La letteratura è una paladina della giustizia o un freddo sicario? La parola a Walter Siti che va “Contro l’impegno”

Di Gian Luca Nicoletta

Da qualche mese è uscito nelle librerie, per Rizzoli, un interessante saggio di Walter Siti e dal titolo già di per sé emblematico: Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura. Un testo critico (sia nel senso del suo valore che nell’operazione che porta avanti) per chiunque abbia desiderio di provare a cambiare la prospettiva con cui osserva il mondo.
L’aspetto maggiormente privilegiato è, si capisce, quello letterario. A una chiara esposizione dei fatti, Siti intreccia ricche osservazioni personali e tecniche che mostrano in maniera netta come il mestiere del critico letterario (miseramente sulla via dell’estinzione) sia ancora assai prezioso per la comprensione del mondo che viviamo.

Il mondo di oggi viene descritto per quel che è: un luogo popolato da grandi masse che di volta in volta si identificano nel popolo del “politicamente corretto” o del “partito politico” o degli “utenti Facebook” e così via. Gli scrittori e le scrittrici, così come chi legge, non sfuggono a questa categorizzazione e anzi, nell’affermare la propria autonomia autoriale, non fanno che stare al gioco delle grandi masse. In questa maniera le opere di letteratura si mescolano al giornalismo d’inchiesta e il giornalismo si lascia contaminare sempre più da strutture narrative e fraseologiche tipiche della narrativa; i dibattiti in televisione diventano l’unico luogo nel quale formarsi un’idea e chi vi sta dentro, per poter affermare la propria figura intellettuale, viene presentato come il massimo esperto di qualunque cosa («Ormai l’etichetta “giornalista e scrittore” non si nega a nessuno», scrive).

Crediti dell'immagine: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Ma qual è l’obiettivo di un testo di questa natura? Di saggi e pamphlet aspramente critici contro l’utilizzo che facciamo della letteratura siamo pieni e ne abbiamo di esempi illustri (possiamo trovarne un valido antecedente nel discorso che tenne Eugenio Montale il 12 dicembre del 1975 per l’assegnazione del Nobel per la Letteratura), tuttavia quel che è importante dire, a mio modesto parere, è che questi testi o quantomeno la loro missione debbono ricevere un aggiornamento: essere rielaborati e riadattati per i tempi che stiamo vivendo, in modo da rinnovare la presa che esercitano sulle nostre menti.

A che pro scrivere di Michela Murgia o di Roberto Saviano se questi, all’apice delle loro carriere, riescono ad attrarre grandi masse di lettori e lettrici? Semplice, risponde Siti: occorre scrivere di loro e criticare il loro lavoro se, nelle opere che producono, la minoranza che un tempo difendevano si è trasformata in una maggioranza schiacciante, dimenticando l’inversione dei ruoli.

Che cosa significa? Significa che compito di un letterato non è solo quello di dar voce a chi non ne ha, ma dare voci a tutti coloro che, per un motivo o per un altro, vengono nascosti. Buoni e cattivi, ricchi e poveri, deboli e potenti.

Non si deve aver paura di cambiare bandiera, ma anzi: chi fa letteratura è eminentemente libero da qualsiasi bandiera. Un soldato incivile, senza legge e senza dio, che setaccia l’animo umano non alla ricerca di qualcosa che è socialmente aberrante o intimamente onorevole, no. Deve ricercare tutto quello che, molto semplicemente, non va. Trovare l’ossimoro, la contraddizione che ci caratterizza in quanto esseri umani e farla emergere nella sua splendente oscurità.

Per concludere, Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura rappresenta un altro bel regalo che Walter Siti ha fatto a tutti noi. Un sano ritorno a una letteratura che scuote le menti di chi legge non solo per far prendere atto di una situazione di fatto, ma per far nascere una riflessione profonda, scattare quel meccanismo critico – colpevolmente abbandonato da molti di noi oggigiorno – che ci fa ragionare prima di prendere una qualsiasi posizione su un tema. Anche questa è una lettura vivamente consigliata, utile per svegliarci un po’!

Crediti della prima immagine nel testo: Walter Siti © Gabriella Corrado / LUZ

Come un rombo che ci sveglia: torna Roma con le parole di Tommaso Giagni

Di Gian Luca Nicoletta

Con grandissimo piacere vi presento, nell’articolo di oggi, un’intervista fatta a Tommaso Giagni, già autore dei romanzi L’estraneo e Prima di perderti cui abbiamo dedicato spazio negli anni passati.

Da qualche settimana è tornato nelle librerie con la sua ultima fatica letteraria, I tuoni, un romanzo forte, che si impone a chi lo legge con la sua cruda semplicità stilistica che, allo stesso tempo, apre a profonde riflessioni e a torsioni di stomaco degne solo delle migliori opere della narrativa contemporanea.

Anche questo romanzo è ambientato a Roma e anche questa volta Giagni ci presenta una città ferita ma allo stesso tempo fiera, madre e matrigna, capace di sorprenderci con i suoi scorsi paesaggistici che rivelano le anime torbide e splendenti di chi li popola.

GIAN LUCA NICOLETTA: Cominciamo con una domanda facile: in questo tuo nuovo romanzo, I tuoni, ritornano in maniera dominante la Roma Capitale (che da sola può ambire a un vero e proprio ruolo di coprotagonista) e i corpi. Corpi nella loro solidità, nella loro potente carica fisica. Come spieghi questo collegamento?

TOMMASO GIAGNI: Mica tanto facile… Direi che Roma e il corpo, nel romanzo, sono oggetto di uno stesso processo: la scoperta delle possibilità e delle complessità. Riguardo Roma: ho cercato di mostrare la città nella sua interezza, nelle sue sfumature che dai margini arrivano al centro. Riguardo il corpo: di sicuro questa scoperta tocca Manuel, che l’ha sempre tenuto a bada; in parte tocca anche Flaviano, Donatella e Abdou: i primi per la disinvoltura che col corpo hanno, l’altro perché ci ha subìto ferite serie. 

Mettiamo da una parte Manuel e Abdoulaye e, dall’altro, Flaviano e Donatella. I primi due incarnano gli emigrati che osservano gli abitanti di Roma ma che, seppur spaventati, desiderano integrarsi. I secondi, al contrario, sono gli abitanti che subiscono questa immigrazione. Flaviano trova la sua dimensione entrando in simbiosi con Manuel e Abdoulaye, mentre Donatella proviene da una famiglia che si considera spodestata dal proprio quartiere. Ci stai dicendo che l’identità di Roma – dell’Italia – è diventata più sfaccettata o forse vuoi denunciare che quell’identità l’abbiamo perduta?

L’identità è qualcosa di sfaccettatissimo e in continua trasformazione. Ma qui la migrazione e la questione etnica pesano molto meno della questione sociale. Le differenze fra i tre ragazzi (Donatella è un altro conto), che ci sono e sono importanti, si riflettono nella tripartizione del Quartiere: il Rettangolo di case popolari di Flaviano, la Spina di ex negozi occupati di Manuel e la Grotta di ex cantine e garage occupati di Abdou. Eppure, i tre sono dalla stessa parte della barricata.

In questo romanzo ci sono molti elementi del testo che si collegano al tuo libro d’esordio, L’estraneo, attraverso citazioni, sdoppiamenti e fusioni. La citazione dell’omaggio a Luciano Liboni (rispettivamente alle pagine 97 dell’Estraneo e 120 dei Tuoni), lo sdoppiamento del protagonista in Manuel e Abdoulaye, la fusione di Marianna e Alba in Donatella, e si potrebbe andare avanti. I tuoni rappresenta il seguito ideale dell’Estraneo, forse una sua integrazione, o cosa?

Di sicuro, oltre al gioco con Liboni, ci sono degli elementi profondi che ricorrono. Direi che questo libro è figlio dei dieci anni trascorsi da quando scrissi L’estraneo (allora: 2008-2012, qui 2018-2021): per me come persona e come autore, e per la società. La crisi e l’impoverimento, la nuova dialettica tra quartieri di relegazione e quartieri dei centri commerciali. Un salto in avanti, che naturalmente dialoga con il mio percorso.

In questo libro, come nell’altra tua opera Prima di perderti, dedichi ampio spazio nell’investigare i rapporti padre-figlio dove spesso il primo sovrasta il secondo in maniera più o meno evidente, più o meno aggressiva. Ritieni che si tratti di un tema centrale da evidenziare socialmente o si tratta di un corollario all’esperienza che vivono i tuoi protagonisti?

Il rapporto tra padri e figli, più che essere un mio tema, è un tema della società umana. Un nodo cruciale, che nei Tuoni si manifesta nel conflitto che costruisce l’identità (ovviamente Manuel) ma anche nella cura (se pensiamo alla dolcezza di Flaviano col padre).

Gli elementi naturali che emergono dal romanzo sono tre: i tuoni, appunto, l’acqua e il fuoco. Sia Manuel che Abdoulaye hanno esperienze dirette e drammatiche con tutti e tre, mentre Flaviano che pure vive e condivide le esperienze con i suoi amici, ne resta irrimediabilmente fuori. Perché questo scarto? Perché questi tre amici, alla fine, non possono essere considerati come un trio omogeneo?

Omogeneo no, ma il trio è sorprendentemente unito – dalla stessa parte, ripeto. Poi, ognuno ha le proprie specificità e per affinità ed esperienze i legami non sono in perfetto equilibrio, come sempre all’interno di un gruppo di amici. Aggiungerei la terra, agli elementi che individui: Donatella che dalla terra sembra venire e che odora di grano.

Gli ultimi due capitoli del romanzo si svolgono in ambientazioni dal tono quasi epico. Inutile dire che alcuni fatti danno a chi legge una profonda soddisfazione emotiva che ci fa esclamare “se l’è meritato!” ma questa soddisfazione apre a una riflessione più grande e che ci porta alla conclusione di questa intervista: nel mondo del Quartiere, della Roma abbandonata e sfregiata ma pur tuttavia fiera, è più importante la giustizia o la vendetta?

I due capitoli finali sono l’anima di questo romanzo, al lettore chiedo la pazienza di arrivare in fondo. Sto ricevendo reazioni molto diverse a quelle pagine, mi interessa che per te prevalga la soddisfazione. Per risponderti: diciamo che con la giustizia non ci sarebbe bisogno di vendetta – che resta per me un gesto pieno di fascino.

I tuoni, di Tommaso Giagni, è pubblicato da Ponte alle Grazie e lo potrete trovare in forma cartacea e in ebook.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte V: Camilleri, “La fine della missione” e “I duellanti”

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi chiudiamo la prima parte della nostra rassegna siciliana (ai seguenti link potrete trovare gli altri articoli: #1 #2 #3 #4). Per farlo, vi parlerò degli ultimi due racconti che compongono Le storie di Vigàta e con le quali Camilleri, idealmente, ci porta dal periodo fascista del primo racconto alla caduta del muro di Berlino dell’ultimo.
Nel primo testo intitolato La fine della missione, il penultimo di questa serie dedicata a Vigàta, i protagonisti sono due: uno fisico, Totino Mascarà, e uno astratto, il fascismo domestico.

La storia di Totino viene brevemente riassunta nelle prime pagine del racconto: orfano di entrambi i genitori, viene cresciuto da una coppia di zii che, alla loro morte, gli lasciano tutta la loro fortuna. Totino nel frattempo studia e diventa avvocato, il più bravo di Vigàta, che ha clienti fino a Palermo. Il protagonista sembra avere tutte le virtù del mondo a eccezione di una: «non s’addecideva a farsi zito», in altre parole non aveva intenzione di sposarsi.
Il secondo protagonista invece riguarda la penetrazione dell’egemonia fascista in ogni ambito della vita pubblica e privata dei cittadini. Ovverosia il controllo totale (tipico, appunto, dei totalitarismi) di tutto il percorso di vita di ogni singola persona “dalla culla alla tomba”.

Nel caso che ci interessa l’ingerenza della dittatura riguarda l’obbligo, presentato come solenne contributo alla Patria, per le coppie sposate di dare molti figli allo Stato. La mancanza di questi non è assolutamente vista di buon occhio, tanto che alcuni personaggi condividono con le loro consorti la frustrazione per non poter accedere ad avanzamenti di carriera proprio perché avere dei figli rappresenta un requisito essenziale.

“«[Il capo di gabinetto] mi fici sapiri che la so ‘ntenzioni era quella di promuovermi al posto di Pascutto, ma che non lo potiva fari».
«Pirchì?».
«Pirchì le disposizioni del partito fascista ordinano che, nelle graduatorie, il maritato senza figli devi essiri mittuto pinultimo».
«E l’ultimo chi è?».
«U’ celibi…»”

Da questa grave ingerenza nelle vite private, gli onesti abitanti di Vigàta cercano di uscirne nel modo per loro più conveniente. Tra le mogli, che a differenza dei loro sposi vivono concretamente il paese poiché, stando a casa tutto il giorno, creano e tessono il vero tessuto sociale della comunità, gira in gran segreto una voce nei riguardi di un miracoloso metodo che permette anche alle donne più sfortunate di rimanere incinte. Per descrivere questo metodo, Camilleri ricorre in maniera comica alla metafora assai allusiva del fucile da caccia: quando l’arma non spara, bisogna procurarsene un’altra che funzioni a dovere. E se nella coppia il cacciatore ha un fucile fuori uso, vien’ da sé che bisogna affidarsi a un altro cacciatore che abbia a disposizione tutte le cartucce.

In questo modo, tra la sala da pranzo e la sagrestia, le pie donne di Vigàta si adoperano affinché i loro mariti ricevano le giuste soddisfazioni dalla vita: chi una promozione, chi un erede e così via.
Ma il giovane Totino Mascarà, col suo bel lavoro da avvocato e la sua presidenza dell’associazione cattolica degli uomini di Vigàta, che ruolo ricopre in questa società segreta tutta al femminile?

Il secondo e ultimo racconto, dal titolo I duellanti, invece ci porta sulle spiagge assolate di Vigàta. I protagonisti, anche stavolta, sono due: Cecè e Michele. Il primo è un ingenuo giovanotto che per vivere fa il muratore d’inverno e il gelataio d’estate, sposatosi in tutta fretta a una donna che lo tradiva; mentre il secondo è… l’amante della moglie di Cecè!
I due si avvicendano sulle spiagge del paese perché, dopo essere stato consigliato dalla moglie di Cecè, anche Michele inizia a vendere gelati nel periodo della stagione estiva, rigorosamente dal primo giorno di giugno all’ultimo di agosto.

Cecè per parte sua, uomo modesto ma col senso dell’onore, non vuole innanzitutto essere sconfitto, anche dal punto di vista lavorativo, dall’uomo che lo ha reso lo zimbello del paese, e poi non vuole vedere scemare i propri guadagni dividendo con un altro venditore la platea di clienti.
Fra i due nasce un vero e proprio duello che vede messe a confronti le menti dei due sfidanti, ognuno preso anima e corpo dal tentativo di inventare la soluzione migliore per attirare il maggior numero di clienti: gelati con la sorpresa, gelati in abbonamento, gelati multipli, gelati per i padri, per le madri, per le famiglie piccole e grandi, gelati estratti a sorte, coi numeri della tombola… insomma, le provano davvero di tutti i colori tanto che, in una delle cabine dello stabilimento Nettuno viene imbastita una piccola sala scommesse.
Come conseguenza delle molte altre strategie che i duellanti usano per sconfiggere l’avversario, si arriva perfino a scomodare il podestà di Vigàta che, preso dalla disperazione, accetta il folle tentativo di organizzare una giuria popolare, composta di cento persone, che dovrà giudicare in tutta sincerità qual è il gelato più buono fra i due e decretare in questo modo e per sempre il vero vincitore.

In un passaggio davvero ben fatto, Camilleri ci mette davanti alle estreme conseguenze, davvero tragicomiche, delle procedure che la Pubblica Amministrazione mette in atto per assicurare la correttezza del giudizio che sarebbe avvenuto il quindici settembre, l’ultimo giorno della stagione balneare (prorogata a causa del grande caldo):

«Usanno le guardie comunali, il potestà avvirtì a tutti e cento che si dovivano apprisintari il quattordici sira, alle setti e mezza, al cinema tiatro “Splendor”. L’assenti sarebbiro stati esclusi dalla giuria. Dintra allo “Splendor” avrebbiro mangiato (cena offerta dal comune) e dormuto nelle pultrune della platea che erano commode. Sarebbi stato proiettati, a gratis, un film di Tarzan. L’indomani a matino la giuria sarebbi nisciuta alle dieci dallo “Splendor” scortata dalle guardie comunali per evitare scappatine nei bar lungo il percorso. […] La giuria fu assistimata davanti al “Nettuno”. La banna minucipali vinni disposta di lato. Il pubblico si shcierò davanti alle gabine e le guardie comunali faticaro a lassari ‘no spazio per i tricicli di Cecè e Micheli. All’unnici spaccate la banna attaccò “Giovinezza, giovinezza”, l’inno fascista, che fu cantato da tutti ‘n coro. Alla fine, il podestà detti il via al duello finali.»

Il risultato del duello, ovviamente, lo saprete solo leggendo questo imperdibile racconto. Vi basterà però sapere che, nonostante il risultato, Cecè e Michele hanno continuano a sfidarsi ben oltre il periodo fascista, fino a raggiungere, in età anziana, un delicato equilibrio fra il rispetto per l’avversario e la rivalità ardente.

Classe operaia e innovazione letteraria: “Tre Vite” di Gertrude Stein

Di Gian Luca Nicoletta

Prima di diventare una grande intenditrice di opere letterarie e non, consolatrice e motivatrice di alcuni fra i più importanti autori del 1900 nonché loro fedele consigliera, Gertrude Stein ha affrontato il difficile percorso di chi decide di confrontarsi con la scrittura.
La raccolta di cui vi parlo nell’articolo di oggi si intitola Tre Vite ed è la sua opera prima.

Questi tre racconti furono pubblicati in volume per la prima volta nel 1909 e ciò segna l’ingresso di Stein nel mondo della scrittura. All’epoca Gertrude si trovava già a Parigi e dal suo appartamento respirava tutta la vitalità, il tumulto e l’energia del periodo d’oro dell’ultima grande capitale culturale europea: Picasso, Matisse, Hemingway, Joyce, Modigliani e Jeanne Hébuterne, ma anche (più tardi) i coniugi Fitzgerald, Peggy Guggenheim e tanti altri e altre ancora passarono da lì.

Nella temperie eclettica ed elettrica all’interno della quale stava Gertrude, il suo sguardo era comunque rivolto alla letteratura statunitense e l’obiettivo di quello sguardo era la working class: lo strato sociale più produttivo di un popolo che andava pian piano illudendosi di essere onnipotente ma che, per la prima volta, avrebbe fatto una dolorosa esperienza della sua mortalità nel 1929.

Tre Vite infatti è proprio uno sguardo su questo mondo, non privo di una prospettiva inedita e – cosa da non sottovalutare – di genere. Vengono raccontate tre vite di donne, donne lavoratrici, donne che nei bei salotti cittadini entrano solo per rassettarli prima che le padrone di casa facciano accomodare i loro ospiti.

La società raccontata da Stein è completamente diversa dalla quella europea, per svariati motivi. Quello emblematico, ovvio ma non scontato, è il fatto che la borghesia statunitense sia del tutto priva di un ceto a essa superiore: è l’apice. In Europa, al contrario, sopra alla classe borghese è da sempre rappresentata la classe nobiliare e, fra le due, quella creatura mitologica definita come “alta borghesia”: sono sempre borghesi, ma più ricchi; frequentano i nobili, ma non lo sono. È una delle classi sociali descritte da Irène Némirovsky in Suite francese, è quella arrivista e smaniosa di controllo e denaro raffigurata da Henry James nel suo Ritratto di signora attraverso i personaggi di Gilbert Osmond e Madame Merle.
Con Stein, invece, ci concentriamo su un ceto che potremmo definire più modesto: giovani medici promettenti, attempate signore che vivono di una piccola ma sufficiente rendita. Il punto di vista, però, è quello delle loro servitrici. Simbolo di questa prospettiva è La buona Anna, protagonista del primo racconto.

Gertrude Stein in un celebre dipinto di Pablo Picasso

Il ritratto che emerge da questi spaccati di vita quotidiana è quello di una classe sociale che biasima chi non lavora: gente senza alcuna tempra, smidollata, incapace di mettere da parte qualche soldo o di organizzare un seppur semplice pasto col poco (sempre poco) che richiede. I veri lavoratori – questo emerge – sono poi gli immigrati e coloro che vivono in situazioni economiche sfavorevoli. Protagoniste di questi racconti sono dunque le comunità tedesche di emigrati negli Stati Uniti, oppure quelle di colore.

Lo stile che Stein ha utilizzato per raccontare le sue storie, infine, merita una menzione a parte. All’inizio del XX secolo era più che mai dominante, in tutte le arti, il desiderio profondo di rompere col passato, di sfondare un muro di tradizioni che nel corso del secolo precedente avevano dettato il vademecum della perfetta società positivista.
Le nuove opere che vengono scritte e pubblicate in questo periodo dunque sono dei veri e propri attentati al potere (letterario) costituito e Stein non si tira indietro: da una parte lascia molto spazio, all’interno della narrazione, alle rilevazioni di carattere sociologico e psicologico; ma dall’altro applica anche una struttura sintattica che soppianta del tutto le lunghe narrazioni, allo stesso tempo non sposando le correnti nate in quello stesso periodo e che, per esempio, faranno la fortuna di personaggi del calibro di Joyce e Woolf.

La sua è una scrittura piuttosto essenziale, a tratti telegrafica, e che punta molto del suo effetto su un uso ossessivo della reiterazione: le stesse coppie di nomi e cognomi, caratterizzazioni psicologiche che, a furia di essere ripetute quattro, cinque volte in una sola pagina, rappresentano un vero e proprio epiteto del personaggio cui fanno riferimento.
Una struttura del genere ha sicuramente un suo valore innovativo, tuttavia sacrifica molto delle aspettative legittime di chi legge: la narrazione ne risente in termini di eventi in grado di far progredire la trama, prolungando l’attesa della svolta sino a far perdere le speranze e dare una parvenza di annacquamento del testo.

Un’opera del genere merita di essere letta, anche più volte per poter dare a tutte le sue caratteristiche il tempo di dispiegarsi nella mente di chi legge. Dalla sua angolazione e specialmente dal suo modo di applicare questa angolazione sul mondo, noi siamo in grado di capire un po’ di più un altro aspetto della società multiforme nella quale viviamo e che, nonostante i mille avvenimenti che si sono succeduti nel corso degli anni, è nostra diretta genitrice.

Partire dal noto per affrontare l’ignoto: “I doni della vita” di Irène Némirovsky

Di Gian Luca Nicoletta

Con gran piacere inauguro la stagione 2021 del nostro blog con il duecentesimo articolo, un altro piccolo grande traguardo della nostra avventura.
Per farlo mi affido alle parole di un’autrice che stimo molto e che, come ho scritto in altre occasioni, merita una continua riscoperta da parte del grande pubblico: sto parlando di Irène Némirovsky e dell’opera che oggi vi presento, I doni della vita.

Nell’edizione che ho io, Adelphi 2012, questo romanzo viene presentato come “una prova generale” di Suite francese poiché i due romanzi furono scritti contemporaneamente. Infatti questi due testi dialogano attraverso rappresentazioni di dinamiche sociali, scene, raffigurazioni paesaggistiche e umane che, potremmo dire, fanno quasi di due opere una sola.
A differenza del romanzo che l’ha riconsacrata agli onori della letteratura europea, I doni della vita non presenta un titolo nebuloso ma anzi, già ci lascia intendere, nel suo complesso, quale sarà il grande insegnamento che Némirovsky vuole lasciarci.

Protagonista di quest’opera è l’intera famiglia Hardelot, la quale si è insediata nel piccolo paesino di Saint-Elme da tempo immemore, diventando uno dei capisaldi del luogo. Il capo della famiglia è il vecchio signor Hardelot che, grazie a una fortunata intuizione, è riuscito alla fine del 1800 a far fiorire da una piccola cartiera di provincia un vero e proprio polo industriale che dà lavoro a quasi tutti gli abitanti del paese e della zona. Da lui è nato un figlio maschio, Pierre, e da quest’ultimo un altro maschio, Guy, e una femmina, Colette. Lateralmente a questo ramo principale, ovviamente, abbiamo tutti gli altri Hardelot con le loro piccole storie, intrecci, “nascite, matrimoni e testamenti”.

La parabola temporale che comprende gli avvenimenti si stende dai primi anni del 1900 sino al 1943 circa: in questo lasso di tempo vediamo, piuttosto rapidamente, il mondo cambiare al ritmo forsennato delle due guerre mondiali mentre gli Hardelot, dalle loro belle case col giardino, tentano in tutti i modi di resistergli anche se ognuno, a proprio modo e spesso inconsciamente, apporta una piccola modifica al mondo che vive, contribuendo così al passaggio da una generazione all’altra.
Ogni personaggio è dotato di una propria caratteristica in rapporto al tempo: il vecchio signor Hardelot rappresenta la più feroce intransigenza a ogni minima modificazione dello status quo; il figlio Pierre è al contrario il personaggio che osa sfidare le convenzioni sposando Agnès, la quale a sua volta incarna lo spirito critico ma silenzioso di tutte le persone che non sono ben accolte nella famiglia del proprio coniuge; dall’altra parte c’è anche Simone, una donna risoluta e spesso glaciale, ma che nasconde una profonda solitudine che il tempo non fa che accrescere nel suo inesorabile accompagnarla verso la vecchiaia; personaggio del tutto speculare rispetto a sua figlia Rose, che invece fa della tenerezza e del calore le sue cifre fondamentali.

Come ho detto prima, gli Hardelot – e più in generale tutto il paesino di Saint-Elme che rappresenta metaforicamente il resto del mondo – assistono alla storia che si srotola davanti ai loro occhi nel corso della prima e della Seconda guerra mondiale. Il leitmotiv che collega tutti i personaggi, e dunque la caratteristica umana e psicologica che li determina, è quello della ripresa. Come ci riprenderemo? Quando? Cosa faremo? Queste domande sono ricorrenti nei dialoghi e nei pensieri di tutti i personaggi e da ogni parte si costruisce il grande mosaico della risposta: dai doni della vita. Doni che vanno intesi come tutti gli elementi primariamente concreti, ma poi anche spirituali che un essere umano incontra nell’arco della propria esistenza: innanzitutto la propria persona, poi il lavoro, un pezzo di terra, una persona con cui condividere le fatiche, la propria famiglia, un figlio, una madre. Per comprendere meglio questo concetto può essere utile soffermarci sul titolo originale dell’opera, Les Biens de ce monde, letteralmente “I beni di questo mondo” dove per bene possiamo ricorrere alla definizione Treccani di «ogni mezzo atto alla soddisfazione dei bisogni dell’uomo» (definizione n. 6a).

Dunque la ripartenza necessaria che segue ogni momento di crisi trova la sua soluzione prima e ultima negli esseri umani: una soluzione pragmatica, sebbene provenga da un romanzo, a tratti utilitaristica addirittura, ma in grado di rimettere ogni lettore al centro del proprio essere e consapevole, ancora una volta, che il mondo nel quale vive è sempre più spesso il diretto prodotto delle azioni che compie.
Rileggendo le ultima pagine del romanzo, mi è tornato in mente il monologo finale di Rosella O’Hara quando, distrutta dal dolore, si ricorda che per rinascere dovrà ripartire da Tara. In questa prospettiva, potremmo definire I doni della vita la versione europea di Via col vento: l’opera del superamento della crisi, della speranza consapevole, un inno alla resilienza.

Viaggio in Sicilia da ieri all’altro ieri, parte IV: Camilleri, “Le scarpe nuove” e “La rivelazione”

Di Gian Luca Nicoletta

Con oggi portiamo avanti la nostra serie sulla vita in Sicilia (qui trovate le puntate precedenti #1, #2 e #3) e ci avviciniamo alla conclusione del primo filone. I racconti che vi presento oggi hanno come filo conduttore la Seconda guerra mondiale e i rovesci di fortuna che possono intercambiarsi nell’arco della nostra esistenza. Dunque cominciamo!

Il primo dei due racconti, intitolato Le scarpe nuove e ambientato nel 1939, vede come protagonista la famiglia Sgargiato. Loro sono cinque: Bartolomè e Assunta che sono marito e moglie e i loro tre figli, Jachino, Ngilino e Catarina.
Gli Sgargiato vivono sulla montagna del Crasto, la quale si trova fuori dal centro storico di Vigàta, e lì coltivano le due salme di terra sulle quali sorge anche la loro piccola casetta. Ogni giorno Bartolomè si alza alle quattro e, aiutato dai figli maschi, carica l’asino di tutti i prodotti del loro orto per scendere in paese e venderli.

Accade un giorno che l’asino, ormai molto vecchio, muore e dunque Bartolomè ne deve comprare uno nuovo con i pochi risparmi che la famiglia è riuscita a mettere da parte. In questo modo entra in scena Mussolini, detto Curù, ovverosia il nuovo somaro dei Sgargiato.
All’inizio la famiglia non va affatto d’accordo col somaro: è lento, pigro e soprattutto ha il brutto vizio, tipico, di piantarsi in mezzo alla via proprio nei momenti meno adatti. Dei cinque componenti della famiglia, l’unico che va d’accordo con l’animale è Jachino, che non prende mai parte alle ingiuste sessioni di bastonate che i Sgargiato gli riservano periodicamente . Lui, al contrario, ci parla e gli dà da mangiare e da bere.

Durante la festa di San Calogero, uno dei tanti Calogero che ci sono, come precisa a un certo punto il narratore, mentre gli Sgargiato sono in giro per il paese a guardare le bancarelle o a bere un bicchiere di vino, il solo a essere rimasto con Curù è proprio Jachino: insieme attendono il loro turno per entrare in chiesa e, come da tradizione, scaricare dall’animale tutto il pane preparato appositamente per la festa.
Qui accade il primo miracolo: Jachino vorrebbe comprarsi delle belle scarpe nuove, ma purtroppo sono molto care. Dopo essersene andato e aver lasciato il pane in chiesa, Curù sputa dalle fauci un borsello pieno di soldi grazie ai quali, contento come un bambino, Jachino può comprarsi le sue scarpe.

Il secondo miracolo si verifica qualche anno dopo: tutta la famiglia fatica assai per tirare fuori l’acqua da un pozzo, lavoro necessario per irrigare l’orto. Dopo essersi spaccati la schiena per diversi giorni, una mattina Curù si piazza vicino alla pesante leva della pompa installata vicino al pozzo e, con gran facilità, la addenta facendola muovere e, in questo modo, facendo arrivare abbondante acqua all’orto.

Il terzo miracolo si verifica a metà del 1943: gli Alleati stanno liberando la Sicilia e ciò comporta numerosi bombardamenti. Jachino è partito tempo addietro per la leva e, durante la guerra, non si è saputo nulla di lui. Un giorno, mentre Bartolomè stava lavorando l’orto con Ngilino e Assunta e Catarina erano in casa, Curù inizia a ragliare festoso e si precipita sul sentiero che porta a Vigàta. Tutti pensano che abbia sentito il ritorno di Jachino e, contenti e trepidanti, lo seguono di corsa. Un momento dopo aver preso la stradina, una bomba cade vicino alla casa distruggendola per metà.
Curù ha salvato tutta la famiglia.
Nell’esplosione, però, va persa una delle due scarpe nuove che Jachino aveva comprato grazie a Curù e che purtroppo, a causa del lavoro nei campi e della partenza per la leva militare, non aveva ancora mai messo.
Riuscirà a indossarle, infine?

Il secondo racconto, La rivelazione, ci propone uno spaccato di vita della sezione del PCI di Vigàta. A guerra finita, tutte le organizzazioni che sotto il fascismo erano state dichiarate illegali – partiti politici in testa – riprendono la loro attività. Fra queste c’è la sezione di Vigàta, all’interno della quale tutti i tesserati stanno aspettando con grande trepidazione il rientro del più fervente dei loro componenti: Luigi (Luici) Prestìa.
Questi, comunista inossidabile, fu dapprima arrestato e poi mandato al confino accumulando in questo modo un’assenza da casa di ben dieci anni. Come giunge in paese la notizia della sua liberazione a opera degli americani, che comunque vengono criticati da Prestìa in quanto capitalisti, il corpo degli attivisti di Vigàta ha già le idee chiare: aspettare il ritorno di Luigi per nominarlo Segretario della sezione locale. Il tempo passa, ma Luigi non torna:

«Arrisultò che Prestìa, appena che si era fatto persuadiri d’essiri libbiro, era annato ‘n casa dell’ex segretario fascista di Lipari e l’aviva pigliato a càvuci. Era stato arristato e cunnannato a un anno di càrzaro. “E alluri che minchia di liberazioni è?” aviva addimannato ai carrabbineri che l’ammanittavano.»

Passa un altro anno e Lugi continua a farsi arrestare di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, tanto che alcuni suoi compagni cominciano a sospettare una cosa: Luigi non vuole essere libero perché non vuole tornare a Vigàta. I suoi amici cominciano a indagare su quali possano essere le cause: quella che si fa strada all’inizio è che Luigi, in tempi precedenti all’arresto, si era fatto trovare dalla moglie a letto con altre due ragazze così che lei, Nunzia, dopo avergliene sonoramente cantate quattro, gli abbia promesso di finire il lavoro dopo la sua scarcerazione.

I due protagonisti del racconto, Tararà e Turiddruzzo, dopo aver battuto quella strada, non senza un interessante guadagno per uno dei due, continuano le ricerche e arrivano a coinvolgere persino il senatore Pasqualotto che per primo aveva comunicato a Luigi che entrambi erano stati liberati. Il senatore, nel ripercorrere insieme ai due i fatti salienti della vicenda, fa emergere un fatto nuovo: non essendo più tornato a Vigàta, Luigi non ha potuto rinnovare la tessera del partito, dunque non può diventarne il segretario. Il Partito ci farebbe una pessima figura se un senatore si spendesse per qualcuno che non è più un iscritto, e dunque il senatore rinuncia a prendere parte all’avventura.

L’ultima tappa da prendere in considerazione, l’estrema ultima spiaggia per dei comunisti che avevano fatto la guerra, è rivolgersi al prete. Questi, dall’alto della sua pia conoscenza del mondo e dei fatti degli uomini, afferma in tutta franchezza che, nel corso dei dieci anni passati lontano da casa, Luigi si sia ravveduto e abbia finalmente compreso la vacuità di tutta l’ideologia comunista e che, dunque, non abbia alcun interesse a tornare per guidare un partito nel quale non si riconosce.

La risposta a questo mistero, la vera rivelazione cui rimanda il titolo, sta scritta appena qualche pagina dopo e, nel pieno rispetto delle dinamiche camilleriane, è tutta da scoprire e da gustare.

Trump, Biden e altri seggi: “L’elezzione der Presidente” di Trilussa

Di Gian Luca Nicoletta

Con l’articolo di oggi ho deciso di condividere con voi un testo, un estratto, che ho affrontato con le due prime medie che seguo quest’anno. Il brano è preso dalle Favole di Trilussa e, dato il suo contenuto, riflette bene lo spirito dei tempi che viviamo. Il titolo, che già anticipa il tema centrale, è L’elezzione der Presidente e attraverso un’atmosfera che definiremmo orwelliana (o forse sarebbe più corretto dire che La fattoria degli animali ha un’atmosfera trilussiana) vediamo rappresentata una tra e più antiche dinamiche umane e sociali:

«Un giorno tutti quanti l’animali
sottomessi ar lavoro
decisero d’elegge un Presidente
che je guardasse l’interessi loro.
C’era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipendente
fra li Somari residenti a Roma;
e poi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini…
Tutti pijorno parte all’adunanza.
Un Somarello, che pe’ l’ambizzione
de fasse elegge s’era messo addosso
la pelle d’un leone,
disse: – Bestie elettore, io so’ commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso…
ecco er vero programma che ciò io,
ch’è l’istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. –
Defatti venne eletto proprio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s’accorse de lo sbajo
d’avé pijato un ciuccio p’un leone!
– Miffarolo! – Imbrojone! – Buvattaro!
– Ho pijato possesso:
– disse allora er Somaro – e nu’ la pianto
nemmanco se morite d’accidente.
Peggio pe’ voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!»

Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri (1871-1950)

Il fenomeno del raggruppamento fra uguali caratterizza la prima parte del brano, mentre l’inganno è centrale nel secondo. Gli animali, truffati da un asino travestito da leone, seguono ciecamente il loro leader dopo aver ascoltato grandi promesse di libertà e prosperità provenire dalla sua bocca. Il riconoscimento di un pari è il meccanismo sociale e psicologico che si muove sotto a questi versi e, nell’incontrare il necessario bisogno di ogni gruppo di darsi delle regole, genera il grande scontro con la realtà che prima o poi nella vita a tutti capita di fare: la delusione.

Un testo del genere, attuale in ogni epoca poiché eterna è la corsa al potere, ci aiuta a meglio definire qual è l’idea di noi stessi che propiniamo al mondo e soprattutto qual è la vera natura che, al contrario dell’immagine, ci caratterizza. Anche questo esempio di letteratura per l’infanzia, o quanto meno per i giovani, ritengo sia un’ottima lente di cui dotare il nostro microscopio sul mondo. Ognuna ha la sua funzione, anche se può sembrarci molto, ma molto, vecchia.

Affondare nella storia e in sé stessi. “L’accordo. era l’estate del 1979” di Paolo Scardanelli

Di Gian Luca Nicoletta

Vi presento oggi una delle ultime uscite di Carbonio Editore raccolta nella collana “Cielo Stellato”, un romanzo che indubbiamente ha molto da dire: L’accordo. Era l’estate del 1979 di Paolo Scardanelli.
Questo romanzo, complesso nel suo fascino narrativo, si rivolge contemporaneamente a un doppio pubblico: a chi ha vissuto da giovane gli anni ’70/’80 e a chi vuole comprendere com’era il mondo una generazione fa.
Proprio così, una caratteristica importante di quest’opera è quella di parlare a più persone ma con una voce sola, trattando temi universali come l’amicizia, l’idealismo che contraddistingue le giovani generazioni.
Per darvi modo di saggiare da vicino il terreno vi propongo un’intervista con l’autore stesso.

GIAN LUCA NICOLETTA. L’accordo. Era l’estate del 1979 ci racconta una storia in cui alcuni grandi temi della nostra contemporaneità si scontrano sulle pagine: amicizia, famiglia, il futuro. Da quale necessità è stato spinto per voler mettere sulla carta un articolato sistema di valori e ideali come questo?

PAOLO SCARDANELLI. Dalla necessità di disegnare un mondo che, seguendo Wittgenstein, sia la totalità dei fatti; in esso convivono appunto temi che ci caratterizzano e costituiscono, quali amicizia, famiglia, destino quindi futuro, finitezza e felicità. Provare a disegnare un mondo che, dapprima interiore, divenga quindi paradigma comune, collettivo, condiviso. Questa la necessità primaria, urgente dell’arte tout court e del narrare specificatamente.

Lo sfondo col quale chi legge viene immediatamente a contatto è l’Italia della fine degli anni ’70, come anche il titolo suggerisce. Quella era l’Italia che ha assistito al tramonto di grandi stagioni: l’impegno politico, i grandi partiti di massa, mentre si trovava pienamente nella scia degli Anni di piombo. C’è ancora qualcosa che dobbiamo imparare, o che al contrario abbiamo capito male, da quella stagione così rovente a livello sociale e intellettuale?

Forse da quegli anni, tragici e vitali a un tempo, dobbiamo apprendere la dimensione totalizzante del grande progetto: in questo caso e in quegli anni il tentativo utopico di fondare mondo e uomo nuovi. La sensazione che si aveva, come dico nel romanzo, era quella di partecipare tutti alla creazione di un’opera collettiva, quale il Duomo di Firenze nel ‘500. Questo dobbiamo a mio avviso trarre e, perché no, imparare da allora; tutto ciò oggi si è perso: i grandi temi come gli ideali (non quelli banali, scontati, come la lotta per l’ambiente e la salvaguardia del pianeta dall’invasione della plastica) sono scivolati in secondo e terzo piano lasciando alla fuffa quotidiana il privilegio di riempire la nostra condizione umana. Forse questo portato, di per sé inattuabile, si ribalta nella forma dell’oblio: parafrasando Hegel, ogni cosa giunta al culmine si rovescia nel proprio opposto. 

Come abbiamo detto prima, una parte del romanzo è improntata alla narrazione dei rapporti di amicizia: secondo lei è cambiato il modo di intendere e sperimentare questo rapporto, dagli anni ’70 a oggi?

Credo proprio sì, come dicevo sopra. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri; in questo senso non ha tempo e le sue modalità permangono simili nelle varie epoche. Quello che senz’altro muta è il radicamento nel tempo, nelle cose e nei fatti; l’amicizia di cui si parla nel romanzo è intessuta di intensità e radicamento, ed essa è fondata in un tempo differente, laddove la necessità di comunicazione e condivisione erano totalizzanti e richiedevano ed esigevano un rapporto totale, trasversale rispetto ai temi e ai luoghi. Oggi può essere ancora così? Inevitabilmente no, mi viene da rispondere. La banalità del quotidiano lo impedisce.

La nostra realtà quotidiana è fatta, a livello politico, di grandi movimenti che però si scontrano presto con una disillusione generalizzata rispetto alla difficoltà di affrontare “la complessità”, citando Moro. Secondo lei, nel periodo di disincanto che narra ci sono i prodromi della crisi politico-ideologica che viviamo oggi?

Sì; lei cita Aldo Moro e la difficoltà di affrontare la complessità. Moro, come sappiamo, è stato un agnello sacrificale sull’altare del compromesso, che è l’unica modalità possibile di coniugare differenti linguaggi e istanze. La complessità è irriducibile a una lettura univoca e fonda il mondo nella modalità del desiderio; ad essa si è cercato di dare risposte empiriche, mentre a mio avviso è nella trascendenza del dato fattuale che va ricercata la fondazione del senso. Allora ci si provava, oggi non più. Il disincanto è inevitabilmente la forma del fallimento.

Ai miei occhi di lettore è inevitabile, leggendo il suo romanzo, fare un confronto tra due generazioni. Da un lato, oggi, vediamo forti difficoltà nel trovare lavoro, scarsa fiducia nella classe dirigente, la messa in dubbio delle grandi organizzazioni sovranazionali che faticano a tener fede ai princìpi che le hanno ispirate alla loro fondazione. Dall’altro c’è la generazione del posto fisso, della casa di proprietà, delle imponenti manifestazioni in piazza. Un confronto tra la generazione del “nulla e mai” e del “tutto e subito” è ancora possibile?

Una generazione incarna necessariamente il senso del tempo, del suo tempo. Ma la generazione è composta da individui che pensano e sentono e vivono e muoiono seguendo una sorta di flusso esistenziale: noi siamo questo flusso, piaccia o no. E questo flusso incarna le nostre coscienze. Quindi le generazioni non sono confrontabili secondo modelli omogenei, ma secondo i vari portati individuali; la nostra generazione propugnava l’idea che il personale fosse politico, e su quest’idea basava l’utopia di una sorta di coscienza collettiva. Svanita l’utopia è rimasto l’individuo che naturalmente cerca la strada più breve e peculiare per la realizzazione dei propri desideri. L’oggi, come sempre, è figlio dello ieri.

Qualche parola sulla struttura del romanzo. Sono rimasto particolarmente colpito dal lessico che ha utilizzato: mai scontato, molto costruito e a volte quasi barocco. Quali sono i maestri della letteratura che ha preso a modello?

I modelli, i riferimenti, il lavoro di chi ci ha preceduto filtrato dalle nostre menti e corpi diviene tempo presente e pensiero attualizzato. Quindi è difficile definire dei riferimenti precisi senza considerare il flusso del passato che in noi si incarna. Siamo una sorta di medium attraverso cui il travaglio di chi è stato prende forma nuova. Ciò detto, non posso non pensare a coloro che più da vicino mi sono fratelli nella notte: riguardo la struttura senz’altro Proust, riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda mi è padrino così come lo stesso Manzoni insieme a Céline.

Per chiudere: cosa consiglia a un aspirante scrittore o scrittrice che vuole confrontarsi con la stesura di un romanzo?

Di guardarsi nel profondo del proprio io e capire, capire davvero se quello che ha da dire riguardo il mondo travalichi la propria stessa persona e possa iscriversi nel cerchio dell’universale. Ciò fatto dovrebbe chiedersi se davvero il suo operato possa aggiungere qualcosa al mondo: se sì, affinare lingua e strumenti, altrimenti gli suggerirei di lasciar perdere. C’è già tanta carta stampata in giro che, se non c’è nulla di meglio da dire, allora è meglio tacere.

[Immagine di copertina: rivista.clionet.it]

Un dramma contemporaneo e il suo romanzo: “L’Arcipelago del Cane” di Philippe Claudel

Di Andrea Carria

Una delle funzioni, degli obblighi morali della letteratura è di confrontarsi con i grandi problemi del presente. A ricordarcelo è Philippe Claudel, autore dell’Arcipelago del Cane (Ponte alle Grazie, 2019), romanzo incentrato sul dramma umano che, ormai da anni, si sta consumando nel Mediterraneo: quello dei migranti

L’ambientazione scelta da Claudel è una piccola isola facente parte di un arcipelago immaginario che si fatica a distinguere sulla carta geografica. Il nome Cane, che è lo stesso tanto per l’arcipelago quanto per la maggiore delle sue isole, è dovuto alla forma del litorale di quest’ultima che ricalca la sagoma dell’animale:

«Il Cane è lì, disegnato sul foglio sottile. Fauci spalancate, zanne snudate. Che si accinge a sbranare una lunga e chiara immensità cobalto che la carta costella di numeri indicanti la profondità e di frecce che segnalano le correnti. Le sue mascelle sono due isole curve, la sua lingua pure, un’isola, e i suoi denti anche, alcuni appuntiti, altri tozzi, quadrati, altri ancora taglienti come daghe. I suoi denti, dunque, sono delle isole. Fra di esse, quelle in cui si svolge la storia, la sola abitata, proprio in punta alla mascella inferiore. Proprio sull’orlo dell’immensa preda azzurra che non sa di essere appetita.»

L’isola è, nel senso più assoluto, un microcosmo. La sua comunità è costituita da poche anime che basano la propria esistenza sulla fede nell’immutabilità delle cose. Qui le persone non muoiono mai davvero: il ruolo che ricoprono viene ripreso e portato avanti dalle nuove generazioni con pochissime, trascurabili differenze, e tanto basta a vanificare lo scorrere del tempo. Il senso di immutabilità viene alimentato proprio dalla preminenza che il ruolo e la funzione sociale hanno rispetto all’individuo, il quale impara a costruire la propria identità in strettissima relazione con quelle di tutti gli altri. Se da una parte tutto questo appiana e livella, è pure vero che cimenta il senso di appartenenza delle persone alla comunità. Tradizioni e riti sono essenziali per assicurare il funzionamento di questo piccolo ma sofisticato marchingegno, e la S’tunella, la grande battuta di pesca al tonno a cui prendono parte tutti i pescatori dell’isola una volta all’anno, è l’ingranaggio più importante di tutti.

arcipelago

Sull’Isola del Cane il benessere e la stabilità sono un’alchimia che dipende da tanti fattori. Le tradizioni sono importanti, ma affinché la vita possa scorrere tranquilla come sempre c’è bisogno che tutti si impegnino a mantenere l’equilibrio. Così, se il mare e il vulcano che getta la propria ombra sulle case richiedono attenzioni costanti, lo stesso vale per gli ingressi dei nuovi venuti dalla terraferma, mai visti di buon occhio. Ne sa qualcosa il Maestro della scuola elementare, un forestiero proveniente dal Continente che fatica a inserirsi. I suoi problemi di incomprensione con gli abitanti dell’Isola emergono tutti in una sola volta in seguito a un singolare ritrovamento: una mattina, sulla spiaggia, lui e altri tre testimoni (la Vecchia, lo Spada e America), scoprono tre cadaveri arenati. Il colore della loro pelle non mente: si tratta di migranti provenienti dalle terre a sud delle onde.

Che fare? Per il Maestro non ci sono dubbi e dice di voler avvertite le autorità in modo che vengano a far luce sulla faccenda; ma gli altri – tra cui il Sindaco, il Parroco e il Dottore, che nel frattempo sono stati doverosamente informati – non la pensano affatto allo stesso modo e insistono perché la cosa rimanga segreta. Di fronte a un rifiuto così ostinato, al Maestro non resta che acconsentire: i corpi vengono dapprima nascosti e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

Montale4

Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, pure il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso: da quello sciagurato giorno si comporta in modo strano e ha cominciato a fare degli esperimenti ancora più strani con dei manichini e una barca. Il Sindaco è davvero preoccupato. E se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo e raccontargli ogni cosa? A quel punto che ne sarebbe di lui, della sua Isola e dell’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciarla?

Lo svolgimento del romanzo è racchiuso nelle risposte che il Sindaco – col benestare del Parroco e del Dottore, ovvero l’intellighenzia dell’Isola al gran completo – darà a queste domande. Come nel caso dei cadaveri, la soluzione va di nuovo trovata alla svelta e senza tanti convenevoli. Chi, col proprio comportamento e i propri ideali, attenta alla comunità va neutralizzato, giacché su un’isola la vita del singolo vale sempre meno di quella dell’intero gruppo: è la regola. Gli autoctoni lo sanno ancora prima di nascere e l’accettano senza problemi; non lo fanno invece gli stranieri che vengono dalla terraferma come il Maestro, ed è per questo che vanno tenuti alla larga. Arrivano con i loro ideali e la loro istruzione credendosi migliori, ma non sanno riconoscere ciò che è veramente essenziale. Poi accade che finiscono male e se ne meravigliano, quando invece dovrebbero prendersela soltanto con loro stessi, con le loro frivolezze da intellettuali e le loro utopie, lasciando in pace chi lavora davvero per il benessere degli altri, ipocriti insensati che non sono altro!

Il romanzo si legge bene, velocemente. La scrittura di Claudel è piacevole e indugia più sulle descrizioni paesaggistiche che su quelle umane, le quali vengono presentate come dati di fatto che non necessitano di spiegazioni. La prosaicità del luogo è ben resa dal linguaggio asciutto e senza fronzoli dei personaggi, mentre il focus esterno alla storia, prossimo al naturalismo benché non lo sia, è adeguato al racconto di questa circostanziata comédie humaine dei nostri giorni. Una menzione a parte merita il lirismo di certi brani come quello iniziale, dove la voce narrante si impone all’attenzione con un tono imperioso che pare voglia ricalcare quello di Dio sul Sinai (e forse proprio della voce di Dio si tratta):

«Bramate l’oro e spargete cenere.
Insozzate la bellezza, calpestate l’innocenza.
Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto schiuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una fanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.
Come giudicheranno il vostro tempo i secoli futuri?»

hands-2606959_1920

Anche se L’Arcipelago del Cane è un romanzo, la storia tuttavia somiglia molto a un dramma delle parti dove ogni personaggio è soprattutto espressione di un preciso ruolo sociale. Le descrizioni che interessano Claudel non riguardano gli individui nella loro evoluzione romanzesca, bensì il contributo che ciascuno apporta alla definizione dell’intreccio. Il fatto stesso che nessuno di loro abbia un nome proprio ma venga identificato dal ruolo, dalla professione o al più dal soprannome, rafforza la sensazione di trovarsi al cospetto di maschere o quanto meno di proto-personaggi dall’individualità appena abbozzata.

L’Arcipelago del Cane è una critica al sistema che permette la tragedia dell’immigrazione e il lassismo morale con cui, unanimi, rispondono tutte le società occidentali. Si tratta di una critica, di una denuncia e pure di un appello: un appello rivolto a ognuno a guardarsi dentro. Sono infatti convinto che i personaggi senza nome né volto né vissuto di questa storia siano l’elemento più convincente usato da Claudel per mettere ciascuno di fronte alla propria realtà di Uomo e di Donna. Se quei personaggi non hanno nome né volto né vissuto è perché ciò che essi dicono, pensano e fanno non riguarda il dire, il pensare e il fare di un individuo determinabile univocamente per mezzo di un nome, un cognome e una faccia, ma sono il dire, il pensare e il fare di tutti, atteggiamenti in cui ciascuno di noi si è calato almeno una volta quando ha dato fiato a quel pregiudizio, quando ha evitato di prendere posizione oppure l’ha presa, quando indirettamente ha dato credito a chi da questa tragedia trae il suo sporco vantaggio o quando ha pensato che tutto questo semplicemente non lo riguardi. I volti e i nomi dei personaggi dell’Arcipelago del Cane sono i nostri volti e i nostri nomi di cittadini perbene e permale: Claudel lo afferma a chiare lettere. Sta però al lettore capire quale, fra quelli del Sindaco, del Maestro, del Dottore, del Parroco, della Vecchia, è il volto che meglio lo rappresenta.

In definitiva ho trovato questo libro un esperimento valido e interessante. Non il miglior romanzo che abbia mai letto (la componente umana di cui ho parlato sopra mi è mancata), ma sicuramente degno di nota nonché ricco di colpi di scena. Finalmente una presa di posizione chiara e netta da parte del mondo intellettuale.

Chiuso in casa per fuggire dal mondo: “Controcorrente” di Karl-Joris Huysmans

Di Gian Luca Nicoletta

Anche questo articolo parla di persone chiuse in casa, proprio come noi. Ciò che fa la differenza, però, è che il protagonista del romanzo di cui vi parlo oggi lo fa di sua spontanea volontà.

Il libro è Controcorrente (À rebours), scritto da Joris-Karl Huysmans e pubblicato per la prima volta nel 1884, cioè quando il naturalismo francese aveva già iniziato la parte discendente della sua parabola, tuttavia ancora dominante nel panorama letterario.

Il titolo di quest’opera rappresenta il manifesto intellettuale e spirituale che impregna ogni pagina. Andare controcorrente è la missione di vita che il protagonista, Des Esseintes, sposa dal momento in cui diventa maturo e si libera dal giogo dei genitori. Grazie a un’educazione impartitagli dai Gesuiti e da un ingente patrimonio ereditato dal padre e dalla madre, il protagonista decide di costruirsi una personale torre d’avorio all’interno della quale chiudersi e abbandonare così la vita mondana di Parigi.

pissarro-30

Ma non dovete pensare che Des Esseintes decida di abbracciare un’ascetica solitudine in uno spartano romitaggio per passare la sua vita, tutt’altro: ciò che lui detesta dell’uomo (e questo è già il primo punto controcorrente, cioè nel pieno del positivismo ritenere l’essere umano una creatura deprecabile) è tutto quello che afferisce alla sfera sociale, mentre quel che deriva dall’intelletto e dall’ingegno ha per lui la massima attrattiva.
Seguendo questo principio egli cerca la dimora ideale:

«Batté i dintorni della capitale e scoprì una bicocca in vendita, sopra Fontenay-aux-Roses, in un angolo appartato, senza vicini, vicino al forte: il suo sogno si era realizzato. In quel paese, non ancora invaso dai parigini, era certo di essere al sicuro. Le difficoltà nelle comunicazioni, malamente garantite da una ridicola ferrovia che si trovava all’estremità del paese e da piccoli tram che partivano e compivano il tragitto come potevano, lo rassicuravano. Pensando alla nuova vita che avrebbe avviato, provava una felicità viva, perché si vedeva già abbastanza lontano, al riparo della sponda così da non essere più raggiunto dalla fiumana di Parigi e allo stesso tempo sufficientemente vicino perché la prossimità della capitale lo rendesse più fermo nella sua solitudine.»

Al suo interno questa “bicocca” viene ristrutturata e progettata nei minimi particolari: ogni singolo metro quadro viene dotato o di un’invenzione per garantire ogni comfort, o di un’opera d’arte finemente ricercata, ma di qualsiasi cosa si tratti una cosa la deve caratterizzare, cioè deve essere inequivocabilmente unica. Il rifiuto della massa è anche il rifiuto di ciò che la diverte e la allieta, e questo riguarda anche le opere di letteratura, le stampe, i dipinti, le sculture, persino gli orari.
Proprio così: Des Esseintes inizia a condurre uno stile di vita che definiremmo vampiresco: si alza alle cinque del pomeriggio per poi coricarsi alle cinque del mattino seguente. Durante quelle dodici ore la sua vita scorre tranquilla tra pasti frugali, preziose miscele di liquori e l’osservazione di tutte le sue opere d’arte.

51+YUL6GQ+L

Passiamo alla composizione dell’opera, che pure merita di essere studiata perché anch’essa va controcorrente. Innanzitutto ogni capitolo di questo libro è strutturato come una piccola enciclopedia: utilizzando gli interessi di Des Esseintes come valido espediente, Huysmans ne approfitta per sciorinare tutte le sue conoscenze in molti campi del sapere, dalla letteratura medioevale alla storia dell’arte, dallo studio delle pietre alla teoria del colore, passando per le proprietà di liquori e cibi. Questo modello di struttura, basato su lunghe digressioni e un tono più saggistico che romanzesco, riprende le opere del secolo precedente, mentre in quello di Huysmans tutto ciò che era esterno e superficiale veniva arbitrariamente tagliato dai naturalisti per fare posto all’analisi psicologica e sociale del personaggi. Intuizioni e sensibilità che troveranno piena legittimazione all’inizio del 1900 grazie agli studi di Sigmund Freud.

Un secondo elemento di grande interesse riguarda il modo in cui Des Esseintes fa esperienza dei suoi ricordi. Tendenzialmente in piena solitudine e, cosa ben più importante, grazie a stimoli che gli giungono da profumi e sapori. C’è forse un altro autore francese coevo a Huysmans che ha fatto di questa tecnica il suo segno distintivo? Proprio così: il collegamento con Marcel Proust è innegabile e in questo senso possiamo dire che l’impianto della Recherche è direttamente speculare a quello di À rebours, proprio per il focus quasi maniacale sull’alta società parigina e per l’esaltazione di oggetti, in Proust, che vengono disprezzati in Huysmans e viceversa.

Questo romanzo ci dà l’opportunità di guardare la solitudine e l’isolamento da prospettive inedite e sicuramente non convenzionali. Assistiamo al trasloco del mondo in una casa, a volte addirittura in una sola stanza. Un mondo diverso da quello cui siamo stati abituati a leggere nel corso del ‘900, quello di Huysmans è ancora e comunque un mondo all’apice dell’espansione sociale, tecnologica e coloniale, un mondo nel quale l’imperativo della società dominava anche la più piccola sfera dell’intimità di ognuno di noi, ma che ha in ogni caso segnato una pietra miliare nel nostro sviluppo collettivo e individuale.