Frammenti sparsi di un’adolescenza negata: “Buio” di Anna Kańtoch

Di Andrea Carria

Quando ho letto la quarta di copertina di Buio, romanzo di Anna Kańtoch pubblicato recentemente da Carbonio Editore (collana “Cielo Stellato“, traduzione di Francesco Annicchiarico), ho subito capito che questo libro aveva qualcosa da dirmi. E così è stato. Lo chiarisco subito: il romanzo mi è piaciuto molto, tuttavia non sono sicuro di aver compreso tutto di esso né penso che l’autrice intendesse spianare la strada al lettore. A mio parere, ha preso comunque la decisione più giusta. Chi comincia a leggere Buio deve prima liberarsi di quello che crede di sapere o di aver intuito del libro, e seguire silenziosamente Anna Kańtoch nei suoi percorsi narrativi: tanto – vi dico anche questo – non riuscireste comunque ad anticiparla.

Buio è un romanzo inclassificabile, specializzato nel rimescolare le carte e intersecare i piani di lettura. La protagonista è una giovane donna che, una volta uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era ricoverata, viene ospitata a casa del fratello, facoltoso uomo d’affari, a Varsavia. Non avendo altre possibilità, la donna si fa andare bene quella sistemazione, sforzandosi di farsi vedere per quello che gli altri si attendono che sia. Così, mentre all’esterno cerca di dimostrare l’equilibrio ritrovato apparendo tranquilla e controllata, all’interno baluginii di un’antica inquietudine tornano minacciosamente a farsi strada attraverso la memoria. L’incontro con una sensitiva durante una seduta spiritica le fornirà la chiave per tornare indietro, fino alla sua infanzia.

Il ritorno della protagonista all’infanzia coincide con un luogo fisico ben preciso: Buio. Il posto dove tutto ebbe inizio e, in un certo senso, finì. Buio, la dimora in campagna di proprietà del padre della protagonista, dove la famiglia trascorreva l’estate tra giochi all’aria aperta e ipocriti ménage altoborghesi. Buio, dove la giovane e bella attrice di teatro, Jadwiga Rathe, trovò la morte e una bambina sul punto di diventare una donna rimase incastrata in fatti troppo più grandi di lei. È con quella preadolescente sensibile e schiva che la protagonista deve riallacciare i contatti, ma purtroppo la chiave che la sensitiva le ha fornito non era accompagnata da nessuna istruzione per l’uso. Tutto quello che riuscirà a scoprire dovrà rischiarlo in prima persona un passo dopo l’altro, dosando coraggio, intraprendenza e istinto.

Come ogni lettore auspica, Anna Kańtoch onora le aspettative del proprio pubblico con l’originalità che ci si aspetta da un libro come il suo, mettendo a punto una storia conturbante, raffinata e magica. Il mistero che avvolge la morte di Jadwiga è minuziosamente custodito dall’autrice, la quale arruola ogni elemento a sua disposizione per infittirlo. Kańtoch è molto brava nell’esercizio della suspense. La ginnastica a cui sottopone la tensione narrativa – caratterizzata da piccole rivelazioni subito camuffate o smentite – è vivace e intelligente durante tutto il libro; non si attarda in digressioni fine a loro stesse e rimane propedeutica allo svolgimento fino alla conclusione. I continui andirivieni nel tempo conferiscono dinamicità al romanzo, il quale non conosce tempi morti né ridondanze. In tutto questo, Anna Kańtoch riesce comunque a portare il discorso sempre dove vuole e come vuole, dando molto spazio ai flashback e ai ricordi, nonché a tutti i sottintesi narrativi che concernono ambedue.

Sfumature e sottintesi sono le tessere del mosaico che Anna Kańtoch sfida i lettori di Buio a ricomporre. Come ho detto in apertura, non sono sicuro di aver decodificato per intero questo romanzo, il quale si apre a molteplici chiavi di lettura. Ogni buon libro si presta a interpretazioni diverse fra loro, ma nel caso di Buio l’autrice si è divertita moltissimo a ricamare sull’indeterminatezza e sul dubbio. Dubbio prontamente assistito dalla protagonista stessa, la quale, in quanto ex paziente di una clinica psichiatrica, si fa portavoce di un punto di vista verso cui il lettore è subito autorizzato a diffidare. Quasi del tutto privo di appigli sicuri, più che incoraggiato, quest’ultimo si ritrova obbligato a interpretare dopo poche pagine, cercando in primo luogo di orientarsi tra il fitto gioco di rimandi inter- e paratestuali che l’autrice fa cominciare fin dal titolo. A tratti la scrittura di Anna Kańtoch si fa evocativa, in altri momenti diventa simbolica, in altri ancora ermetica. Non penso che da parte dell’autrice prevalga la volontà di rendersi imperscrutabile, quanto l’impossibilità – all’opposto – di essere più precisa e circostanziata di quello che è nelle condizioni di poter fare o mostrare. Da qui il gran numero di letture possibili, e tutte plausibili.

La mancanza di spiegazioni da parte di Anna Kańtoch non deve essere scambiata per quella reticenza che, come mero vezzo estetico, si insinua nelle opere di molti autori contemporanei; al contrario, la sua è la dimostrazione del raggiungimento di un limite gnoseologico e linguistico oltre il quale la ragione non può spingersi e la fantasia da sola non può reggersi. Kańtoch quel limite lo oltrepassa rare volte (e non senza timore) cercando alleati nel mondo dell’infanzia e del folklore. Nel romanzo il superamento di tale limite è chiaramente rappresentato dalla foresta – terreno di gioco dell’infanzia nonché luogo di apparizioni ed epifanie –, sul limitare della quale, come a guardia di un confine sacro e misterico, sorge la dimora di famiglia, simbolo della prosaicità borghese e di tutte le sue istanze omologatrici e razionalizzanti, tra cui, parafrasando Michel Foucault, quella clinicalizzazione di cui la protagonista conosce bene gli effetti.

In certi particolari relativi all’infanzia, Buio mi ha ricordato Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson, un romanzo altrettanto ricco di sottintesi e che sono sempre tentato di rileggere. Anna Kańtoch è più distante dall’horror e dai fantasmi della mente rispetto a Jackson e più vicina invece al folklore, alla magia e all’esoterismo, eppure questa differenza tra le due si annulla nella grande capacità che hanno entrambe di raccontare le sfumature del mondo attraverso gli occhi dei preadolescenti, i quali vivono le turbolenze innescate dagli adulti con un fervore immaginativo che strizza gli occhi alle tenebre.

Queste sono alcune delle conclusioni a cui sono giunto io dopo la lettura di Buio. Ci sono anche numerosi elementi fantasy e un intrigante subplot LGBTQ di cui non ho avuto modo di dire, per cui non pretendo che quanto ho scritto in questa recensione sia completo; vista la sua profondità, mi basterebbe se fosse plausibile.

Un’opera come Buio ha molto da svelare e ogni lettore, sulla scorta della propria sensibilità e delle proprie esperienze, è destinato a ricostruirlo in tanti modi, tutti diversi. Il mio consiglio è di non fermarsi alla prima lettura; l’editoria corre veloce, i libri che arrivano oggi in libreria appartengono già a ieri e dedicarsi a una ri-lettura è l’esperienza meno consigliata da chiunque, blog letterari compresi. Nemmeno un libro che mette in discussione il concetto stesso dello scorrere del tempo come Buio può permettersi di sottrarsi a questa regola. A questo romanzo e alla sua sorprendente autrice – che grazie alla casa editrice mi auguro di poter presto intervistare – non resta che sperare che la platea ideale alla quale si rivolgono (quella dei degustatori di libri, dei lettori outsider, dei boicottatori dell’editoria mainstream) continui a praticare l’unico sport in cui, finora, ha saputo distinguersi: lo snobismo delle mode letterarie, delle classifiche e dell’editoria ultracommerciale.

Le streghe, prima di Harry Potter, erano quelle di Roald Dahl

Di Gian Luca Nicoletta

C’è stato un tempo in cui le streghe ci facevano paura, eccome!
Le streghe, prima dell’avvento di Harry Potter, erano entità malefiche che odiavano i bambini. Le streghe, prima di Harry Potter, erano le streghe di Roald Dahl.

Proprio di questo racconto desidero parlarvi oggi, e l’occasione mi è stata fornita dalla recente uscita di una nuova versione dell’omonimo film che vede protagoniste Anne Hathaway e Octavia Spencer, dirette da Robert Zemeckis. Una prima, eccellente, trasposozione cinematografica fu quella del 1990 con Anjelica Houston nel ruolo della perfida Strega Suprema.
Le Streghe, pubblicato in inglese per la prima volta nel 1983 e uscito in Italia nell’87 (collana Gl’istrici della Salani), rappresenta una delle opere più iconiche di Roald Dahl, assieme al GGG e alla Fabbrica di cioccolato.

Grazie alla sua lingua piana e nitida perfetta per i giovani lettori, priva di sbavature quasi come un dipinto neoclassico, ricordo ancora oggi come le immagini descritte da Dahl si fossero immediatamente piantate nella mia fantasia, e soprattutto quale fosse il grande avvertimento contenuto all’interno di quelle pagine: «Una VERA STREGA odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso, da non poterselo immaginare».
Io mi sentivo a un tempo attratto e terrorizzato da queste figure misteriose ma dall’aspetto così comune da rasentare la banalità.

Le streghe, così ci viene detto, vivono in mezzo a noi sparpagliate ovunque sulla Terra. Hanno un loro codice d’abbigliamento, del tutto opposto a quello delle favole, niente cappelli a punta o scope volanti; le possiamo incontrare a passeggio in un parco pubblico oppure al supermercato, potrebbero addirittura essere le nostre vicine di casa! Per riconoscere una strega serve una vista acuta, un’attenzione speciale per i particolari e, come nel caso della Nonna, un fiuto molto raffinato che solo alcuni posseggono.
Data questa descrizione, l’immaginario di Roald Dahl discende dal mondo del fantastico e si cala, con adesione sorprendente, nella nostra realtà quotidiana rendendo l’innocuo inquietantemente sinistro.

Anne Hathaway (a sinistra) e Anjelica Houston (a destra) rispettivamente nel 2020 e nel 1990 nel ruolo della Strega Suprema

Ma come succede in tutte le favole contemporanee, il protagonista privo di poteri magici ha sempre dalla sua delle armi molto potenti: il proprio intelletto e un alleato fidato. Nel nostro caso, il giovanissimo protagonista del racconto può fare affidamento sull’instancabile Nonna che, con la sua saggezza e tempra insospettabili dietro a un aspetto docile e rassicurante, studia un ingegnoso stratagemma per poter rivoltare contro le perfide streghe il loro piano. Dall’esito positivo di questa sfida, metafora del superamento delle nostre paure senza dover rinunciare all’aiuto che ci viene dai nostri cari, Roald Dahl costruisce l’impalcatura per mostrare a tutti i bambini (e agli adulti) almeno due messaggi fondamentali: il primo è un messaggio d’amore, un prezioso insegnamento volto a farci andare oltre l’aspetto fisico delle persone per privilegiare quello che esse sono nell’animo, molto spesso nobile; il secondo è un messaggio di speranza, poiché non importa quanto grande sia la paura che ci attanaglia, in un modo o nell’altro saremo in grado di capovolgere la situazione e di trasformare l’orrido in buffo, il grande in piccolo.

Rileggere Le Streghe di Roald Dahl può essere un’eccellente occasione per ricominciare ad apprezzare la letteratura per l’infanzia. Attraverso una lente molto diversa da quella che siamo soliti utilizzare per analizzare e interpretare il mondo, possiamo riscoprire la bellezza della semplicità, l’importanza delle prime impressioni e, cosa non di poco conto, riscoprire un paradigma valoriale ed etico infinitamente prezioso, specialmente di questi tempi.