a tutti gli effetti — allora pure io posso impiegare tranquillamente questa parola e aggiungere, tra l’altro, di aver viaggiato insieme a un compagno d’eccezione.

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La lettura di Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini (Il Mulino, 2016), professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane, è stato il mio viaggio di Natale a tutti gli effetti. Scovato per caso in libreria, questo volumetto da una parte mi ha permesso di avventurarmi in un argomento che ho sempre desiderato approfondire (sono un lettore di storie di città piuttosto appassionato), mentre dall’altra ho avuto la possibilità di riscoprire ciò che mi affascina veramente della Storia (le storie di frontiera o di periferia, quelle che nessuno ti insegna e che devi andarti a cercare), con la quale, checché ne dica il mio percorso universitario, ho un rapporto contrastante…

Ma veniamo ora al libro di Cardini e, attraverso esso, a Samarcanda, «Perla delle Città». Si tratta di un volumetto compatto e denso di informazioni, ma al tempo stesso agile ed estremamente godibile, dal quale il lettore amante della storia saprà sicuramente trarre adeguata soddisfazione. Ma etichettarlo solo come un libro di storia non sarebbe tuttavia opportuno. Come le sue monografie precedenti su Istanbul e Gerusalemme, anche questa su Samarcanda rimane, da parte di Franco Cardini, il profilo di una città tracciato da uno storico professionista; tuttavia, se è vero che per una città la propria storia vuole dire tanto, questo non significa che una città sia soltanto la sua storia. Così, mentre l’autore si accinge a ripercorrere con puntualità e rigore le varie epoche di Samarcanda dalle origini sino ai giorni nostri, parallelamente non manca di indagarla sotto altri punti di vista (come quello del flâneur, per esempio), né di dispensare informazioni, dritte e consigli di prima mano agli aspiranti viaggiatori, tanto che alla fine, il libro, non si nega troppo neanche come guida turistica.

Molto piacevole è il modo in cui l’autore prende direttamente parte al racconto parlando dei suoi viaggi, ricordi, aneddoti e sogni di studente legati al nome di Samarcanda: è un modo garbato e non intrusivo di vivacizzare un saggio pensato per la divulgazione. Come infatti Cardini stesso confessa, Samarcanda (o Afrasiab, come pure voi scoprirete leggendo il libro) è una città reale che l’obiettiva lontananza geografica e i miti che da sempre ammantano il suo nome tendono a collocare — nell’immaginario comune come in quello del viaggiatore più istruito ed esperto — al di là di ogni possibile. Per gli occidentali greci e latini, non a caso, essa sorgeva in quella parte di mondo, per la maggior parte ignota, da loro chiamata Sogdiana, ovvero Transoxiana, la “terra al di là del fiume Oxus” (oggi Amu Darya), nell’antichità classica considerato un limite naturale quasi inviolabile agli estremi confini del Mondo, oltre il quale si erano spinti soltanto dèi ed ero leggendari, oppure uomini fuori dal comune come Alessandro Magno. È anche per questo, dunque, che il nome di Samarcanda — insieme alla fama di città ricca che la segue almeno dalla sua prima fioritura, tra VI e VIII secolo d.C. — ha da sempre esercitato un potere immaginifico unico, un potere che l’autore descrive nei termini di una «struggente violenza della fantasia che fa aggio su una realtà lontana e avvolta nelle nubi di sabbia del deserto».

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Violenza della fantasia che Cardini comunque bilancia, o meglio àncora alla realtà, grazie a una ricostruzione storica che è il risultato di un riuscito compromesso fra completezza e sintesi. Facendosi strada fra le leggende di fondazione, la pluralità dei nomi, le prime fioriture e le successive cadute, ecco che si giunge già meravigliati al cuore del libro, coincidente con la creazione dell’Impero Timuride fra il XIV e il XV secolo a opera di Amir Timur (1336ca-1405), colui che l’autore — avendone preventivamente spiegato la ragione — si vieta di chiamare con l’epiteto spregiativo, ma più noto, di Tamerlano. Quella che infatti è arrivata fino ai giorni nostri non è la Samarcanda persiana, né la Maracanda di Alessandro Magno, né la città musulmana che, ben prima del passaggio di Marco Polo, costituiva già uno snodo carovaniero di primaria importanza lungo la Via della Seta; la Samarcanda dei mausolei, delle belle moschee, delle madrase smaltate affacciate sul Reghistan (la grande piazza dei mercanti), degli alti minareti e delle cupole color del cielo, la città dal 2001 protetta dall’UNESCO è infatti la Samarcanda risorta dopo la devastazione di Gengis Khan nel XIII secolo, ma soprattutto, stratificazioni storiche a parte, è la città concepita e voluta da Amir Timur, il suo più grande sovrano, che ne fece la capitale di un impero smisurato che si estendeva dalla Cina al Mar Nero. A quel tempo Samarcanda era ciò che oggi definiremmo una “potenza mondiale”: temibile, rispettata, ricca, piena di vita e di cultura, impreziosita di monumenti e opere d’arte pregevolissime, fu allora che essa si guadagnò l’appellativo meritatissimo di «Perla delle Città».

Il momento di vero splendore di Samarcanda durò tuttavia solo una manciata di anni, estendendosi poco oltre la morte del suo grande sovrano nel 1405; Ulugh Beg (1394-1449), suo nipote, ne prolungò di circa mezzo secolo l’egemonia politica e culturale, ma le lotte intestine in cui nel frattempo l’Impero era sprofondato fecero sì che nel XVI secolo la città perdesse addirittura la propria indipendenza a vantaggio della potente città di Bukhara, alla quale Samarcanda rimase soggetta per tre lunghi secoli. Per la «Perla delle Città» un domani di grandezza non ci sarebbe più stato, eppure, al volgere del XIV secolo, Samarcanda — scrive Cardini — sembrava davvero «destinata a divenire uno dei centri immortali del mondo come lo erano state Roma, Costantinopoli, Baghdad, Pechino e come sarebbero state Esfahan, Mosca, Delhi».

Così come ci accompagna verso la sua ascesa, lo storico non trascura infatti i tempi più bui della città — o del «torpore», come lui li definisce — tra il XVII e il XIX secolo, quando Samarcanda, complice la disgregazione dell’Impero Timuride che l’aveva vista sottomettersi a Bukhara e la crisi irreversibile della Via della Seta, si era letteralmente svuotata di abitanti e merci, regredendo ad anonimo caravanserraglio (caravansaray) lungo le piste desertiche dell’antica Transoxiana, ormai Turkestan a tutti gli effetti.

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Statua di Amir Timur a Kesh (oggi Shakhrisabz), sua città natale

La Storia tornò a interessarsi a essa, a Bukhara, a Tashkent, a Khiva, a Kokand e agli altri ex fiorenti centri mercantili sulla strada per la Cina soltanto a metà Ottocento, durante quello che gli Inglesi chiamarono «Il Grande Gioco». In realtà non si trattò di un gioco ma di una feroce spartizione territoriale, una vera lotta di conquista a scapito degli Asiatici condotta quasi sempre a colpi di cannone tra gli Inglesi stessi, saldamente attestati in India ma con chiare mire espansionistiche verso Nord, e i loro rivali, i Russi. Nel 1868 l’antica capitale di Timur venne annessa all’Impero zarista di Alessandro II e conobbe un’altra profonda trasformazione, non soltanto politico-culturale ma stavolta anche urbana: a fianco della città vecchia, abitata da Tagiki e Uzbeki, vennero infatti costruiti nuovi quartieri “all’Occidentale” con ampi viali radiali, la stazione della ferrovia transcaspiana (che raggiunse Samarcanda nel 1888) e palazzi in stile europeo, dove andarono a vivere i nuovi coloni borghesi provenienti dalla Russia.

Il racconto di questa fase della storia della città, così come pure quello dedicato al periodo sovietico, non è meno interessante di quelli relativi alle sue glorie passate, soprattutto perché Cardini sa quali elementi storici, culturali e religiosi mettere in evidenza per esprimere la portata epocale di questi due passaggi. Riguardo al terzo, quello contemporaneo post-sovietico, l’autore passa a considerazioni che invitano alla riflessione e ne approfitta per fare chiarezza su alcuni “nodi” poco conosciuti in Europa, come ad esempio i problemi etnici e religiosi che la fine delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ha riportato a galla. Si impara così che a suo tempo l’attacco comunista condotto contro la tradizione islamica centroasiatica — originariamente estranea alle correnti fondamentaliste diffuse invece in altre aree del mondo musulmano — ha facilitato la penetrazione al suo interno proprio di quest’ultime (vedi il caso afghano), oppure che i confini aggrovigliati di Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan attuali non sono bastati a sbrogliare la matassa dei popoli, tanto che la Samarcanda di oggi — il secondo centro urbano uzbeko per dimensioni dopo la capitale Tashkent — possiede in realtà una fortissima identità tagika che la rende di fatto una città contesa fra i due Stati.

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Il Reghistan, cuore pulsante di Samarcanda all’apice del suo splendore

Riassumere millenni di storia in appena trecento pagine è un’operazione difficile e rischiosa, e anche uno storico di professione può trovarsi in imbarazzo di fronte alla semplificazione o all’omissione di certi avvenimenti cosiddetti secondari, ma che secondari in realtà non sono. L’abilità di Franco Cardini è consistita nell’aver condotto una narrazione che ha fatto di tutto per armonizzare gli inevitabili salti temporali, minimizzando contemporaneamente la dispersione delle informazioni. La sua Samarcanda rimane comunque un libro piuttosto tecnico, dove è l’argomento stesso a richiedere riferimenti abbondanti a lingue, culture, realtà, fatti e tradizioni con cui il lettore italiano medio ha scarsa familiarità. Cartine, note e il glossario posto in fondo al volume aiutano, tuttavia per certe questioni relative all’Islam o alla storia e alla geografia dell’Asia Centrale potrebbero rendersi necessari (lo testimonio) approfondimenti da effettuare in parallelo con la lettura del saggio.

Consiglio la lettura di questo interessantissimo volume a tutti quelli che, come me, abbiano interesse per la storia delle antiche città e dell’Oriente, e in modo particolare a coloro per i quali il viaggio comincia dalle pagine di un libro. Samarcanda. Un sogno color turchese di Franco Cardini è uno di quei libri che ci ricordano di quante trame straordinarie ma nascoste si compone il grandioso arazzo della Storia.

E ora terrò fede alla tentazione dalla quale ero partito concludendo questo viaggio sulle note della Samarcanda di Vecchioni (1977). Buon ascolto!