L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte II

di Matteo Maci

Dopo esserci occupati nello scorso articolo de La noia di Moravia, analizzeremo il romanzo pubblicato da Dino Buzzati soltanto tre anni dopo, nel 1963. Si tratta di Un amore, un piccolo capolavoro oscurato dal più noto Il deserto dei Tartari, da cui eppure differisce profondamente. Buzzati, che viene definito kafkiano per l’uso accorto dell’elemento fantastico nei suoi romanzi, in quest’opera, piena di monologhi interiori e flussi di coscienza, è molto più vicino nello stile a Joyce che non all’autore de La metamorfosi o Il castello.

“Un amore”, la passione come malattia

Come già precisato nell’articolo precedente, Un amore è ispirato a una vicenda biografica dell’autore. Il protagonista della storia è Antonio Dorigo, un borghese intellettuale proprio come Dino ne La noia. Antonio ritiene di essere troppo brutto perché possa piacere alle donne, motivo per cui si ritrova a frequentare il casino della signora Ermelina. È qui che conosce Laide, ballerina della Scala appena maggiorenne e più giovane di lui di circa trent’anni. Anche in questo romanzo l’ossessione di Antonio lo condurrà a cercare di possedere la giovane, anche solo per potersene fare vanto con chi lo avesse visto in compagnia di una così bella ragazza. Laide eppure sfugge, gli mente a tal punto da confonderlo, raccontando storie troppo inverosimili perché possano essere credute. Ma Antonio è innamorato e, tra scegliere di crederle (mostrandole così fiducia) e di non crederle (rischiando così di perderla), finisce per dare costantemente retta alle parole della ragazza.

«”No, sai, senza di me tu non sei capace di vivere”.
In quel momento Antonio capì che era tutto inutile e che lui era perduto.»

La storia è, a differenza de La noia, raccontata in terza persona. Tuttavia, in certi passi, Buzzati fa un uso sapiente di flussi di coscienza e monologhi interiori che danno voce direttamente ai pensieri di Antonio, senza la mediazione del narratore onnisciente. Da questi pensieri emerge, tra le altre cose, una concezione della donna da parte di Antonio profondamente negativa. Viene infatti affermato che se egli non è mai riuscito a trovare moglie o se non è mai riuscito a sedurre una ragazza, oltre che per timidezza e limiti personali, è anche a causa di una certa frivolezza e vanità del genere femminile cui Laide appartiene a tutti gli effetti. Non c’è d’altronde da stupirsi se tutti i personaggi femminili che dialogano nel romanzo sono prostitute: donne che Antonio ritiene, nella sua mentalità borghese, moralmente corrotte, secondo un pregiudizio superficiale che non trova un necessario riscontro nella realtà. Le donne in Un amore sono vuote, prive di valori, prive di un respiro che le caratterizzi oltre al loro fisico attraente. Non bisogna dimenticare che, tra le altre cose, Un amore è un romanzo carico di erotismo, ma è anche molto di più. Il pretesto erotico in questo caso non è usato come in Moravia per illustrare un rapporto di possesso, quanto per evidenziare come il sesso sia l’unico mezzo che ha Antonio per sentirsi parte della vita della ragazza che ama disperatamente.

Per il protagonista Laide diventa un’ossessione la cui causa non è la noia ma una profonda inettitudine borghese che richiama i personaggi di Italo Svevo. Antonio non vuole rinunciare a Laide perché ha paura di come la sua vita possa essere stravolta se la ragazza dovesse improvvisamente uscirne; allo stesso tempo, tuttavia, non può impedirlo, ed è proprio questo stato di perenne incertezza a divorarlo e a spingerlo ad accontentare ogni richiesta di Laide, anche la più umiliante. In questo senso la prosa di Buzzati si fa più psicologista dei lavori precedenti, come rileva anche Eugenio Montale quando afferma che «ci troviamo nel cuore del più acceso realismo e psicologismo, nella dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico, ma che in realtà tutti gli uomini che non hanno gli occhi e il cuore foderati da una cotenna di lardo hanno almeno virtualmente provato».

A questo proposito, è bene concentrarsi sul titolo del romanzo: si parla di un amore, e non dell’amore. Mentre Moravia cerca nel suo romanzo-saggio di dare una definizione netta dell’esperienza della noia vissuta da Dino (ma, in generale, da tutti gli individui appartenenti alla società), Buzzati intende dare una visione dell’amore che non ha pretese universalistiche. Anzi l’amore, per confessione stessa di Antonio, raramente lo si sperimenta in maniera così tossica. Ma ha forse, per questo, meno dignità degli altri? In fondo egli è innamorato, certamente in maniera ossessiva, ma è innamorato a tal punto da dimenticare la realtà, da sminuirla e ricondurla unicamente all’esistenza di Laide.

Dino Buzzati (1906-1972)

«Sì l’amore gli aveva fatto completamente dimenticare che esisteva la morte. Per quasi due anni non ci aveva pensato neppure una volta, sembrava una favola, proprio lui che ne aveva sempre avuto l’ossessione [della morte] nel sangue. Tanta era la forza dell’amore.»

Le affinità tra “La noia” e “Un amore”

Le due opere sembrano presentare la stessa vicenda raccontata in maniera differente. Più analitico e puntuale il romanzo di Moravia, più sentimentale e passionale quello di Buzzati. Si potrebbe addirittura pensare ad un’influenza da parte del primo nei confronti del secondo, ma non ci sono evidenze che lo possano dimostrare. Quello che è interessante rilevare, dunque, è come le due più grandi voci del romanzo esistenzialista italiano siano riuscite a trattare lo stesso argomento, l’ossessione amorosa, in due modi a tratti compatibili e a tratti divergenti: l’amore, nella sua forma più irrazionale, diventa una condizione irrinunciabile dell’esistenza, un’occasione per scoprire i propri limiti e le proprie paure.

Il cardine di quest’ossessione è certamente l’attesa che trova una personificazione in entrambi i romanzi in un oggetto quotidiano come il telefono. Sia Dino che Antonio attendono la chiamata della donna che amano (ma che vorrebbero non amare) con un’impazienza che toglie loro il respiro. Il telefono diventa il mezzo col quale confermare la certezza che la loro donna esiste e non ha intenzione di abbandonarli; di riflesso l’attesa diventa il mezzo col quale confermare invece la propria, di esistenza, per quanto totalmente subordinata a quel telefono che prima o poi suonerà.

È certamente interessante rilevare anche il rapporto stabilito dai due protagonisti con le rispettive ragazze, entrambe molto più giovani. Dino ne La noia cerca un modo per poter “possedere” Cecilia e dunque liberarsi di lei; Antonio, al contrario, riconosce l’impossibilità di questo possesso eppure non riesce a rinunciare alla presenza distruttiva di Laide nella sua vita. A cosa, invece, va ricondotta l’anaffettività di Cecilia e di Laide? La prima è indifferente al mondo proprio perché, come Dino, non ha nessun particolare rapporto con esso. La realtà la annoia ed è proprio questo a renderla evanescente, apatica, incapace di essere attratta persino dal denaro che accetta da parte di Dino con semplice condiscendenza. La seconda, invece, è caratterizzata da una depravazione intrinseca che la spinge da un lato a fuggire l’amore di Antonio, dall’altro a sfruttarlo come fonte stabile di denaro. Proprio a causa di ciò, quando Antonio decide di pagarla stabilmente purché lei abbia una relazione con lui; Laide smette di frequentare il bordello della signora Ermelina, ma non di incontrare e avere rapporti con altri uomini. Si tratta esclusivamente di un contentino per Dorigo, che non riconosce mai davvero come proprio uomo o amante.

Un ultimo confronto tra i due romanzi riguarda gli ambienti nei quali i personaggi si muovono: si tratta delle più grandi città d’Italia, Roma ne La noia e Milano in Un amore. Il romanzo di Moravia riduce la città ad un semplice labirinto nel quale si districano le vite dei protagonisti: i riferimenti geografici hanno un semplice scopo di contestualizzazione spaziale e nulla più. Buzzati invece dedica alla sua Milano appassionate digressioni che la rendono quasi un terzo personaggio, invisibile e silenzioso, che veglia sulle sparpagliate vite di Laide, di Antonio e del resto della società, perennemente divisa nell’ottica di Antonio tra la borghesia, cui egli appartiene, e il popolo delle classi più basse, spesso relegato in vicoletti dimenticati e di cui Laide è figlia e orgogliosa esponente. Un amore insomma non può trovare spazio al di fuori della Milano da cui provengono i personaggi: è a causa di quel particolare contesto cittadino che le vicende raccontate possono verificarsi.

Moravia e Buzzati, pur appartenendo allo stesso filone letterario dell’esistenzialismo, ci hanno offerto una splendida occasione per riflettere sul sentimento amoroso che, quando vissuto univocamente e in maniera ossessiva, diventa un potente strumento di indagine sull’esistenza, oltre che, come sostiene Antonio Dorigo in Un amore, «una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.»

*Immagine in evidenza: Egon Schiele, L’abbraccio, 1917, olio su tela, Vienna, Osterreichische Galerie.

L’ossessione amorosa nel romanzo esistenzialista italiano: tra “La noia” e “Un amore”, parte I

Di Matteo Maci

È il 1960. Nello stesso anno in cui Alberto Moravia pubblica La noia, Dino Buzzati, romanziere reso celebre dall’opera Il Deserto dei Tartari, frequenta una bella e giovane ballerina destinata a diventare la protagonista del romanzo che pubblicherà nel 1963, Un amore. La loro relazione, intensa quanto tossica, struggente quanto distruttiva, richiama a grandi linee proprio quella raccontata da Moravia ne La noia, il cui protagonista, per buffa coincidenza, ha lo stesso nome di Buzzati: Dino. Fare una lettura comparata di questi romanzi, che in fondo raccontano una storia non troppo diversa (per quanto affrontata da punti di vista differenti, con i toni e la sensibilità caratteristici dei due autori), ci permette di evidenziarne, oltre alle indiscutibili analogie, le profonde divergenze che li rendono due capolavori del romanzo esistenzialista italiano.

“La noia”, ovvero alienazione esistenziale

Il 20 novembre 1960, quattro giorni prima della pubblicazione de La noia, Alberto Moravia pubblica su L’Espresso un’autointervista, con la quale chiarisce, tra le altre cose, il perché del titolo. Scrive:

«L’argomento del libro è la noia. O meglio, l’argomento vero forse è un altro, ma senza l’idea della noia, non avrei mai scritto tutto il resto. […] Per Pascal la noia è il senso della vanità, del vuoto, della morte, il quale spinge gli uomini a cercare il divertimento cioè a distrarsi e a dimenticare. Per Leopardi […] la noia sembra essere il tedio della vita come la intendevano gli antichi, ossia, secondo le sue stesse parole “… una mancanza del piacere, che è l’elemento della nostra esistenza e di cosa che ci distragga dal desiderarlo.”. Non voglio certo mettermi alla pari con questi grandi uomini, ma la mia noia è differente. Anche perché credo che questo genere di noia sia una cosa nuova nella storia dell’umanità come è nuova la crisi delle arti che oggi ne è uno dei sintomi più notevoli. […] Essenzialmente: è il prodotto di un’alienazione. Ossia l’interruzione del rapporto tra l’uomo e la realtà e, dunque, tra l’artista e la materia, o se si preferisce tra il soggetto e l’oggetto.»

Ma non finisce qui. Il prologo del romanzo, oltre ad introdurre il protagonista Dino, un pittore di trentacinque anni figlio di una ricca borghese romana, chiarisce ulteriormente il concetto che attraversa l’intera trama. Il protagonista racconta di come, da ragazzo, avesse immaginato di raccontare «la storia universale secondo la noia», ovvero dimostrare come la noia fosse il vero motore degli eventi del mondo, «non il progresso, né l’evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole». Dino è una persona annoiata poiché ritiene inesistente il proprio rapporto con la realtà: nulla ossia riesce ad offrirgli un vero e proprio contatto con la materia. Quest’alienazione è apparentemente dovuta allo status borghese e altolocato di Dino, che proprio a causa di ciò decide di allontanarsi dalla madre, che abita in una sontuosa villa sulla Via Appia, per andare a vivere nel proprio studio, nel centro di Roma in via Margutta. Tuttavia, il romanzo apre proprio con Dino che smette di dipingere, annoiato dalla sua stessa pittura. Nei giorni in cui decide di tornare a vivere dalla madre, si accorge che Mauro Balestrieri, il pittore che possedeva uno studio adiacente al suo, è morto. In questa circostanza conosce la diciassettenne Cecilia, modella di Balestrieri, che inizia a frequentare. Ma ben presto Dino finisce per annoiarsi anche della ragazza e, proprio nel giorno in cui egli decide di troncare il rapporto, Cecilia non si presenta all’appuntamento. I primi dubbi sulla fedeltà della ragazza causano in Dino un senso di gelosia che, pagina dopo pagina, inizierà a consumarlo: egli vorrebbe solo essere certo del possesso di Cecilia per poterne essere annoiato e, quindi, lasciarla definitivamente. La ragazza, però, sfugge, gli mente per nascondere la sua frequentazione con un altro uomo, il regista Luciani. La sempre più convincente certezza di essere tradito e l’indifferenza con cui Cecilia si rapporta a ciò che la circonda, portano Dino ad un’amara constatazione:

«Così Cecilia mi tradiva, pensai ancora, e mi tradiva perché ero noioso, cioè, appunto come lei per me inesistente. Ma tra di noi c’era questa differenza: che io sapevo cosa fosse la noia per averne sofferto per tutta la vita; mentre per lei la noia non era che una spinta oscura a portare altrove il movimento provocante e irresistibile dei fianchi riluttanti.»

La vicenda è raccontata in prima persona, secondo una precisa scelta metodologica adottata da Moravia, che la giustifica nell’auto-intervista precisando come questo sia l’unico modo per dare un taglio saggistico al romanzo, poiché in grado di illustrare un mondo «frammentario e puramente soggettivo»: in ciò va ricercata la potenza dell’io-narratore, capace nel romanzo-saggio di offrire una visione del mondo così complessa da apparire obiettiva, per quanto basata su esperienze, ma soprattutto su ricordi, puramente personali e individuali.

Alberto Moravia (1907-1990)

Eugenio Montale, in una recensione apparsa sul Corriere della Sera del 24 novembre 1960 (data di pubblicazione del romanzo), paragona l’opera di Moravia a Senilità di Svevo, definendo Emilio Brentani un «moraviano ante litteram». Eppure, Brentani, che pure resta un archetipo dei personaggi di Moravia, sembra essere molto più affine all’Antonio Dorigo protagonista di Un amore che non al Dino de La noia. Quest’ultimo non è altro che un borghese annoiato, nell’interpretazione filosofica che Moravia dà della noia, concetto che non può essere immediatamente ricondotto alla senilità (o inettitudine) di Emilio. I riferimenti letterari sono dunque da ricercarsi altrove: sicuramente nella letteratura psicologista, con rimando non solo al mentore indiscusso di Moravia, Dostoevskij, ma anche a Proust nell’utilizzo della prima persona e nel racconto di una passione amorosa incontrollata. Non si può non accostare il personaggio di Cecilia alla protagonista di Lolita di Nabokov, pubblicato in italiano appena un anno prima de La noia, nel 1959. Entrambe sono descritte come figure anaffettive, apatiche e indifferenti nei confronti del loro amante, per quanto cariche di una forte sensualità che in Cecilia è sinonimo di concretezza, materialità.

Leggendo La noia non come un semplice romanzo a tema amoroso, ma adottando una chiave di lettura filosofica, ci accorgiamo di come la ricerca del contatto con la realtà di Dino combaci perfettamente con la sua smania di possedere Cecilia. Per quanto egli possa possederla fisicamente, possa ovvero avere un rapporto carnale intenso con la ragazza, deve necessariamente rassegnarsi all’idea che il possesso è un modo fallimentare di stabilire un contatto con il mondo. In questo senso, La noia si conferma un romanzo anti-borghese, poiché in netto contrasto con l’idea che l’uomo possa avere una relazione con le cose in quanto meri strumenti di assoggettamento: la realtà sfugge, come sfugge Cecilia, e non può essere ridotta a merce attraverso il denaro. Un fondamentale parallelismo tra Cecilia e la materia, di cui è evidentemente una personificazione, si riscontra nel suo modo di esprimersi. Le sue risposte tautologiche, il suo tono indifferente e le sue mistificazioni rendono impossibile a Dino conoscerla fino in fondo: d’altronde, la stessa conoscenza può essere vista come uno dei modi per rapportarsi alla realtà. Ma, come specifica Moravia nell’ultima domanda della sua auto-intervista sul Corriere, la conoscenza, per quanto non sia impossibile, «ha qualcosa di corrosivo, di nullificante: il momento stesso che conosciamo una cosa, essa cessa per noi d’esistere». Il mistero che aleggerà per sempre attorno alla figura di Cecilia è proprio l’unico mezzo grazie al quale Dino cesserà di annoiarsi, poiché fondamentalmente convinto del fatto che sia proprio l’evanescenza della ragazza (e quindi della materia) a renderla reale e degna, in un certo senso, della propria attenzione. Alla luce di tutto ciò, l’indeterminatezza di Cecilia è un tratto peculiare che la rende diversa tanto dalla provocatoria Lolita di Nabokov quanto dall’opportunista Laide di Un amore.

«Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.»

Nel prossimo articolo ci occuperemo di analizzare Un amore di Dino Buzzati in modo da poterlo confrontare con La noia di Alberto Moravia.

*Immagine in evidenza: Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1622, olio su tela, Stamford, Inghilterra, collezione privata.

Tra filosofia e letteratura, parte V: l’outsider Colin Wilson

Di Andrea Carria

Dopo molto tempo dall’ultimo articolo della serie Tra filosofia e letteratura (qui i link alle precedenti puntate #1, #2, #3, #4), oggi, cari lettori, vorrei portare la vostra attenzione su una delle sintesi filosofico-letterarie più originali, audaci e visionarie del Dopoguerra; l’opera di un autore per il quale andrebbero spesi i medesimi aggettivi; un intellettuale, un artista che si identificava completamente con la tipologia di individuo al centro della sua stessa ricerca.

Colin Wilson (1931-2013) era ancora uno studente quando pubblicò L’Outsider nel 1956, a soli ventiquattro anni, compiendo un esordio letterario fulminante che lo proiettò da subito nel giro di quegli intellettuali underground che gettarono le basi della svolta socio-culturale che si sarebbe concretizzata nei decenni successivi. Come racconta nell’introduzione alla recente nuova edizione a cura della casa editrice Atlantide (2018), Wilson iniziò a scrivere L’Outsider nei giorni di Natale del 1954, concependolo come uno studio propedeutico alla stesura di Riti notturni, il romanzo che stava cercando di terminare e che avrebbe pubblicato nel 1960. Da quello che doveva essere nelle sue intenzioni, lo scritto prese invece a crescere molto rapidamente sotto ai suoi occhi mettendo il giovane Wilson di fronte a un imbarazzo molto comune tra gli autori, i quali tanto più vedono aumentare il numero delle pagine quanto prima si convincono a restringere il campo della propria indagine.

Il terreno su cui Wilson spazia è quello della letteratura e della filosofia: un’unica, vasta distesa di parole e concetti – così dovevano apparirgli – da tessere insieme senza soluzione di continuità e da inframezzare, all’occorrenza, con esperienze di tipo diverso. Così diverso da costringere il lettore dell’Outsider a porsi qualche domanda sull’appropriatezza di certi accostamenti, chiedendosi: c’è una logica in questa variopinta galleria di esempi oppure l’autore sta solo facendo di tutta l’erba un fascio? Ma se Van Gogh e il ballerino russo Nižinskij sul piano espressivo hanno effettivamente qualcosa a che fare con i vari Hesse, Dostoevskij, Nietzsche e Sartre, quest’ultimi cosa avevano invece da spartire con uno come Thomas E. Lawrence? Va bene, si servì degnamente della penna per redigere il suo diario e a suo modo fu anche un archeologo, eppure Wilson non si occupa di lui né in quanto artista né in quanto intellettuale. E allora il dubbio rimane; per lo meno rimane fino a quando il lettore non si convince che Wilson non è come gli altri intellettuali, che non è uno scrittore abituato a pensare per categorie e che non è nemmeno uno che, una volta stufo del proprio recinto, salta le staccionate: a differenza di tutti loro, Wilson non salta un bel niente perché semplicemente non vede recinti da nessuna parte intorno a sé.

Un’altra cosa che il lettore è chiamato a mettere a fuoco quanto prima è che Colin Wilson non perde tempo con quelle esperienze solo concettuali su cui molte altre menti giovani e speculative come la sua si sono invece attardate. E questo non perché tale prospettiva non lo seduca o perché non trovi allettante attardarsi su questioni prettamente teoriche; il motivo verte sulla vera natura del problema che si è posto e che lo assilla così tanto da aver iniziato a scriverci un libro su. Può sembrare strano visto ciò che ho detto fin qui, ma il problema su cui Wilson si arrovella scomodando legioni di filosofi e scrittori non è necessariamente di tipo intellettuale. Questo problema lui lo chiama outsider e non abita nei libri; abita bensì nel mondo, cammina per le strade, mangia nei ristoranti, beve tè o caffè nei bar, guida le auto, corteggia, fa l’amore e prova dei sentimenti. L’outsider è lo stesso Wilson, ma ce ne sono tantissimi altri là fuori, nel mondo; forse si potrebbe tracciarne il profilo campionando l’umanità senza ricorrere ad alcun materiale letterario, ma Wilson è un letterato per formazione, non un antropologo, e quindi non trova affatto strano usare i libri di chi, prima di lui, si è messo sulle tracce dell’outsider senza chiamarlo necessariamente allo stesso modo.

Un primo alleato lo trova nello scrittore francese Henri Barbusse, che per Wilson avrebbe tratteggiato il protagonista del romanzo L’inferno come un vero outsider: un uomo come lo sono tanti, senza particolari tare né genio, che non riesce a comprendersi; che è mosso da istinti e pulsioni prorompenti che però combatte; che non sa in cosa credere, se credere e a quale progetto votare le sue energie; un uomo che, per quanto senta di essere incalzato dal desiderio di fare e di vivere, ignora dove indirizzare la propria vita e si riduce a spiare gli inquilini da un buco nel muro.

Non siamo di fronte a una paralisi completa, ma ci si è comunque portati sulle soglie dell’angst kierkegaardiana: l’angoscia di fronte alle infinite possibilità della vita e che comincia una volta che ci si è persuasi che la nostra vita stessa sia solo una possibilità fra le tante. È il dilemma contro cui l’uomo continua a sbattere da quando ha scoperto, anni fa, che ciò che rende una metafisica davvero una metafisica è la sua opinabilità… Che fare, dunque? si chiede. La maggior parte delle persone non se ne cura, ma non l’outsider – «l’unico in grado di vedere in un mondo di ciechi» scrive Wilson – al quale non rimane altra scelta se non provare a impugnare la propria vita conducendola lontano da qualunque sentiero già battuto. Come recita un famoso adagio, non è la destinazione che conta, ma il percorso; nel libro Wilson non lo scrive chiaramente, eppure l’anima beat del suo outsider sembra incarnare questo ideale fino in fondo.

A proposito di anima beat, Colin Wilson ha scritto L’Outsider quando in America erano gli anni della Beat Generation; stando a quello che ho letto finora, posso confermare che gli echi con essa non mancano e che L’Outsider non è l’unico luogo dell’Opera wilsoniana in cui si incontrano tali assonanze. La libertà con cui in letteratura affronta temi spinosi come le perversioni e il sesso, lo studio della violenza come frontiera morale e antropologica dell’uomo, l’interesse per certe forme alternative di spiritualità e di conoscenza extrasensibile, lo sviluppo di una coscienza critica formatasi prima sull’asfalto e poi sui libri, una profonda insofferenza per la vita borghese nonché alcuni tratti biografici decisamente bohémien sembrano indicare Wilson come il più beat fra gli intellettuali europei del Dopoguerra. Eppure, se negli anni Cinquanta glielo avessimo domandato direttamente, lui, certo, avrebbe risposto in tutt’altra maniera…

«Lei, disse, era cattolico, vero?
No.
Anglicano?
No. Sono esistenzialista.
Davvero? Ma, uh… io parlavo di… religione.
Lo so. Anch’io.»

Questo stralcio di dialogo tratto dal già citato Riti notturni (Carbonio, 2019), di cui mi occuperò presto in un altro articolo, vede il protagonista del libro, Gerard Sorme, impegnato in una conversazione con un conoscente, Testimone di Geova. La schiettezza con cui Sorme fa sapere all’altro in cosa si riconosce è qualcosa in più di un semplice tratto caratteristico del personaggio: è anche una professione di fede, o quasi. Beat? Perché no (l’America avrebbe comunque iniziato a frequentarla negli anni a venire); la cosa però davvero sicura è che Wilson, negli anni Cinquanta, si considerava un esistenzialista e che molte pagine dell’Outsider – addirittura, forse, la concezione stessa del libro – sono una filiazione da ricondurre all’attenta lettura delle opere di Sartre e a Camus.

«Non è difficile notare che l’outsider e la libertà sono sempre associati. Il problema dell’outsider è il problema della libertà. Il sì/no definitivo che assilla l’outsider è la scelta tra libertà assoluta e schiavitù assoluta.»

Chi ha letto libri come La nausea, Lo straniero, L’essere e il nulla o L’uomo in rivolta, ricorderà che il tema centrale è quello della libertà. Con L’Outsider, Wilson si inserisce, ancora molto giovane, in questo accesissimo dibattito intellettuale, e lo fa nella maniera più schietta. L’Outsider è molte cose, tra cui un libro di critica letteraria dove un autore esordiente si sente libero di esprimere la sua opinione con una maturità intellettuale davvero d’altri tempi. Ciò che lo ha entusiasmato oppure che non gli torna delle opere di Sartre e Camus (come di chiunque altro) lo mette nel suo libro, senza risparmiarsi né in apprezzamenti né in critiche. Dei due francesi, a farne le spese è soprattutto Camus (Sartre e la sua filosofia erano ossi forse ancora troppo duri), di cui Wilson, dando nuovamente prova del proprio acume, mette in dubbio alcuni punti dell’architettura teorica del romanzo Lo straniero.
Outsider fino al midollo, Colin Wilson seppe pertanto distinguersi anche nello scegliersi i propri riferimenti culturali in un Paese, come l’Inghilterra degli anni Cinquanta, in cui l’esistenzialismo ebbe tutt’altro che la strada spianata (con l’onda lunga sartriana che andò sostanzialmente a infrangersi contro la filosofia analitica di Bertrand Russell sulle bianche scogliere di Dover…).

La potenza di un libro come L’Outsider, la capacità di irretire i suoi lettori a 65 anni dalla sua pubblicazione si deve alla libertà con cui Colin Wilson ha parlato di quello che voleva parlare senza riserve. Alcune sue considerazioni sono ormai scadute, altre restano sempre valide, altre ancora attendono di essere pienamente recepite, e l’alterna fortuna che Wilson ha avuto presso il pubblico e la critica lascia ampi margini di diffusione e di ricerca per il futuro.

Sentirsi fuori posto, percepirsi come una pagliuzza o come una trave nell’occhio della società è un’esperienza che si rinnova a ogni generazione e che non scadrà tanto presto. Questo sentimento così tipicamente moderno, a cui scrittori e filosofi hanno dedicato intere biblioteche prima e dopo di lui, Wilson ha avuto la capacità di farlo uscire dagli schemi, facendone anzi tabula rasa. Non più solo una questione filosofica, non più solo un problema estetico, non più solo un rovello psicologico, per lui, ma tutte queste cose assieme nel medesimo momento.
Con L’Outsider, Wilson ha dimostrato che qualunque esperienza, qualunque contributo poteva finire sotto alla lente d’ingrandimento purché non ardesse invano tra la polvere. L’unica vera discriminante, per lui, era l’approdo all’atto creativo. L’outsider di Wilson è infatti un artefice e un artista, un uomo che traduce la propria frizione col mondo in espressione artistica, o che quantomeno prova a farlo. Come sempre, non contano né il risultato né il tipo di esperienza, quanto il fatto stesso che l’outsider arrivi a convertire la frizione in atto creativo, ovvero in un momento di espressione positiva. Un’espressione – ormai lo sappiamo – che per Colin Wilson può essere di varia natura e che può avvalersi di qualunque strumento senza pregiudizi; di raccomandazioni ne aveva una soltanto e la pone nei termini di un’extrema ratio: quella di usare – sull’esempio di Thomas E. Lawrence, se necessario – la vita stessa come un quaderno o come una tela pur di non rischiare di sprofondare nelle sabbie mobili del grigiore e dell’inautenticità.

Il “silenzio” del mondo e la consapevolezza assurda: uno sguardo alla visione esistenziale di Albert Camus

Di Andrea Carria

 

Nel 1942, all’età di ventinove anni, lo scrittore e filosofo francese Albert Camus pubblicò con la casa editrice Gallimard Lo straniero (L’Étranger), il suo primo, fortunatissimo romanzo. La storia, a cui ho già accennato in un articolo precedente, ha per protagonista Meursault, un apatico impiegato di Algeri che in cambio della Libertà ha tagliato ogni rapporto con le persone e con il mondo. Il romanzo scosse profondamente le coscienze borghesi del tempo, ma valse all’autore una rapidissima consacrazione letteraria che lo portò a stringere rapporti molto intensi con Jean-Paul Sartre e gli altri intellettuali che si riconoscevano nel cosiddetto movimento esistenzialista.

Qualche mese prima, Gallimard aveva pubblicato un’altra opera di Camus, questa volta un saggio, la cui lettura poteva essere considerata come la preparazione (ovvero come la spiegazione) dello Straniero, romanzo fortunato ma non così facilmente accessibile. Il saggio si intitolava Il mito di Sisifo (Le mythe de Sisyphe) ed era a sua volta destinato a riscuotere altrettanta fortuna di pubblico e di critica.

«Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia».

Nel Mito di Sisifo, di cui abbiamo appena letto l’incipit, Camus cerca di definire i contorni e le caratteristiche della condizione dell’uomo nel mondo, e lo fa intrecciando in un unico discorso filosofia e letteratura. Per Camus, tale condizione risponde al nome di assurdo (cercheremo di capire di cosa si tratta), ma non è detto che l’uomo ne sia consapevole. La maggior parte, a dire il vero, non ne ha la minima consapevolezza, tuttavia se un giorno il senso dell’assurdo, come accade, dovesse lambire la coscienza dell’individuo, quest’ultimo non potrà più tornare alla beata ignoranza di prima e dovrà fare i conti con questa rivelazione per il resto della propria esistenza.

Camus2

Malgrado l’assurdo rimanga al centro del saggio dall’inizio alla fine e venga descritto mediante la presentazione di vari personaggi che costellavano il panorama filosofico-letterario caro all’autore, Camus concluse il libro senza aver fornito una definizione del tema del suo studio. La definizione — perché è di essa che il lettore di un libro, e a maggior ragione il lettore di un saggio, va alla ricerca — la si può soltanto scorgere qua e là, nelle affermazioni sull’assurdo a cui l’autore comunque non rinuncia: ognuna di queste è da intendere così come l’abbozzo non compiuto di una definizione articolata dell’assurdo che sta poi al lettore rimettere insieme. Si tratta di una scelta precisa, quella di non definire una volta per tutte: l’assurdo, infatti, è una rivelazione che si impone alla coscienza e come tale non è mai uguale a sé stesso; per definirlo sono meglio gli esempi, i quali, in effetti, abbondano. Si potrebbe quindi dire che nel libro l’assurdo sia stato frantumato come uno specchio e che ciascun frammento rifletta un’immagine diversa, mai contraddittoria, da mettere vicino alle altre, che fra loro sono complementari.

Sono comunque i frammenti più grandi a fornire le immagini più nitide e dettagliate; una di queste dice: «L’assurdo nasce dal confronto fra il richiamo umano e il silenzio irragionevole del mondo». Il richiamo a cui Camus si riferisce è il senso che l’uomo richiede alle cose; ma si tratta di una richiesta ingiustificata — e quindi di una pretesa —, in quanto il soddisfacimento delle istanze umane non rientra tra le facoltà del mondo, che rimane silenzioso per questo. Qualche pagina più avanti questa affermazione viene ampliata sulla scorta di un elenco di alcune cose ordinarie che, se guardate attraverso le lenti dell’uomo consapevole, si rivelano assurde:

«Per ciascuna di queste cose, l’assurdità nasce da un confronto. È dunque con fondamento che dico che il senso dell’assurdo non nasce dal semplice esame di un fatto o di un’impressione, ma scaturisce dal paragone fra uno stato di fatto e una certa realtà, fra un’azione il mondo che la supera. L’assurdo è essenzialmente il divorzio, che non consiste nell’uno o nell’altro degli elementi comparati, ma nasce dal loro confronto.
Nella fattispecie e sul piano dell’intelligenza, posso dunque dire che l’Assurdo non è nell’uomo […], e neppure nel mondo, ma nella loro comune presenza».

L’assurdo inteso da Camus appare dunque come una particolare condizione umana che sorge dal «confronto», dal «paragone» fra l’uomo e il mondo, conducendoli verso un vero e proprio «divorzio». Tornando indietro di qualche pagina, ci si imbatte nella natura di questo «divorzio»:

«Il mondo in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio di chiarezza, il cui richiamo risuona nel più profondo dell’uomo. L’assurdo dipende tanto dall’uomo quanto dal mondo, ed è, per il momento, il loro solo legame».

Detto diversamente, l’uomo, animal rationalis, si attende che il mondo si mostri a lui razionale e coerente a sua volta, ma  per sua somma sfortuna il mondo ha un funzionamento del tutto diverso – né chiaro, né razionale, né tantomeno logico – e questo frustra le aspettative dell’uomo, facendolo piombare nello stato assurdo.

Zanchi_-_Sisyphus
Antonio Zanchi, Sisyphus (1660-1665 ca.), L’Aja, Mauritshuis

Quella del giovane Camus è dunque una visione del mondo non troppo rosea, percorsa da un’incertezza costante e inesorabile che costringe l’uomo ad assumere una serie potenzialmente illimitata di atteggiamenti di resistenza, ossia di comportamenti assurdi. Gli atteggiamenti sono tanti quanti i personaggi che nel corso della storia li hanno assunti, ma fra tutti quelli che propone all’attenzione del lettore Camus riconosce il prototipo migliore dell’«uomo assurdo» in Sisifo, condannato dagli dèi a ripetere per l’eternità un lavoro vano sul quale si appiattisce tutta quanta la sua esistenza.

«Gli dei avevano condannato Sisifo a far rotolare senza posa un macigno sino alla cima di una montagna, dalla quale la pietra ricadeva per azione del suo stesso peso. Essi avevano pensato, con una certa ragione, che non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza».

Un lavoro assurdo emblema di una vita assurda, dunque.

Ma Camus si rivela sorprendentemente ottimista proprio alla fine del saggio, quando lega all’assurdo il concetto di felicità. Per lui felicità e assurdo non si escludono l’un l’altra; anzi: «sono figli della stessa terra e sono inseparabili». C’è solo un ma, quello di commettere l’errore di credere che «la felicità nasce per forza dalla scoperta assurda» [il corsivo è mio]. All’uomo assurdo, che è l’uomo Libero con la maiuscola, non è preclusa la felicità, però non gli è nemmeno garantita: è una possibilità che egli può realizzare solo se prende consapevolezza che il destino, su cui tante volte si è interrogato, non è altro che «una questione di uomini, che deve essere regolata fra gli uomini». Il destino appartiene all’uomo, è cosa umana; sopra di esso non c’è alcun ordine superiore e in questo sta tutta la sua libertà. Riconoscerlo può permette all’uomo di condurre un’esistenza felice, anche se come Sisifo è punito nel modo più duro dall’insensatezza: «Tutta la silenziosa gioia di Sisifo sta in questo. Il destino gli appartiene, il macigno è cosa sua».

Solamente dopo aver chiarito questo passaggio fondamentale è possibile comprendere il finale del libro, che risponde all’interrogativo sollevato dall’incipit.

«Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli [come Edipo, evocato in precedenza] giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta per riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Il_mito_di_Sisifo

I problemi di comprensione posti oggi da un libro come Il mito di Sisifo sono in gran parte dovuti alla radicale differenza tra il momento storico in cui venne scritto e l’epoca in cui viviamo. Camus pubblicò il saggio nel 1942, ma le tesi che in esso vengono esposte sono figlie di una lunga gestazione. Lo smarrimento che descrisse era ancora troppo civile e — spero che Camus non se la prenderà — “borghese”, del tutto digiuno, quindi, dagli orrori che il ‘900 avrebbe consegnato agli annali della Storia pochi anni a venire. Come giustamente rileva Corrado Rosso nella Prefazione all’edizione che stringo fra le mani (Bompiani, 2011), molto difficilmente l’assurdo di Camus può essere anche il nostro:

«Ad una prima impressione la sensibilità assurda degli anni ’40 a paragone della nostra di oggi sembra quella di una recita di famiglia o, al più, di una rappresentazione filodrammatica. La sconvolgente realtà concentrazionaria in tutta la sua mostruosa ampiezza da Est a Ovest, il rosario dei genocidi, e tante altre atroci assurdità su scala planetaria che si sarebbero prodotte, la stessa bomba atomica, tutto ciò era ben lungi dalla scena o vi entrava appena, malamente percepito, ancora scarsamente credibile. Il saggio di Camus segna un momento importante nella storia della sensibilità assurda, ne offre in qualche modo i prolegomeni, ma si tratta di un assurdo ancora bambino, quasi in culla. Per questo, alla nostra sensibilità disgraziatamente troppo sperimentata il libro di Camus sembra debole: i nostri palati si sono abituati male, hanno bisogno di cibi decisamente più forti».

Non contento di un solo paradosso, Sisifo, o meglio il suo mito nella lettura di certo appassionata che ne fece Camus, è quello di essere stato un libro rivelazione in un’epoca — l’immediato Dopoguerra — in cui la storia aveva di fatto già inficiato le sue premesse e, ancora peggio, reso in gran parte inservibili le sue conclusioni.

Il concetto di malafede nel pensiero di Jean-Paul Sartre

Di Andrea Carria

 

Oggi, cari lettori e care lettrici, torno a parlarvi di Jean-Paul Sartre, e lo faccio prendendo in considerazione il concetto di malafede così come viene esposto nell’Essere e il nulla, opera capitale della variegata produzione filosofica di questo autore.

Con Sartre ci siamo già intrattenuti qualche tempo fa in un articolo sull’esistenzialismo (vedi qui) e abbiamo visto come in lui filosofia e letteratura avessero trovato un modo tutto loro di fondersi e contaminarsi vicendevolmente. Nell’Essere e il nulla (1943), il tema della malafede fa parte di un discorso onto-fenomenologico più ampio che vale la pena di accennare nelle sue linee essenziali. Se avete letto l’articolo precedente, ricorderete che Antoine Roquentin, il protagonista della Nausea, subisce un netto stravolgimento interiore dopo aver inteso che l’esistenza è dappertutto intorno a lui e che, oltre l’hic et nunc che la spiega e la determina, dietro di essa non si cela nessuna istanza metafisica di ordine superiore. Ora, in questo mondo pieno di esistenza, Sartre deve chiarire cosa sia il nulla e in che rapporti stia con l’essere. Infatti, che il nulla partecipi del mondo è dimostrato dal fatto che, sia a livello logico sia a livello linguistico, è sempre possibile formulare delle negazioni, le quali sono a loro volta il prodotto del criticismo (l’atteggiamento più tipico della coscienza), nella misura in cui criticare vuol dire interrogarsi e interrogarsi vuol dire mettersi nella condizione di ricevere, per una data cosa (x), una risposta che può essere positiva (x è) o negativa (x non-è). Dunque, «perché vi siano delle negazioni nel mondo, e perché si possa di conseguenza interrogarci sull’essere, bisogna che il nulla sia dato in qualche modo». E come è dato il nulla? Per Sartre, il nulla non si oppone all’essere come invece avveniva per tante ontologie dualistiche tipo quella hegeliana, ma è una componente complementare dell’essere, proprio come l’ombra lo è per la luce.

«Il nulla, se non è sostenuto dall’essere, svanisce in quanto nulla e noi ricadiamo nell’essere. Il nulla non può essere tale che sulla base dell’essere; se qualcosa come il nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l’essere, né, in senso generale, al di fuori dell’essere, ma nel seno stesso dell’essere, nel suo nocciolo, come un verme».

Ma c’è di più. Il nulla, infatti, è il prodotto dell’attività critica della coscienza nei termini che abbiamo visto sopra; se dunque esso si manifesta nel mondo, ciò avviene grazie all’attività cognitiva dell’uomo, il quale, sottolinea Sartre, «è l’essere per cui il nulla viene al mondo».

jean-paul_sartre_in_venice.jpg

In tutto questo, la malafede si presenta come uno dei modi in cui il nulla si manifesta nel mondo per mezzo dell’intervento umano. In ultima analisi essa è un atteggiamento, ma prima ancora è una particolare operazione mentale dove la coscienza mette in pratica un vero e proprio procedimento di negazione del sé.

Della coscienza, all’inizio del capitolo sulla malafede, Sartre fornisce questa definizione: «un essere per il quale, nel suo essere, c’è coscienza del nulla del suo essere». Ciò che Sartre intende dire rifacendosi a uno dei principi fondamentali della fenomenologia è che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa, ma anche — ed è questo il punto di svolta — che l’oggetto della coscienza non può mai essere la coscienza stessa. Certo, l’autoriflessione esiste ed è possibile, ma anche quando la coscienza si pensa (ossia pensa sé stessa come coscienza), essa non arriva comunque a coincidere con il proprio essere, perché quello che fa in realtà è di accontentarsi di una sua rappresentazione derivata. Cosa se ne deduce? Che nel mondo la coscienza (per-sé nella terminologia sartriana) è l’unica a ritrovarsi in difetto di essere, mentre tutte le altre cose (esistenti, ovvero in-sé), quando si rivelano alla coscienza che le percepisce, lo fanno nella pienezza del proprio essere. La coscienza è dunque lo spazio abitato dal nulla nel quale avvengono tutte quelle riduzioni di essere a non-essere che prendono il nome di nullificazioni. Una di queste è il procedimento che conduce alla malafede, di cui ora, fatte le necessarie premesse, possiamo finalmente parlare.

La malafede è un’esperienza di nullificazione che riguarda l’essere dell’uomo, il quale se ne serve per negare ciò che è. I motivi, facilmente intuibili, rispondono al bisogno di mascherare una verità spiacevole o scomoda, oppure che vorremmo semplicemente diversa. A differenza della menzogna, con la quale è strettamente imparentata, la malafede è una bugia che non si racconta agli altri ma a sé stessi. L’ingannatore e l’ingannato sono pertanto la stessa persona: colui che deve essere convinto del contrario è anche chi possiede una conoscenza perfetta della verità. Tutto ciò ha le sue conseguenze e prima ancora una serie di presupposti indispensabili: fra quest’ultimi troviamo l’unità della coscienza, una caratteristica che pone la teorizzazione psicologica di Sartre come contraria e alternativa alla teoria freudiana, dove, com’è noto, sussiste una netta distinzione fra conscio e inconscio. Ma le differenze sono anche altre. Se infatti in Freud la coscienza subisce gli influssi dell’inconscio quasi come se ubbidisse a una volontà esterna, in Sartre l’unità della psiche fa sì che la coscienza sia l’unica responsabile di ciò che le accade. Ecco perché la coscienza in malafede non è contraria a una conoscenza perfetta della verità: in essa non c’è spazio per il rimosso, dunque ciò che è, se non è di nostro gradimento, va negato.

l'essere e il nulla_sartre

Ma com’è possibile tutto questo? Per Sartre, la malafede non spunta da una pianificazione ragionata, ma è piuttosto «una determinazione spontanea dell’essere», ossia una conseguenza poco o per nulla controllabile come lo sono il sonno o il sogno. Nei suoi meccanismi psichici, essa è poi perfettamente equiparabile a una fede, per cui ciò che si realizza con la malafede è una tipica situazione di credenza.

«Il vero problema della malafede proviene evidentemente dal fatto che la malafede è fede. Essa non può essere né menzogna cinica né evidenza, se evidenza è possesso intuitivo dell’oggetto. Se si chiama credenza l’adesione dell’essere al suo oggetto, quando l’oggetto non è dato o è dato in modo indistinto, la malafede è credenza e il problema essenziale della malafede è un problema di credenza».

È un problema di credenza perché, al pari di una fede positiva, la malafede «decide innanzitutto della natura della verità» (ogni fede pretende di incarnare la verità). Quale? Quella di essere ciò che non si è e di non essere ciò che si è. Accettando il contenuto di questa fede, la “verità” si impone alla coscienza dell’individuo, ma può farlo sempre e soltanto come verità del nulla: non solo perché fuori dalla coscienza la verità oggettiva non ha subito modifiche, ma anche perché, per affermarsi come verità, la verità di malafede ha dovuto nullificare (ossia negare) proprio la verità oggettiva, a essa preesistente per necessità ma che aveva il brutto difetto di essere scomoda.

Una cosa importante da specificare è che Sartre non introduce nessun giudizio morale nelle sue argomentazioni. Negli esempi che reca all’interno dell’Essere e il nulla troviamo persone comuni (un cameriere pienamente calato nel suo ruolo, una donna al primo appuntamento, un omosessuale che si rinnega come tale), così come lo sono i protagonisti di quelle sue storie che si sviluppano sullo sfondo della malafede. Vale la pena di ricordare Il muro (1947), dove in ognuno dei cinque racconti che lo costituiscono troviamo la menzogna e la malafede rappresentate con tinte sempre diverse, oppure opere teatrali come A porte chiuse (1944), particolarmente utile per l’esplorazione del rapporto tra la malafede e il nulla.

mask-75443_1920

Per uno studioso che ha dedicato riflessioni tanto approfondite al problema della menzogna, non è affatto strano che il teatro facesse parte dei suoi interessi e che vi abbia dedicato una parte non secondaria della propria produzione intellettuale. Si tratta di due metodi diversi di indagare lo stesso tema, una caratteristica che Sartre condivideva con altri autori, per esempio Pirandello. Anche Pirandello si interessò a livello teorico dei meccanismi che gli uomini adottano per mascherare la verità riguardo a ciò che sono, la quale rimane nota a loro soltanto. È un’esperienza universale, già vecchia di secoli quando Shakespeare scrisse che ogni uomo e ogni donna è un attore nel grande teatro del mondo. Quello che Sartre vi ha aggiunto di nuovo è il fatto che l’uomo non reciti più per gli altri ma per sé stesso, estendendo il velo della menzogna oltre i limiti che tradizionalmente le venivano riconosciuti.

«Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell’essere umano, è perché la coscienza nasconde nel suo essere un rischio permanente di malafede. E l’origine del rischio è che la coscienza, nel suo essere e contemporaneamente, è ciò che non è, e non è ciò che è».

Se questo argomento vi ha interessato, vi raccomando la lettura del saggio di Enrico Rubetti La malafede e il nulla: figure della falsità e della menzogna nel pensiero di Jean-Paul Sartre, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Il Prato nella collana I Centotalleri, con un’introduzione di Andrea Tagliapietra.

Tra filosofia e letteratura, parte I: l’esistenzialismo nei capolavori di Sartre e Camus

Di Andrea Carria

 

Quando si parla di esistenzialismo – e per fortuna negli ultimi tempi si è tornati a farlo –, ci si riferisce a un insieme di elementi e di attori straordinariamente ampio. Come movimento culturale, infatti, l’esistenzialismo non ha riguardato solo la filosofia, il settore dal quale prese avvio nel corso degli anni Trenta del XX secolo, ma anche la letteratura, la politica, la musica, la moda e perfino il modo di prendere i cocktail nei caffè di Saint-Germain-des-Prés a Parigi.

Come denuncia il suo stesso nome, da un punto di vista filosofico l’esistenzialismo si rivolgeva all’esistenza in generale e all’esistenza umana in particolare: esistenza come fatto, possibilità, modo di essere nei confronti del mondo e con tutto ciò che del mondo fa parte: le cose e gli altri uomini.

Presentandosi fin da subito come una corrente di pensiero plurale, frammentata in un caleidoscopio di interpretazioni e punti di vista (numerosi quanto lo sono stati i suoi esponenti), alcuni storici della filosofia preferiscono parlare di esistenzialismi. A un livello meno tecnico e più generale, c’è poi chi sostiene che l’esistenzialismo sia più che altro un’inclinazione della coscienza e addirittura uno “stato d’animo”, e porta come prova i nomi di parecchi precursori: da Pascal a Kierkegaard, da Dostoevskij a Nietzsche.

Quella a cui ho vagamente accennato è in realtà una questione tanto interessante quanto complessa che non può essere risolta in poche battute; giova tuttavia ricordare in questa sede che l’esistenzialismo è stato un fenomeno squisitamente novecentesco, una filiazione diretta dalla fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938), e che quindi non può essere retrodatato rispetto a quest’ultima. Per un quadro d’insieme dettagliato e al tempo stesso godibile, raccomando la lettura del saggio di Sarah Bakewell Al caffè degli esistenzialisti (Fazi, 2016), uno dei libri più interessanti pubblicati sull’argomento negli ultimi anni.

(编辑连线)(7)国庆面孔(1950-1960)
Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Pechino nel 1955.

Fino a non troppi anni fa i nomi degli autori esistenzialisti facevano parte del bagaglio culturale di ogni persona minimamente informata. I volti di Albert Camus, Simone de BeauvoirJean-Paul Sartre, protagonisti indiscussi della stagione esistenzialista del secondo Dopoguerra, erano noti quasi quanto quelli dei divi del cinema, con i quali, gli stessi Sartre e Beauvoir, la prima coppia aperta a vivere pubblicamente la propria relazione, dividevano le pagine dei rotocalchi degli anni ’50.

Molto più dei volti, oggi sono le loro opere a godere di notorietà. L’essere e il nulla (1943), Critica della ragione dialettica (1960), L’uomo in rivolta (1951), Il secondo sesso (1949), pietre miliari del pensiero libero del secondo Novecento, sono solo alcuni dei titoli della corposa bibliografia di questi tre autori, della quale fanno parte pure romanzi e sceneggiature. Sartre, Camus e Beauvoir, intellettuali a tutto tondo, si cimentarono infatti in ogni genere letterario, e alcuni dei loro romanzi hanno segnato la storia della letteratura, così come quegli stessi saggi che ho menzionato prima lo hanno fatto con la storia della filosofia.

Ora, di romanzi esistenzialisti o di ispirazione esistenzialista ne sono stati scritti tanti (a uno di questi ho dedicato un recente articolo visualizzabile qui), soprattutto in Francia, centro d’irradizione dell’esistenzialismo verso il resto dell’Europa; tuttavia due si stagliano con maggior forza sugli altri, anche per aver costituito, al tempo della loro pubblicazione, una sorta di manifesto della poetica e dell’estetica esistenzialiste: La nausea di Jean-Paul Sartre e Lo straniero di Albert Camus. Vorrei mostrare come questi due libri, tendenzialmente accomunati, siano in realtà molto diversi tra loro, in quanto affrontano la questione del carattere assurdo dell’esistenza (nel gergo esistenzialista si dice assurdo ciò che per l’uomo, nel mondo, «non è riconducibile alla ragione o che contraddice le sue aspettative logiche, ontologiche ed assiologiche»[1]) da due prospettive non sovrapponibili.

La nausea (1938) è il primo romanzo di Sartre, scritto mentre il filosofo si trovava a Le Havre come insegnante. Il protagonista è Antoine Roquentin, dottorando in storia che viene sconvolto dalla verità sul dilemma metafisico dell’esistenza; esistere — scopre — significa semplicemente «essere lì», non c’è una causa più grande alla quale ricondurre il perché delle cose, le quali, per il semplice fatto di esistere, rappresentano la compiuta espressione della contingenza del mondo. Negando ogni dimensione trascendentale, Sartre e il suo alter ego Roquentin concepiscono l’esistenza come una mera accidentalità che nulla è prima, dopo e a prescindere dall’esistere hic et nunc:

«Orbene – annota Roquentin nel suo diario –, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare: è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare».

Albert_Camus
Albert Camus

È questa la nausea: lo sbandamento con cui si prende atto dell’assurdità che vige sul mondo e sulle cose. Roquentin, che lo ha scoperto da poco, si trova come paralizzato e attonito: non avendo mai concepito prima di allora che una radice che si infila nel terreno non è altro che una radice che si infila nel terreno, ossia un esistente nell’atto di esistere che avrebbe potuto anche non esistere (ed ecco che la gratuità dell’esistenza risalta anche in negativo, come possibilità che niente separa dal non esistere se non il fatto stesso di esistere), ogni minima cosa, nel mondo, è capace di stupirlo. Eppure si tratta di uno stupore apatico e inerte, che non lo muove verso nessun obiettivo. Dopo aver scoperto la verità sull’esistenza, Roquentin si vede cosa in un mondo pieno di cose: circondato, preso in mezzo, senza uno scopo che giustifichi il suo agire, che lo differenzi rendendolo qualcosa in più rispetto a quella radice che si infila nel terreno per una combinazione fortuita delle circostanze:

«Sono libero: non mi resta alcuna ragione di vivere, tutte quelle che ho tentato hanno ceduto e non posso più immaginarne altre. Sono ancora abbastanza giovane, ho ancora abbastanza forza per ricominciare. Ma che cosa bisogna ricominciare?».

La libertà, altro tema cardine dell’esistenzialismo, scoperta senza alcun entusiasmo da Roquentin, è al centro del romanzo Lo straniero (1942) di Albert Camus, che lo stesso anno nel saggio Il mito di Sisifo giunse a conclusioni simili a quelle di Sartre per vie del tutto indipendenti (Camus non riconobbe l’assurdo dopo un’indagine metafisica sull’esistenza, ma da un dato empirico quale la distanza incolmabile fra le aspettative dell’uomo e le risposte del mondo). Nello Straniero, Camus sviluppa il tema della libertà fino alle estreme conseguenze, concedendo al protagonista, Meursault, il minimo ingombro intellettuale e la massima libertà d’azione. Sarà tanto libero da arrivare perfino a uccidere, sebbene per sbaglio, compiendo così il più irreparabile dei gesti:

«Dal mare è rimontato un soffio denso e bruciante. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua larghezza per lasciar spiovere fuoco. Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura ed è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato».

typewriter-472850_1920

Straniero a tutto fuorché a sé stesso e alle forti sensazioni grazie alle quali non perde mai contatto col mondo, Meursault rappresenta l’evoluzione dell’homo existentialisticus inaugurata dal Roquentin di Sartre, il quale, con le sue riflessioni, prepara il cammino all’uomo della libertà. Meursault, infatti, è libero, senza soluzione di continuità, dall’inizio alla fine del romanzo, anche durante la detenzione, dove rifiuta il conforto di Dio che il cappellano del carcere cerca di imporgli, e perfino al momento della condanna a morte, quando, ricevendo l’ultima conferma del disinteresse del mondo per il destino degli uomini, viene “rassicurato” sulla giustezza di fondo della sua condotta.

Due eroi esistenzialisti, due storie, due atteggiamenti di fronte al mondo: spero che questo articolo sia servito a chiarire un aspetto che passa sempre in secondo piano quando ci si riferisce alla Nausea e allo Straniero come ai due romanzi dell’esistenzialismo francese per antonomasia. In realtà essi sono molto diversi l’uno dall’altro perché descrivono due momenti differenti dell’esperienza esistenzialista: la scoperta dell’assurdo, il primo; le conseguenze dell’assurdo, il secondo, dove compare il vero eroe esistenzialista (o almeno quello che gli stessi esistenzialisti consideravano come tale): il distaccato, il disinteressato, l’indifferente, il perturbatore delle coscienze borghesi, ma che è e rimane soprattutto l’uomo dell’agire.

Non credo si tratti di una distinzione banale, questa, anche perché i libri hanno il brutto vizio di dialogare fra loro, spesso proprio quando non ce ne accorgiamo, e se il dialogo non viene disciplinato con un’analisi che scenda un po’ più nel dettaglio, il rischio è di rimanere come Roquentin a specchiarsi per troppo tempo sulla superficie delle cose:

«Ciascuno ha la sua piccola fissazione personale che gli impedisce di accorgersi che esiste; non ce n’è uno che non si creda indispensabile a qualcuno o a qualcosa».

 

 

 

[1] N. Abbagnano, G. Fornero, Dizionario di filosofia, 1998.